Le Parole, il Messaggio: il Caso Esemplare Bergoglio-Zelensky. Amedeo Zerbini.

23 Marzo 2024 Pubblicato da 17 Commenti

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, l’ing. Amedeo Zerbini, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sul significato, l’importanza e il peso dei messaggi verbali. Buona lettura e condivisione.

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Il significato della parola “parola” è talmente intuitivo che a parecchi sembrerà incredibile che se ne possa fare oggetto di studio. Ma la realtà è un’altra.

A parte il fatto che l’articolare e usare parole per trasmettere un pensiero o un’idea è una facoltà e una abilità posseduta sulla terra soltanto dall’uomo, la parola è strettamente connessa a  concetti di altissimo rilievo e contenuto come cultura,  intelligenza, pensiero, comunicazione, messaggio, apprendimento, memoria, significato, segno, simbolo, linguaggio e pertanto (anche se parrà a molti incredibile) è stata oggetto di innumerevoli studi scientifici che hanno portato alla stesura di montagne di libri in proposito. Io stesso in questo momento sto usando parole per trasmettere un pensiero tramite uno strumento assolutamente non intelligente e non in grado di pensare come il computer e la rete Internet.

Qualche settimana fa per Stilum Curiae ho scritto una riflessione sulla cibernetica e l’intelligenza artificiale. Ho ricevuto commenti incoraggianti e questo mi induce a continuare sul cammino della didattica del pensiero, non da un punto di vista filosofico, letterario, morale ma da quello rigorosamente scientifico. Se a qualcuno la cosa non interessa, può fermarsi qui, altrimenti gli consiglio di proseguire pazientemente nella lettura e possibilmente di inviare commenti.

Ridotta all’osso, la parola parlata altro non è che una successione temporale di suoni e  quella scritta di segni grafici, a cui le diverse lingue e i diversi dialetti hanno associato un oggetto o un fatto o un’azione attraverso un processo di codifica comune agli individui di una stessa popolazione. Inoltre, per il loro uso, sono state stabilite regole come l’ortografia, la grammatica e la sintassi.

L’uso della parola non è innato e non è istintivo come altri comportamenti dell’uomo. L’uso della parola è frutto di apprendimento e questo lo dimostra il fatto che un bambino impiega circa un anno per acquisire la capacità di articolare alcune semplici parole come mamma, papà, pappa, e ne impiega almeno tre per arrivare a formulare brevi frasi aventi un significato superiore a quello della parola singola.  Si può ben dire che l’apprendimento verbale dura tutta la vita. Ne so qualcosa io che tra breve, a Dio piacendo, compirò 94 anni.

Non sono pochi coloro che pensano che l’unico mezzo per comunicare sia la parola, o tutt’al più l’immagine, ma così non è. In ogni istante l’ambiente ci invia messaggi ai quali rispondiamo spesso per abitudine anche con comportamenti molto complessi e articolati. Di seguito farò alcuni esempi a carattere probatorio.

Se sento un tuono (notoriamente dovuto ad una scarica elettrica tra due nubi temporalesche) posso rispondere semplicemente pensando che “sta arrivando un temporale”. Ma, rifacendomi ad esperienze precedenti, memorizzate insieme con qualche altro Gigabyte di informazioni in qualche angolino della mia persona, posso alzarmi di scatto, correre sul balcone a ritirare lo stendino della biancheria affinché la pioggia presumibilmente in arrivo non la bagni, riavvolgere la tenda affinchè un eventuale colpo di vento non me la danneggi, rientrare, chiudere porte e finestre, abbassare le tapparelle, andare a prendere la torcia elettrica per averla a portata di mano nel caso dovesse interrompersi la corrente elettrica. E tutto questo in risposta ad un semplice tuono. Altri esempi, sui quali è inutile che mi dilunghi, possono essere la  sirena di un’ambulanza, il suono del telefono o del citofono o l’abbaiare di un cane, il cinguettio di un uccello. Pensiamo in campo militare,  ad esempio, quale sia la potenza di segnali come uno squillo di tromba, o un rullo di tamburi.

Ritornando alle parole, diciamo che esse sono simboli che noi usiamo per trasmettere messaggi il cui contenuto deve essere capito da chi lo riceve. Ed è qui che nasce il grande problema della trasmissione, della  percezione, della distorsione, dell’interpretazione (largamente disturbata  dal differenziale semantico tra l’individuo fonte e l’individuo ricevente). Non sempre le incomprensioni ( che possono avere conseguenze catastrofiche) sono dovute a cattiva volontà degli uomini;  spesso si verificano e possono essere dovute o al mezzo o semplicemente all’appartenenza dei dialoganti a culture diverse.

Affinchè un messaggio abbia l’effetto desiderato da colui che lo invia sono necessarie alcune condizioni di cui darò qualche definizione e qualche semplice esempio qui di seguito.

Anzitutto il messaggio in partenza deve essere chiaro, possibilmente privo di inutili ridondanze, perifrasi e ambiguità.

Il mezzo di trasmissione deve essere il più possibile diretto, privo di rumori, di interferenze e di qualsiasi altro genere di disturbo. Va assolutamente evitata la trasmissione per interposta persona, fidandosi della sua memoria. Questo fatto è chiaramente esposto in un libro, dal titolo “La memoria”  dello psicologo sperimentale britannico Ian  M. L. Hunter (prima edizione italiana : Feltrinelli Editore 1962) che nel capitolo quarto riferisce di esperimenti condotti da suoi colleghi (celebre quello di Bartlett col racconto della “Guerra degli spettri”  ) che dimostrano in modo inequivocabile l’incidenza di fattori personali nella deformazione di un racconto ripetuto in serie da persona a persona, come accade per le dicerie e le chiacchiere che  vengono trasmesse oralmente in condizioni nelle quali sono presenti la confusione e la distrazione.

Tipi particolari di disturbo nella trasmissione sono il rumore e l’interferenza dovuti al sovrapporsi al messaggio trasmesso di altri messaggi che ne impediscono la corretta ricezione.

Ma, anche ammesso che il messaggio arrivi a destinazione chiaro e privo di distorsioni, rimane sempre il problema del ricevente. Nel ricevente si annidano i due maggiori fattori di rischio per il buon esito della comunicazione : la comprensione e l’interpretazione . La comprensione può dipendere dallo stato mentale del ricevente, dalla sua maggiore o minore conoscenza della materia oggetto del messaggio, che può giungere fino alla totale ignoranza, mentre l’interpretazione oltre alle precedenti condizioni può essere influenzata dallo stato emotivo e da quello che la semantica definisce come differenziale semantico.

Faccio un piccolo semplice esempio per chiarire questo ultimo concetto. La parola “catenaccio arrugginito “ per tutti significa un oggetto  di ferro che ha la funzione di chiudere un portone a due ante, e che, nel caso  è arruginito. Questo dal punto di vista denotativo. Ma dal punto di vista connotativo da qualcuno potrebbe essere valutato come un oggetto ancora utile semplicemente bisognoso di un trattamento di recupero, per qualcun altro  come un semplice “ferro vecchio, un rottame da buttare” , per un magistrato che sta indagando su un delitto può essere un “corpo contundente” o  “l’arma del delitto” e per un collezionista un “oggetto d’antiquariato” . Questo, ad esempio , potrebbe essere, a parer mio, la causa dell’equivoco e di tutta la polemica che ne è seguita fra Bergoglio e Zelensky sulla ormai famosa “Bandiera bianca” e la fine del conflitto armato.

Se per Bergoglio bandiera bianca significa il riconoscimento della superiorità militare dell’avversario, ma non di una superiorità di diritti, per cui si propone una resa, ma a certe condizioni, su cui avviare una trattativa,  e per Zelensky invece significa una vile e disonorevole resa senza condizioni, è chiaro che i due non si capiranno mai.

E’ importante che chi invia un messaggio dia la massima cura a tutte le fasi del processo dalla formulazione all’emissione, dall’affidabilità del mezzo di trasmissione alla capacità di comprendere e interpretare correttamente il contenuto del messaggio da parte del ricevente.

Se pensiamo ai miliardi di messaggi che circolano ogni giorno nel mondo e alle conseguenze che ognuno di essi può avere ci rendiamo conto dell’immensità dei problemi che la grande diffusione dei mezzi di comunicazione (stampa, telefoni, radio, televisione, internet ) può contribuire a creare. Per contro, tenuto conto che quasi il 100% dei comportamenti umani è appreso,  se ci si impegnasse in un lavoro di formazione ed educazione ad un uso corretto di tali mezzi e alla educazione al senso di responsabilità delle nuove generazioni, potremmo ottenere dei risultati sorprendenti in termini di riorganizzazione di una società più equilibrata, giusta, pacifica.

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17 commenti

  • Balqis ha detto:

    Mi inserisco nell’interessante dibattito alimentandolo con una questione gigantesca, posta da Bertrand Russell e riguardante il fatto che un enunciato può riguardare un oggetto che non esiste, essendo quindi falso, ma non privo di significato se se ne considera la struttura.
    Ad esempio, attraverso il linguaggio e la sua logica interna è possibile costruire una storia senza che questa sia vera. In questo senso, si può dire che è il linguaggio a “costruire” i fatti.
    Mi vengono in mente diversi romanzi di Umberto Eco il cui tema di fondo è la “teoria del complotto”: l’autore utilizza una serie di fatti realmente accaduti e personaggi realmente esistiti all’interno dei quali, però, inserisce un personaggio d’invenzione che fa sì che ciò che è realmente accaduto e ciò che i diversi personaggi hanno realmente detto acquisti un significato differente (ricorda qualcosa?). Addirittura, in “I cimiteri di Praga”, il gruppo di personaggi che decide di inventare una storia di sana pianta, finisce per diventarne realmente protagonista.
    Trovo singolare che nell’opera principale dell’allievo più brillante di Russell (il “Tractatus logico-philosophicus”, a dire il vero a tratti un po’ troppo oscuro) mi è sembrato riecheggiare qualcosa di Meinster Eckhart (ho comprato di recente il testo di Vannini, grazie agli stimoli di Adriana e il Matto, ma per mancanza di tempo non ho completato la lettura, che richiederebbe un’immersione).
    Apprezzo molto la conclusione sul ruolo fondamentale di formazione ed educazione, che necessariamente devono partire dalla lettura, così da evitare di essere massa informe, pronta a ripetere le stupidaggini copia-incollate nel web e spacciate per “cultura” dal primo furbastro che passa.

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    Quindi dichiari ed ammetti che il tuo discorso e la frase di Thomas Carlyle che hai citato sono superficiali…..
    Su qualche punto del tuo elenco parzialmente concordo, ma solo parzialmente perchè ci sarebbero da fare precisazioni e puntualizzazioni. Ma sui punti 2) 4) 5) 6) 7) 9) non concordo affatto. Sul punto 9) ti ricordo che l’uomo non ha solo bocca e orecchie ma ha anche una capacità di ragionamento e una memoria a lungo termine. Sicuramente nella vita di ogni uomo ci sono state parole udite o lette che sono state totalmente dimenticate ma ce ne sono altre che hanno lasciato una traccia indelebile. Riguardo all’oblio, la rievocazione, il riconoscimento ci sono fior di studi molto profondi e dai risultati chiari che confermano quanto ho scritto.
    Ciao.

    • Enrico Nippo ha detto:

      Ti ringrazio del riscontro.
      Non rimane che il solito, sapiente, profondo, incontestabile:
      “unicuique suum”. 😊

  • Enrico Nippo ha detto:

    Vorrai cristianamente sopportare 😊 se, da “adoratore del silenzio” quale tu mi hai (giustamente) definito, “dico sempre la mia” come tu hai (giustamente) rilevato.

    Me la sbrigo seguendo il tuo consiglio: “il messaggio in partenza deve essere chiaro, possibilmente privo di inutili ridondanze, perifrasi e ambiguità”. Perciò
    sintetizzo in dieci punti.

    1) Il mezzo del messaggio sono le parole.
    2) Ma la fonte delle parole è il silenzio a cui le parole ritornano non appena pronunziate.
    3) Se emittente e ricevente non sono silenziosi in se stessi, il messaggio parte distorto e arriva distorto.
    4) Il silenzio è anche lo spazio fra emittente e ricevente.
    5) Senza il silenzio parole e suoni sarebbero impossibili.
    6) Quindi il silenzio è immensamente più importante delle parole e dei suoni.
    7) Parole e suoni sono (dovrebbero essere) espressioni del silenzio.
    8) Fra due autentici silenzi le parole non servono.
    9) Il silenzio è stabile, le parole e i suoni sono transeunti.
    10) L’uomo, che lo sappia o meno, cerca lo Stabile.

    Conclusione magistrale:

    «Il silenzio è profondo come l’eternità; il discorso, superficiale come il tempo».
    Thomas Carlyle

    Ciao.

    • stilumcuriale emerito ha detto:

      Il mezzo del messaggio sono le parole……. Ah ah..
      Le parole non sono autotreni e i mezzi di comunicazione non sono autostrade. Pensavo che l’articolo lo dicesse chiaro : la storia del pensiero si confonde e quasi si unifica con la storia del linguaggio. Non sono storie parallele. Basta vedere gli innumerevoli neologismi che sono stati inventati negli ultimi anni e i tanti significati nuovi che sono stati dati a parole antiche.

      • Enrico Nippo ha detto:

        Scusa, ma per il messaggio che hai postato non ti sei servito di parole?

        • stilumcuriale emerito ha detto:

          I messaggi sono fatti anche di parole e le parole servono anche per inviare messaggi. Ma è limitativo dare alle parole il solo significato di mezzo per inviare un messaggio. A meno che non si intenda, come è ben specificato nell’articolo parola parlata e/o scritta. Ma c’è anche la parola semplicemente pensata e la parola memorizzata.

          • Enrico Nippo ha detto:

            “Ma c’è anche la parola semplicemente pensata e la parola memorizzata”, sì, ma che non costituiscono un messaggio e però lo presuppongono: non si può pensare e memorizzare ciò che preventivamente non è stato un messaggio ricevuto.

          • stilumcuriale emerito ha detto:

            @ Nippo.
            Ma se tu mangi un fungo che ti ha fatto venire il vomito o la diarrea, tu pensi :- quel fungo non lo mangerò mai più- .
            Ma il messaggio dov’è ??

          • Enrico Nippo ha detto:

            “Quel fungo non lo mangerò più” è un messaggio che invio a me stesso per avvertirmi del pericolo, e che va a registrarsi nel memorandum interiore che altro non è che un elenco di messaggi.

            Insomma, la vita è un susseguirsi di messaggi.
            Fatti di parole e immagini. Anche l’immagine del fungo dispettoso è un messaggio che il memorandum interiore registra.

            Davvero stiamo parlando dell’acqua calda.

            Quando meditiamo, per esempio, un passo del Vangelo, tutte le considerazioni che ne nascono, non sono forse messaggi che sorgono da noi stessi verso noi stessi?

          • stilumcuriale emerito ha detto:

            Ma non sei tu che hai scritto : non si può pensare e memorizzare ciò che preventivamente non è stato un messaggio ricevuto.? Ricevuto che significa?

          • Enrico Nippo ha detto:

            Ricevere: dal latino re-cipere, da re – addietro, di nuovo, e cipere per capere prendere. Pigliare quanto è offerto o mandato, accogliere.
            Derivazioni: recipiente, ricettore, ricettivo.

            Non una parola di quelle che scrivi (e che scrivo) potrebbe ro “darsi” se non fossero state prima ricevute.

            I nostri ragionamenti (e quelli di tutti) sono ri-flessioni susseguenti a quanto dapprima si è ri-flesso (ricevuto) in noi.

          • stilumcuriale emerito ha detto:

            Bravo Nippo! E io che cosa ho detto? Guarda un po’:
            –quasi il 100% dei comportamenti umani è appreso–
            Ma va! 🙂

        • Enrico Nippo ha detto:

          E allora perché chiedi cosa significa “ricevuto”?

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