Il Matto: la Fede è un’Esperienza Pura…

25 Febbraio 2022 Pubblicato da

 

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il Matto ci propone una riflessione su quella che gli sembra possa essere l’essenza della fede; una riflessione da cui certamente nasceranno spunti di discussione interessanti. Buona lettura. 

§§§

LA FEDE PURA È UN’ESPERIENZA PURA

Può darsi che per resistere alla planetaria onda dissolutiva che sta raggiungendo il suo culmine, occorra convertire il pensiero, precisamente il pensiero pensato (dialettico), per ricondurlo al pensiero pensante (sovrasensibile), ovvero alla sorgente, che è la mente, o, se si vuole, l’anima, anch’essa non coglibile col pensarla e parlandone, come non coglibile è il suo Creatore col pensarlo e parlandone: il pensiero è oggettivante e separa da sé il pensato due volte: pensandolo e parlandone.

Può darsi che anche la Chiesa cattolica debba farsi carico di tale conversione del pensiero, la cui proposta viene dall’Estremo Oriente, posto che la Verità pensata e formulata ha fatto il suo tempo, prova ne sia che essa non ha potuto e non può più reggere l’urto della dissoluzione anch’essa armata di pensiero pensato (e solo di questo).

Può darsi che il metodo del conflitto diretto tra formule dottrinali della Verità e istanze dissolute e dissolutizzanti non sia più del tutto idoneo, poiché il campo della tenzone è quello della dialettica troppo facilmente spacciata per “dialogo costruttivo”, la quale, invece, data la tendenza all’anarchia insita nella natura umana, prende regolarmente il sopravvento, macerando nel suo calderone ogni formula dottrinale prestabilita, già di per sé inadatta, se posta come baluardo invalicabile, a suscitare un fiammante anelito verso il Divino. E ciò senza ignorare il fatto che l’anarchia dappertutto dilagante si alimenta anche dell’opposizione sempre più insofferente e livorosa alle formule della Verità cui tutti dovrebbero attenersi.

 

Può darsi che la formula dottrinale debba essere trascesa, non per rinnegarla o dimenticarla, bensì per ritrovarla vera con uno sguardo dall’Alto, cioè da Ciò che la trascende, dallo Spirito che “è come il vento e soffia dove vuole”, e quindi non può essere rinchiuso definitivamente in un sistema di formule, ferma restando la validità del sistema per i fedeli che vi trovano conforto dal basso.

Quindi non è detto che un pensiero che pensi qualcosa di diverso da quanto prestabilito dal sistema dottrinale sia ispo facto sbagliato. Se lo Spirito è illimitato, può ispirare formule illimitate, anche non del tutto combacianti fra loro a causa degli irriducibili limiti espressivi del linguaggio, anzi dei linguaggi. E se Cristo è il Verbo per il quale “omnia facta sunt”, quell’“omnia” non può essere ridotto a/in formule, ossia in una sequela di concetti che rivendichino un’esaustività esclusiva. Cataste di libri improntati alla più ferrea dottrina mai potranno catturare l’Immenso Cristo-Verbo nelle loro pagine, tenendo anche conto del finale del Vangelo di Giovanni, nel quale l’evagelista dice chiaramente che quel che ha scritto non è (e non può essere) “omnia”. Anzi, a ben considerare quel che dice Giovanni, quello che si sa di Cristo è un’infinitesima parte!

In altri termini, la Verità non può essere esaurita razionalizzandola, ovvero misurandola in parole: ratio significa misura, e non esiste un’unità di misura né del pensiero né della Verità. Perciò anche il Catechismo, pur costituendo una solida base per l’istruzione, ha i suoi limiti, tenendo presente che katecheo significa primariamente istruisco a voce, e solo secondariamente il libro ove sono raccolte le minuziose e numerosissime istruzioni impossibili da recepire in toto, sicché, a rigore, volendo assumere una mentalità legalistica dura morire, è impossibile essere fedele a quanto descritto in centinaia e centinaia di pagine, ciò non potendo far sospettare che la vita spirituale è qualcosa di radicalmente diverso.

 

E, d’altra parte, come facevano i primi Cristiani senza il Catechismo e … il Diritto canonico?

 

I due brani qui proposti forniscono qualche spunto importante sull’impervio argomento.

* * * * *

 Da: Massimo Scaligero, L’attualità di Nishida

«Non si passa dal pensiero dialettico al sovrasensibile, non si esce dal pensiero astratto: il pensiero privo di spirito non può avere come oggetto lo spirito. La conversione non può essere che interna al pensiero che va convertito, non può venire da fuori, perché tutto ciò che può essere compreso dal pensiero astratto viene da esso necessariamente adattato, ridotto alla propria misura: perciò anche l’idea della propria conversione, cosicché  mai possa attuarsi. E questa è la situazione tragica del pensiero in Occidente, che tutto spiega e nulla afferra: perché incapace di afferrare se stesso.

Il pensiero di Nishida Kitaro forse rappresenta in Estremo Oriente il più serio punto d’incontro tra l’antica visione mistica e la moderna esperienza dei concetti. Questa esperienza in Occidente si compie a condizione che lo spirito si estingua, le metafisiche scompaiano.

La dialettica che si automatizza e si fa ricerca, visione del mondo, filosofia o antifilosofia, idealismo o anti-idealismo, spiritualismo o materialismo, non è il veicolo dello spirito, non è il veicolo della verità, ma il processo espressivo che ha preso la mano all’uomo: ossia il processo espressivo privo di contenuto interiore; processo dell’uomo impotente a esprimere ormai la propria essenza, ma solo capace di esprimere la propria impotenza.

Ma – osserva Nishida – il pensiero non può essere conosciuto se esso si limita a filosofare [e a teologizzare]: il suo movimento non è la filosofia [e la teologia], ma ciò che come atto interiore non ha dietro di sé nulla, se non la illimitatezza dello spirito. La filosofia [come la teologia] è un prodotto, non una condizione. Il conoscere è il momento vivo dello spirito, ma non lo conosce chi si limita a filosofare [e a teologizzare]: a meno che il filosofare [e il teologizzare] non sia la veste dell’esperienza pura, junsui keiken, ossia dello sperimentare puro del pensiero».

*****

Da: Nishida Kitaro, Uno studio sul bene

«Fare esperienza significa conosce il reale così com’è. È conoscere in conformità al reale, tralasciando completamente ogni intromissione da parte nostra. Puro è in senso proprio lo stato dell’esperienza così com’è, senza nessuna aggiunta del discernimento riflessivo, dato che di solito a ciò che si dice esperienza si mescola in realtà un qualche pensiero. Per esempio nell’attimo (setsuna) in cui si vedono i colori, si sentono suoni, “puro” indica non solo l’assenza del pensiero che questi suoni e colori siano dovuti all’azione di cose esterne o che sia l’io a percepirli, ma “puro” connota un’anteriorità persino rispetto all’aggiunta del giudizio su che cosa questi colori e questi suoni siano. Per questo l’esperienza pura è identica all’esperienza immediata. Quando si fa esperienza direttamente del proprio stato di coscienza non ci sono ancora né soggetto (shu)  né oggetto (kyaku), la conoscenza e il suo oggetto (taishō) sono completamente uniti. Questo è il modo più puro dell’esperienza».

* * * * *

Da sottolineare come di fronte al reale, Nishida suggerisca “il tralasciare ogni intromissione da parte nostra … nessuna aggiunta del pensiero riflessivo … anteriorità rispetto all’aggiunta del giudizio”. Perciò se le formule dottrinali rientrano anch’esse nella realtà, occorrerebbe verificare se davanti ad esse il fedele si ponga puro, ovvero non si intrometta, non aggiunga il discernimento riflessivo e si mantenga nell’anteriorità rispetto al giudizio, cosa che non può dirsi affatto scontata, posto che la soggettività è sempre in agguato e s’impone con insospettata fulmineità.

 

Ma v’è di più: la fede in ciò che dice una formula dottrinale composta di concetti e parole non è fede in Ciò che i concetti e le parole indicano; la fede in ciò che viene detto di Dio non è la fede in Dio; Dio non è una formula; piuttosto, occorrerebbe considerare l’eventualità che la pura fede non necessiti della formula dottrinale se non come necessaria propedeutica, dato che, per tornare a Nishida, in essa, in quanto esperienza pura, «non ci sono ancora [non ci sono più] né soggetto  né oggetto, la conoscenza e il suo oggetto sono completamente uniti».

La fede pura è un’esperienza pura.

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13 commenti

  • miserere mei ha detto:

    Caro matto, il dogma non imprigiona e non limita l’esperienza di Dio. Maria non disse il suo Fiat muovendo dai dogmi che la riguardano. Rinascere dall’alto abbisogna della consapevolezza di che cosa sia il Regno dei cieli, quello del Padre nostro, che in un precedente scritto trovavi commovente poterglisi rivolgere desiderando essergli figlio con quel cuore! Mia moglie mi ha chiesto di sistemarle la macchina da cucire. Non so se ci riuscirò, ma certamente inizierò leggendo il libretto delle istruzioni e poi armeggerò con pinze cacciaviti secondo nozioni che conosco meglio della mia signora, che invece sa come cucire e ha l’arte per cavarne cose bellissime. Tutto questo per dire che l’esperienza di misura e si svolge dentro un’istruzione, una fede, una passione, un amore, una disponibilità. Ha cominciato Dio e ringrazio chi mi ha saputo consegnare non solo una macchina da cucire scassata, ma anche le istruzioni e tanta a tanta appassionata sapienza del Cielo che altrimenti guarderei un po’ inebetito, magari adorando il sole o la madre terra…

    • Il Matto ha detto:

      Grazie.

      Mi permetto però un altro esempio: chi ha imparato a guidare non continua ad andare tutti i giorni a scuola guida e non consulta ogni giorno il codice stradale.

      • miserere mei ha detto:

        Il mio rapporto con Dio cerca di essere di grande confidenza, ma Dio è Lui. Quindi non mi fa male ogni giorno l’esame (di coscienza), un ripassino (lo studio), il rendimento di grazie (che ricevo nei sacramenti). Insomma del sanissimo timor di Dio che non è paura, ma dono dello Spirito Santo. La preghiera è una scuola di umiltà e l’umiltà il recipiente della grazia: da solo non ci sarei mai arrivato. L’ho appreso da sacerdoti che l’hanno appreso dai santi e lo vedo in Maria Santissima. Poi salgo in macchina e ho due possibilità: guido io, oppure sia fatta la Tua Volontà (guida Tu). La macchina è la mia, ma si ritorna al significato della patente (il battesimo).

  • Forum Coscienza Maschile ha detto:

    “Non è detto che un pensiero che pensi qualcosa di diverso da quanto prestabilito dal sistema dottrinale sia ispo facto sbagliato.”

    Con buona pace del principio di non-contraddizione: c’era una volta la “corrente continua” del pensiero oggettivo: l’intelletto con la ragione esprimeva il pensiero razionale. Adesso siamo alla “corrente alternata” del bipensiero soggettivo: il pensiero razionale… si attribuisce l’arbitrio di prescindere dalla ragione.
    Tommaso d’Aquino era solito iniziare le lezioni ponendo una mela sulla cattedra: “Questa è una mela”, diceva, “chi non è d’accordo può uscire dall’aula”.

    Tutto questo orientalismo che ci affolla non è un caso: col tramonto del libro siamo passati da una cultura alfabetica (civilizzata) a una orale-acustica che non conosce pensiero logico-razionale.

    L’antica Roma, avendo diviso la Gallia in tre parti, fu occupata a sua volta da Alarico e dai suoi Unni. Noi, avendo conquistato l’Oriente allo stesso modo, ci troviamo sul fronte interno totalmente occupati da orientalismo, quietismo e viaggi interiori. Siamo diventati ciò che abbiamo combattuto. Ora viviamo in territorio occupato, senza sapere contro chi combattere o dove resistere.
    L’Occidente non è in grado di percepire i contorni del disastro che ha causato a se stesso. L’occupazione di Parigi da parte dei tedeschi non era nulla in confronto all’occupazione del nostro territorio, da parte delle nostre armi “software” che mutano tutto. Il nemico non è solo dentro il nostro territorio ma dentro noi stessi.

    • Il Matto ha detto:

      Ecco che anche il principio di non-contraddizione rivendica la sua dogmatica razionalità: “è così O così”, mentre potrebbe darsi che da altra prospettiva sia “è così E così”.

      A prima vista una moneta è composta soltanto da due facce, quindi: “testa O croce”. Ma v’è un terzo elemento: il bordo, che tiene insieme “testa E croce”. Il bordo è l’assoluto, le due facce il relativo. Nell’assoluto il relativo è trasceso.

      Il pensiero razionale discriminante può essere trasceso. L’aut aut può essere trasceso nell’et et.

      • Forum Coscienza Maschile ha detto:

        Se le verità di fede non vengono contraddette non vedo il problema. Ma la scomparsa dell’Occidente è cominciata col declino della Scolastica e con l’abbandono del pensiero tomista-aristotelico.
        La nostra fascinazione per le culture orientali deriva dalla tecnologia elettronica più di quanto immaginiamo

        • Il Matto ha detto:

          A proposito del sistema tomistico, c’ è un episodio a mio avviso dirompente della vita dell’Aquinate che certamente conoscerà, e cioè che un bel giorno, al Santo che aveva appena celebrato Messa, tutto quello che aveva scritto gli apparve come paglia, e questo lo indusse ad interrompere la stesura della Summa, non propriamente una raccolta di brevi fascicoli.

          Questa può chiamarsi, sempre a mio avviso, illuminazione, termine che fa pensare subito all’oriente (potremmo dire zenisticamente satori) ma che invece è contemplata cattolicamente secondo le vie purgativa, illuminativa appunto, e unitiva.

          Il sistema tomistico-aristotelico “produce” un certo tipo di essere umano che ormai, indipendentemente dalla validità del sistema, non è più adatto per vivere nel mondo moderno, anzi post-moderno, che non concepisce più l’aut aut.

          La (presunta) superiorità dell’ Occidente nei confronti dell’Oriente ha fatto il suo tempo.

          Immaginare una restaurazione tomistico-aristotelica non credo sia plausibile.

          Ci vuole un pensiero nuovo. E l’Oriente, non più considerato come un nemico, può dare il suo apporto.

          • Forum Coscienza Maschile ha detto:

            E’ la conferma di quanto dicevo nel primo commento: se non ci renderemo conto delle dinamiche profonde innescate dalle nostre stesse tecnologie, l’intera cultura occidentale sarà gettata nella pattumiera della Storia, come la Scolastica nel Cinquecento.
            Cristianesimo e cultura occidentale sono profondamente collegati, non è un caso che Cristo si sia incarnato all’interno della cultura greco-romana.
            Quando dico che il cristianesimo potrebbe sparire dall’Occidente, col suo odio di sé, col dubbio sulla propria cultura, intendo esattamente questo.

  • Adriana 1 ha detto:

    Tutto questo è molto interessante…mi pare di capire che, in pratica, l’unico insegnamento valido si trasmetta per esperienza personale tra maestro e discepolo.
    Fare propri gli insegnamenti summenzionati ,oggi, non lo ritengo autenticamente possibile. Fino a una decina d’anni fa, forse si. Ritengo che in Occidente vigano determinati archetipi che servono da gradini funzionali per un cammino verso la Fede, archetipi differenti da quelli orientali.

    • Il Matto ha detto:

      Può darsi che “differenti” non significhi necessariamente “incompatibili”.

      E comunque la loro concezione ha luogo nel relativo, non nell’Assoluto, che è … l’archetipo comune.