Nemo come Renato Zero? (cit. Gramellini). Fossi Renato Zero mi Offenderei…Mario Adinolfi.

14 Maggio 2024 Pubblicato da

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione queste riflessioni di Mario Adinolfi, che ringraziamo di cuore, sulla recente fiera del conformismo LGBTQ+, con qualche spruzzata di satanismo, svoltasi nei giorni scorsi. Buona lettura e condivisione.

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FOSSI IN RENATO ZERO MI OFFENDEREI
di Mario Adinolfi
Oggi Gramellini scrive in prima pagina che Nemo, lo svizzero “non binario” che ha vinto l’Eurovision, in fondo è come Renato Zero. La tesi, insomma, è che i vecchi bigotti si scandalizzano sempre davanti alla novità dell’effemminato che punta molto sull’appariscenza dei suoi costumi. Fossi in Renato Zero, mi sentirei offeso non poco da Gramellini che riecheggia peraltro articoli dove paragoni analoghi parecchio azzardati sono stati impiantati tra Nemo e David Bowie.
I costumi di Renato Zero (ancor più quelli di Bowie) erano parte di una messa in scena di rottura del conformismo, che poi si sostanziava in canzoni che trattavano temi profondi: le relazioni interpersonali, l’amore e l’amicizia, il consumismo, Dio, la morte e il destino complessivo dell’uomo, la maternità difficile, la solitudine, l’incomunicabilità, la violenza, la speranza e la nostalgia. La messa in scena dei costumi serviva a svegliare ciascuno di noi dal nostro torpore per farci porre questioni importanti: ma che uomo sei se non hai il cielo?
L’operazione Nemo è esattamente opposta, è puro conformismo egoriferito, lo descriveva bene Gaber. Renato Zero rompeva gli schemi dominanti per infilare nelle fessure che si aprivano i suoi messaggi universali, lo svizzero e chi lo guida hanno capito lo schema dominante e vi si adeguano comunicando fiacche strofe di autoaffermazione. La musica leggera ha sempre avuto la forza aggregativa di partire dalla sensibilità e capacità di un artista per far riflettere su bisogni ed ansie comuni, Renato Zero appartiene ai pochissimi che in Italia sono riusciti a far questo per oltre mezzo secolo dimostrando la capacità di attraversare le generazioni che poi trovi intrecciate ai suoi concerti. Davvero non si meritava il parallelo di Gramellini con uno che non tra cinquant’anni ma tra cinque ci ritroveremo a chiedere che fine abbia fatto.
Ci vengono in aiuto i fratelli Vanzina, che certamente farebbero storcere il naso allo snob Gramellini, ma che hanno saputo descrivere nei loro film lo sbrindellarsi della nostra società e già anni fa ne titolarono uno Sotto il vestito niente. In prima pagina sul Corriere della Sera, dove non manca giorno in cui Gramellini o chi per lui ci faccia la morale conformista woke su come dovremmo pensare, mancano i Pier Paolo Pasolini che sapevano riempire di contenuti il proprio essere “scandalosi”. Il punto non è mai che vestito indossi o la tua sessualità, se hai qualcosa da dire. Se non hai niente da dire e anzi quel che hai da dire è solo che vestito indossi e la tua sessualità, allora abbiamo un problema. Non perché siamo bigotti, ma perché questa è la spia di una società totalmente individualista disinteressata a quel che avviene a un palmo dal proprio naso che magari ti fa pure la tirata su Gaza ma solo se capisce che è conveniente farla. Renato Zero (e Pasolini e Bowie e potrei elencarne cento altri) faceva cose certamente non convenienti che aprivano spazi nuovi, pronto a pagare di persona per aver scosso i costumi. Negli spazi aperti esplodeva la sua arte, capace di arrivare a tutti.
Non cogliere questa differenza e accomunare i peggiori conformisti di oggi, vuoti di parole e interessati solo ad un po’ di egoriferito clamore, con artisti che hanno fatto e stanno ancora facendo la storia, mi pare una clamorosa mancanza di rispetto e soprattutto una operazione ideologica per farci sentire tutti vecchi o inadeguati, spaventati dalla novità perché bigotti. Non è così. Siamo i veri non conformisti e ai diktat dei Gramellini di turno non ci vogliamo adeguare. Perché questi che trascorreremo lottando saranno i migliori anni della nostra vita.

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2 commenti

  • 62peppe ha detto:

    L’immagine prevale sulla parola. Non ha importanza se Renato Zero, come Bowey o altri come loro, abbiano composto canzoni belle e profonde, se con la loro immagine hanno trasmesso messaggi che inneggiano all’ambiguità sessuale, cha a distanza di anni hanno contribuito a promuovere la ideologia woke. L’analogia tra Renato Zero e Nemo è perfettamente pertinente.

  • Giampiero ha detto:

    Seguo Renato Zero dai primordi del suo successo. Oltre le maschere e le messe in scena ho sempre colto in quest’uomo una profondità d’animo che non colgo negli attuali “provocatori” seriali fatti con lo stampino e pregni di cultura woke. Nulla di che spartire con Zero insomma. Zero, nei testi delle sue canzoni, ha saputo esser politicamente scorretto già dai primi anni 70. Il brano SOGNI NEL BUIO sembra opporsi apertis verbi a quella cultura abortista che già andava dilagando, arrivando alle posizioni necrofile e necrofore dei giorni nostri. Nonostante l’apporto dato a certe rivendicazioni delle persone omosessuali ha saputo però prendere le distanze col movimento LGBTQ alienandosi le simpatie di certi gruppi, i quali, opposero il veto alle sue canzoni nei loro contesti. Il coraggio poi di partorire brani dove Dio, Gesù, Maria , l’aldilà, il contatto con i propri cari che la stessa morte non interrompe del tutto, insomma, brani coraggiosi ( e il caso di dirlo) che il suo autore ,o interprete , non ha ritenuto obsoleti, anzi, più che mai urgenti direi.