ARALDI DEL VANGELO. STILUM CURIAE OSPITA ALCUNE RIFLESSIONI SU DI LORO.

Marco Tosatti

Oggi Stilum Curiae offre uno spazio di commento a un ospite su un argomento particolare e specifico: gli Araldi del Vangelo, l’associazione di origine brasiliana nei cui confronti sta per partire una visita apostolica da parte della Congregazione per il Religiosi. La prima notizia è uscita su la Nuova Bussola Quotidiana, e poi c’è stata una precisazione di probabile fonte vaticana QUI. Ne parla oggi sotto pseudonimo una persona che conosce bene la situazione degli Araldi. Per sapere chi è l’Abate Faria, ci affidiamo a Wikipedia…

Seguiamo con interesse i recenti sviluppi che coinvolgono gli Araldi del Vangelo, istituto religioso di diritto pontificio che si ispira agli insegnamenti del pensatore brasiliano Plinio Correa de Oliveira. Questi avvenimenti ci fanno sorgere dei pensieri:

a) se i video sono veri, e non abbiamo al momento elementi per dubitarne, certamente ci sono deviazioni dottrinali ed esagerazioni inaccettabili. Ci rallegriamo per la preoccupazione del Vaticano per l’integrità della dottrina cattolica. Speriamo veder applicato lo stesso rigore ad altre congregazioni religiose e alla loro leadership, visto che recentemente è stata messa in dubbio da alcuni l’affidabilità dei vangeli perché “non sappiamo veramente cosa Gesù ha detto”. Allora di che stiamo parlando?

b) lo stesso rigore dovrebbe essere applicato nella investigazione sulla gestione dei beni delle congregazioni religiose, oramai trasformate in alcuni casi in catene alberghiere piuttosto che in istituti di vita religiosa. Quando il Papa chiede di accogliere, perché non da un buon esempio imponendo alle migliaia di strutture religiose trasformate in alberghi di congedare gli ospiti che pagano un lauto prezzo per una camera, ed ospitare gratuitamente i bisognosi e i senzatetto? E che dire delle decine e decine di scandali finanziari che hanno travagliato congregazioni religiose di lunga storia e tradizione? Ad un’indagine rigorosa, chi si salverebbe?

c) La storia degli Araldi del Vangelo ha le sue complessità, intrecciata com’è a quella della TFP. Se ci sono state deviazioni, vanno sanzionate (si spera con vera giustizia, non giustizia dettata da altri interessi). Ma non si coinvolga il pensatore Plinio Correa de Oliveira, che ha avuto intuizioni importanti nel comprendere una certa evoluzione del mondo cattolico. Tutte quelle deviazioni e culti della personalità denunciati nell’ambito dell’indagine sugli Araldi, li aveva sempre respinti.

d) persone addentro alla cosa, ci dicono che molti fedeli si sono riavvicinati alla Chiesa e ad una sana dottrina cattolica grazie all’opera degli Araldi del Vangelo. Dovranno assistere queste persone al loro sistematico smembramento come è accaduto ad altre fiorenti congregazioni religiose prima di loro?

In definitiva, cui prodest? Ai posteri l’ardua sentenza.

Abate Faria



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

 

 

 

QUESTA SÌ CHE È UNA NOVITÀ IN VATICANO. C’È UN ABORTISTA ALLA PONTIFICIA ACCADEMIA PER LA VITA.

Marco Tosatti

La Pontificia Accademia per la Vita ha da ieri quarantacinque nuovi membri ordinari. La cosa straordinaria è che uno di questi, il professore Nigel Biggar, è abortista. Secondo quanto riporta il Catholic Herald insegna ad Oxford, dove è Regius Professor of Moral and Pastoral Theology. In dialogo con il filosofo Peter Singer, nel 2011, secondo quanto ha scritto la rivista Standpoint, Biggar ha detto: “Sarei propenso a tracciare una linea per l’aborto a diciotto settimane dopo il concepimento, che è più o meno il primo periodo in cui c’è qualche evidenza di attività cerebrale, e quindi di coscienza. In termini di mantenere un forte impegno sociale a conservare la vita umana in forme limitate, e in termini di non diventare troppo casual per ciò che riguarda la vita umana , abbiamo bisogno di tracciare una linea in maniera molto conservative”.

Per giustificare quella che comunque sembra una palese contraddizione, fra difendere la vita umana, e decidere di eliminarla, Biggar ha detto: “Non è chiaro che un feto umano sia dello stesso tipo di cosa come un adulto o un essere umano maturo, e quindi meriti lo stesso trattamento. Allora diventa un problema di dove tracciare la linea, e non c’è nessuna ragione assolutamente cogente di tracciarla in un posto piuttosto che in un altro”.

Personalmente trovo che per essere qualcuno che insegna ad Oxford questa dichiarazione non sia uno sfoggio eccezionale né di semplice logica, né di scienza. Ma ciascuno è libero di non essere consequenziale in quello che dice e fa.

Non si capisce però che cosa ci faccia nella Pontificia Accademia per la Vita una persona che propone l’aborto alla diciottesima settimana, che corrisponde al quinto mese; potete trovare alcuni dettagli sulla situazione dell’essere umano al quinto mese su questo sito, che non è un sito pro-life, ma uno dei soliti di informazione generale frequentato da chi sta per avere un bambino.

Quella di Biggar è certamente una scelta che pone dei problemi, e soprattutto, ancora una volta, come spesso accade in questo regno, questioni importanti. Chi ha consigliato la sua nomina? Perché il responsabile della Pontificia Accademia, mons. Paglia, l’ha scelto, se era al corrente della sua posizione? Il Pontefice ne è stato informato?


Se volete leggere l’articolo in spagnolo cliccate su Como Vara de Almendro



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

 

 

 

 

 

IL PAPA VUOL SAPERE, PER ISCRITTO, DOVE VANNO I CARDINALI ROMANI D’ESTATE. CHISSÀ PERCHÉ. TRE IPOTESI.

Marco Tosatti

Erano molti anni, se non addirittura decenni, che questo non accadeva.

I cardinali che abbiamo consultato, così come altre vecchie lame di Curia, sono umanamente certi che questa consuetudine non era in corso durante il regno di Benedetto XVI; e molto probabilmente non accadeva neanche in quello, molto più lungo, di San Giovanni Paolo II.

Quindi, eventualmente, bisogna tornare a Paolo VI; che come sappiamo, è venuto a mancare nel 1978.

Ci riferiamo alla lettera che su impulso della Segreteria di Stato, e probabilmente su impulso del Papa, e probabilmente su impulso di – chi? Uno esperto di Curia, certamente – uno dei suoi consiglieri, forse quello dedito a giocare a Laurenti Beria, ha inviato ai cardinali residenti a Roma.

Ecco il testo, che circola da ieri sul web:

Agli Em.mi Signori Cardinali residenti in Roma – 31 maggio 2017

 Eminenza,

 Una nobile tradizione ha sempre spinto i Confratelli Cardinali residenti “in Urbe” a segnalare al Santo Padre, per il tramite della Segreteria di Stato, il periodo delle loro assenze da Roma e l’indirizzo del loro soggiorno.

 Recentemente il Papa Francesco ha chiesto al Decano del Collegio Cardinalizio di voler ricordare fraternamente ai singoli Cardinali l’opportunità di continuare in tale prassi, tanto più nel caso di una loro prolungata assenza da Roma.

 Da parte mia, compio volentieri tale venerato incarico, sicuro della massima considerazione che si vorrà dare ad esso.

 Colgo infine l’occasione per salutarLa cordialmente nel Signore ed augurarLe ogni bene.

 +Angelo Card. Sodano

 Alcune riflessioni sono d’obbligo. La prima: era una precauzione che poteva avere un senso quando non c’erano internet, telefoni cellulari, e tutte le altre benedette diavolerie che rendono la nostra vita un eterno presente. Così come non c’erano i voli transcontinentali che in una manciata di ore di riportano alla Città eterna…

E poi: si trattasse di un Pontefice che si avvale costantemente del consiglio dei suoi porporati romani, si potrebbe pensare: è ansioso, non vuole privarsi della possibilità di un incontro con – diciamo- Burke, piuttosto che Sarah, per avere il loro parere su problemi scottanti. Ma non sembra il caso. I Prefetti di Congregazione hanno le loro difficoltà a ottenere udienza; e quanto a Burke ne aveva chiesta una mesi fa, credo ancora senza fortuna…insomma, per quello che riguarda decisioni, lavoro e iniziative, che ci siano o non ci siano i porporati capitolini fa esattamente lo stesso.

Forse il Pontefice vuole fare qualche annuncio particolarmente grave in questo periodo, e vuole una platea nobile e folta.

Se no, che interesse può avere il Sommo Pontefice nel sapere se un suo cardinale è alle acque di Fiuggi piuttosto che di Montecatini? Poco. Ma può essere interessato – lui o il suo gruppo di governo e gestione – nel sapere che un porporato va a fare una conferenza presso una certa università, o è invitato a parlare presso un tale ordine religioso, e così via. Insomma, dal momento che ormai le perplessità, in particolare riguardo all’Amoris Laetitia, questa ferita aperta nella Chiesa, e sanguinante, è proprio da conferenze, meeting, seminari e così via, che vengono espresse e manifestate, forse c’è qualcuno curioso di monitorare in anticipo certi spostamenti e certi cardinali. Vorremmo sbagliarci, ma ormai l’atmosfera, e i protagonisti, giustificano ampiamente certi sospetti. Vedremo se qualche conferenza verrà improvvisamente cancellata…



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

STILUM CURIAE SI FA ACCOGLIENTE. DA’ POSTO A UN OSPITE CHE PROPONE UN SORRISO DOLCE-AMARO.

Stilum Curiae si fa accogliente. Ospita – di tanto in tanto – qualche commento, o esternazione di altri che non siano il solito padrone di casa. Comincia con un sorriso dolce-amaro, originato da un vecchio esperto di Palazzi curiali romani, che, per l’appunto si firmerà Romana Vulneratus Curia (RVC, per gli amici; ferito dalla Curia Romana, per i non latinisti). Eccolo.

Oggi , 11 giugno, è la festa della Santissima Trinità . Un sant’uomo, confuso e sconsolato per l’indifferenza dimostrata alle implorazioni di una risposta ai Dubia, all’uscita da messa mi racconta la seguente brevissima storiella : “La Santissima Trinità è riunita per decidere dove passare qualche giorno di vacanza sulla terra , anche per verificare quanto fosse vero il problema “ambientale”. La notizia della   devastazione della terra, da parte dell’uomo,  è infatti arrivata anche in Cielo. Dio Padre propone di tornare in Palestina, magari proprio sul Monte Sinai, luogo che Lui conosce molto bene. Anche Dio Figlio acconsente a tornare in Palestina, ma propone di rivedere il lago di Tiberiade, dove aveva pescato pesci ed apostoli (e così constatare l’eventuale inquinamento). Dio Spirito Santo invece per verificare lo stato di degrado ambientale , che Lui ben sa esser frutto del degrado morale, propone un’altra soluzione: tornare a Roma, da dove manca ormai – dice – dalla rinuncia di Benedetto XVI …”.

RVC.



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

SCHOLAS OCCURRENTES E IL GENDER. UN LIBRETTO IMBARAZZANTE. CHE COSA PENSA DAVVERO IL PONTEFICE?

Marco Tosatti

Un articolo appassionato di Montse Sanmartì sul sito spagnolo Como Vara de Almendro pone in luce, una volta di più, atteggiamenti contraddittori del Pontefice. Qualche giorno fa a Roma è stata aperta la sede ufficiale di Scholas Occurrentes, a piazza San Callisto, nei palazzi vaticani del rione Trastevere. Scholas Occurrentes è una Fondazione, nata quando Jorge Bergoglio era arcivescovo di Buenos Aires, nata come una collegamento di scuole di quartiere, che si è sviluppata poi fino a diventare un progetto presente in molti Paesi, con tre obiettivi fondamentali. Lavorare sui giovani con Istruzione, Sport e Cultura. Dal 2013 Scholas Occurrentes è diventata una “Pia fondazione di Diritto Pontificio”, le cui finalità sono “congruenti” con la missione della Chiesa.

Però….Come fa notare Montse Sanmartì, non sembra – almeno a leggere quello che è scritto sul sito della Fondazione – che di cristianesimo si parli molto. Si parla di cultura dell’incontro e dell’impegno per il bene comune, e si mette bene in rilievo il fatto di essere appoggiati dal Papa. E invece una collana di libretti per studenti, “Con Francisco a mi lado”, “Con Francesco al mio fianco” possono creare un certo imbarazzo. Infatti sul numero di aprile del 2016 della rivista on line “Christian Order” una giornalista cattolica statunitense, Maike Hickson, rilevava alcuni punti presenti in questi libretti, che aveva ricevuto da María Paz Jurado, una delle responsabili di Scholas Occurrentes. La Hickson notava che nel testo dedicato dal tema della diversità le diverse forme di “famiglia” sono messe tutte alla pari, comprese le coppie omosessuali con bambini; il che è certamente contrario non solo a quello che la Chiesa dice, ma anche a quello che dice il Pontefice. In un altro punto, del libretto dedicato alla “Stima di sé”, ha visto che si promuoveva l’idea della scelta variabiledella propria identità, compresa quella sessuale. Maike Hickson ha chiesto per iscritto a Scholas Occurrentes di dare chiarimenti su questa linea educativa, certamente lontana da quella proposta dalla Chiesa. Ma non ha mai ricevuto risposta.

In buona sostanza, è quello che propone l’ideologia Gender; e cioè il fatto che l’identità anche sessuale è slegata dal dato fisico maschio-femmina. In Spagna girava tempo fa la pubblicità secondo cui ci sono bambine con il pene e bambini con la vulva, per sponsorizzare questo genere di pensiero. Trovarlo però in una Pia Fondazione di diritto pontificio può suscitare un certo grado di curiosità. Anche perché il Pontefice, tornando dall’Azerbaijan, sulla ideologia Gender, che si sta cercando di far filtrare anche nelle scuole italiane, in maniera surrettizia, è stato tranciante: “Quello che ho detto, è questa cattiveria che oggi si fa nell’indottrinamento della teoria del Gender…questo lo chiamo colonizzazione ideologica”.

E allora? Come spesso succede in questo Regno, non ci sono risposte chiare. Certe frasi, comportamenti, posizioni, e soprattutto scelte e promozioni di uomini, appaiono spesso contraddittori, ambigui, per non dire schizofrenici.



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

LA CONFERENZA POLACCA CONFERMA IL DIVIETO PER I DIVORZIATI-RISPOSATI. SENZA CHIAREZZA A.L. È UNA FERITA NELLA CHIESA.

Marco Tosatti

Nei giorni scorsi la Conferenza Episcopale polacca, riunita a Zakopane, sui monti Tatra, ha deciso unanimemente che in base all’Amoris Laetitia i divorziati risposati che non vivono come fratello e sorella non possono ricevere l’eucarestia. Qui trovate i dettagli della decisione, sulla Nuova Bussola Quotidiana.

Con questa decisione, la prima di questo genere da parte di una conferenza episcopale, si ufficializza uno stato di crisi nella Chiesa cattolica che solo una parola chiara da chi è deputato istituzionalmente a darla – il Pontefice – può risolvere.

Ha probabilmente ragione papa Bergoglio nella sua tesi che il tempo è superiore allo spazzio, e che i processi avviati hanno ragione delle situazioni statiche. Ma purtroppo questo è vero per tutti i processi; e nel caso in questione noi abbiamo una divisione che il tempo accentua, invece di saldare.

In precedenza abbiamo avuto alcuni gruppi di vescovi – come quelli del Kazakhstan, o dell’Alberta e dei Territori del Nord Ovest che hanno deciso, in base all’Amoris Laetitia, che l’eucarestia non può essere data a chi vive con un coniuge more uxorio mentre il primo matrimonio è valido, e il primo coniuge è in vita. E abbiamo avuto numerosi vescovi che hanno deciso di muoversi in quel senso nella propria diocesi.

Ma quella della Conferenza Episcopale polacca è una decisione importante. Perché si tratta di una Chiesa ancora viva e fiorente, a differenza di altre dell’Europa Occidentale (vedi Belgio e Germania) che appaiono ben intrise dei germi che hanno portato le Chiese riformate dei loro Paesi alla semi-scomparsa. E cioè il desiderio di rincorrere i fedeli con una campagna di saldi basati sullo spirito della cultura prevalente. Perché è la Chiesa da cui è uscito l’ultimo papa santo della storia, che ha forgiato – insieme con Benedetto XVI – gli strumenti di fede e culturali necessari per affrontare la tempesta travolgente della secolarizzazione.

E’ difficile non vedere a questo punto, a oltre un anno dall’uscita dell’esortazione apostolica, che Amoris Laetitia costituisce una ferita aperta nel corpo della Chiesa. E non solo a livello di cardinali, vescovi, teologi, studiosi; ma di semplici fedeli. Per chi, come la persona che scrive, ha un contatto continuo sui social con persone di tutte le estrazioni e cammini di vita, questo è un dato evidente.

Così come sono un dato evidente le opposte interpretazioni da parte dei responsabili di diocesi. La punta di un iceberg, quelli che parlano (soprattutto contro, per timore di possibili e ahimè probabili ritorsioni, in questo regno) ma segnale di un disagio silenzioso molto più ampio. Qualche tempo fa LifeSiteNews ha pubblicato una lista dei pro e contro, che adesso è certamente molto più lunga. Ma che da sola parla, e chiede: chiarezza.

La chiede al Pontefice, come l’hanno chiesta i cardinali dei Dubia. E’ ideologia non voler vedere che c’è un problema, e un problema grave; non è ideologia porre delle questioni a chi ha la responsabilità di rispondere. Se non lo si vuole fare pubblicamente, lo si può fare in privato. E se i dubbiosi saranno convinti dalla spiegazione di Pietro, non esiteranno certo a dirlo pubblicamente, essi stessi. Ma dopo la presa di posizione di un’intera conferenza episcopale,  e di quelle dimensioni e importanza, non si può far finta di niente.



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

IL PAPA, L’IPOCRISIA, IL SÌ SÌ NO NO, AMORIS LAETITIA, I DUBIA, E IL SINODO DEI VESCOVI A FINALE PRECOTTO.

Il Pontefice due giorni fa a Santa Marta ha trattato il tema dell’ipocrisia. Radio Vaticana ha riportato tutte le sue parole, di cui offriamo qui alcuni stralci. Sappiamo quanto l’ipocrisia possa essere un difetto degli ambienti ecclesiastici, di coloro che “parlano, giudicano”, ma pensano un’altra cosa. Questa è l’ipocrisia. “E l’ipocrisia non è il linguaggio di Gesù. L’ipocrisia non è il linguaggio dei cristiani. Un cristiano non può essere ipocrita e un ipocrita non è cristiano. Questo è così chiaro. Questo è l’aggettivo che Gesù usa di più con questa gente: ipocrita. Vediamo come procedono questi. L’ipocrita sempre è un adulatore o in tono maggiore o in tono minore ma è un adulatore”….Un altro aspetto sottolineato è quello dell’inganno: “Il linguaggio dell’ipocrisia è il linguaggio dell’inganno, è lo stesso linguaggio del serpente a Eva, è lo stesso”. Comincia con l’adulazione per poi distruggere le persone, persino “strappa la personalità e l’anima di una persona. Uccide le comunità”. “Quando ci sono ipocriti in una comunità – ha ammonito – c’è un pericolo grande lì, c’è un pericolo molto brutto”. Il Signore Gesù ci ha detto: “’ia il vostro parlare: sì, sì, no, no. Il superfluo procede dal maligno’”.

“Quanto male fa alla Chiesa l’ipocrisia”, ha detto con amarezza il Pontefice. E ha messo in guardia da “quei cristiani che cadono in questo atteggiamento peccaminoso che uccide”. Ha concluso con una preghiera: “Chiediamo al Signore che ci custodisca per non cadere in questo vizio dell’ipocrisia, del truccarci l’atteggiamento ma con cattive intenzioni. Che il Signore ci dia questa grazia: ‘Signore, che io mai sia ipocrita, che sappia dire la verità e se non posso dirla, stare zitto, ma mai, mai, un’ipocrisia’”.

Leggendo queste parole mi sono tornate alla mente alcune cose scritte in occasione del duplice Sinodo sulla Famiglia, che ha partorito Amoris Laetitia, e i “Dubia”, a cui era richiesta una risposta semplice, Sì o No (vedi sopra…) che non è mai arrivata e forse non arriverà mai.

Comincio dall’episodio più recente. Su San Pietro e Dintorni il 9 maggio del 2016 riportavo una notizia – dichiarazione mai smentita dall’interessato. Scrivevo:

“In una recente conferenza, di cui potete leggere qui il resoconto su Zonalocale, l’arcivescovo di Vasto, mons. Bruno Forte ha rivelato un retroscena dei suoi rapporti con papa Francesco, in relazione al Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Il Papa gli avrebbe confidato: “Se parliamo esplicitamente di comunione ai divorziati e risposati, questi non sai che casino che ci combinano. Allora non ne parliamo in modo diretto, fai in modo che ci siano le premesse, poi le conclusioni le trarrò io”.  

Mons. Forte è stato Segretario speciale del Sinodo dei Vescovi, autore della discussa “Relazione intermedia” sconfessata dal Presidente dell’Assemblea, il card. Ërdo, e sostanzialmente non accolta dai gruppi di lavoro del Sinodo.  

E mons. Forte ha commentato: “Tipico di un gesuita”. Aggiungendo che l’esortazione apostolica “non rappresenta una nuova dottrina, ma l’applicazione misericordiosa di quella di sempre”.  

Se l’aneddoto raccontato da mons. Forte è vero, e non c’è motivo di dubitarne, si capisce meglio il grado di confusione e di ambiguità, oltre che di diversità di interpretazioni, suscitato dall’esortazione apostolica. Cioè una voluta mancanza di chiarezza che riporta alla mente le polemiche e le accuse laiciste che da secoli hanno per bersaglio la Compagnia di Gesù. Frutto di una strategia impostata sin da prima che i lavori del Sinodo del 2014 avessero inizio.  

A margine, e a illustrare la complessità, per chiamarla almeno così, di una situazione di Chiesa, riportiamo quello che diceva il responsabile della comunità lefebvriana, mons. Bernard Fellay il 1° maggio: “…chiediamo al Buon Dio di capire un po’ meglio questo mistero, di capire che malgrado tutte le miserie umane, malgrado che ci sia persino un papa che ci fa ora dei discorsi inverosimili sulla morale, che ci sta dicendo che il peccato è lo stato di grazia – è inverosimile, inaudito quello che si può ascoltare oggi! -; ebbene, malgrado ciò, questo papa può ancora compiere atti che santificano, che salvano…può fare del bene e ne fa ancora”.  

 Se anche loro, sempre così certi sicuri, avvertono perplessità, che dire dei poveri cristiani delle parrocchie?”.

Il secondo riferimento è più lontano. Risale addirittura al settembre 2014, cioè a PRIMA che il primo dei due Sinodi sulla Famiglia cominciasse. Parlavo della vexata quaestio dell’eucarestia ai divorziati risposati, e scrivevo:

“Ma tant’è! Il cardinale Kasper, che già vent’anni fa aveva una sua idea in proposito, non accettata in quei due regni, ha visto con l’avvento di Bergoglio l’opportunità di riproporla. A dispetto del fatto che da Manila a Berlino, da New York all’Africa la grande maggioranza dei suoi colleghi abbiano, ancora una volta, riaffermato la Dottrina della Chiesa, basata, ahimè, sulle parole di Gesù; uno dei pochi casi in cui l’enunciazione appare netta, chiara, definitiva, e neanche messa in dubbio dai tagliuzzatori professionisti di pericopi…  
 Insomma, le cose per Kasper & C. non hanno l’aria di mettersi molto bene. Ma forse c’è un modo, per aiutarlo. E per cercare di impedire che le voci fastidiose lo siano troppo rumorose. 

Il primo punto consiste nel chiedere che gli interventi scritti siano consegnati con largo anticipo. Il che è stato fatto. Entro l’8 settembre chi voleva intervenire al Sinodo dove far pervenire il suo temino.  

Secondo: leggere attentamente tutti gli interventi, e nel caso che alcuni di essi fossero particolarmente pepati, dare la parola a un oratore che prima dell’intervento spinoso, cercasse già di rispondere, in tutto o in parte, ai problemi sollevati dall’intervento stesso. 

Terzo: se qualche intervento appare proprio problematico, dire che purtroppo non c’è il tempo necessario per dare la parola a tutti, ma comunque il testo è stato acquisito, e resta agli atti e di sicuro se ne terrà conto nell’elaborazione finale.  

E in effetti non tanto il Sinodo, sarà importante, ma la sintesi che n verrà preparata, e che porterà la firma del Papa come “Esortazione post-sinodale”. E’ molto probabile che non sarà un testo chiaro e definitivo, ma basato su un’interpretazione “fluttuante”. In modo che ciascuno leggendolo, possa tirarselo dalla parte che più gli fa comodo.  

Umile osservazione di un povero cronista: ma se uno ha un piano così elaborato e astuto, perché parlarne di fronte a perfetti estranei durante una cena sontuosa?”  

Il prelato che faceva tutte queste interessanti rivelazioni, che la storia ha poi dimostrato fondate, era uno dei responsabili, forse il principale, del Sinodo, e lavorava in sintonia con il Pontefice. Leggendo le parole del Pontefice sull’ipocrisia mi sono tornati alla mente questi episodi, e la situazione di sofferente ambiguità in cui vive la Chiesa per la mancanza di una risposta chiara –Sì sì, No, no – da parte di chi la dovrebbe dare.



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

PRO VITA: LA LEGGE SULLE DAT APRE LA STRADA A UN ERRORE IRREVERSIBILE. LA TESTIMONIANZA DI KRISTINA HODGETTS.

Marco Tosatti

Pro Vita ha organizzato una conferenza stampa nella Sala della Stampa Estera a Roma per offrire una serie di elementi di riflessione e discussione sulla legge che vorrebbe regolare il cosiddetto “fine vita”, che molti in realtà considerano una legge sull’eutanasia appena mascherata.

Nel corso dell’evento è stata presentata la testimonianza di Kristina Hodgetts, una canadese, infermiera, che nelle sue parole dava l’eutanasia “in buona fede” finché, non si è trovata “dall’altra parte del letto”. Anche se già prima, guardando passare madri e figlie davanti a sé aveva già capito che “togliere la vita è una cosa sbagliata”.

“Ecco il rischio di ripetere, con la legge sul Testamento Biologico, l’errore anche in Italia, trasformando la morte in routine amministrativa – afferma Pro Vita -. Per troncare una vita basta una frase: Morfina 2mg, sospendere cibo e acqua”.

La parabola di Kristina Hodgetts è semplice: prima infermiera nell’esercito canadese, poi capo infermiera in un dipartimento d’emergenza. Infine, Direttrice degli infermieri in una casa di cura.

È qui che il suo lavoro cambia. “Dal dare tutto per salvare i pazienti e ogni singola vita, si passò all’accelerare i processi di morte, nel modo più efficace, nel modo più sicuro”.

Un salto fatto “in buona fede” e “per ridurre il dolore”. Ma, progressivamente e surrettiziamente, il dare la morte divenne una routine. Divenne abbruttente come solo l’indifferenza può essere. “I pazienti non erano più persone; parlavamo davanti a loro come se non esistessero, i paramedici controllavano le direttive anticipate prima di rianimare o no il paziente, per proteggersi dalle potenziali responsabilità. Era diventata normale amministrazione. Avevamo perso il vero senso del nostro lavoro”.

Il primo dubbio emerge con una donna, fragile e vecchia. Avviene il ricovero, la perdita di coscienza, la ricetta del medico “morfina; sospendere cibo e acqua” e le frasi delle colleghe: “speriamo muoia prima di svegliarsi di nuovo”. Non era crudeltà. “Eravamo tutti convinti che fosse la cosa migliore”. Solo che la signora non vuole morire. Succhiava acqua dalla spugna appoggiata alle labbra. Quella donna impiegò nove giorni a trapassare, a morire di sete e fame. A Kristina rimasero impresse le parole di una giovane collega del turno di notte: “Che cosa stiamo facendo?”.

Poi ricapitò: ancora una volta una donna anziana, questa volta per un piccolo ictus. Una figlia disperata, un figlio, unico fiduciario, che avalla la fine. La figlia rimase al fianco della madre finché i polmoni non “affogarono” nella morfina.

È qui che Kristina si ribella. Qui cominciano a salire dalle profondità le parole trattenute per troppo tempo: “Non è giusto togliere la vita a un essere umano. Non è giusto decidere quando deve morire. Ci sono altri modi di affrontare il dolore che non siano sopprimere e togliersi il pensiero”.

Ma per Kristina non era ancora il momento di pronunciarle a voce alta. Sebbene iniziò a contrastare la nonchalance con al quale vedeva le persone “accompagnate” a morire, un’altra prova l’attendeva: “Ritrovarsi dall’altra parte del letto, in coma”. Non fosse stato per il marito “mi avrebbero uccisa”. Solo dopo il risveglio, è iniziata per lei una nuova vita: una missione di racconto nella Coalizione per la prevenzione dell’Eutanasia (di cui oggi è vice presidente). Raggiunge, nonostante la paresi parziale, chiunque voglia ascoltarla e racconta la sua storia e, soprattutto, la sua paura che succeda anche in altri Paesi quello che ha visto accadere in Canada.

Anche alla luce di queste testimonianze, afferma Toni Brandi, presidente di Pro Vita “È necessario fare chiarezza sul tema. Il DDL sulle DAT è sbagliato perché presuppone erroneamente che persone possano prevedere le future reazioni”. “Negli ultimi tempi, con l’approdo al Senato del testo di legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento, si sta facendo molta confusione su questo tema nel dibattito pubblico. Per questo motivo, abbiamo ritenuto opportuno organizzare un appuntamento per fare più chiarezza e portare la testimonianza di Kristina Hodgetts per riflettere su ciò che potrebbe accadere anche in Italia con il diffondersi di una vera e propria cultura della morte”.

Brandi ha sottolineato perché il DDL sulle DAT sia sbagliato nel suo presupposto fondamentale: “Il paradosso di questa legge si palesa di fronte a un concetto tanto semplice, quanto chiaro e insindacabile: nessuno ha la sfera di cristallo per sapere in anticipo come reagirebbe di fronte a una malattia grave o a una disabilità. Molto spesso, quando ci si trova in queste situazioni estreme, le prospettive cambiano e si manifesta un forte, naturale desiderio di vivere. Di fronte a queste considerazioni, come si può pensare di affidare a un pezzo di carta il proprio futuro anche a lungo termine?”.

“Firmando le DAT – ha concluso Brandi – si rischia di commettere un errore irreversibile, scontandone le conseguenze soltanto nel momento in cui sarà impossibile fare un passo indietro”.



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

IL PAPA E IL RICHIAMO AI CATTOLICI “TIFOSI”. LE SUE PAROLE, E I FATTI. SONO IN SINTONIA? NON SEMBRA.

Marco Tosatti

Mi sono sembrate molto interessanti le parole che il Pontefice regnante ha pronunciato ieri, 4 giugno in San Pietro, domenica di Pentecoste. Si rivolgeva ai cattolici tutti e e diceva:

“Per fare questo è bene aiutarci a evitare due tentazioni ricorrenti. La prima è quella di cercare la diversità senza l’unità. Succede quando ci si vuole distinguere, quando si formano schieramenti e partiti, quando ci si irrigidisce su posizioni escludenti, quando ci si chiude nei propri particolarismi, magari ritenendosi i migliori o quelli che hanno sempre ragione. Sono i cosiddetti “custodi della verità”. Allora si sceglie la parte, non il tutto, l’appartenere a questo o a quello prima che alla Chiesa; si diventa “tifosi” di parte anziché fratelli e sorelle nello stesso Spirito; cristiani “di destra o di sinistra” prima che di Gesù; custodi inflessibili del passato o avanguardisti del futuro prima che figli umili e grati della Chiesa. Così c’è la diversità senza l’unità. La tentazione opposta è invece quella di cercare l’unità senza la diversità. In questo modo, però, l’unità diventa uniformità, obbligo di fare tutto insieme e tutto uguale, di pensare tutti sempre allo stesso modo. Così l’unità finisce per essere omologazione e non c’è più libertà”.

Ho riflettuto che sarebbe più facile apprezzare queste parole se non si sapessero alcune cose, che per avventura si sanno. Alcune pubbliche, altre no. Quelle pubbliche: la scelta di non rispondere in un dialogo aperto e fattuale alle richieste di chiarimenti, per esempio, come quelle presentate da quattro cardinali, i Dubia, e appoggiate da molti altri, cardinali, vescovi, semplici preti, studiosi e laici, anche con petizioni e lettere aperte. E invece bollarli come rigidi, e tutte le altre contumelie che abbiamo sentito in questi anni. Ancora: il premiare con la nomina a vescovo, o addirittura la berretta cardinalizia, solo e sempre sacerdoti orientati in un certo senso, anche se discutibili; trascurandone altri, pur meritevoli per santità di vita e correttezza di gestione, e fervore di opere; o penalizzando intere conferenza episcopali, giudicate troppo legati alla tradizione della Chiesa.

Altre informazioni ottenute sono riservate, ma mi sento di riportarle. Come il suggerimento a livello mondiale di evitare di inserire nelle terne delle candidature vescovili sacerdoti provenienti da alcune realtà ecclesiali, giudicate conservatrici. O addirittura nel caso di alcune grandi conferenze episcopali la creazione di una specie di lista di proscrizione, ovviamente da non pubblicizzare, per escludere da consultazioni, riunioni e così via una serie di cardinali e vescovi; e cassare rigorosamente gli eventuali candidati all’episcopato da loro proposti.

Ecco, alla luce di tutto ciò l’esortazione bellissima della domenica di Pentecoste mi suona un po’ strana. Anche se è sempre possibile – mi sembra difficile crederlo, però – che alcune operazioni siano gestite all’insaputa del Pontefice, dai personaggi che gravitano nel suo cerchio di potere.



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.

REGGIO EMILIA, GAY PRIDE. CENTINAIA ALLA PREGHIERA DI RIPARAZIONE, NONOSTANTE LA CURIA. INTANTO SI PREPARA QUELLA DI VARESE DEL 17 GIUGNO.

Marco Tosatti

Oggi a Reggio Emilia si è svolta la processione di riparazione per il Gay Pride previsto nella città. Diverse centinaia di fedeli sono sfilati da piazza Duca d’Aosta fino a via Garibaldi, per inginocchiarsi poi davanti alla Basilica della Ghiara. La processione era guidata da don Luigi Moncalero di Treviso, affiancato da altri quattro sacerdoti e sei ministranti del culto, che indossavano cotta e talare. “La nostra non è una manifestazione contro il Gay Pride, – ha detto il sacerdote – ma una preghiera che vuole riparare il peccato pubblico: dal punto di vista morale l’omosessualità è un disordine fortemente fustigato dalle sacre scritture. Esaltare l’omosessualità significa non soltanto contraddire la Bibbia che dice ‘maschio e femmina Dio li creò’, ma invertire l’ordine naturale della natura”.

Cristiano Lugli, del comitato Beata Giovanna Scopelli, che ha organizzato la manifestazione, ha precisato che “non esistono spaccature all’interno della Chiesa, ma fedeli con diverse sfumature, che fanno però riferimento sempre al magistero della Chiesa, che condanna l’omosessualità”. “La processione è andata bene, a prescindere dal numero, perché abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, ovvero quello di riparare allo scandalo del Gay Pride. Chi ha tendenze omosessuali viene accolto dalla chiesa, ma non deve praticare la sodomia che è il vero peccato” dice Gabriele Colosimo di Radio Spada, associazione che ha appoggiato il comitato riparatore.

Alleghiamo all’articolo il commento di un lettore del blog, che ha partecipato all’evento.

“Preghiera fatta! Purtroppo lontano dalla Cattedrale di Reggio Emilia. Non è stato annunciato ma mi pare che l’ingresso alle chiese locali sia stato vietato alla processione, nei fatti non gradita al clero locale (vescovo o suo vicario di sicuro assente e mi sembra che nemmeno ci fosse qualche semplice prete della diocesi di Reggio Emilia). Pochi sacerdoti ‘di fuori’ presenti, ma più fedeli di quanto mi aspettassi e con un’età media gradevolmente bassa (direi sui 35-40 anni): diversi giovani genitori erano con loro bambini. E molto piacere mi ha fatto che i pochissimi stendardi a seguito dei sacerdoti fossero con la Madonna di Guadalupe. Personalmente non ho mai frequentato quei gruppi cristiani molto affezionati alle tradizioni pre-Vaticano II (“tradizioni” intenzionalmente in minuscolo non per sminuirle, anzi!, ma giusto per distinguerle dalla Tradizione dottrinale che deve essere necessariamente comune a tutti i cristiani cattolici che cerchino di vivere coerentemente al loro nome) entro i quali è nata la lodevole iniziativa della processione e temevo che la maggioranza dei partecipanti fosse in età da pensione. Invece fra i 600 ed oltre (mia stima in base alla lunghezza di circa 200 metri della processione) partecipanti, oltre a qualche bambino e giovanotto, c’erano parecchi nella fascia di età 30-50 anni. Azzardo una previsione: se ci fosse stata non dico (perché sarebbe umanamente troppo pretenderlo con l’attuale governo temporale della Chiesa) l’organizzazione a cura della diocesi di Reggio Emilia, ma almeno una “non-ostilità”, con l’informazione sulla processione lasciata circolare con reale “neutralità” nelle parrocchie della zona, i partecipanti sarebbero stati alcune migliaia in più. La mia opinione è che molti cristiani che comunque erano venuti a sapere della processione e che sentivano giusto chiedere pubblicamente perdono al Signore, alla fine non hanno partecipato per non andare contro al vescovo”.

Ma l’esempio di Reggio Emilia comincia a fare scuola. Infatti per il 17 giugno è prevista a Varese, sempre in occasione di un Gay Pride, un’analoga seduta di preghiera. (È stato creato per l’occasione un gruppo Facebook, qui https://www.facebook.com/groups/440373799651654/).

La proposta è quella della recita di un rosario pubblico di riparazione. Il luogo richiesto è il sagrato della Basilica di San Vittore. Il vicario di zona, Franco Agnesi, ha espresso la sua perplessità all’evento. A questa perplessità l’ideatore della manifestazione. Alberto Speroni ha risposto con una lettera, che pubblichiamo.

 

“Eccellenza Reverendissima,

voglio anzitutto ringraziarLa per la Sua pronta risposta e per la Sua comprensione verso i nostri sentimenti di contrarietà. Apprezzo anche come Lei voglia che “certe manifestazioni” vengano chiamate con il loro nome, ovvero la pretesa di un “diritto” alla sodomia.

Tuttavia, in piena coscienza, non possiamo dar seguito al suo invito per le ragioni che provo a riassumere di seguito.

1) Non è minimamente mia intenzione “usare il Santo Rosario come strumento di polemica culturale e politica”. Intendo semplicemente usarlo per quello che è, ovvero un potente strumento di preghiera e di riparazione. Non avendo la capacità o la possibilità di fare altro (ma chi può lo faccia, ovviamente!), penso che sia un’arma alla portata di tutti, sempre utile alla mia e all’altrui edificazione. Essa è utile a dare un pubblico richiamo alla Verità. Accetto tuttavia suggerimenti per altre forme di riparazione e di pubblico richiamo a Dio e alla Sua legge, tramite Sua Madre, per un auspicato e urgente ritorno di questa società allo sbando alla legge di Dio o, almeno, alla semplice legge naturale.

2) Credo che l’atto di riparazione a uno dei peccati che gridano vendetta al cospetto di Dio debba necessariamente essere pubblico. Una bestemmia pubblica al Creatore, in quanto insulto all’ordine naturale da Lui stabilito, merita necessariamente una riparazione pubblica. Qualcuno disse “Quello che io vi dico nel buio, voi ripetetelo alla luce del giorno; quello che ascoltate sottovoce, gridatelo dai tetti”. Se non ad altro, questo servirebbe almeno a stimolare gli uomini di buona volontà perché non accettino passivamente la conquista dei cuori da parte del Male.

3) Il Suo “ritenere inopportuno che il Santo Rosario sia usato come strumento di polemica culturale e politica” mi sembra anche un processo alle intenzioni e un giudizio preventivo. E’ forse sbagliato opporsi ad una cultura mortifera, come tutte le menzogne, innalzando al cielo un grido che tutti possano udire? Credo sia un gesto missionario richiamare pubblicamente le persone ad una Presenza con la quale devono e dovranno prima o poi fare i conti tutti quanti! Cosa dovremmo fare? Abbassare anche i campanili? Silenziare le campane? Adombrare o togliere i crocifissi? Tutti questi segni indicano una Presenza che sta diventando sempre più scomoda allo spirito del mondo e al suo “Principe”. La nostra preghiera vuole essere un altro (piccolissimo) segno per indicare quella Presenza e l’ineluttabilità del Suo Giudizio. Io voglio essere pronto a rispondere a Quel giudizio, non a quello del mondo.

4) Il Principe di questo Mondo fa “fumo” (“fumo di Satana dentro le mura della Chiesa stessa“!) per mezzo di una “antilingua” e del “politicamente corretto”. Nella confusione, anche semantica, è più facile che un cattolico si perda. Tutto questo non fa parte del mio DNA, e penso sia anche dovere di un pastore provare a dissipare questo fumo per guidare il suo gregge. “Si, Si e No, No” diceva sempre quel Qualcuno di prima.

5) C’è un esplicito invito nel Vangelo a diventare, oltre che puri come colombe, scaltri come i figli di questo mondo. Chiediamoci perché i “figli di questo mondo” scelgono sempre più una visibilità che solo pochi anni fa era impensabile da ottenere. A forza di mettersi sulla difensiva, chi si avvantaggia è solo e sempre lui: il Principe di questo Mondo che se ne frega di non mostrarsi e di agire correttamente. Anzi, più si manifesta gridando e ostentando, e più danna le anime che, confuse e senza una precisa guida e una reazione pubblica che le risvegli dal torpore del quieto vivere, cadono come mosche nelle sue braccia di morte. Purtroppo noi cattolici facciamo come i gamberi che si ritirano sempre più verso l’orlo dell’abisso! Se continuassimo a seguire consigli come il Suo, a breve non si potrà più uscir di casa. E già oggi non siamo più in condizione di dare un insegnamento non dico cattolico ma per lo meno umano ai nostri figli. Riescono a mandare in TV personaggi come il Sig. Barilla a scusarsi (!?) per aver difeso la famiglia naturale. Riescono a far saltare incontri e conferenze già programmati da tempo perché non ne condividono i contenuti, alla faccia della libertà di espressione. La dittatura omosessualista ormai dilaga! A cosa servono richiami alla prudenza e alla non visibilità del Bene? A guadagnare giorni? Mesi? Forse anni di finta libertà? Andando avanti così, invece, si perderà tutto, compresa la Fede, come temeva già Nostro Signore! Concludo: una benedizione non la si nega a nessuno… ai figli soprattutto! L’attendiamo fiduciosi sul sagrato della Basilica di San Vittore il 17 giugno, ore 15.00.Invoco sin d’ora le Sue preghiere, Alberto”.



Questo blog è il seguito naturale di San Pietro e Dintorni, presente su “La Stampa”.  Per chi fosse interessato al lavoro già svolto, ecco il link a San Pietro e Dintorni.

Se volete ricevere i nuovi articoli del blog, scrivete la vostra mail nella finestra a fianco.

L’articolo vi ha interessato? Condividetelo, se volete, sui social network, usando gli strumenti qui sotto.

Se invece volete aiutare sacerdoti “scomodi” in difficoltà, qui trovate il sito della Società di San Martino di Tours e di San Pio di Pietrelcina.