Quis Est Iste Rex Gloriae? Conferenza Spirituale di Mons. Carlo Maria Viganò.

27 Marzo 2024 Pubblicato da

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questa conferenza spirituale dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò nella Domenica delle Palme. Buona lettura e condivisione.

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QUIS EST ISTE REX GLORIÆ?

 

Mons. Carlo Maria Viganò

Conferenza Spirituale
nella Domenica II di Passione o delle Palme

Exsulta satis, filia Sion, jubila filia Jerusalem.
Ecce Rex tuus venit tibi.

Za 9, 9

Le solenni celebrazioni della Settimana Santa iniziano con l’entrata trionfale di Nostro Signore in Gerusalemme, salutato come Re di Israele. La Santa Chiesa, popolo della Nuova ed Eterna Allenza, fa proprio il tributo di pubblici onori al suo Signore: Hi placuere tibi, placeat devotio nostra: Rex bone, Rex clemens, cui bona cuncta placent. 

Tuttavia, quasi a mettere in evidenza quanto sia volubile e manipolabile la moltitudine, oggi vediamo la folla festante con rami di palme e di olivo, e pochi giorni dopo la sentiamo gridare il Crucifige e mandare a morte quello stesso Re, sul patibolo riservato agli schiavi. 

Non ci è dato sapere se quanti accolsero esultanti il Signore alle porte della Città Santa fossero gli stessi che si riunirono dinanzi al Pretorio e vennero sobillati dai Sommi Sacerdoti e dagli scribi del popolo; ma non è difficile supporre – anche sulla base di altri episodi analoghi nel corso della Storia – che molti fossero presenti in entrambe le circostanze, per il semplice gusto di assistere ad un evento, di seguire la massa, di “farsi un selfie” diremmo oggi. D’altra parte, non furono gli stessi Ebrei nel deserto a costruirsi un vitello d’oro, mentre Mosè riceveva sul Sinai le tavole della Legge? E quante altre volte quegli stessi Ebrei che avevano acclamato al Dio di Israele finirono con l’accogliere “ecumenicamente” i sacerdoti di Baal e contaminarsi con gli idolatri, meritando i castighi annunciati dai Profeti e pentendosi poi della loro infedeltà, per ricominciare poco dopo? Questa è la massa, cari fratelli; la massa che assiste alla moltiplicazione dei pani e dei pesci, alla guarigione dei lebbrosi, degli storpi, del servo del centurione e alla resurrezione di Lazzaro, ma poi si assiepa lungo il sentiero che porta al Golgota per insultare e sputare su Nostro Signore, o anche solo per stare a guardare, ut videret finem (Mt 26, 57): per vedere come andava a finire. 

Chi era assente all’entrata regale del Signore a Gerusalemme? L’autorità civile e quella religiosa, così come erano assenti i potenti alla Nascita del Salvatore in quella remota capanna di Betlemme la notte del 25 Dicembre di duemilaventiquattro anni fa. Non c’erano i Sommi Sacerdoti, né gli scribi, né Erode; i quali in realtà non erano nemmeno considerabili come vere autorità, dal momento che tanto i Sommi Sacerdoti Anna e Caifa quanto il re Erode erano saliti al potere con frodi e nomine manipolate – nihil sub sole novi – e non rappresentavano quindi il potere legittimo. In particolare Caifa non era della casa di Aronne – la tribù sacerdotale degli Ebrei – ma era stato nominato Pontefice da Valerio Grato nel 25 d.C. ed era riuscito a rimanere in carica sino al 36 d.C., quando venne deposto dal Governatore della Siria Lucio Vitellio. Nomina imperiale, dunque, e non diritto ereditario come stabilito da Dio e come fatto ininterrottamente fino all’epoca dei Maccabei (1 Mac 10, 20), quando Gionata assunse il Pontificato. Nemmeno il re di Galilea era legittimo, perché la sua nomina fu decisa dal padre Erode il Grande che divise il regno tra i figli Archelao (il quale ebbe la Giudea, l’Idumea e la Samaria meridionale), Erode Filippo (che ebbe la regione nordorientale del lago di Tiberiade) e Erode Antipa (nominato Tetrarca della Galilea e della Perea). Erode Antipa governò dal 4 a.C. al 39 d.C. su mandato dell’autorità imperiale e quindi poteva essere considerato più un fantoccio al servizio di Roma che un vero sovrano. Non doveva essere molto diverso da un odierno Trudeau o da un Macron, allevati dal World Economic Forum e messi dal deep state a fare gli interessi dell’élite in Canada o in Francia. D’altra parte anche Erode era stato alla corte imperiale a Roma, dove aveva iniziato una relazione con Erodiade, moglie di suo fratello Filippo, e che poi aveva sposato – contravvenendo alla legge mosaica – meritando la condanna del Battista, che per questo fu arrestato e giustiziato. Il fatto che Nostro Signore non abbia voluto rispondere a Erode – quando Ponzio Pilato glielo fece condurre perché Lo giudicasse essendo sotto la sua giurisdizione – conferma che Cristo stesso considerava la sua autorità illegittima. 

In Israele, ai tempi di Cristo, non vi era dunque una vera e propria autorità religiosa né civile. Perché questa latitanza, questa vacatio? Eppure i Giudei riconoscevano i Sommi Sacerdoti ed Erode, come oggi si riconoscono Bergoglio e i capi di governo delle Nazioni, nonostante sia evidente la loro estraneità al vero potere voluto da Dio. La risposta che possiamo dare è che la Provvidenza abbia voluto che la venuta secundum carnem di Nostro Signore mostrasse che era Lui il vero Re e Pontefice, non solo come autore e garante dell’autorità terrena, ma anche come legittimo detentore di quell’autorità per diritto divino, di nascita e – di lì a poco – di conquista. Ecco il perché di questa assenza di re, pontefici e scribi Ebrei, tanto alla Nascita di Cristo quanto alla Sua Epifania e all’ingresso in Gerusalemme. 

Cerchiamo ora, cari fratelli, di osservare la scena che ci si presenta dinanzi. È il 10 del mese di Nisan, sei giorni prima della Pasqua ebraica, quando la Legge prescrive agli Ebrei di procurarsi l’agnello pasquale. Qui vediamo dunque l’Agnus Dei – secondo le parole del Battista (Gv 1, 29) – che cinque giorni dopo, all’ora nona del Venerdì Santo – ossia della Parasceve – sarebbe spirato sulla Croce, nello stesso momento in cui gli Ebrei infilzavano l’agnello su due spiedi per arrostirlo, in ricordo della fuga dall’Egitto e del passaggio del Mar Rosso verso la terra promessa. Agli occhi del popolo fedele, quella simbologia non poteva sfuggire. 

Assiso sull’asina bardata, come il re Salomone al momento della sua incoronazione (1 Re 1, 38-40); onorato al Suo passaggio con fronde di palma e mantelli stesi per terra (2 Re, 9-13), Cristo riassume in Sé ogni autorità terrena, temporale e spirituale, mostrandoSi nella plenitudo potestatis e venendo osannato dal popolo: Benedictus qui venit in nomine Domini, esclamano i pueri HebræorumHosanna filio David, ossia al discendente della casa un tempo regnante, al Messia promesso, al prefigurato dal profeta Zaccaria (Zac 9, 9): 

Esulta grandemente figlia di Sion,
giubila, figlia di Gerusalemme!
Ecco, a te viene il tuo re.
Egli è giusto e vittorioso,
umile, cavalca un asino,
un puledro figlio d’asina.

Come si evince dalla narrazione evangelica, l’incoronazione del Signore avviene sul Monte degli Ulivi, a meno di tre chilometri dalla Città Santa, e la processione regale si muove verso il Tempio, richiamando il Salmo 23:

O porte, alzate i vostri frontoni;
e voi, porte eterne, alzatevi;
entri il Re della gloria.
Chi è questo Re della gloria?
È il Signore, forte e potente,
il Signore potente in battaglia.
O porte, alzate i vostri frontoni;
alzatevi, o porte eterne,
entri il Re della gloria.
Chi è questo Re di gloria?
È il Signore degli eserciti;
egli è il Re della gloria. 

L’offerta di una vittima sull’altare, presentata quando ormai è sera (Mc 11, 11) allude all’imminente Passione di Nostro Signore. Possiamo immaginare la preoccupazione che tale imponente manifestazione suscitò tra le autorità. E non è un caso: questo rito civile e religioso – caratterizzato dalla ripetizione di un preciso cerimoniale ben noto ai sacerdoti e agli scribi – doveva in qualche modo rappresentare la restaurazione del regno ebraico in vista della Passione, perché fosse il Re e il Sommo Sacerdote di Israele ad ascendere l’altare del Golgota per offrirSi alla Maestà del Padre in riscatto delle colpe del Suo popolo. Vedremo il Signore nuovamente rivestito di vesti regali – il mantello scarlatto e la corona, ancorché di spine – presentarSi alla loggia del Pretorio. Ecce rex vester (Gv 19, 13), dice Pilato ai Giudei; i quali rispondono, confessando la vacanza del trono di Davide: Non habemus regem, nisi Cæsarem (ibid., 14). E ancora, nel titulus crucis, è ribadita la stessa verità: Jesus Nazarenus, Rex Judæorum (ibid., 19). Perché se Cristo non fosse stato riconosciuto Re e Pontefice nell’atto supremo del Sacrificio, Egli non avrebbe rappresentato dinanzi al Padre né i singoli né le nazioni oggetto della Redenzione. 

Se volessimo fare un parallelo tra quegli eventi e quelli odierni, potremmo riscontrare un’inquietante analogia tra l’azione del Sinedrio e la Gerarchia Cattolica che usurpa il potere in Roma. Immaginiamo quale potrebbe essere, oggi, la preoccupazione di certi Prelati – e dello stesso Bergoglio – per la minaccia di vedersi scoperti nella loro frode da Cristo in persona, che viene a riprendersi quell’autorità usurpata ed esercitata non per aprire le Scritture ai fedeli, ma per tenerli nell’ignoranza e consentire a sé di mantenere il potere. Credete che la reazione sarebbe così diversa da quella del Sinedrio, suscitata dal concorso di popolo in Gerusalemme per proclamare Re uno sconosciuto profeta della Galilea? Cosa credete che direbbe il novello Caifa, al veder minacciato il proprio prestigio di Sommo Sacerdote e svelato l’inganno che lo ha portato al potere? Al sentirsi ricordare di essere vicario di un’autorità non sua, e non padrone? Pensate che accetterebbe di rinunciare al Papato che usurpa, per lasciar salire al Soglio il Signore, nel nome del Quale costui dovrebbe governare la Chiesa? O non si rivolgerebbe piuttosto alle autorità civili, facendo capire ai funzionari e ai politici corrotti che lo riconoscono come Papa che quel Galileo minaccia anche il loro potere, parimenti usurpato? Non invocherebbe l’intervento dell’esercito per sedare la rivolta e condannare il Signore a morte per sedizione e alto tradimento? Anzi: non vi sembra che il motivo della condanna sia proprio che Egli abbia osato proclamarSi Re e Figlio di Dio – quia Filium Dei se fecit (Gv 19, 7) – in un mondo che si dice democratico e che non riconosce altro re che Cesare – ossia il potere pagano di un invasore – né altro dio che l’uomo? E in questo quadro non troppo ipotetico, come riporterebbero la notizia i media mainstream, ammesso che la censura o qualche legge contro gli hate speech non impediscano di parlarne e fingano che nulla sia accaduto? 

Secondo alcuni Padri, la processione trionfale di Cristo in Gerusalemme è composta da due schiere: nel significato allegorico delle Scritture, coloro che precedono il Signore sarebbero gli Israeliti, e quelli che Lo seguono i pagani convertiti. E forse tra gli Ebrei vi erano anche degli zeloti, che speravano in una rivolta popolare contro l’invasore romano e che poi abbandonarono il Signore quando fu loro chiaro che Egli non si sarebbe lasciato usare politicamente: sarebbero loro, delusi nelle proprie aspettative rivoluzionarie, ad aver poi gridato il Crucifige. 

Abbiamo dunque tre categorie di persone: coloro che hanno acclamato Cristo; coloro che hanno gridato il Crucifige e coloro che hanno fatto entrambe le cose. Fedeli i primi, infedeli e perfidi i secondi, desolatamente mediocri i terzi. Chiediamoci allora: Tra chi sarei stato, io? Forse non tra la turba sobillata dal Sinedrio per estorcere a Pilato la condanna a morte di Cristo: costoro sono nemici dichiarati di Dio e non esitano ad invocare il Suo Sangue, nella vertigine del loro accecamento. Avremmo dovuto essere piuttosto tra quanti osannavano il Signore e durante la Passione erano con Giovanni, Maria e le Pie Donne ai piedi della Croce. Ma spesso, dolorosamente, dobbiamo riconoscere che la nostra infedeltà – al pari di quella del popolo che fu l’eletto – ci porta a schierarci con Cristo quando trionfa, e a gridare contro di Lui o a negare di conoscerLo – come Pietro – quando è arrestato, processato, insanguinato, coronato di spine, vestito come i pazzi e coperto di obbrobri. Cattolici impegnati sotto Pio XII e tiepidi modernisti col Concilio; eroici difensori della Fede in tempi di pace in una nazione cattolica, e muti esecutori della mentalità mondana in tempi di persecuzione in stati anticattolici; devoti fedeli della Messa antica quando Benedetto XVI la permette, e scrupolosi esecutori di Traditionis Custodes quando il Gesuita di Santa Marta ne limita la celebrazione o la proibisce.

Ma perché – mi chiedo – questa insofferenza per il trascendente? Perché questa repulsione per il sacro, e quindi anche per la sacralità dell’autorità di Cristo, Re e Pontefice, che irrompe nella nostra umanità? Cosa disturba tanto il potere dei Sommi Sacerdoti ai tempi di Nostro Signore? Cosa disturba tanto da oltre duecento anni il potere delle istituzioni civili, e da sessant’anni quello del Sinedrio modernista? Credo che la risposta sia nell’orgoglio di noi poveri, miserabili mortali, che non vogliamo accettare e sottometterci alla potestà di Cristo perché sappiamo che se lo facessimo non vi sarebbe più spazio per il nostro particulare, per i nostri meschini interessi, per la nostra brama di potere. In definitiva, è il Non serviam di Lucifero che si perpetua nella Storia, nel tragico tentativo di sovvertire l’ordine divino e nell’ancor più tragica illusione di poter bastare a noi stessi, di considerare il mondo come una meta e non come un luogo di passaggio, di poterci creare un Paradiso in terra in cui libertà, fraternità e uguaglianza siano il contraltare umano di Fede, Speranza e Carità. Abbiamo paura che Cristo regni, perché sappiamo che dove l’autorità appartiene a Cristo ed è conforme alla Sua Legge non siamo più noi a comandare, e il potere che amministriamo come luogotenenti di Cristo non può essere usato come pretesto, dietro cui nascondere la nostra folle presunzione di essere sicut dii. E questo vale tanto nella sfera civile quanto in quella ecclesiastica. Eppure essere vicari di Cristo nelle cose temporali o spirituali dovrebbe essere un onore, non un’umiliazione. Per questo, cari fratelli, è terribile che colui che siede sul Soglio di Pietro consideri “scomodo” fregiarsi del titolo di Servo dei servi di Dio e abbia cancellato quello di Vicario di Cristo. Scrollatosi cosi di dosso la necessaria soggezione a Cristo, si è assunto anche la piena e totale responsabilità dei propri errori, delle proprie eresie, degli scandali di cui è causa; e allo stesso tempo, orgogliosamente, egli rifiuta quelle Grazie di stato che il Signore avrebbe altrimenti concesso al Suo Vicario in terra. Questa presunzione taglia alla radice la legittimità dell’autorità stessa, che o viene da Dio o è odiosa e illegittima tirannide.

Cari fratelli, questi tempi di apostasia non sono diversi dai tempi della Passione, perché la passio Christi di allora deve necessariamente compiersi nella passio Ecclesiæ di oggi e della fine dei tempi: ciò che il Capo ha affrontato, deve affrontarlo anche il Corpo Mistico. Ma fate attenzione: un altro cercherà di presentarsi come re e papa, e sarà l’Anticristo, contraffazione infernale e diabolico sovvertimento del Principe della pace. Anche in quei giorni di tenebra – che il profeta Daniele ci indica della durata di tre anni e mezzo – vi sarà una folla che inneggerà a quell’uomo adorandolo come Dio, e altri che lo riconosceranno come impostore e servo di Satana. Gli inganni e i prodigi del figlio della perdizione ci faranno credere che abbia conquistato il potere, che la Chiesa sia definitivamente cancellata, nella vacanza dell’autorità civile e religiosa. Sarà allora che San Michele ucciderà l’Anticristo, allora che la Vergine schiaccerà la testa del Serpente, allora che il Signore verrà nella gloria a giudicare i vivi e i morti, tornando di nuovo come Figlio di Dio, Re e Pontefice. Facciamo in modo di essere trovati nel numero di quel pusillus grex, quel piccolo gregge, che non si è lasciato ingannare e che è rimasto fedele. Esulta grandemente figlia di Sion, giubila, figlia di Gerusalemme! Ecco, a te viene il tuo re (Za 9, 9). E così sia.

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

24 Marzo 2024
Dominica II Passionis seu in Palmis

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7 commenti

  • Katechon ha detto:

    Tre categorie di persone, sì. Ma la maggioranza rumorosa fu tutta per il Crucifige e la spuntò. Nondimeno l’espressione “piccolo resto” suona pateticamente desolata. Perché mai resto? Chi resta fedele al Cristo è forse un avanzo o un rimasuglio? È invece la primissima scelta! E perché mai piccolo? Non è forse grande e gloriosa la tenace resistenza di chi non si piega al Crucifige?

  • R.S. ha detto:

    All’inizio del penultimo paragrafo Mons. Viganò (si) pone alcune domande decisive.

    -Perché l’insofferenza per il trascendente?
    -Perché la repulsione per il sacro e quindi per la sacralità dell’autorità di Cristo Re e Pontefice che irrompe nell’umanità?
    -Cosa disturba tanto il potere dei Sommi Sacerdoti ai tempi di Nostro Signore?
    -Cosa disturba tanto da oltre duecento anni il potere delle istituzioni civili, e da sessant’anni quello del Sinedrio modernista?

    La risposta sintetica è l’orgoglio che si fa tragica illusione: verissimo!

    Tutto nasce da un’idea sbagliata che si traduce in opere sbagliate. Il Signore guarda alle opere più che alle intenzioni, ma sa bene che a rendere puro o impuro è quel che viene dal nostro cuore.

    Vale anche nell’essere credenti cristiani, che oggi vengono cresciuti gnosticamente, limitandosi all’intenzione di fede senza farne conseguire una vita, oppure educati a certi schemi “buoni” di vita, ma senza avere realmente la fede. Il primato delle idee dell’uomo porta a vantare la ragione la sola luce, teorizzando un futuro tutto artificialità e barcode, da transumani, cercando di conquistare il mondo, senza un’Oltre, in primis quello consegnatoci dalla Rivelazione di Cristo.

    In pratica: a che posto è in classifica Gesù?
    Quanto orgoglio c’è nel mio attuale vissuto di cristiano?
    E quanta apparenza, cioè quanta ipocrisia?
    Respingo le derive che so estranee alla volontà di Dio?

    La gnosi prevede un “assoluto” indeterminato, perdendo ogni distinzione tra “dio”, il mondo e l’uomo. Quest’ultimo non ha nulla da riconoscere sopra di sè, divinizzando l’io, senza alcuna norma cogente cui sottostare, senza alcun limite, senza alcuna autorità: altro che Cristo Re e Pontefice! E’ l’antitesi al cristianesimo, senza più alcuna questione morale, abolito il peccato (innanzitutto quello originale, ridotto a mito), in cui la salvezza viene dal progresso, anzi dal reset in cui nulla sarà più come prima, ma senza Dio!

    Questo lo si dice e lo si celebra, con tanto di simboli e idoli, cerimonie e pratiche esoteriche, iniziazioni e salita nella gerarchia tramite prove di obbedienza all’idea e all’introdursi in quella conoscenza. All’esterno il Male si pone come Bene e side anche nei luoghi sacri, annunciato dai suoi falsi profeti del super-umanesimo.

    Vogliamo chiamarlo satanismo? Non più quello clamoroso e plateale ma rivisitato, ammantato di rispettabile presentabilità e autopromozione a mezzo propaganda H-24 e rincoglionimento mediatico? Questo per riplasmare il mondo e l’uomo in una rivolta definitiva verso il suo Creatore, Signore e Redentore reale, Cristo, per il quale sussistono tutte le cose?

    Contro l’ordine naturale (maschio e femmina), contro la propria finitezza e il giudizio divino, nascosti nella falsa misericordia di un prometeico rivoltare ogni cosa a misura dell’uomo autoproclamatosi “dio”…

    Dato che la religione provoca problemi politici, il superamento delle religioni in un sincretismo addolcito sarebbe la soluzione della dittatura del relativismo.
    Il relativismo morale assicurerebbe la desacralizzazione wokista, l’idolatria ambientalista, il conciliare Cristo e Beliar, tolto di mezzo il katechon.

    Non più Cristo come centro di tutto, ma l’io idolatra di individui privi di una coscienza in grado di esaminarsi alla luce di quella fede che splende anche nella tenebra del mondo, cancellata per far brillare le tenebre da sè!

    Senza più la Verità che rende liberi, destinati ad una gabbia dorata, nell’incapacità di un Fine che non annoierà mai perchè meraviglia e stupore inesauribili.

    Questo risponde alle domande di Mons. Viganò: il Triduo Pasquale ci veda rivolti al solo Vero Signore.

  • Vincenzo ha detto:

    Ogni volta che si legge Mons. Carlo Maria Viganò è come prendere una boccata d’aria pura!

    • Catholicus ha detto:

      Concordo totalmente con lei, caro Vincenzo, e le dirò di più : mi riconosco pienamente nello spirito che anima mons. Viganò, che riconosco come mia guida spirituale, l’ unica veramente cattolica. Anch’ io come lui, riconosco di essermi ingannato ( e di essere stato ingannato) fin dai tempi di Roncalli (all’ epoca giovane adolescente), e poi con i papi successivi. Ad un certo punto, però, riconosciuto l’ inganno e gli ingannatori, ho sentito il bisogno fi staccarmi da loro e di riaffermare forte e chiaro la Verità tutta intera, cioè il magistero della Cgiesa preconciliare, dei soui papi, santi, martiri. Ai modernisti, falsificatori della vera fede cattolica, va il mio Anstema ! come ci chiede di fare San Paolo. Buona Pasqua

  • giovanni ha detto:

    Profonda e toccante omelia. Buona Pasqua di Resurrezione Eminenza Reverendissima.

  • michele ha detto:

    Molto bello. Grazie a Monsignore Carlo Maria Viganò

  • DIMMI CON CHI VAI E TI DIRÒ CHI SEI ha detto:

    Williamson