La Fine di Tutto. I Collaborazionisti Europei, e la Pulizia Etnica di Tito.

4 Maggio 2021 Pubblicato da 3 Commenti

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, un amico ci ha inviato questa recensione di Giuseppe Brianza di un libro che sicuramente desterà un grande interesse, e non solo fra gli specialisti del settore. Buona lettura.

 

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La parabola dei fascismi e dei collaborazionismi europei, senza dimenticare le foibe…

 

Andrea Rossi, dottore di ricerca in Storia Militare e cultore di questa materia all’Università di Ferrara, è autore di numerosi volumi sulla storia del fascismo e dell’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale (fra questi ricordiamo Fascisti toscani nella repubblica di Salò, BFS, Pisa 2000, Le guerre delle camicie nere, BFS, Pisa 2004 e Il gladio spezzato. 25 aprile – 2 maggio 1945: guida all’ultima settimana dell’esercito di Mussolini con Prefazione del prof. Francesco Perfetti, D’Ettoris Editori, Crotone 2015).

Torna nuovamente sullo scomodo tema dei vinti del secondo conflitto mondiale con La fine di tutto. 25 aprile – 15 maggio 1945: una guida agli ultimi giorni dei collaborazionismi europei. Rossi solleva lo sguardo dalle vicende italiane per volgerlo all’intero continente europeo, dove la fine delle ostilità fra gli Alleati e il Terzo Reich nazista rappresentò l’irrimediabile catastrofe per centinaia di migliaia di uomini e di donne che avevano scommesso sul “cavallo perdente” e furono disarcionati dalla storia.

Nazionalisti ucraini e slovacchi, fascisti romeni e sloveni, cattolici croati e patrioti serbo-montenegrini, assieme a decine di migliaia di cosacchi anticomunisti finirono la loro avventura politica e militare a pochi chilometri gli uni dagli altri, in un cataclisma epocale, pagando senza remissione l’alleanza scellerata che avevano sottoscritto con Adolf Hitler.

Ognuna di queste comunità era animata da ragioni e motivi diversi: affinità ideologica con l’ideologia hitleriana, nazionalismo frustrato, antisemitismo viscerale, odio per il comunismo, ma anche disperato patriottismo e desiderio di indipendenza. Dietro di loro avevano lasciato lutti, rovine, disperazione, morte subita e inferta. Colonne di disperati avevano seguito i propri leader dall’Europa occidentale così come dai Balcani e dalla Russia fin dentro i confini del Terzo Reich.

Per sfuggire al destino si erano ritirati nell’ultimo lembo di territorio amico ancora non toccato dalla disfatta, un fazzoletto di terra sempre più angusto situato nel centro dell’Europa ancora occupata dalla Wehrmacht. Lì pensavano di essere sfuggiti alla punizione che da mesi li inseguiva, ma dopo la resa vennero riportati alla realtà dalle avanguardie americane e sovietiche, da quelle francesi o britanniche, con le quali, improvvisamente, si trovarono faccia a faccia.

In quel momento invocarono convenzioni, supplicarono giustizia, presero tempo, si travestirono, si offrirono ai vincitori. Diversi scamparono al castigo, ma il loro futuro fu comunque quello degli esuli, in nazioni amiche o presso ex nemici che poco si interessavano al curriculum dei nuovi arrivati, se non per il rilievo professionale che essi potevano avere o per le informazioni che possedevano.

La ricerca di Andrea Rossi, condotta su fonti bibliografiche e documentarie in gran parte inedite, o comunque non tradotte nel nostro Paese, analizza in modo comparato la conclusione della parabola dei fascismi e dei collaborazionismi europei cercando, ove possibile, un paragone tra le vicende del 1945 in Italia e nel resto del continente. Lo scopo del volume, come precisa l’Autore, è quello di fornire un “canovaccio” per approfondire le tracce individuate e analizzate nello studio, meritevoli di maggiore attenzione di quanta, sino a ora, se ne sia rilevata fra i ricercatori nostrani (evidentemente alcune storie continuano a restare “scomode” anche dopo tre quarti di secolo…).

Non mancano le sorprese nell’analisi di Rossi, specie per quanto riguarda il nostro confine orientale, come per esempio nella vicenda tragica delle foibe, oggetto anche in questi mesi di tentativi di riduzionismo (o negazionismo) di stampo marxista. Come si documenta nel volume, in tutto il nord della Jugoslavia la fine delle ostilità coincise con un massacro indiscriminato di oppositori politici e minoranze etniche. Furono uccisi e gettati in cavità carsiche, pozzi o miniere abbandonate non solo migliaia di italiani, ma decine di migliaia di ungheresi e tedeschi, sloveni nazionalisti, cetnici serbi, e soprattutto cattolici croati, a dimostrazione di come Tito avesse in mente un progetto di “pulizia etnica e ideologica” come premessa per la costruzione della Jugoslavia comunista.

È in questo quadro che va inserita la vicenda tragica della fine del fascismo in Italia che, se inquadrato in una più generale analisi di quanto avveniva in Europa negli stessi giorni, può essere valutata con il giusto peso ed in modo più equilibrato. Gli “Alleati” americani senza dubbio volevano Mussolini vivo, esattamente come tutti gli altri leader dei fascismi e dei collaborazionismi europei. Il Duce fu l’unico fra i leader delle nazioni amiche del Reich ad essere ucciso immediatamente dopo la fine delle ostilità, e di certo non a causa di iniziative americane. I processi del dopoguerra, infatti, dovevano essere un punto centrale per un severo giudizio sul passato di ogni nazione del continente; questo ovviamente, per quanto riguarda l’Europa occidentale. Al di là della cortina di ferro, che a maggio del 1945 era già praticamente calata su tutto il centro e l’est del continente, c’erano ovviamente considerazioni diverse, e più che i processi, per l’Unione sovietica erano importanti le punizioni pubbliche dei propri traditori, russi o ucraini o baltici, e di tutti coloro che avevano affiancato la Germania nell’invasione del 1941.

In conclusione, ci troviamo di fronte a uno strumento utile sia per gli appassionati di questo complesso periodo della storia europea, sia per gli studiosi accademici, i quali sono finalmente in condizione di poter utilizzare una guida per districarsi in vicende complesse e, in alcuni casi, sino ad oggi assai poco esplorate.

 

Giuseppe Brienza

 

Andrea Rossi, La fine di tutto.  25 aprile – 15 maggio 1945: una guida agli ultimi giorni dei collaborazionismi europei (D’Ettoris Editori), Crotone 2020, pp. 108 – € 12,90 (https://www.amazon.it/fine-tutto-aprile-15-maggio-collaborazionismi/dp/8893280965)

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Ecco il collegamento per il libro in italiano.

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3 commenti

  • Pulizia etnica ha detto:

    Per inquadrare in modo corretto quel periodo storico bisogna avere chiaro il concetto di pulizia etnica.
    Se l’autore del libro vuole sottolineare che Tito fece una gigantesca pulizia etnica probabilmente fa bene. Ma quando sottolinea che i colpiti dalla suddetta pulizia etnica furono principalmente i cattolici croati, non fa un passo indietro e non analizza quanto era accaduto in precedenza. È entrato a far parte del nostro bagaglio culturale il concetto di Shoah. Ma spesso si ignora che accanto allo sterminio degli ebrei ci furono anche le uccisioni di altri gruppi etnici. I cattolici croati appunto si schierarono senza se e senza ma con le SS naziste e collaborarono allo sterminio degli ortodossi serbi. Sembra, a sentire chi ci è stato, che nel primo campo di sterminio tedesco esistesse, almeno fino a qualche anno fa una piccola cappella ortodossa e mi sembra di ricordare che un grande vescovo e teologo serbo, Nicolas Velìmirovitch fu appunto rinchiuso a Dachau.
    Comunque sopravvisse, ma dopo la liberazione emigrò in America dove continuò a scrivere e ad insegnare.
    Per gli ustascia croati ci fu l’organizzazione Odessa che favorì il loro viaggio verso il Sudamerica con partenza da Genova. Quello stesso porto da cui, prima della guerra, ma dopo le leggi razziali, partirono anche degli ebrei verso il Sudamerica. Per poi ritornare a guerra finita.
    Quindi, per avere un quadro obbiettivo della situazione a Trieste, in Friuli, e nella vicina Croazia, bisognerebbe legge anche un libro contro Stepinac pubblicato da Kaos anni fa, ed anche il recente libro di Eric Gobetti, pubblicato da Laterza. Titolo : E ALLORA LE FOIBE ?
    Per essere il libro di uno storico marxista filotitino, ma che sembra aver studiato a Torino è sufficientemente preciso sui fatti. Poi ,ciascuno di noi potrà trarre le proprie personali conclusioni. Tenendo ben presenti che prima gli ustascia croati e poi i marxisti titini stavano procedendo ad una pulizia etnica partendo da basi ideologiche opposte.

    • 1951 ha detto:

      L’autore del commento del 5 maggio ha avuto modo di leggere il libro di Andrea Rossi, o il suo è solamente un commento alla recensione ?
      Si pone poi la domanda: quale il motivo della violenza degli ustascia croati ? Non ci saranno stati risentimenti nei confronti dei serbi che in precedenza dominarono le altre minoranze nel regno di Jugoslavia, formatosi dopo la 1a guerra mondiale ?

  • Enrico Nippo ha detto:

    “L’Istituto milanese di Mistica fascista elaborò un Decalogo dell’italiano nuovo (1939), che riassume le diverse caratteristiche della gioventù fascista:

    1. Non vi sono privilegi, se non quello di compiere per primi la fatica e il dovere.
    2. Accettare tutte le responsabilità, comprendere tutti gli eroismi, sentire come giovani italiani e fascisti la poesia maschia dell’avventura e del pericolo.
    3. Essere intransigenti, domenicani. Fermi al proprio posto di dovere e di lavoro, qualunque esso sia. Ugualmente capaci di comandare e di ubbidire.
    4. Avere un testimonio da cui nessun segreto potrà mai liberare: il testimonio della coscienza, il più severo, il più inesorabile dei nostri giudici.
    5. Aver fede, credere fermamente nella virtù del dovere compiuto, negare lo scetticismo, volere il bene e operarlo in silenzio.
    6. Non dimenticare che la ricchezza è soltanto un mezzo, necessario sì ma non sufficiente a creare da solo una vera civiltà, qualora non si affermino quegli alti ideali che sono essenza e ragione profonda della vita umana.
    7. Non indulgere al mal costume delle piccole transazioni e delle avide lotte per arrivare. Considerarsi soldati pronti all’appello, ma in nessun caso arrivisti e vanitosi.
    8. Accostarsi agli umili con intelletto d’amore, fare opera continua per elevarli ad una sempre più alta visione morale della vita. Ma per ottenere questo occorre dare l’esempio della probità.
    9. Agire su se stessi, sul proprio animo prima di predicare agli altri. Le opere e i fatti sono più eloquenti dei discorsi.
    10. Sdegnare le vicende mediocri, non cadere mai nella volgarità, credere fermamente nel bene. Avere sempre vicina la verità e come confidente la bontà generosa.

    https://www.culturacattolica.it/educazione/strumenti-per-la-scuola/la-condizione-giovanile-nel-900/decalogo-dell-italiano-nuovo

    Mi sembra un decalogo di alta educazione civica e spirituale per un Italia nuova e non necessariamente fascista, bastando espungere “e fascisti” dal punto 2. .

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