KWASNIEWSKI: MAGGIORE ACCESSIBILITÀ… A CHI, A COSA E PERCHÉ?

10 Ottobre 2020 Pubblicato da 16 Commenti

 

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, Vincenzo Fedele – che ringraziamo di cuore – ci ha inviato la traduzione di un articolo apparso su New Liturgical Movement a firma di Peter Kwasniewski, che già conoscete. E anche qui. Buona lettura!

 §§§

Maggiore accessibilità… A chi, a cosa e perché?

Peter Kwasniewski

Nel corso degli anni della riforma liturgica – e per i molti e lunghi decenni successivi – la valanga di cambiamenti nel culto cattolico era spesso giustificata da poche frasi magiche che sarebbero state lanciate in modo quasi talismanico, con un’aria di infinita superiorità per le magre possibilità di approfondimento degli umili laici. Il principale “contendente” era certamente la frase “partecipazione attiva“, ma unita con “Uomo moderno“, “incontrare le persone dove si trovano“, “fare come la Chiesa primitiva” e con ciò che mi interessa di più in questo articolo, “maggiore accessibilità“.La liturgia rivista avrebbe dovuto essere, ed è stata rivendicata e asserita, “più accessibile“, ma questa è una cortina fumogena monumentale, se mai ce ne è stata una. 

Dopotutto, nulla è più o meno accessibile in astratto o senza ulteriori precisazioni. 

Bisogna sempre chiedersi: 

“Accessibile “a chi ?” E dare accesso “a cosa ?” E allo scopo di …?

Quasi esclusivamente, l’accessibilità era intesa principalmente o esclusivamente come un fenomeno verbale-concettuale. Se riesci a cogliere immediatamente questa piccola porzione di contenuto, senza ulteriore preparazione, spiegazione o resto di sconcerto, allora tu la consideri accessibile. 

L’oggetto di una comprensione così immediata e completa non può ovviamente essere Dio, che ogni teologo ortodosso dichiara fin dall’inizio come incomprensibile; né può essere l’uomo che, essendo fatto a immagine di Dio, è un mistero per se stesso; né può essere il mondo, che è troppo complicato e vasto per entrare nella mente dell’uomo, anche se mille Einstein dovessero polverizzarlo; né possono esserlo i misteri rivelati da Dio nella storia e trasmessi nella Scrittura, poiché ognuno di essi è una combinazione di tutto quanto sopra. Perciò una liturgia perfettamente accessibile, nel senso discusso sopra, dovrebbe essere basata sul nulla, senza alcun indirizzo ed introdurci nell’inesistente. 

Questo, è vero, è un caso limite fortunatamente mai raggiunto: c’è sempre un residuo di inintelligibilità in qualunque cosa facciano gli esseri umani, anche se cercano di evitarlo. Nella misura in cui rimanevano elementi della liturgia divina tradizionale, rimaneva l’incomprensibilità di Dio, dell’uomo, del cosmo e dei misteri di Cristo. 

Tuttavia, la riforma ha introdotto una tensione fondamentale tra il permettere alla liturgia di essere misteriosa, come deve essere, e il tentativo, in nome della scienza liturgica, di eliminarla dalle stesse caratteristiche che tendevano a renderla paurosa, oscura, intricata, meravigliosa, eppure, paradossalmente, lo rendono anche ordinato e sistematico, familiare e confortante, senza pretese e privo di irritazioni invasive. 

Mi sembra che ci sia una potente ironia all’opera nella rinascita della liturgia latina tradizionale della chiesa romana. L’ironia è che, nonostante tutto ciò che gli studiosi e gli armeggiatori prevedevano, nonostante tutto il loro tormento, le nuove generazioni trovano i vecchi riti in generale abbastanza e sufficientemente accessibili, anzi “più” dei nuovi riti, purché si abbia una definizione più ampia e profonda di accessibilità. 

La ragione non è lontana: l’antica liturgia fa appello in modo più coerente, più potente, a “tutta la gamma” della realtà, naturale e soprannaturale; di cosa significa essere umani; di come ci esprimiamo e di ciò che stiamo cercando di esprimere con parole, gesti, canzoni e sospiri. Fa appello a tutti i sensi, ai vari temperamenti e personalità, ai diversi livelli su cui si gioca la nostra vita interiore e si interseca con il mondo esterno.

La liturgia romana tradizionale – e questo è vero per ogni rito apostolico tradizionale nel cristianesimo – riconosce una verità su cui gli psicologi non si stancano mai di parlare: gli esseri umani comunicano principalmente in modo non verbale. 

È un dato di fatto, non siamo mai attrezzati a “non” comunicare qualcosa, anche se non parliamo o non abbiamo intenzione di trasmettere un significato. 

L’ordine e lo stare sulla difensiva la dicono lunga, proprio come la disattenzione e la casualità. 

Una liturgia, come ogni cerimonia umana, comunica costantemente attraverso ogni parola, posizione, gesto, posizione, azione, silenzio. La vecchia liturgia, imbrigliando e regolando queste cose in modo armonioso per farne emergere il pieno significato, è più comunicativa; in questo senso, offre più accessibilità ed in molti più modi. La liturgia riformata, eliminando il linguaggio tradizionale non verbale e poi lasciando così tanto al caso e all’abito idiosincratico, assottiglia il contenuto ed in suo recepimento, mescolandolo con materia estranea e contraddittoria.

Molte di queste riflessioni sono state suggerite da un video sul linguaggio del corpo che mi ha reso molto più consapevole dell’importanza dei dettagli piccoli “e non verbali” nella liturgia (e, quindi, dell’importanza di esserne consapevoli e fedeli alla loro corretta esecuzione). L’esperto intervistato, Joe Navarro, guarda le persone dal punto di vista di un agente dell’FBI che cerca di valutare potenziali minacce, testimoni, ecc. La parte del video più rilevante per la liturgia va dal minuto 7:10 al minuto 8:10 (video al momento non allegato).

Ecco una trascrizione di alcuni dei punti che tocca sul linguaggio del corpo:

  • “Il modo in cui ci vestiamo, come camminiamo, ha un significato e lo usiamo per interpretare ciò che è nella mente della persona.”
  • “Potremmo pensare di essere molto sofisticati, [ma] non siamo mai in uno stato in cui non stiamo trasmettendo informazioni”.
  • “Trasmettiamo tutti in ogni momento; come scegliamo gli abiti che indossiamo, come ci puliamo, come ci vestiamo, ma anche come ci comportiamo noi stessi, come veniamo in ufficio in questo particolare giorno, con molta energia oppure ci arriviamo con un tipo diverso di ritmo … e ciò che cerchiamo di carpire sono piccole differenze di comportamento, fino alla minima parte di: qual è la postura di questo individuo mentre cammina per strada, sono all’interno del marciapiede, all’esterno, possiamo vedere la sua frequenza di battito di ciglia , quanto spesso guarda l’orologio … “
  • “Puoi avere una faccia da poker, ma non puoi avere un corpo da poker – da qualche parte verrà rivelato.”
  • “Parliamo di linguaggio “non verbale” perché è importante, perché ha gravità, perché influenza il modo in cui comunichiamo tra di noi.”
  • “Quando si tratta di modi non verbali, non è cosa da poco. Comunichiamo principalmente in modo non verbale e lo faremo sempre. “

Frasi come: “comunichiamo principalmente in modo non verbale” e “non comunichiamo mai qualcosa” sono molto rilevanti per la celebrazione della Messa. Ogni gesto – per esempio, la velocità di movimento intorno all’altare; dove il sacerdote è in piedi o seduto, quando e perché; come vengono trattati i vasi sacri; se lo sguardo del sacerdote è rivolto al popolo o modestamente abbattuto – confessa ciò che il celebrante e il popolo credono di fare.

Perché i riformatori liturgici sembravano così stonati o incapaci delle cose più ovvie della vita? Non si rendevano conto che cambiare il linguaggio del corpo, i gesti, le posture, l’orientamento, il movimento degli occhi, avrebbe prodotto un cambiamento epocale nella mentalità e nella spiritualità? Oppure . . . il fatto era che capivano “perfettamente”, e quindi abolivano pezzo per pezzo un linguaggio non verbale, per sostituirlo con un altro contenente un messaggio contrario?

Mi viene in mente ciò che è stato detto sulla perdita di fede nella Presenza Reale.

Questo non è stato un risultato sfortunato di una mancanza di catechesi.

Era il risultato voluto di una catechesi rinnovata.

Non è stato un sottoprodotto accidentale della riforma liturgica andata storta; era un esito premeditato di una nuova ecclesiologia che identificava la comunità di culto “per eccellenza” con il Corpo di Cristo e cercava di opporsi al “feticismo” o “magia” del culto eucaristico che si era sviluppato nella Chiesa da almeno mille anni.

Come sottolinea Martin Mosebach riguardo alla Santa Comunione:

[Un] intero bagaglio di gesti rispettosi aveva circondato il sacramento dell’altare, e questi gesti erano l’omelia più efficace, che mostrava continuamente ed abbastanza chiaramente a sacerdoti e fedeli la misteriosa presenza del Signore sotto le forme del pane e del vino. Possiamo essere certi: nessun indottrinamento teologico dei cosiddetti teologi illuminati ha così danneggiato la convinzione dei cattolici occidentali della presenza del Signore nell’Ostia consacrata quanto l’innovazione del ricevere la comunione nella mano, accompagnata dall’abbandono di ogni cura nella manipolazione delle particelle dell’Ostia.

Eppure davvero non si può ricevere la comunione con riverenza nella mano? Ovviamente è possibile. Tuttavia, una volta che le tradizionali forme di riverenza erano in atto, esercitando la loro benedetta influenza sulla coscienza dei fedeli, la loro interruzione conteneva il messaggio – e non solo per i semplici fedeli – che così tanta riverenza non era realmente necessaria, e insieme a quella lì di conseguenza crebbe la convinzione (inizialmente taciuta) che non vi fosse “nulla” che richiedesse rispetto. (Cattolicesimo sovversivo: Papato, Liturgia, Chiesa, 80-81)

P. Roberto Spataro fa un punto simile ma più ampio:

L’umiltà è più di una virtù, è la condizione per una vita virtuosa. Ecco allora gli inchini e le genuflessioni che l’uomo umile compie fiduciosamente davanti a Dio e in spirito di obbedienza, riconoscendone la sovranità misericordiosa, il suo amore senza limiti, la sapienza creatrice. Anche la ragione non è tentata di insuperbirsi, come accade nel processo rivoluzionario, perché nella messa “Vetus Ordo”’ non tutto può o deve essere spiegato con la ragione che, invece, accetta di adorare e non di comprendere Dio e a Lui si rivolge adoperando una lingua sacra diversa da quella adoperata nel linguaggio ordinario, perché nell’ordine armonioso della creazione che la liturgia ripropone nella sua ritualità, non c’è mai una ripetizione monotona o una tediosa uniformità, ma c’è una sinfonia di diversità, e sacro e profano , senza opporsi, rispettano la loro alterità. E la ragione rinuncia pure a un uso eccessivo delle parole come purtroppo avviene nella prassi liturgica inaugurata dal Novus Ordo e interpretata in modo decisamente logorroico da molti sacerdoti. Nella Messa “Vetus Ordo”, invece, la ragione fa appello ad altre dimensioni della comunicazione e, oltre alla parola pronunciata o cantata, dà spazio al silenzio, che è come l’atmosfera, impregnata di Spirito Santo, in cui nasce il pensiero credente e la parola orante.(Elogio della Messa tridentina e del latino, Lingua della Chiesa, 30 – qui è stato riportato il testo originale dell’edizione italiana – pag. 44-45)

Quello che facciamo con il nostro corpo è comunicativo quanto quello che diciamo con le nostre labbra. La liturgia, quindi,  dovrebbe governare i movimenti e le disposizioni delle nostre membra e dei nostri sensi, imbrigliandoli come simboli di verità e strumenti di santificazione. Questo ci aiuterà a pregare, a entrare più profondamente in comunione con il Signore e ad abbandonarci a verità che non possono essere espresse in parole o catturate in concetti. Come dice San Paolo nell’Epistola ai Romani, dovremmo fare delle nostre membra corporee “strumenti di giustizia”:

“Né cedete le vostre membra come strumenti di iniquità al peccato” – il peccato di irriverenza, di mancanza di rispetto per le cose sante, di comportamento casuale, azzardato e sconsiderato durante la nostra udienza formale davanti al grande Re – “ma presentatevi a Dio” nel culto teocentrico che governa la nostra auto-presentazione, “come coloro che sono vivi dai morti “- la morte vivente della moderna cultura anti-naturale, anti-cristica -” e le vostre membra come strumenti di giustizia a Dio “(Rom 6:13), la giustizia, cioè della virtù della religione.

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16 commenti

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    News .
    Dal bollettino della Sala Stampa Vaticana di oggi :
    Nomina dell’Inviato Speciale alle celebrazioni del centenario dell’Arcidiocesi di Łódź (Polonia)
    Il Santo Padre ha nominato l’Em.mo Card. Konrad Krajewski, Elemosiniere di Sua Santità, Suo Inviato Speciale alle celebrazioni del centenario dell’Arcidiocesi di Łódź (Polonia), che si terranno il 12 dicembre 2020.

    Andrà a “dare la corrente” per accendere le luci nella cattedrale?

  • stefano raimondo ha detto:

    Notevole. È il secondo scritto che leggo di Kwasniewski ed anche questo lo trovo interessante e condivisibile.

    • IPM ha detto:

      Io sono entusiasta di Kwasniewski, c’è anche qualche sua conferenza su YouTube. Ho l’impressione che sia molto istruito e colto, nel contempo umile e accessibile come pensiero anche per una persona semplice come me…

  • Antonio Cafazzo ha detto:

    Quale ACCESSIBILITA’ ? Come? Con o senza il “corpo”?
    —-
    Padre Santo.
    Ricorro a Te come Giudice di Ultima Istanza per un mio contenzioso con la Tua Chiesa in terra.
    Il Monsignor Bassetti a nome e per conto dei Tuoi porporati vignaioli il 7 maggio 2020 d.C., firma con il Cesare Italiano un PROTOCOLLO di Ubbidienza per la liturgia della Messa: “trasmissione di celebrazioni (Messe) in modalità streaming”, “mantenimento di distanza di sicurezza”, “omettere lo scambio del segno della pace con le mani”, “mascherine copri naso-bocca”…
    Non ti pare una LITURGIA SENZA CORPO?
    Sono stato ubbidiente come una pecora, ho seguito le Messe in streaming ed ora nelle chiese riaperte mi siedo con il burqua lontano dalle altre pecore.
    Ma… ma… Il 3 ottobre 2020 d.C. il tuo Servo successore di Pietro invia una sua lettera e ammonisce al § 43 – “Piuttosto, «i media digitali possono esporre al rischio di dipendenza, di isolamento e di progressiva perdita di contatto con la realtà concreta, ostacolando lo sviluppo di relazioni interpersonali autentiche». C’è bisogno di gesti fisici, di espressioni del volto, di silenzi, di linguaggio corporeo, e persino di profumo, tremito delle mani, rossore, SUDORE, perché tutto ciò parla e fa parte della comunicazione umana.”
    Mi sento un asino fra i suoni e quindi con questa istanza Ti prego di farmi conoscere la tua sentenza: in chiesa vado col CORPO o SENZA CORPO?
    Attendo con speranza la tua risposta. Grazie.
    P.S. Non ti invio i PDF dei documenti. Se non mi credi puoi consultarli on-line sul sito https://www.chiesacattolica.it

  • Enrico Nippo ha detto:

    Piccole considerazioni.

    Premessa: l’uomo non è senza il corpo.

    La forma è sostanza, ossia: se sorretto da sincerità e quindi in assenza di ego, il gesto formale, cioè visibile/esteriore, riflette senza il minimo scarto la sostanza invisibile/interiore, anch’essa trascendente l’ego.

    Si potrebbe dire: fammi vedere come ti muovi/comporti e ti dirò chi sei.

    La cultura giapponese propone (mi esprimo in senso molto succinto) le parole omote e ura. Omote indica il visibile, ura l’invisibile. Si tratta di due realtà che, positivamente o negativamente, combaciano.

    Questa sarebbe materia integrante l’educazione civica da insegnare nelle scuole.

    Già, ma da chi?

    «Il nostro corpo è l’arpa dell’anima. Sta a noi trarne dolce musica oppure suoni confusi». (Gilbram Gibran Kahlil).

  • MARIO ha detto:

    Senza nulla togliere all’importanza (seppur subordinata) delle forme e dei gesti, questa mi sembra una concezione di liturgia più vicina al rito magico o alle moderne teorie psico-cinesiche sul linguaggio del corpo (dove la forma supplisce alla sostanza), piuttosto che al significato autentico del rito cristiano.

    Gesù nell’Ultima Cena ha rispettato i rituali ebraici del tempo (per spirito di obbedienza alla Legge antica), ma per i riti del suo Popolo nuovo ha preferito mettere al centro lo SPIRITO (il cuore) anziché la FORMA (le labbra, i gesti, ecc.).

    Lo spirito ci salva, la forma ci aiuta.
    Ma se l’importanza della forma prevale, lo spirito si annebbia o muore.

  • stilumcuriale emerito ha detto:

    Appartengo a quella categoria di persone che hanno aperto gli occhi sulle meschinità di certa chiesa solo dopo l’avvento di Bergoglio al soglio pontificio. Ho accettato a suo tempo il Nuovo Ordo senza discutere, convinto che rappresentasse un passo avanti necessario e dovuto. Adesso invece rimango estasiato di fronte alle considerazioni esposte in questo articolo . Giuste, vere e inattaccabili, come queste parole del vangelo di Matteo (15,7-9) che sono parole rivolte da Gesù ad alcuni farisei e scribi:
    [7] Ipocriti! Bene ha profetato di voi Isaia, dicendo:
    [8] Questo popolo mi onora con le labbra
    ma il suo cuore è lontano da me.
    [9] Invano essi mi rendono culto,
    insegnando dottrine che sono precetti di uomini”.

    • Adriana 1 ha detto:

      S.C.E. ,
      mi fa piacere : significa che sei giovane perchè ami accostarti a
      quel Dio ” Qui laetificat iuventutem tuam ” .

      • stilumcuriale emerito ha detto:

        Iuventutem un po’ stiracchiatam : nessun maggior dolor che ricordarsi del tempo felice nela miseria…… (Inferno- canto quinto , 121-122.)

        • Adriana 1 ha detto:

          S.C.E. ,
          ” stiracchiatam” ? non tanto vero…” Dove comincia l’anima e finisce il corpo ? Dove comincia il corpo e finisce l’anima ? ” ( O.W.)

  • Enrico Nippo ha detto:

    Di assoluto interesse e di assoluta importanza.
    Ottimo.

    L’importanza del GESTO: Shintoisti e Buddhisti, che io amo, ne sono maestri.

    Per non dire dell’Arte della Spada, del Tiro con l’Arco, della Cerimonia del Tè, dell’Arte dei Fiori etc. etc., tutte Arti che fanno del GESTO il fondamento principale.

  • Astore da Cerquapalmata ha detto:

    L’articolo è molto interessante.
    Ma non voglio usarlo contro il Vaticano II, che considero un Concilio pienamente legittimo e necessario (sono gli anti conciliaristi progressisti, che potremmo chiamare “sessantottini”, che, pur lodandolo ipocritamente, lo hanno stravolto totalmente, a cominciare dalle “riforme” aggiunte abusivamente alla riforma liturgica).
    Il Vaticano II in realtà è stato indetto per combattere il secolarismo, ma i modernisti lo hanno strumentalizzato.
    Perché è successo tutto questo? Perché si manifesti il mistero dell’iniquità, direbbe Paolo.
    E’ vero quello che dice l’articolo, e cioè che il mistero ci supera infinitamente, ma è anche vero che, poiché il mistero ci pervade, richiede anche la partecipazione della nostra intelligenza, così come la fede richiede l’accettazione della ragione e può essere pensata.
    Il problema della Chiesa di oggi è che non si parla MAI di peccato e di grazia, ma questi sono gli effetti del neo modernismo e non del Vaticano II.
    Si parla di etica umana, cosa buona se se ne ha una retta comprensione, ma non si tiene conto che, poiché da principio Dio ha voluto vivificare la natura umana col dono SOPRANNATURALE della grazia, l’uomo senza la grazia non potrà mai essere pienamente “umano”.
    Il peccato ha infatti corrotto l’umanità, anche se non del tutto e infatti si possono trovare anche non cristiani buoni che, se sono anche sinceri e seguono la coscienza, si aprono all’azione straordinaria della grazia che “fuoriesce” dai confini visibili della Chiesa.
    La Chiesa perciò non può parlare dell’uomo senza parlare di Gesù, del Vangelo, del peccato e della grazia.
    Una misericordia che non tiene conto di questo non è misericordia ma è un surrogato. Un falso.
    E’ vero che la grazia, anche se accettata, non comporta automaticamente una guarigione della natura umana, in quanto la grazia rispetta la natura anche quando è condizionata, ma è anche vero che instaura un processo di “guarigione”.
    Purtroppo anche tanti Pastori tacciono su peccato e grazia. Basti cercare di ricordarsi a quando risale l’ultima omelia in cui queste due parole sono state pronunciate… Effetti del modernismo che, spesso, si fanno notare anche in chi non è modernista.

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