Eucarestia, Acclamazione alla Messa? Discutibile, si Apra un Dibattito Teologico.

2 Giugno 2021 Pubblicato da

 

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, Vitantonio Marasciulo, direttore de Il Borgo Mensile di Monopoli ci offre questo editoriale, che prende spunto da una sua esperienza personale durante la celebrazione della messa. Buona lettura, riflessione e discussione.

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Il Borgo Mensile di Monopoli

Eucaristia, acclamazione discutibile

Si apra un dibattito teologico

 

L’altro giorno, alla fine della consacrazione eucaristica mi sono imbattuto in una strana acclamazione che l’assemblea dei fedeli profferiva: Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice annunziamo la tua morte Signore, nell’attesa della tua venuta”. Ho notato con mia somma sorpresa che nell’acclamazione manca “proclamiamo la tua risurrezione”. Sono andato al parroco e ho fatto presente del perché il popolo pronuncia questa “strana” acclamazione, che suona come una eresia. Il parroco dopo un iniziale silenzio, ha lasciato intendermi che avrebbe dato una risposta in un secondo momento.

La domenica successiva mi sono recato a messa alla stessa chiesa. Ancora una volta sono uscito dalla funzione Eucaristica senza viverla in un tutt’uno con Cristo. Mi sono chiesto: “vado a messa e non c’è risurrezione”. Che messa è questa?

 

Mons. Giuseppe Favale, vescovo di Conversano-Monopoli da noi contattato – ha affermato:  “Dopo la consacrazione del pane e del vino c’è l’introduzione dell’acclamazione dell’assemblea, per la quale il messale propone tre formule a scelta:

1) “Annunziamo la tua morteSignore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta”, ed è quella più seguita.

2) “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta”. Che fa riferimento a San Paolo (1Cor 11,26) ma è comunque una versione ad litteram, non contestualizzata all’Eucaristia.

3)  “Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo”.

“Le acclamazioni che l’assemblea profferisce – ha concluso – sono scelte dal celebrante in base a momenti, a feste particolari o a situazioni contingenti”.

Affermazioni che mi hanno lasciato comunque perplesso: se il celebrante può avere il diritto di scegliere la formula, “discussa”, da far dire al popolo, perché ciascun battezzato dell’assemblea e chi scrive non può avere il diritto d’essere rispettato nella propria spiritualità?

 

Secondo ambienti autorevoli della Chiesa, si palesa “un vizio teologico nell’acclamazione”. La messa è preghiera rivolta alla Gloria del Padre. Gesù Cristo con la preghiera del “Padre Nostro” ci insegna che l’orazione è da rivolgere al Padre. E’ il Padre che rivela il Figlio, che fa conoscere Cristo, suo Verbo, sua Parola vivente nello Spirito. Perché dunque ci si rivolge con le acclamazioni al Figlio? Perché c’è incongruenza letteraria? Quantunque si avanzasse la tesi che non vi sarebbe alterazione fra consacrazione Eucaristica e l’acclamazione al Figlio, la stessa – concludono – è una interpretazione speciosa”. (apparente, non validante ndr).

 

Se l’osservazione teologica ha una ragione d’esistere, sarebbe auspicabile che si aprisse a livello centrale che periferico un dibattito teologico.

Intanto si potrebbero avanzare alcune considerazioni. Primo. Che la Trinità non può essere divisa, come le formule di acclamazione attestano.  La messa inizia con la Parola di Dio, essere perfettissimo, che si rivela nell’Antico Testamento e nel Nuovo, nel Figlio. Il Padre ci viene spiegato attraverso l’incarnazione di Cristo. E’ il Padre che l’assemblea dovrebbe acclamare e ringraziare, che ha permesso la rivelazione del Figlio nello Spirito Santo.  Ci si chiede con quale autorità il celebrante, prima prega il Padre: “Benedetto sei tu Signore, Dio dell’Universo, dalla tua bontà abbiamo ricevuto questo pane frutto della terra e del lavoro dell’uomo, lo presentiamo a te, perché diventi per noi cibo di vita eterna. E poi con il vino (…) perché diventi per noi bevanda di salvezza”. Con quale autorità prima prega: “Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente. Invoca il Padre che invii lo Spirito Santo in cui rendere possibile la transustanziazione, l’azione di grazia, attraverso cui il pane e il vino si tramutano in carne e sangue e dunque in presenza reale. E poi che fa? Sterza e sposta l’attenzione dal Padre al Figlio, quando invece si dovrebbe glorificare Dio per la risurrezione del Figlio. La formula di acclamazione più consona per chi vive la presenza di Dio nell’Eucaristia, come chi scrive, che fa giustizia delle tre formule, potrebbe essere: “Grazie Padre per la tua grandezza rivelata nel Figlio, che con il tuo dono dello Spirito di Vita, attraverso Cristo, ci permetti la redenzione e il ritorno a te come figli tuoi”.

 

Nel momento dell’epiclesi il silenzio in adorazione è dovuto al Padre e richiede che la spiritualità di ciascun fedele sia un tutt’uno con la viva e reale presenza Eucaristica. Non a caso San Pio da Pietrelcina nel momento della consacrazione era così preso in adorazione da andare in estasi.

Se ha una ragione d’esistere il nodo teologico va altresì affermato che la stessa messa è oggi vilipesa, non celebrata con la dignità che le spetta. Gesù Cristo per la lobby della nuova religione universale in salsa modernista, è identificato come un profeta, e questo dà credito al credo dei Testimoni di Geova o al credo della liturgia luterana. Forse si vorrebbe che la Chiesa cattolica apostolica romana cancellasse il sacrificio della croce?  Per di più quando il celebrante fa dire al popolo l’acclamazione: “Annunciamo la tua morte Signore, nell’attesa della tua venuta”, il fedele è ancor più in confusione. Chi non è educato all’Eucaristia, coglierebbe la venuta di un fantasma e per ciò stesso potrebbe essere esposto al rischio dell’esoterismo: messe nere, sedute spiritiche e altro.  Vi sono sacerdoti oggi che sanno educare alla liturgia Eucaristica o di formare i battezzati al sacramento per eccellenza?

Vitantonio Marasciulo.

(borgomensile@libero.it)

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34 commenti

  • Enrico Nippo ha detto:

    “Il Messale Romano imposto all’orbe cattolico da Pio V consacrava dunque la Liturgia di Roma, “rimasta pressoché immutata attraverso i secoli nella sua sobria e piuttosto austera forma”, e alla cui configurazione avevano contribuito in particolar modo papa Damaso (366 – 384) e S. Gregorio Magno (590 – 604). Sarebbe rimasta pressoché invariata fino a Pio XII, con l’introduzione della nuova Liturgia della Settimana Santa . Come già Lutero, anche per i protagonisti della Controriforma esiste un rapporto profondo fra arte e liturgia: solo che questi ultimi, diversamente da Lutero, ma soprattutto dall’iconoclastico Calvino, si rivolsero all’arte per farne l’alleata e il mezzo espressivo più evidente di convinzioni teologiche. “L’immagine sacra poteva contemporaneamente arrivare alla mente attraverso i suoi contenuti catechistici, al sentimento mediante la bellezza della forma, alla devozione per il suo inserimento nel contesto liturgico” (biblia pauperum). È soprattutto nella rappresentazione dell’Ultima Cena, dell’Istituzione dell’Eucarestia, fonte ed origine della Messa, che possiamo scorgere i frutti di questa alleanza, la volontà di ribadire attraverso il linguaggio delle immagini la teologia sacrificale affermata dal Concilio di Trento. A partire dalla Controriforma infatti la rappresentazione dell’Ultima Cena si sforza di acquisire una maggiore sacralità e a risaltare con più evidenza la sua connessione, spirituale, col sacrificio della croce.

    Grande appare così la distanza fra la celeberrima, ma anteriore, opera di Leonardo da Vinci o del Veronese, e l’Istituzione dell’eucarestia commissionata a Federico Barocci e posizionata, non a caso, dietro l’altare. In essa infatti “l’artista sostituisce all’evento storico descritto nei vangeli – la cena intorno al tavolo – la raffigurazione di un rito: gli apostoli inginocchiati e Cristo che, con gesto sacerdotale, solleva l’ostia dalla patena e sembra pronunciare le parole consacratorie. L’intenzione è chiaramente quella di suggerire una continuità tra questa prima comunione eucaristica e la S. messa celebrata nella stessa cappella Aldobrandini” . Una tale interpretazione era già stata, è vero, del Beato Angelico, ma a quest’epoca il significato si fa nuovo, assume quasi una sfumatura polemica nei confronti della concezione protestante della messa come semplice cena. Un altra rappresentazione esemplare, ancor più evidente nel suo significato è la “Messa Miracolosa di S. Gregorio Magno” di Cesare Aretusi e Gabriele Fiorini: sull’altare vi è il messale aperto su un disegno della crocifissione e dietro, in posizione frontale rispetto agli astanti, è rappresentato Gesù che tiene in mano la Croce. Si crea così un collegamento spontaneo e ineludibile fra Eucarestia e Crocifissione, legame negato da Lutero, e tra Eucarestia e presenza reale del Corpo e sangue di Cristo, estraneo alla visione esclusivamente memorialistica e simbolica di Zwingli e Calvino…

    ll Novus Ordo Missae, infatti, come dichiarato anche da Jean Guitton, si avvicina in diversi punti alla cena protestante, in quanto pone l’accento più sul carattere memorialistico del rito, che su quello sacrificale; abolisce di conseguenza la celebrazione ad Deum, sostituita con quella versus populum, e la comunione in ginocchio; elimina l’uso del latino, il canone a bassa voce, la messa anche in assenza dei fedeli, il canto gregoriano, “luci, incensi, vesti… per rendere più evidente la maestà di un sacrificio così grande”… Infine, privilegiando la liturgia della Parola rispetto all’Eucarestia, il tabernacolo viene accantonato, e nel contempo muta completamente l’aspetto fisico ed artistico dell’edificio chiesastico”.

    http://www.internetica.it/neocatecumenali/VetusNovus-neoprotestantesimo.htm

  • Milli ha detto:

    D’accordo che siamo in tempi difficili per la Chiesa, che hanno fatto molti cambiamenti , tuttavia affermare che:”Chi non è educato all’Eucaristia, coglierebbe la venuta di un fantasma e per ciò stesso potrebbe essere esposto al rischio dell’esoterismo: messe nere, sedute spiritiche e altro.” È ridicolo.
    Prima di tutto, si presume che tutti abbiano frequentato qualche lezione di catechismo da piccoli , debbano essere per forza educati all’Eucaristia e che davvero non possano scambiare Cristo Risorto con un ectoplasma .
    Chi vuole dedicarsi all’esoterismo e alle messe nere lo fa per scelta (scellerata) sua, non perché sviato dal Novus Ordo.
    Detto questo, visti tutti questi cambiamenti dubbi, è giusto stare attenti ,bene ha fatto a interpellare il vescovo, ma poi non ci si può improvvisare teologi.
    Nemmeno per vendere qualche copia di giornale in più.

  • MARASCIULO VITANTONIO ha detto:

    Don Pietro Paolo: “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta”. Che fa riferimento a San Paolo (1Cor 11,26) ma è comunque una versione ad litteram, non contestualizzata all’Eucaristia. “(…) Vogliamo ora criticare S. Paolo perché ha omesso di citare la resurrezione?”.
    L’acclamazione di S, Paolo è espressa in contesti di messa nelle case, in famiglia, formata da poche persone; a coloro che l’avevano ascoltato e avevano colto la predicazione. A coloro che vivevano la messa come fede nel Cristo Risorto, disposto ad andare alla Croce. S. Paolo è l’apostolo della Risurrezione, esperienza diretta col Risorto, per ciò stesso dà per scontato sempre la Risurrezione. E’ testimone della Risurrezione, non è da parafrasare. Oggi il contenuto è cambiato completamente. Per arrivare al sodo: si impone ai fedeli non un atto di fede, ma un atto di cultura: devono sapere che cosa voleva dire S. Paolo.

    • Claudia ha detto:

      Ridicola difesa. Lei scopre nel 2021 la frase incriminata e invece di tacere per non essere andato a messa negli ultimi 60 anni, ha pure il coraggio di criticarla senza sapere che è di San Paolo per poi arrampicarsi sugli specchi. Lei ha bestemmiato, se ne renda conto e di vergogni!

  • MARASCIULO VITANTONIO ha detto:

    Antonello: “Non mi ritengo un teologo ferrato, ma certamente mi farebbe piacere sapere quale preparazione teologica ha questo direttore di giornale locale che scrive un articolo che è prima di tutto illogico e campato per aria”.
    La mia spiritualità ha sete di Dio, la sua spiritualità a che tipo di fede porta: al bene o alla violenza? Non sono un teologo, ma semplice fedele disgustato che crede in Cristo Risorto, figlio di Dio.

    • Antonello ha detto:

      Se non è un teologo, allora si astenga da scrivere certi articoli.
      Come si permette poi di esprimere giudizi sulla mia spiritualità, che non conosce per nulla e che non è tenuto a conoscere e a giudicare? Ora fa anche la guida spirituale, oltre che il teologo? Peraltro lei lascia fa allusioni al fatto che la mia presunta spiritualità, secondo lei, porterebbe alla violenza! Ma si rende conti di quello che dice? Non si vergogna? Perchè dovrebbe vergognarsi di una tale affermazione.
      Auspico che la direzione di questo sito opti per non proporre mai più articoli di un rozzo personaggio come lei.

  • Stefano ha detto:

    La questione è stata sottoposta dal Card. Ottaviani a San Paolo VI. Il Papa l’ha rigettata e ha mantenuto la formula.
    Roma locuta causa finita.

  • Claudia ha detto:

    La frase che Marasciulo non gradisce è di SanPaolo. Saluti

  • Giorgio ha detto:

    In altri contesti non avrei mai pensato fosse possibile, ma in questo caso dico che sono d’accordo con il sig. Enrico Nippo, punto per punto, virgola per virgola e lettera per lettera! Non so se sono stato chiaro!
    “Se non si abolisce il novus ordo, è inutile agitarsi tanto per lo sfacelo liturgico e depauperamento sacrale che stanno disintegrando la Chiesa.”
    Scusatemi se vi sembro eccessivo, ma chi non concorda con questo giudizio del sig. Nippo, è perso, irrecuperabile!
    Lo ribadisco: Mi sembra proprio che il sig Nippo sia l’unico ad aver colto nel segno! Grazie sig. Nippo!

  • Don Pietro Paolo ha detto:

    “Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta”. Che fa riferimento a San Paolo (1Cor 11,26) ma è comunque una versione ad litteram, non contestualizzata all’Eucaristia.

    Non è vero che non sia contestualizzata all’Eucarestia. A parte che non ci vuole grande ingegno per capire che mangiare il pane o bere al calice, così come detto in questa frase, ha come riferimento la Celebrazione Eucaristica, ma è proprio S. Paolo che la usa dopo aver narrato quello che avviene nella celebrazione Eucaristica. Vogliamo ora criticare S. Paolo perché ha omesso di citare la resurrezione? Ma per favore! Che L’Eucarestia è memoriale della passione, morte e risurrezione di Cristo ed è quindi presenziale, non ci piove, ma è anche escatologica in quanto azione dell’Uomo-Dio e quindi eterna. Lo stesso Gesù dice: “poiché vi dico: da questo momento non berrò più del frutto della vite, finché non venga il regno di Dio” (Lc 22,18)… Beati gli invitati alla Cena dell’Agnello…Il già e non ancora.

    • cattolico ha detto:

      Don P.Paolo,il vangelo di mio padre datato 24-6-1958 dice:…….celebrate la morte del signore finché egli venga, e non annunziamo. teologicamente ha un altro significato A me sembra la santa messa dell’agape delle catacombe

      • Don Pietro Paolo ha detto:

        Cattolico, il testo del vangelo di suo padre porta una traduzione non letterale. il testo greco e quello latino usa il verbo annunciare

      • cattolico ha detto:

        errore, santa cena dell’agape

      • Antonello ha detto:

        1958… si è già risposto da solo.

      • Cattolicissimo ha detto:

        La traduzione di qualla Bibbia del 58 non è corretta. Il testo originale dice “katanghéllete”: annunziate. Il verbo katanghéllo non vuol dire celebrare, ma annunziare (vedi ánghelos, angelo).

    • Antonello ha detto:

      Esatto don Pietro. Non ci sarebbe da spendere neanche una parola sulla questione…

  • Antonello ha detto:

    Un articolo in cui si passa di palo in frasca facendo un gran guazzabuglio di diverse cose. Mi pare che ci si improvvisi teologi con gran faciloneria sempre più frequentemente di questi tempi.

    • Enrico Nippo ha detto:

      Quindi Lei, per dare un giudizio del genere, sarebbe un teologo ben ferrato?

      • Antonello ha detto:

        Non mi ritengo un teologo ferrato, ma certamente mi farebbe piacere sapere quale preparazione teologica ha questo direttore di giornale locale che scrive un articolo che è prima di tutto illogico e campato per aria.

  • Enrico Nippo ha detto:

    Stendendo un velo pietoso sulla “creatività” prevista dal novus ordo, c’è da tenere presente del pericolo subliminale che penetra nel fedele alle parole:

    “nell’attesa della tua venuta”

    previste subdolamente e protestanticamente nel finale della formula subito dopo la Consacrazione.

    Si tratta di una frase “escatologica” che distrae immancabilmente e a sua insaputa il fedele dalla Presenza Reale di Nostro Signore grazie alla Transustanziazione.

    Come si può dire “nell’attesa della Tua venuta”, guarda caso, subito dopo che il Signore si è fatto presente nell’Ostia consacrata?

    Da ex-chierichetto tridentino, non ho l’anello al naso e mi guardo bene dal partecipare al “creativo” novus ordo, al quale, se non ricordo male (ma no che non ricordo male!) anche i protestanti dissero a suo tempo di poter partecipare.

    SVEGLIA!!!!!!!!!!!!!

    Altro che Summorum Pontificum, “ermeneutica della continuità” e “due forme dello stesso rito”! Ma per favore!

    Se non si abolisce il novus ordo, è inutile agitarsi tanto per lo sfacelo liturgico e depauperamento sacrale che stanno disintegrando la Chiesa.

    • Antonello ha detto:

      Si puó perfettamente dire “nell’attesa della tua venuta” perchè ci si riferisce al ritorno glorioso di Cristo: alla Parusia, che non c’entra nulla con la presenza reale.

      • wisteria ha detto:

        In quel particolare momento del Rito non sarebbe meglio che l’assemblea tacesse.?

        • Antonello ha detto:

          No, perchè l’assemblea acclamando non fa altro che manifestare l’adesione al comando “fate questo in memoria di me”. L’acclamazione risponde al comando diGesù, identificandosi come suoi discepoli. Per questo è rivolta al Figlio. Tutto il resto della liturgia eucaristica è rivolto invece giustamente al Padre. Chi ha scritto l’articolo non ha capito proprio nulla.

      • Enrico Nippo ha detto:

        Come volevasi dimostrare.

      • STAZIONE ALPHA ha detto:

        “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, sino alla fine del mondo”

      • GUGLIELMO DA BASKERVILLE ha detto:

        Il risultato è che tutti i fedeli presenti in assemblea si dichiarano in attesa di una venuta gloriosa, un secondo dopo la Consacrazione, ma solo uno sparuto numero riceve la Comunione, ove Lui è presente realmente.

    • P.D.P. ha detto:

      Non ho mai condiviso i suoi interventi, ma questo lo sottoscrivo in pieno. Nel 2019 in una chiesa “cattolica” di Verona si pregava, un giorno, “(…) Pachamama di questi luoghi, bevi e mangia a volontà questa offerta, affinché sia fruttuosa questa terra (…)”
      Gli stessi che proferivano “nell’attesa della tua venuta”, adoravano altresì (o invece ?) un nuovo vitello d’oro, quest’ultimo già ben presente, infatti si disse “di questi luoghi”.
      Mi chiesi allora si si fosse toccato il fondo del baratro, temo di no.

    • Forum Coscienza Maschile ha detto:

      Sig. Nippo ha assolutamente ragione. E’ un abbaglio pensare che si possano contenere anche in minima misura le derive del Novus Ordo, già di per sé viziato da elementi protestanti, a partire dalla formula citata nell’articolo che è presa tale e quale dalla “Cena” protestante. Un abbaglio che sta costando caro alla Chiesa e in particolar modo ai fedeli, insieme a tutti i tentativi di vari prelati di “salvare capra e cavoli” col solito argomento dell’ermeneutica della continuità.
      La resistenza cattolica deve partire dalla Messa in latino:
      https://www.coscienzamaschile.com/index.php/topic,145.0.html

      • wisteria ha detto:

        Esattamente. Nel V.O. Non ci sono equivoci. Non c’è bisogno di tanti interventi dei fedeli. C’è spazio per il silenzio del raccoglimento,