Indizio n.153 Bibbia CEI 2008: “Il Salmo 26 e il Padre Nostro: stesso verbo in greco. Il verbo ‘tentare’ non piace e viene sostituito con ‘mettere alla prova’. Sempre meglio del fantasioso ‘non abbandonarci’. E il criterio di traduzione quale sarebbe?” di INVESTIGATORE BIBLICO

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Studiando il Salmo 26, ho trovato un particolare molto interessante, trascurato sia nella Bibbia CEI 74 che nella 2008. Lo approfondirò per quello che posso in questo articolo, sebbene sarebbero necessarie ulteriori indagini.

Il versetto in esame è Salmo 26,2 .

Mettiamo a confronto le diverse traduzioni.

CEI 74: “Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco il cuore e la mente” (Salmo 26,2)

CEI 2008: “Scrutami, Signore, e mettimi alla prova, raffinami al fuoco il cuore e la mente” (Salmo 26,2)

VULGATA e NUOVA VULGATA: “Proba me, Domine, et tenta me; ure renes meos et cor meum” (Salmo 26,2) 

TESTO MASORETICO: “Bechanèni, Adonaj, wenassèni…” (Salmo 26,2)

LXX: “Dokimasòn me, Kùrie, kaì peìrason me” (Salmo 26,2) 

Il termine ebraico “wenassèni” deriva da “nasah” che significa “provare”, ma anche “tentare”.

Il termine greco “peìrason” deriva da “peìrazo”: è lo stesso termine che si trova in Matteo 4,1-11; Marco 1,12-13; Luca 4,1-13 (le tentazioni di Gesù).

In questo caso sia Cei 74 che 2008 hanno tradotto con “tentazione” e non con “mettere alla prova”.

Eppure, seguendo le traduzioni antecedenti, (LXX e le due Vulgate), la traduzione corretta sarebbe: “Scrutami Signore e tentami”.

In questo caso, per totale onestà intellettuale, la Cei 74 pecca, a mio parere, come la 2008, di ‘eccesso di prudenza’.

Il Re Davide dice chiaramente ed esplicitamente al Signore: “tentami”, e probabilmente i traduttori hanno preferito ammorbidire la questione con il più educato ‘mettere alla prova’.

Questo eccesso di prudenza ci riporta, in parallelo, ad una questione che abbiamo già affrontato, del resto. Quella che più ha urtato i più: la nuova traduzione del Padre Nostro.

Indizio n.7 Bibbia CEI 2008: “La nuova errata traduzione del Padre Nostro in Matteo 6,13a” di INVESTIGATORE BIBLICO – Investigatore Biblico (wordpress.com

Guarda caso anche nel passo del Padre Nostro compare il termine “peìrazo”, sopra citato.

Nella fattispecie, per ribadire un concetto già trattato, l’errata traduzione sta in quel “non abbandonarci”, che esce completamente dal seminato, a differenza di un molto più corretto, sebbene non del tutto, ‘metterci alla prova’ (che sarebbe stato un cambiamento nettamente migliore, seppure totalmente inutile, rispetto alla traduzione di sempre)

Tornando al Salmo, lo scandalo sarebbe che Dio non può “indurre” in tentazione nessuno. Qui parte il dibattito teologico. Tuttavia, se il testo originale dice “non ci indurre”, lasciamo l’antica traduzione in pace, mi verrebbe da dire.

Nel Salmo 26 è proprio il Re Davide a chiedere al Signore di essere tentato.

Re Davide (Santo che si ricorda il 29 Dicembre) ben sapeva quello che chiedeva.

Conosciamo Davide come Re, guerriero, cantore, ma poco come mistico.

I Salmi ne evidenziano questo aspetto.

Per quanto mi riguarda, figuriamoci se chiedo al Signore di mandarmi una “tentazione”. Ne ho già abbastanza…

Ma certamente nel Padre Nostro chiedo al Signore di “non indurmi in tentazione”, perché non sono un Santo come Re Davide e altri.

Andiamo, allora, a porci la domanda cruciale: cosa vi è di scandaloso nel pensare che Dio possa indurre in tentazione? La tentazione non è altro che una prova come un’altra.

Nel Vangelo delle tentazioni (sopra citato) Gesù “fu condotto dallo Spirito nel deserto per essere tentato da Satana”. E’ lo Spirito che conduce Gesù nel deserto per essere “tentato”.

Parallelamente, la Parola di San Giacomo, usata da chi giustifica il nuovo Padre Nostro, non è per nulla in contraddizione con la vecchia traduzione del Padre Nostro!

Infatti, in Giacomo 1,13-15 leggiamo:

Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male. 14Ciascuno piuttosto è tentato dalla propria concupiscenza che lo attrae e lo seduce; 15poi la concupiscenza concepisce e genera il peccato, e il peccato, quand’è consumato, produce la morte”.

Cosa intende dire San Giacomo?

Di certo Dio non può volere il nostro male, perché Dio è il bene assoluto, e il male proviene esclusivamente dal demonio.

Ma se Dio permette al demonio di tentarmi, è perché vuole la mia conversione e la mia santità.

Dio “permette” che io sia tentato e lo fa per un mio bene maggiore, perché mi vuole santo. In quella tentazione io posso restare attaccato a Lui. Perché senza di Lui cado continuamente.

Il discorso può essere ancor più approfondito.

Penso di aver toccato i punti essenziali.

Per questo argomento, i lettori che volessero pubblicare un proprio contributo o ampliamento della riflessione, mi scrivano in privato alla consueta mail.

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