MONS. VIGANÒ RISPONDE ALLA LETTERA DI VICENTE MONTESINOS.

16 Ottobre 2020 Pubblicato da 31 Commenti

 

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, come vi ricorderete Adoración y Liberación qualche tempo fa ha scritto una lettera aperta all’arcivescovo Carlo Maria Viganò. Potete trovare la lettera aperta a questo collegamento. Mons. VIganò risponde a Vicente Montesinos. Buona lettura!

§§§

 

Carissimo dottor Montesinos,

ho letto con grande attenzione e partecipazione ai vostri sentimenti, la lettera aperta che Ella ha voluto indirizzarmi, pubblicata su Stilum Curiae (qui). Vorrà scusare il ritardo della mia risposta.

Alcune delle domande che mi pone hanno in sé la propria risposta, ma è bene ribadire che «bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini» (At 5, 29). Ma proprio perché bisogna obbedire a Dio, non dobbiamo nemmeno cercare negli uomini quella speranza di salvezza che viene solo dal Signore: «È meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo» (Sal 117, 8). Riconosco la vostra buonafede e il vostro zelo ardente, nel desiderio di essere guidati da Pastori fedeli, ma sentirmi chiamato «vicario del Vicario» mi mette in un certo imbarazzo. Il fatto di ribadire quello che la Chiesa ha sempre insegnato, denunciando la deriva attuale, non è un motivo sufficiente perché mi si attribuisca un’autorità che non ho e che non posso avere.

 Ciò non significa che l’esercizio dell’obbedienza deva essere acritico. La ragione per prima ci permette di comprendere se un ordine impartito dall’Autorità legittima è coerente con il fine al quale essa è ordinata, e questo vale in particolar modo per le questioni concernenti la Fede. In altri casi – come ad esempio l’obbedienza dovuta dai monaci al loro Abate – anche il piantar rape capovolte può esser strumento di santificazione; ma qui siamo nel campo della perfezione cristiana, dell’ascesi.

 Ogni nostra azione ci pone dinanzi ad una scelta e comporta delle conseguenze: essa ci permette di meritare dinanzi a Dio, di esercitare il nostro libero arbitrio nell’aderire al bene o al male, nel lasciarci conquistare dalla Grazia o nel cedere alla tentazione. L’obbedienza non fa eccezione: anche nello scegliere se obbedire o no ci troviamo messi alla prova, posti davanti a un bivio. Il cristiano posto davanti all’alternativa di bruciare incenso all’idolo o affrontare il martirio, non disobbedisce all’autorità dell’Imperatore, ma obbedisce all’autorità superiore di Dio. Il sacerdote al quale il magistrato intima di violare il sigillo della Confessione, disobbedendo all’ordine illegittimo obbedisce al comando di Dio. Il fedele che si rifiuta di ricevere la Comunione in mano non disobbedisce al Superiore ecclesiastico, perché quell’ordine è un abuso sacrilego.

 Ma questa nostra disobbedienza – che tale non è, poiché riafferma l’obbedienza ad un ordine superiore, violato abusivamente da chi è costituito in autorità – non ci autorizza a creare un ordine parallelo, un’utopia in cui il gregge si dà un pastore e si costruisce un ovile: questo rappresenterebbe un’usurpazione dell’autorità di Dio. A ben vedere, è proprio quello che hanno cercato di fare tutti gli eresiarchi, che nella vera Chiesa additavano la meretrice di Babiloniasolo per avere un alibi che consentisse loro di farne una grottesca imitazione amputata nei Sacramenti, nella Sacra Scrittura, nella Dottrina, nella Morale e nella Liturgia. E nella Gerarchia.

 Ultimi di questa lunga serie di autoproclamatisi liberatori dal giogo romano, i Modernisti e i loro epigoni. Essi hanno escogitato uno stratagemma ancora più subdolo, pretendendo di oscurare la Sposa di Cristo, col sovrapporle un’entità spuria che ne rivendicasse il nome, abiurandone però la Fede. Non un’altra chiesa, ma una sorta di monstrum che con la vera Chiesa condividesse quasi l’intera Gerarchia e potesse così ingannare Clero e fedeli. Così l’obbedienza ai Sacri Pastori si trova oggi a scontrarsi, sovente nella stessa persona, con la doverosa disobbedienza ai mercenari. L’essere questi nominalmente riconosciuti come cattolici non impedisce loro di espellere dal sacro recinto i cattolici veri, accusandoli di scisma. Questa situazione di bipolarismo implica per chi rimane fedele al depositum fidei l’ossequio ad un’autorità sacra cui tuttavia occorre resistere con la disobbedienza, quando essa è esercitata per scopi che contrastano con il fine per cui essa è stata istituita da Nostro Signore. 

 Come ho già scritto più volte, una rivoluzione in senso tradizionale non è e non potrà mai essere la risposta alla rivoluzione conciliare. Al contrario, è nell’obbedienza vera, gerarchicamente ordinata, che si trova l’arma invincibile contro la ribellione, anche quando essa è compiuta dai Superiori. È nella vera umiltà che si combatte, da un lato, la superbia dell’eretico o del fornicatore e, dall’altra, il servilismo del pusillanime o del cortigiano. È nell’amorevole fedeltà alla Verità di Cristo che si vince il dogmatismo fanatico degli eretici. È nella pratica della virtù e nella vita della Grazia che si estirpa la radice del vizio e del peccato che denunciamo in certi Prelati, ma dal quale non possiamo dirci infallibilmente esenti, non fosse che per la nostra connaturale inclinazione al male ereditata da Adamo. «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10, 12).

 È vero: la Chiesa sta attraversando una crisi tremenda, iniziata prima del Concilio e oggi giunta ad un punto che pare umanamente irreversibile. È vero: abbiamo udito parole e visto azioni, anche dal più alto Soglio, che destano scandalo nei fedeli e sono in palese contraddizione con il Magistero dei Romani Pontefici. È vero: la maggioranza dei fedeli e dei chierici è plasmata all’errore dottrinale e morale, mentre chi rimane saldo nella Fede è accusato di essere nemico della Chiesa e del Papa. Se così non fosse, non vi sarebbe una crisi. Ma se la Provvidenza ci ha voluto oggi mettere alla prova – punire per decenni di traviamenti dottrinali e morali – dandoci come padre un Noè ebbro (Gn 9, 20-27), è purtuttavia nostro dovere coprire le sue nudità con pietà filiale, senza però negare l’ebbrezza del vegliardo discinto. Egli, una volta ritrovata la sobrietà, benedirà quanti hanno deposto il mantello della Verità e della Carità sulle sue vergogne.

 Chi ha la grazia di non essere traviato nella Fede o nella Morale non deve inorgoglirsi per un presunto stato di purezza, ma rendersi conto della grandissima responsabilità che egli ha dinanzi a Dio, alla Chiesa e ai fratelli. Questo vale per i semplici fedeli e massimamente per i Pastori. Anzitutto, l’obbedienza all’insegnamento di Cristo non è un merito, ma un dovere di ciascuno di noi. In secondo luogo, il nostro aderire a quello che ci è stato insegnato dal divin Maestro per il tramite di Santa Madre Chiesa non ci pone in una condizione di privilegio umano, poiché «a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 32, 48). Il timor di Dio ci faccia comprendere quanto sia importante che quello che noi crediamo e professiamo con la bocca, sia creduto dal cuore, e quel che crediamo con il cuore sia compreso dall’intelletto.

Caro Vicente, se come afferma, «noi siamo dove siamo sempre stati, e non ci siamo mossi: siamo con la Sacra Scrittura, la buona dottrina, la santa Tradizione e il Magistero di duemila anni», abbiamo nondimeno il dovere di implorare dal Cielo la conversione di quanti il mondo, la carne o il diavolo hanno sedotto. Non conosciamo le vicissitudini della loro vita e gli abissi insondabili della loro anima. Ricordiamoci anzi che molti di noi, solo qualche anno fa, non eravamo ancora consapevoli dell’inganno perpetrato ai danni del popolo santo di Dio. Il nostro accecamento di allora e la mancata comprensione dell’apostasia strisciante non sono molto dissimili dalla situazione in cui si trovano ancora oggi molte anime, specialmente tra i semplici. Il Sacramento della Confessione – al quale ricorrono il sacerdote e il laico, il fanciullo e l’anziano, il ricco e il povero – ci ricorda la nostra natura corrotta e la necessità di riporre la nostra totale fiducia in Dio, datore di tutte le Grazie. «Senza di Me non potete fare nulla», ha detto Nostro Signore (Gv 15, 8).

 Dobbiamo parimenti considerare la nostra appartenenza al Corpo Mistico come la prova dell’infinita Misericordia di Dio, che con divina magnificenza ha accolto al banchetto «buoni e cattivi» (Mt 22, 10), degnandosi di offrire loro anche la veste nuziale, ossia la giustificazione per mezzo del Battesimo. Dinanzi a questo dono regale, la nostra umiltà risiede nell’accettare di indossare la veste preziosa della Grazia, che cancella le nostre miserie e ci rende degni di sedere alla tavola del Re. Pretendere di partecipare al banchetto con i nostri stracci non sarebbe umiltà, ma presunzione; credere che quella veste ci sia dovuta, ci renderebbe degni delle tenebre esteriori. Vediamo piuttosto di essere come servi del Re, inviati ai crocicchi a chiamare al banchetto «poveri, storpi, ciechi e zoppi» (Lc 14, 21).

 Comprensibilmente, oltre alla consapevolezza di quanto avviene e all’analisi delle cause, occorre anche individuare un’azione concreta. Alla domanda «Cosa dobbiamo fare?» che sacerdoti e laici mi pongono e si pongono, io rispondo con una similitudine.

 Quando il sacerdote è all’altare, egli è rivolto a Dio e intercede per il popolo santo. Vi sono giorni in cui pochi fedeli si uniscono al Santo Sacrificio, altri in cui la chiesa è gremita; giorni in cui lo strepito della strada e il rumore del traffico echeggiano nella navata, altri in cui il silenzio sacro e il raccoglimento sono accompagnati solo dal canto dei passeri o dai rintocchi di una campana; giorni in cui il celebrante ascende l’altare con la serenità e la gioia nel cuore, altri in cui l’anima è oppressa dal dolore e dallo sconforto. Ma egli è lì: in piedi, sempre rivolto alla Croce, sempre fedele al mandato di rinnovare il Sacrificio di Cristo per impetrare alla divina Maestà grazie e benedizioni per la Chiesa, per adorare la Santissima Trinità, per espiare i peccati degli uomini. Questo dev’essere il nostro atteggiamento dinanzi alla crisi: rimanere dove dobbiamo essere, come quel sacerdote rivestito dei paramenti sacri. Non dobbiamo scendere quei gradini così come Cristo non è sceso dalla Croce, né cercare altrove quella salvezza che ci viene solo dall’altare, dalla Vittima immacolata, dalla Croce di Cristo. Dobbiamo fare quello che «semper, ubique, et ab omnibus» è stato fatto per duemila anni: immolarci con Fede e Carità, con umiltà e costanza, con timor di Dio e zelo per le anime. Passeranno i Papi e i Principi della Chiesa, passeranno i potenti della terra e la scena di questo mondo: ma la Messa e il Sacerdozio rimarranno fino al giorno del Giudizio.

 Scrive Peter Kwasniewski: «La nostra opera di santificazione, voluta per noi da Dio nella sua eterna Provvidenza, consiste nel rimanere fedeli alla Tradizione e alla preghiera, qualunque cosa accada; aspettare il nostro tempo, mantenere la nostra salute mentale, restare saldi e aspettare il Signore. È ancora e sempre in mezzo a noi, non lontano in pascoli utopici» (qui).

 Voglia il Cielo che, se oggi volgendosi per il Dominus vobiscum, il sacerdote scorge pochi fedeli inginocchiati, domani egli veda raccolti intorno all’altare tutti coloro che la Grazia di Dio si sarà degnata di toccare. Non ci è chiesto altro, come Ministri di Dio e come semplici fedeli: rimanere saldi, resistere forti nella Fede (1Pt 5, 9), pregando Nostro Signore e la Sua Santissima Madre che abbrevino questi tempi di prova che umanamente sembrano destinati a perdurare in eterno. Verrà il giorno in cui la nostra fermezza, radicata «in Colui che mi dà forza» (Fil 4, 13), sarà benedetta da quanti oggi ci deridono e ci disprezzano. Verrà il giorno in cui essi ringrazieranno Dio per l’apparente disobbedienza di chi, nella latitanza dell’Autorità, è rimasto fedele.

 Rispondo alla Sua ultima domanda citando san Paolo: «Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: «Io sono di Paolo», «Io invece sono di Apollo», «E io di Cefa», «E io di Cristo!». Cristo è stato forse diviso? Forse Paolo è stato crocifisso per voi, o è nel nome di Paolo che siete stati battezzati?» (1Cor 1, 12-13). Non guardiamo a chi annuncia la Parola di Dio, ma cerchiamo piuttosto di conformarci alla volontà di Nostro Signore, per essere di esempio e di edificazione per i nostri fratelli. «Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli» (Mt 5, 16).

 A Lei, caro Vicente, e a tutti i sodali di Adoración y Liberación, di cuore mando la mia Benedizione.

 + Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

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13 Ottobre 2020

Anniversario dell’ultima apparizione di Fatima

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31 commenti

  • Elton ha detto:

    Quello che mi rattrista di più in questa risposta è il fatto che il Mgr Viganò sembra di affermare :”È vero: la Chiesa sta attraversando una crisi tremenda, iniziata prima del Concilio e oggi giunta ad un punto che pare umanamente irreversibile.”
    E questa parola “irreversibile” che mi fa pensare che senza un intervento divino non si potrà fare più nulla per la Chiesa. Che il male è talmente grande che il futuro sarà incerto per i cattolici. Purtroppo speravo il contrario!

  • Enrico Nippo ha detto:

    Svuotarsi. Decrearsi.

    «Egli si è vuotato della sua divinità. Noi dobbiamo vuotarci della falsa divinità con cui siamo nati. Abdicando alla nostra piccola potenza umana diventiamo, nel vuoto, uguali a Dio. Dio si è svuotato della sua divinità e ci ha riempito di una falsa divinità. Svuotiamoci di essa. Questo atto è il fine dell’atto che ci ha creati.

    La decreazione, non è altro che un’imitazione della Kenosi di Dio, come Dio si svuota per permettere la creazione, cosi l’uomo deve svuotarsi, per permettere a Dio di vedere il mondo. La de-creazione non è la morte, distruzione dell’uomo, ma semplicemente, l’abolizione del malvagio “io”.

    La necessità è lo schermo posto tra Dio e noi perché possiamo essere. Sta a noi attraversare lo schermo per cessare di essere. Non lo attraverseremo mai se non sappiamo che Dio è al di là a una distanza infinita, e che solo in Dio risiede il bene».

    Simone Weil

  • Corrado Bassanese ha detto:

    Grazie Mons. Viganò

  • giovanni ha detto:

    Eminenza Reverendissima, le alte e basse Gerarchie della
    Chiesa dovrebbero prendere Lei quale esempio per rimanere nel solco del Magistero Bimillenario. La Sua prosa arricchita da citazione bibliche ad hoc per gli argomenti trattati di volta in volta, rincuorano i cristiani e favoriscono la conversione di quanti non lo sono. Lei onora Nostro Signore Gesù Cristo. Continui così, Dio la benedica.

  • leonardo ha detto:

    A proposito dell’atto sacrilego chiedo lumi al Monsignor Viganò. Avevo deciso di prendere la comunione su fazzoletto per via del riconoscere la mia indegnità nel toccare con le mie mani il corpo e sangue di Cristo. Mi capito che un Sacerdote a me vicino nel darmi la comunione me lo impedi dicendo che le mie mani non erano meno indegni della mia lingua. Accettai il suo ordine come per un’udienza all’autorita. Oggi continuò a prenderla nelle mani ma chiedo perdono a Dio per me stesso e per tutti coloro che lo fanno cadendo nell’inganno del maligno. Perché lo fatto ? Perché credo che Gesù viene lo stesso a prescindere il sacerdote e il nostro essere immersi nel peccato. Vorrei sapere se sto sbagliando, grazie

  • Michel Berthoud ha detto:

    Ulteriore Lectio Magistralis di Mons. Viganò.
    A proposito di superbia e orgoglio, mi sono sempre chiesto come abbia potuto Lucifero commettere l’irreparabile tragedia, lui che era l’Arcangelo più bello del creato, il più intelligente, il più vicino a Dio. È diventato il più orrendo Demonio dell’Inferno.
    La risposta l’ho trovata negli scritti di Maria Valtorta, 29.12.45. Ecco cosa dice Gesù su Satana.
    Il nome primitivo era Lucifero; nella mente di Dio voleva dire: “Alfiere o portatore della luce” ossia di Dio, perché Dio è Luce. Secondo in bellezza fra tutto quanto è, era specchio puro che rifletteva l’insostenibile Bellezza. Nelle missioni agli uomini egli sarebbe stato l’esecutore del volere di Dio, il messaggero dei decreti di bontà che il Creatore avrebbe trasmesso ai suoi beati figli senza colpa, per portarli sempre più in alto nella sua somiglianza. Il portatore della luce, con i raggi di questa luce divina che portava, avrebbe parlato agli uomini ed essi, essendo privi di colpe, avrebbero compreso questi balenii di armoniche parole tutte amore e gaudio.
    Vedendosi in Dio, vedendosi in se stesso, vedendosi nei compagni, perché Dio lo avvolgeva della sua luce e si beava nello splendore del suo arcangelo e perché gli angeli lo veneravano come il più perfetto specchio di Dio, si ammirò. Doveva ammirare Dio solo, ma nell’essere di tutto quanto è creato, sono presenti tutte le forze buone e malvagie e si agitano, finché una delle due parti vince per dare bene o male, come nell’atmosfera sono tutti gli elementi gassosi perché necessari. Lucifero attrasse a sé la superbia, la coltivò, la estese, se ne fece arma e seduzione. Volle più che non avesse, volle il tutto, lui che era già tanto. Sedusse i meno attenti fra i compagni, li distrasse dal contemplare Dio come suprema Bellezza. Conoscendo le future meraviglie di Dio, volle essere lui al posto di Dio. Si vide, col pensiero turbato, capo degli uomini futuri, adorato come potenza suprema. Pensò: “Conosco il segreto di Dio. So le parole, mi è noto il disegno. Posso tutto ciò che Lui vuole. Come ho presieduto le prime operazioni creative, posso procedere”. “Io sono”. La parola che solo Dio può dire, fu il grido di rovina del superbo: E fu Satana.

  • Gaetano2 ha detto:

    “…Questa situazione di bipolarismo implica per chi rimane fedele al depositum fidei l’ossequio ad un’autorità sacra cui tuttavia occorre resistere con la disobbedienza, quando essa è esercitata per scopi che contrastano con il fine per cui essa è stata istituita da Nostro Signore.”.

    Già, ma si è sempre al solito punto.
    Può uno, piazzato ai vertici della Chiesa:
    – dalla “mafia di San Gallo” (dichiarazione pubblica e “ufficiale” di un cardinale, mai smentita, anzi…)
    – pubblico idolatra di divinità sataniche
    – che ammette di NON essere vicario di NSGC
    può costui essere considerato un'”autorità sacra”?

    • sabino amoruso ha detto:

      condivido appieno : la Universi Dominici Grecgis è chiarissima . Si tratta di “scomunica latae sententiae. Quindi non è papa, non è autorità ecclesiale, è apostata (la bachamama è la prova) idolatra , ora anche le monete è antiMariano … NON E’ CATTOLICO e forse non è cristiano- giacchè non ritiene Gesù vero Dio e vero Uomo.

  • Maria Michela Petti ha detto:

    Magistrale lezione di e intorno all’ umiltà, virtù che segna il discrimine della morale cristiana rispetto alle altre, da opporre e che si oppone al “il vizio essenziale, il male supremo”: la superbia, l’orgoglio presuntuoso, da cui derivano tutti gli altri mali.
    Lo spiega, con esempi e parole alla portata di tutti, C.S. Lewis, teologo oltre che professore, saggista e autore di numerosi romanzi fantascientifici, nel suo “Il cristianesimo così com’è” (1942), ribattezzato da un altro scrittore, Comisso (Premio Strega 1955), “il cuore della fede”.
    «È triste che il peggiore dei vizi riesca a insinuarsi di frodo nel centro stesso della nostra vita religiosa – lamenta Lewis – Ma possiamo capire perché. Gli altri vizi, meno maligni, provengono dall’azione del diavolo in noi tramite la nostra natura animale. Questo vizio, invece, non ha per tramite la nostra natura animale. Viene direttamente dall’Inferno. È puramente spirituale, e quindi molto più subdolo e mortifero».
    Pur con le mie perplessità, confido nel Signore che verrà a liberarci – presto, come siamo soliti pregare – facendo sfumare gli effetti della “sbronza” e riportando a sobrietà gli ebbri di sé. Per parte nostra: accogliendo le indicazioni di pastori rimasti fedeli e obbedienti a Cristo, come dalla catechesi di mons. Viganò – cui va ancora una volta il mio “grazie” – per restare in comunione con Lui, il Pastore che ha dato la vita per le Sue pecore.

  • Enrico Nippo ha detto:

    Piccola meditazione fuori tema (ma forse non troppo)

    Mi sono imbattuto in questa frase di Jean Baudrillard (1929-2007):

    “Se Dio esiste, non c’è bisogno di crederci. Se ci si crede, vuole dire che l’evidenza del suo esistere è morta”.

    Questa frase ha avuto su di me un impatto possente, tant’è che in un primissimo momento ho avuto la sensazione di uno scuotimento dal torpore tipicamente umano che accompagna il vivere, provocato dal vortice ipnotico (se ipnos è il sonno) del mondo esteriore ed interiore che occupano, o forse si dovrebbe dire pre-occupano e frastornano la mente.

    Il credere è un surrogato dell’evidenza: e-videntem è ciò che si vede apertamente, perciò si crede a ciò che non può vedersi, udirsi, toccare, assaporare, odorare. Si crede (o non si crede) a ciò che sfugge ai sensi.

    Né sorte migliore spetta alla mente (in Oriente considerata anch’essa un senso): la mente PENSA grazie a ciò che i cinque sensi le forniscono, e lo fa sia CONCETTUALIZZANDO sia IMMAGINANDO (cioè “creando” immagini). Così la mente concettualizza e immagina Dio, con ciò venendo al nodo posto da Baudrillard: in mancanza della (morta) evidenza di Dio si supplisce col credere in Dio, ma Dio in quanto concetto e immagine che inevitabilmente sorgono nella mente frastornata e Lo surrogano.

    È questo un punto importante: il credere in Dio dovrebbe essere puro, immediato, cioè non-mediato dal concetto e dall’immagine che sorge nella mente. Di qui la necessità che la mente, mediante apposita e paziente pratica, lasci decantare concetti e immagini, cioè il pensiero, affinché il credere non sia mediato dal concetto e dall’immagine bensì direttamente unitivo, ciò che è difficile, anzi impossibile da cogliere per una mente non contemplativa abituata ad identificarsi col pensiero, e perciò, in fondo, con l’agitazione.

    Il concetto e l’immagine oggettivano Dio, ma, di fatto, il concetto (e parola) “Dio” non è Dio, come l’immagine mentale di Dio (eventualmente riprodotta nella materia) non è Dio, e ciò perché:

    “Dio è un puro nulla, il qui e l’ora non lo toccano:
    Quanto più vuoi afferrarlo, tanto più ti sfugge”.
    (Angelo Silesio, Il Pellegrino cherubico).

    Quindi, stando anche a Silesio, è impossibile afferrare Dio col concetto e/o l’immagine, che anzi lo allontanano. Di fatto, sono proprio il concetto e l’immagine che impediscono l’unione con Dio; è il PENSIERO che si FRAPPONE fra la mente e il suo Creatore. La mente ha da diventare un nulla alla stregua di Dio. Dio è il puro nulla che ha creato il puro nulla della mente.

    Con un brevissimo excursus in Oriente, ricordiamo che “Il Tao di cui si può parlare non è il Tao”: il Tao è la Via, e di questa non si può pensare e quindi concettualizzare, immaginare e parlare senza immediatamente smarrirla.

    Come sopra già osservato, l’evidente – e-videntem – è ciò che si vede apertamente, mentre Baudrillard parla di (morta) evidenza di Dio. Tralasciando l’indagare che cosa intendesse egli per evidenza di Dio (lo potrebbe dire solo lui), non ci resta che rifarci ancora a Silesio:

    “Come si vede Dio?
    Dio abita in una luce cui strada non conduce:
    Chi luce non diventa, non lo vede in eterno”.

    Nessuna strada, ossia nessun pensiero, cioè nessuna sequela di concetti e immagini, conduce a Dio. Il pensiero non è la luce, anzi è una nube. E finché nella mente impereranno le nubi dei concetti e delle immagini; finché il pensare sarà equiparato al conoscere (cioè all’essere) non si potrà essere luce che vede la luce, giacché creata dalla Luce anche la mente è luce.

    È il vedere che rende superfluo il credere, ciò significando che se c’è il credere vuol dire che non si è nella luce e quindi non c’è l’evidenza di Dio.

    Evidenza di cui Baudrillard, drammaticamente, constata la morte.

    • Gaetano2 ha detto:

      “Come si vede Dio?
      Dio abita in una luce cui strada non conduce:
      Chi luce non diventa, non lo vede in eterno”.

      Commento e argomento impegnativi (almeno per me).
      Tento una risposta grossolana e semplice:
      Se la Chiesa è vera, Essa o in Essa vi sarebbe Cristo che continua nel tempo e nella storia. Quindi avendo NSGC affermato (lo so che non c’erano i registratori…), più o meno, che chi vedeva Lui vedeva il Padre ne deduco che Dio si possa, perlomeno, “vedere” nella Chiesa. Ovviamente non nella neochiesa dei “fratelli suoi” (intendo suoi di don Ciccio). Spero di non aver scritto una enorme bestialità

      • Enrico Nippo ha detto:

        No, no, non ha detto una bestialità: la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo o anche la Sposa di Cristo, e vedere Dio nell’Uno come nell’Altra è indispensabile e sufficiente.

        Ma Lei, giustamente (forse per una più o meno inconscia intuizione), scrive “vedere” tra virgolette: agli occhi umani l’Uno e l’Altra non cessano di essere, seppur in modo iper sublime – e nel contempo ineffabile – un adombramento di Dio che, povertà del linguaggio, è Puro Nulla e Pura Luce.

    • Adriana 1 ha detto:

      Enrico Nippo ,
      Baudrillard… ” Nella mia fine è il mio principio ” stava inciso all’interno dell’anello che Maria Stuarda portò fino alla morte . Gli Umanisti veri ne sapevano di cose …
      E certuni sapevano individuare le Egregore e mettere in guardia dall’influenza delle Quillipot sulla mente umana .
      Viviamo schiacciati in un livello spirituale ” basso ” ,dove i simboli tendono ad agglutinarsi e dove il Covid 19, ( non individuato), diventa una divinità , un ” tremendum” che esige la nostra cieca venerazione .

      • Enrico Nippo ha detto:

        Per questo dicevo in altri interventi che, data la situazione più che penosa in ci ci troviamo, l’unica via d’uscita è in verticale, ovvero “risalire il pozzo” al cui vertice, sollevando lo sguardo, c’è la luce.

        Per chi vuol arrampicarsi lungo la Mistica Corda che collega la Terra al Cielo, non c’è che il puro e impegnativo sforzo dell’ascendere.

        Impossibile, nella condizione attuale, confidare sull’aiuto che, sul piano orizzontale, può fornire una comunità, un confraternita, un sodalizio e via dicendo.

        D’altra parte, per pochi che siano, coloro che si arrampicano lungo la corda costituiscono un Clan anche se non si conoscono.

        A mio parere.

    • Antonio Cafazzo ha detto:

      Un filosofo ateo:
      “Beati voi che credete perché potete non pensare a Dio. Io che non credo non riesco a liberarmene.”

      • : ha detto:

        E un poeta ateo (Fabian Lagerkvist):

        Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco.
        Uno sconosciuto lontano, lontano.
        Per Lui il mio cuore è pieno di nostalgia.
        Perché Egli non è presso di me.
        Perché Egli forse non esiste affatto?
        Chi sei Tu che colmi il mio cuore della tua assenza?
        Che colmi tutta la terra della tua assenza?

    • Gianfranco ha detto:

      È un commento all’articolo di Viganò?
      Buono a sapersi.

    • Milli ha detto:

      Sig. NIppo, mi chiedo perché si complichi la vita con questi filosofi. Mi perdoni, la conosco poco.
      Per me, per credere alla presenza di Dio mi basta ammirare la bellezza della natura, la perfezione della geometria delle forme delle piante e dei fiori.
      Faccia un esperimento: acquisti un cavolo romanesco (sì, proprio un cavolo) e lo osservi bene. È un frattale perfetto, può il caso aver creato una cosa simile?
      P.s. Dio non chiede solo di essere creduto, vuole essere anche amato.
      https://www.lanuovabq.it/it/la-festa-del-padre-dio-chiede-ai-suoi-figli-di-amarlo

      • Enrico Nippo ha detto:

        MILLI carissima,

        apprezzo molto quel che Lei afferma. E lo apprezzo, per così dire, non dall’esterno ma dall’interno. Quel che Lei dice del cavolo a me capita quando passeggio intorno a casa mia, fortunatamente circondata da molti spazi verdi aperti verso il cielo. Senza il minimo sforzo mi ritrovo a contemplare il sole che traluce tra lo stormire delle foglie sotto la carezza del vento, e mi accade di rimanere lì, immobile e pieno di quel “bel vedere”, anche per un’ ora e passa (tant’è che poi mi chiedo cosa pensino di me le persone che passano😊).

        Di più, i filosofi che prediligo non solo non mi complicano la vita ma anzi sono come degli specchi in cui, in un modo o nell’altro, ritrovo i motivi del contemplare.

        Posso solo aggiungere (ma ciò rientra nella mia esperienza personale) che nello stato contemplativo si è oltre il credere e l’amare, senza che questi perdano la loro preziosità per chi crede e ama.

        Un caro saluto.

        • Milli ha detto:

          Caro Sig. Enrico, la ringrazio per la cortese risposta. Anche io mi ritrovo spesso a contemplare il cielo, ma non è stato sempre così, il credere e l’amare rende la breve contemplazione una esperienza piena ed emozionante. Non aggiungo altro, credo che capisca. P.s. trovato il cavolo?
          Saluti

    • stefano raimondo ha detto:

      “…credere in Dio…”

      In effetti “credere” potrebbe essere limitato se riferito a Dio. Per il vocabolario Treccani credere è “ritenere VERA una cosa”: se credere lo intendiamo così, il verbo risulta angusto, forse Dio abbisogna di qualcosa d’altro o di più che il giudizio veritativo.

      Mi spiego. Le informazioni artistiche hanno lo scopo di far evocare, le informazioni giuridiche hanno lo scopo di far fare, le informazioni scientifiche hanno lo scopo di far conoscere (classica tripartizione di Norberto Bobbio). Il linguaggio scientifico è composto da enunciati descrittivi, sottoponibili al giudizio di vero/falso, diversamente dagli altri due tipi di linguaggio. Quello giuridico ad esempio è formato da enunciati prescrittivi, non descrittivi, non c’è da verificare una corrispondenza tra quel che si afferma e la realtà; “divieto di calpestare le aiuole”: qui non c’è da accertare la verità dell’affermazione, non s’informa bensì si prescrive.

      Bene, appurato che esistono tipi di linguaggio, e più in generale dimensioni che sfuggono al giudizio veritativo, siamo sicuri che anche il concetto di Dio non appartenga a queste dimensioni? Forse “credere” risulta ristretto se riferito a Dio, forse sarebbe opportuno usare un verbo diverso, o magari elaborarne uno ad hoc? Forse con il “credere” restiamo confinati nell’ambito scientifico? (Se riduciamo il credere al processo di verificazione).

  • Gianfranco ha detto:

    Ennesima, superba LECTIO MAGISTRALIS.
    Con la consueta lucidità e il consueto sommo equilibrio, il Monsignore ci illumina, con una vivida luce di Fede, la strada accidentata che stiamo percorrendo.
    Non dubito che i suoi interventi saranno un giorno raccolti in un libro che diverrà fondamentale per gli storici della Chiesa.

  • Donna ha detto:

    “Quando il sacerdote è all’altare, egli è rivolto a Dio e intercede per il popolo santo. Vi sono giorni in cui pochi fedeli si uniscono al Santo Sacrificio, altri in cui la chiesa è gremita; giorni in cui lo strepito della strada e il rumore del traffico echeggiano nella navata, altri in cui il silenzio sacro e il raccoglimento sono accompagnati solo dal canto dei passeri o dai rintocchi di una campana; giorni in cui il celebrante ascende l’altare con la serenità e la gioia nel cuore, altri in cui l’anima è oppressa dal dolore e dallo sconforto. Ma egli è lì: in piedi, sempre rivolto alla Croce, sempre fedele al mandato di rinnovare il Sacrificio di Cristo per impetrare alla divina Maestà grazie e benedizioni per la Chiesa, per adorare la Santissima Trinità, per espiare i peccati degli uomini. Questo dev’essere il nostro atteggiamento dinanzi alla crisi: rimanere dove dobbiamo essere, come quel sacerdote rivestito dei paramenti sacri. Non dobbiamo scendere quei gradini così come Cristo non è sceso dalla Croce, né cercare altrove quella salvezza che ci viene solo dall’altare, dalla Vittima immacolata, dalla Croce di Cristo. Dobbiamo fare quello che «semper, ubique, et ab omnibus» è stato fatto per duemila anni: immolarci con Fede e Carità, con umiltà e costanza, con timor di Dio e zelo per le anime. Passeranno i Papi e i Principi della Chiesa, passeranno i potenti della terra e la scena di questo mondo: ma la Messa e il Sacerdozio rimarranno fino al giorno del Giudizio…”
    Cosi dovrebbe parlare il Vicario di Gesù Cristo!
    Grazie, mons. Viganò, le sue parole ispirate sono ossigeno per le nostre anime. Lei vero pastore, luce del mondo e sale della terra.

  • Sylvia Zamora ha detto:

    Muchas gracias señor Tosatti por publicar en su blog la hermosa carta que monseñor Vigano ha escrito a nuestro director Vícente Montesinos.
    Adoracion y Liberacion le da las gracias por su delicadeza , deferencia y defensa de la verdad.
    Gracias , por esta vigilancia continúa hacia las cosas de Dios, que une a tantos hermanos en la fe, que como piedras vivas se colocan sobre las palabras de los apóstoles y los profetas y conectan con la piedra angular que es Nuestro Señor JESUCRISTO

    !Que Dios le bendiga!

  • anonimo ha detto:

    “Coloro che predicano l’uguaglianza e la parità dei diritti finché si tratta di dare cittadinanza all’errore e al vizio, diventano intolleranti non appena vedono messo a rischio il potere usurpato; non appena un politico Cattolico, in nome di quella parità di diritti, vuole testimoniare la propria Fede nel legiferare e nel governare.”: storica affermazione di mons. Carlo Maria Viganò https://www.lifesitenews.com/news/archbishop-vigano-has-a-message-for-judge-amy-coney-barrett
    L’intolleranza dei cosidetti “tolleranti”, ai quali tiene bordone Bergoglio con la sua massonica, anticristiana, sciagurata, pseudo enciclica “Fratelli tutti”; ma proprio tutti, o solo quelli graditi a Lucifero? Cioè quelli che vorrebbero veder morti o ridotti al silenzio i pochi veri cattolici rimasti in circolazione ? non certo i “cattolici adulti”, quelli alla Bergoglio & Co., che ormai non citano più nemmeno il nome di Cristo, della Madonna e dei santi, per non dire dell’odio che nutrono per i due millenni di Tradizione Cattolica. Questi ultimi, sì, sono fratelli tutti, ma fratelli di Lucifero, non certo di Cristo, e prima o poi andranno a fargli compagnia per l’eternità. Christus Vincit, se lo ricordassero bene, prima di aprir bocca per pronunciare blasfemie e bestemmie, riparandosi dietro un falso abito religioso.

    • luca ha detto:

      Uh…addirittura “massonica e anticristiana” l’ultima enciclica. meno male che in questo articolo si parla di sbronze passeggere, sennò ci sarebbe da far scattare un t.s.o.

      • stilumcuriale emerito ha detto:

        Luca di cognome si chiama Gava. Ha sposato una donna di nome Checca. Provate ad immaginare il loro biglietto da visita. Good afternoon.

      • anonimo ha detto:

        Bello mio, ci metto anche un carico da 11 su quella pseudoenciclica: satanica, o luciferina!!! E buon pro le faccia. L.J.C., Viva Matia. Abbasso i falsi chierici, traditori al soldo di Satana!

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