L’Eternità di Dio, il tempo, il Fine. Una Prospettiva di Libertà. R.S.

21 Marzo 2024 Pubblicato da 10 Commenti

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, lo studio di Catholicus sul Modernismo nella Chiesa cattolica ha ispirato a un amico fedele del nostro sito, R.S. queste riflessioni di cui lo ringraziamo, e che portiamo alla vostra attenzione. Buona lettura e condivisione.

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L’ETERNITA’ DI DIO, IL TEMPO, IL FINE: UNA PROSPETTIVA DI LIBERTA’

Quello che accade nel tempo è soggetto alla mutevolezza e alla contingenza. La contingenza è la peculiarità di un ente la cui esistenza è “non necessaria”, ma anche “non impossibile”: sta finché c’è.

C’è un punto di osservazione di tutte le contingenze, simultaneamente: Dante lo chiama il “cospetto eterno”. Questo sguardo divino esula dal “quaderno” della materia creata (sempre Dante) e la può guardar passare. Non è necessario che intervenga su quel che vede e tanto meno che quel che scorre dipenda da Colui che osserva. L’esistente è determinato dallo stare nello sguardo di Dio, ma questa necessità non viene imposta.

Necessario quindi non sta per “indispensabile per ottenere un effetto” o per “costretto ad essere così”. La parola “necessario” non c’entra con la costrizione e significa una fattualità: nec-cessat (non cessa).

Che cos’è questa necessità che non viene imposta, ma sta nello sguardo di Dio, eternamente? Un’eternità puntuale in cui tutti gli istanti del tempo sono condensati e lo scorrere mutevole “non cessa”?  Bisogna comprenderlo bene: questo “necessario che non cessa” è la salvezza. Senza di quella siamo perduti.

Il punto di vista della creatura può cogliere soltanto la mutevolezza della contingenza temporale, dunque il suo sgretolarsi (Cronos che mangia i suoi figli); invece il punto di vista aperto dalla divina rivelazione fa cogliere la solidità dell’intero senza costrizione. Questo è liberante e rasserenante: si tratta precisamente della visuale estatica e immaginifica che Dante intuisce genialmente a partire dalla dottrina di San Tommaso.

Dio è infinito, indiviso ed eterno. Il tempo è “taglio”, frammentazione, negazione dell’infinito. Il finito si costituisce come limitazione, quindi come negazione. L’infinito nega proprio tale negazione, configurando l’Originario al quale tendere. Dio non ha la sapienza, ma è la sapienza. Afferma sé negando ciò che non è! Il suo è un sovra-possedere. Il mero possedere implica che chi possiede è diverso da ciò che possiede, ma in Dio c’è l’oltrepassamento del possesso: c’è identità sostanziale.

E’ impossibile esprimere concettualmente, umanamente, qualcosa che ci supera e oltrepassa i nostri limiti. Discorrendo del tempo si innescano i più grandi equivoci su Dio e su di noi. Nell’eternità c’è totale simultaneità, mentre nel tempo storico c’è frammentazione. Dio vede ogni cosa nella sua esistenza assolutamente attuale (assoluta coincidenza di essere, essenza e azione), mentre l’uomo da sé stesso non riesce a ragionare se non dentro il tempo. Anche tutto quel che si predica di Dio sotto prospettive temporali trasuda del nostro modo di pensare limitato. Può liberarci solo Dio, l’uomo da solo no, non né in grado!

La vicenda umana successiva alla perdita della perfezione, di generazione in generazione, disegna la storia. In questa vita il tempo condiziona tutto e le giornate sono scandite dal rispetto degli orari. Il tempo scorre inesorabilmente uguale per tutti e, per ovviare alla limitazione, lo sforzo dell’ingegno ha riguardato soprattutto la velocità nel “fare” (spostarsi, produrre, veicolare informazione) nell’unità di tempo. L’incedere degli anni dipinge la storia dentro la quale i singoli e le nazioni conoscono alterne fortune e conflitti. La memoria individuale e collettiva sottolinea o cancella episodi gioiosi o tragici, mentre il pensiero (non di rado l’ideologia) oscilla tra due direttrici principali: conservazione e progresso.

La storia resta chiusa in sé stessa, nel tempo. C’è sempre una prospettiva storicistica dominante, a sancire il conflitto e la frantumazione, aggiungendo fratture. In questa situazione la pace è una chimera, perché manca sempre il tempo e la fretta è cattiva consigliera: la pazienza e l’attesa sono virtù umili, che i grandi della storia quasi sempre non possono permettersi nei loro progetti di dominio, che scontano la fugacità della vita. Infatti solo la Verità può rendere liberi e la pace che dà Cristo non è quella che dà il mondo.

Quando c’è un tempo, c’è sempre un fatto o un divenuto: si diventa grandi, si diventa vecchi… A Dio invece il divenire non si addice. Non c’è contrasto tra l’esperienza e la ragione, perché la ragione coglie la diagnosi di positività dell’esperienza, riconducendola al tutto originario: la fede cristiana volge al fine della beatitudine, non alla catastrofe.

Il mondo come creatura è tratto dal nulla, ma -sotto lo sguardo eterno di Dio- non è proiettato verso il nulla, bensì al punto in cui la creatura intelligente (a motivo dell’incarnazione del Verbo) potrà specchiare la propria immagine, faccia a faccia, nello sguardo di Dio, Origine e Termine del tutto (anche questo c’è in Dante).

Tale epilogo è precisamente il Paradiso. Già ora possiamo intra-vedere nella realtà creata, soggetta al divenire storico, la dimensione redenta, salvata, della “restitutio ad unum” (il Paradiso come diafania di Dio). Nella restituzione all’integrità perduta anche il male viene raccolto per essere superato Pensiamo alla morte di Cristo in croce, trono di gloria, oltrepassata dalla resurrezione, mistero della gloria. I termini di Creatore o di Signore cambiano significato in una prospettiva temporale (in relazione con le creature) o in quella essenziale, che rende l’essenza divina in sé stessa. La condizione umana, nel cercare di capire l’Assoluto, necessita un oltrepassamento, altrimenti pretende di chiudere Dio in qualche determinazione concettuale.

E’ necessario un “dire-attraverso” e ciò è possibile perché Dio lo permette, rivelandosi Lui: si svela rivelando!

Lo stare nel tempo, dopo l’inizio dei tempi e dopo l’origine del male, implica tre imperativi: capire dove stiamo, essere messi alla prova dagli eventi (voluti o meno) e attendere (il tempo genera sempre un’attesa).

Ecco il dono della Speranza cristiana. Siamo in pellegrinaggio verso “IL Fine” e non “una fine”.

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10 commenti

  • Carmela ha detto:

    Bellissimo articolo. Condivido tutto.

  • R.S. ha detto:

    La chiarezza per vedere ha bisogno dell’occhio e della luce.
    Il vuoto non genera la chiarezza.
    Vero è che la luce splende nelle tenebre.
    Dunque le tenebre concorrono allo splendore visto da occhi aperti e risanati. La luce è Altro dall’occhio.

    • il Matto ha detto:

      Parliamo di due chiarezze diverse.

      Lei parla della/dalla sua esperienza, io della/dalla mia.

      Della/dalla mia esperienza, dico che Dio, Occhio, Luce, Chiarezza e Vuoto sono sinonimi.

      C’è un Punto (altro sinonimo) in cui la distinzione onomatopeica e la dottrina si estinguono.

      Non più aut-aut: Occhio o Luce, bensì et-et: Occhio e (è) Luce.

      • R.S. ha detto:

        Con chiarezza non si vede l’idea di vedere, ma si vede qualcosa, che si aggiunge all’occhio e alla luce etc.

        Mi scusi, ma non si possono tirare le linee dove ci pare e dire di giocare insieme a qualche gioco…
        Rendere sinonimi Cristo e Belial…
        Così tutto fa brodo.

        Non ne faccio una questione di esperienza mia o sua.
        Il vangelo, o semplicemente Aristotele, valgono per tutti.

        • il Matto ha detto:

          Se lei la vede così, non mi permetto di contestarla né totalmente né parzialmente. Vorrei confidare nel medesimo suo sentire nei confronti di come la vedo io.

          Sempre cordialmente.

      • Luca antonio ha detto:

        Matto caro, lei doveva scrivere in Germania, la loro infelice lingua e’ il regno dei neologismi, per cui Dio puo’ essere sostituito da Mente, occhio da luce e corbellerie varie.
        Io sono di ascendenza francese e preferisco la precisione della lingua.
        Cordiali saluti.

        • il Matto ha detto:

          A ognuno la sua ascendenza e le sue corbellerie.

          Mi pare equanime.

          • Luca antonio ha detto:

            No, non e’ equanime, torcere il significante significa piegare anche il significato a proprio uso e consumo, e questo e’ più’ grave che utilizzare il linguaggio condiviso e codificato per farsi capire.
            Lei e’ simpatico,davvero, e proprio perche’ le voglio bene che ogni tanto mi tocca riprenderLa 🤗

  • Luca antonio ha detto:

    Grazie R.S. intervento davvero importante che coronerei con l’incipit e la fine di Quattro quartetti di Eliot:
    ” Tempo presente e tempo passato
    sono forse entrambi presenti
    nel tempo futuro e il tempo futuro
    è contenuto nel tempo passato. Se tutto il tempo
    è eternamente presente
    tutto il tempo è irredimibile.
    Ciò che avrebbe potuto essere
    è astrazione che rimane
    possibilità perpetua
    solo nel mondo della speculazione.
    Ciò che avrebbe potuto essere e ciò che è stato
    mirano a un solo fine
    che è sempre presente.
    ……….,…,………………………………
    Con la forza di questo Amore e la voce di questa Chiamata
    noi non cesseremo l’esplorazione
    e la fine di tutto il nostro esplorare
    sarà giungere là onde partimmo
    e conoscere il luogo per la prima volta.
    Attraverso l’ignoto rammemorato
    cancello dove l’ultima terra da conoscere
    è quella che era il principio; alle sorgenti
    del più lungo fiume
    la voce della cascata nascosta
    e i bambini tra i rami del melo
    non noti, poiché non attesi
    ma uditi, quasi uditi nel silenzio
    tra due onde di mare. Su
    presto, qui, ora, sempre –
    Una condizione di completa
    semplicità (che costa
    non meno di ogni cosa) e tutto
    sarà bene e ogni genere di cose
    sarà bene, quando le lingue di fuoco si incurvino
    nel nodo di fuoco incoronato
    e il fuoco e la rosa sono uno.”

  • il Matto ha detto:

    «Quello che accade nel tempo è soggetto alla mutevolezza e alla contingenza».

    Ora, anche l’umano colloquiare, per amabile e reciprocamente rispettoso che sia, “accade nel tempo”, ed è quindi impossibilitato a liberarsi della mutevolezza e dalla contingenza per cogliere l’Immutabile, o, più precisamente, lasciarsi cogliere dall’Immutabile.

    Del resto il “parlare di” resta un esercizio certamente interessante, necessario e propedeutico, che però non evade dalla mutevolezza e dalla contingenza. Ossia: il “parlare di” è preparatorio, non realizzativo.

    Se «il punto di vista aperto dalla divina rivelazione» è da considerarsi reale, anzi l’unico reale, non altrettanto può dirsi dell’assumere tale sguardo da parte dell’uomo.

    Poiché trascende la mutevolezza e la contingenza, lo «sguardo di Dio» è, insieme, immediato e temporale, quindi onnivedente, ciò che non può dirsi dello sguardo dell’uomo, a meno che questi, con un impresa eroica, non si emancipi radicalmente dalla mutevolezza e dalla contingenza.

    Meister Eckhart dice: “L’occhio con cui vedo Dio è lo stesso occhio con cui Dio mi vede”.

    E qui, come suol dirsi, casca l’asino: l’occhio di Dio, lo”sguardo di Dio”, è del tutto oltre la dottrina che riguarda esclusivamente l’uomo. Dio non necessita di ammaestramenti.

    Evidentemente non è la mediazione della dottrina a conferire all’uomo lo sguardo divino, che, come già osservato, è immediato, reale, onnivedente, eterno e temporale insieme.

    «La lucerna del corpo è l’occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce;
    ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!».

    Rendere il proprio occhio CHIARO: un’operazione vera e propria che la dottrina deve indicare ma non può realizzare. La realizzazione è compito dell’uomo che si cava l’occhio malato che gli è di scandalo.

    La CHIAREZZA è NITORE, NETTEZZA, LUCENTEZZA, INCONTAMINAZIONE da qualsiasi oggetto.

    La CHIAREZZA è VUOTA.

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