Investigatore: Piccolo Errore di Traduzione su Maria che Cambia Tutto…

30 Agosto 2021 Pubblicato da

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Investigatore Biblico con la sua consueta cortesia ci segnale questo articolo, che ben volentieri offriamo alla vostra attenzione e riflessione, ringraziandolo sinceramente. Buona lettura.

§§§

 

Voglio ringraziare i lettori che mi hanno segnalato questo errore. Celebrando ogni giorno il vespro e utilizzando la traduzione del 1974, mi era sfuggito questo errore di traduzione all’interno del Magnificat nella traduzione CEI 2008.

Per inciso, voglio sottolineare quanto siano importanti le segnalazioni degli amici lettori. Nessuno si senta inadeguato o mi esprima perplessità in quanto non in possesso di un titolo di studio. Non è un contest culturale.
Chiunque senta nel suo cuore una nota stonata, ve ne prego, continui a segnalare!
Il vostro aiuto in questa impresa è cruciale. Un ottimo aiuto è avere a disposizione il testo del 1974 come punto di riferimento.

Analizziamo l’errore in oggetto:

CEI 1974: “Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente” (Lc 1,49);
CEI 2008: “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente” (Lc 1,49).

Il testo greco recita:
“ὅτι ἐποίησέν μοι ⸀μεγάλα ὁ δυνατός”.
Traducendo in modo letterale riportiamo:
oti: che
epoiesen: fatto
moi: me
megala: grande
o dunatos: l’Onnipotente

Il pronome “moi” nel versetto in esame non può essere assolutamente tradotto con “per me”.
Il contesto stesso ci porta all’esatta traduzione: “in me”.

[I pronomi personali greci]

La Vulgata traduce dal greco:

Quia fecit mihi magna”: “Grandi cose ha fatto in me

[Fecit mihi magna qui potens est]

Come sempre, notiamo l’apparente ‘differenza da nulla’: un pronome, un articolo, una preposizione. Ma la differenza, anche questa volta, è importante.

Usando l’espressione grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente, si manifesta e si esplicita in modo chiaro il dogma del Concepimento di Maria per opera dello Spirito Santo (IN ME, ‘dentro di me’). Il Signore ha fatto grandi cose “dentro di me”. A un cristiano di Fede la questione è chiarissima.

In contrapposizione, l’espressione grandi cose ha fatto per me è una banalizzazione e generalizzazione, che assume pure un significato diverso, offuscando di riflesso l’Opera e l’Onnipotenza di Dio.

Ha fatto per me può suggerire tutto tranne che il vero messaggio. Dio ‘fa qualcosa per Maria’, ‘a favore di Maria’, ‘per fare un favore a Maria’, ‘a beneficio di Maria’, ‘per nome di Maria’, ecc.

Annullando l’importanza, al contrario, di ciò per cui Maria è serva e serve a Dio.

Siamo all’ABC dell’italiano, amici lettori, e della dottrina cattolica.

Comprendete quanto insidiosa può essere una traduzione pur cambiando una semplice particella del linguaggio?

Posso io non avere sospetti di volontarietà in queste modifiche?

Non sono aggiornamenti (la Parola di Dio non è un software). Sono deviazioni del significato.

L’intento dei traduttori 2008 suona ormai come un progetto sottile e insidioso: quello di far ascoltare alla gente in modo continuo e costante – nella Santa Messa, nella Liturgia delle Ore, nelle Letture personali, ecc – deviazioni dell’Annuncio – eresie -, allo scopo di renderle familiari all’orecchio, fino a quando venga ridotto al nulla il vero senso religioso, sommerso dall’opera soporifera della menzogna addolcita.

Stasera potrete notare qualche parola meno diplomatica in questi tratti di inchiostro virtuale. Tuttavia una cosa l’ho sempre affermata in queste mie riflessioni: si tratta della Parola di Dio.

Quando una traduzione è errata, stona all’orecchio e al cuore del cristiano semplice.
Questa è l’unica vittoria di cui possiamo andare fieri.

Questo blog è stata un’idea che mi ha pervaso da tempo. Ma nella totale sincerità, pensavo di scrivere qualche articolo, qualche caso sparso, e poi chissà.
Mi sbagliavo.

Errare è umano, perseverare è diabolico.
Per questo affermo che dietro queste nuove tendenze di traduzione alberga la malafede di chi si serve della Sacra Scrittura per sminuire l’opera di Dio, violentando la Parola di Dio.

Grazie di nuovo della prolifica segnalazione, e chiedo ai lettori di non desistere mandandomi le proprie scoperte e sospetti.
Del resto, il caso è ancora aperto.
Dio ci benedica.

Investigatore Biblico

§§§

(Immagine di Marco Matteucci)




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51 commenti

  • Maximus D. ha detto:

    Colendissimi omnes,
    sero quidem scribo, sed, ut multi scripserunt, est dativum, igitur “a me” vel “interesse”, mea humili sententia.
    Ecce nonnullae versiones, sermonibus ignorantiae meae paululum cognitis
    Ecce quomodo, e.g., vertit Mons. Martini (Torino, Società Editrice Internazionale), traduz. con imprimatur:
    – “Perché [sic] grandi cose ha fatto a me colui [Sic] che è potente, e santo è il nome di lui”
    – “Perché grandi cose mi ha fatte [sic] il Potente.” [Nuova Riveduta, La Parola. La Vita. La Casa della Bibbia, Torino 2014]
    *King James, “For he that is mighty hath done to me great things; and holy is his name”
    *Porque me ha hecho grandes cosas el Poderoso; Y santo es su nombre. [Reina Valera Antigua]
    * “Parce que le Tout-Puissant a fait de grandes choses pour moi. Son nom est saint” (Trad. di L. Segond)
    [Versiones on-line]
    Quae supra ad maiorem omnium utilitatem, sine ira nec studio nec arrogantia (nimia)
    Valete omnes et Benedicat Nobis Dominus

  • Maximus D. ha detto:

    Colendissimi omnes,
    sero quidem scribo, sed, ut multi scripserunt, est dativum, igitur “a me” vel “interesse”, mea humili sententia.
    Ecce nonnullae versiones, sermonibus ignorantiae meae paululum cognitis
    Ecce quomodo, e.g., vertit Mons. Martini (Torino, Società Editrice Internazionale), traduz. con imprimatur:
    – “Perché [sic] grandi cose ha fatto a me colui [Sic] che è potente, e santo è il nome di lui”
    – “Perché grandi cose mi ha fatte [sic] il Potente.” [Nuova Riveduta, La Parola. La Vita. La Casa della Bibbia, Torino 2014]
    *King James, “For he that is mighty hath done to me great things; and holy is his name”
    *Porque me ha hecho grandes cosas el Poderoso; Y santo es su nombre. [Reina Valera Antigua]
    * “Parce que le Tout-Puissant a fait de grandes choses pour moi. Son nom est saint” (Trad. di L. Segond)
    [Versiones on-line]
    Quae supra ad maiorem omnium utilitatem, sine ira nec studio nec arrogantia (nimia)

  • Giovanni Butta ha detto:

    Diceva l’indimenticato Benedetto XVI che la Scrittura si spiega con la Scrittura stessa più che con sottigliezze linguistiche. Mi pare che l’evento per cui Maria pronuncia queste parole ci fornisca il senso vero di ciò che Ella dice. La Chiesa, come Maria, loda Dio a motivo del Verbo che vive IN essa. Non c’è motivo più grande di questo per magnificare l’Altissimo, per Maria allora così come per la Chiesa oggi.

  • Enrico Nippo ha detto:

    Da ignorante di greco, vedo che anche in questa circostanza si son creati due schieramenti avversi circa il tema del tradurre.

    Sicché, da povero ignorante, resto in sospeso: chi, tra i conoscitori del greco, me la conta giusta?

    Rilevo, inoltre, la mancanza di gentilezza di Investigatore Biblico nel rispondere alla mia domanda di chiarimento.

    Non che vi fosse obbligato, ma ponendosi come esperto di greco …

    • Clitofonte ha detto:

      In greco antico, caro Enrico, il dativo può coprire un notevole ventaglio di funzioni. Quello di un pronome personale, poi, ancor più. Con il dativo il greco può risolvere il termine, il mezzo, il modo, la compagnia, il punto di vista, la causa, l’agente, il vantaggio, la limitazione, lo stato in luogo (con nomi di località o in locuzioni particolari), il tempo determinato… e c’è il dativo etico, quello di possesso. Insomma, diverse cose in più di quelle che si possono scombiccherare con il dativo latino: ed è per questo che la Vulgata ci torna molto utile. Certo che se poi traduciamo disinvoltamente “mihi” con “in me”, come fa il nostro investigatore, mandiam le vacche a far le uova e le galline a fare il latte! Come hanno segnalato più commentatori, la traduzione corretta, o se preferisce la traduzione di primissima istanza, è “a me”, con percepibile sfumatura di vantaggio (“per me”). La soluzione “in me” non è, come ho scritto, concettualmente peregrina, ma in esito a una mediazione che intenda esplicitare significati ulteriori e impliciti. Stigmatizzarla come un errore è… un errore.

    • Clitofonte ha detto:

      Va aggiunto che è sempre saggio verificare le altre occorrenze di un termine (in questo caso il dativo del pronome di prima persona singolare) nel testo del medesimo autore (per Luca si cercherà anzitutto nel Vangelo e poi negli Atti). Nel nostro caso si può per esempio constatare immediatamente come l’identico μοι / “mihi” ricorra, e con lo stesso verbo, nell’esclamazione di Elisabetta (Lc 1,25): “Ecco ciò che ha fatto a/per me il Signore”. E solo per questa occorrenza bisognerebbe indulgere in una lunga riflessione sui raffinati equilibri di struttura narrativa con cui Luca, da buon greco, avvia il suo Vangelo. * E va aggiunto che, come ho accennato, quando Luca vuole dire “in me”, scrive appunto “in me”, ἐν ἐμοί (dove ἐμοὶ è la forma tonica di μοι, ed ἐν vale appunto “in”): lo vediamo in 22,37, dove Gesù dice: “Deve compiersi in me ciò che è scritto”.

  • Vincitori con Cristo ha detto:

    Siamo come il profumo dell’incenso offerto a Dio da Cristo e lo siamo tanto per quelli che sono sulla via della salvezza quanto per quelli che vanno verso la perdizione . Per questi ultimi è un odore di morte che procura la morte. Per quelli che sono sulla via della salvezza è un odore di vita che da la vita . Chi è all’altezza di questo compito ? A ogni modo, noi non ci comportiamo come molti che inquinano la parola di Dio. Noi parliamo con sincerità davanti a Dio che ci ha inviati per mezzo di Cristo.

    Sono alcuni versetti del secondo capitolo della seconda lettera di Paolo ai Corinzi.

  • Gabri ha detto:

    Questo sarà censurato, come al solito, ma sarebbe meglio che l’investigatore biblico si facesse un bel ripasso di greco, la grammatica del ginnasio☺ “Per me” è traduzione grammaticalmente corretta, dativo di vantaggio/interesse.

  • Giovanni Butta ha detto:

    Mi pare evidente la giustezza dell’osservazione fatta dall’Investigatore: Maria loda l’Altissimo per le “grandi cose” che Egli ha compiuto in Lei, vale a dire per l’Incarnazione del Figlio nel suo seno. Per null’altro poteva Maria lodare Dio se non per questo.

  • Don Pietro Paolo ha detto:

    Caro investigatore,
    Mi dispiace contraddirla, perché traducendo letteralmente, tanto dal greco che dal latino, bisognerebbe dire “HA FATTO A ME” e non “ha fatto in me” , per cui nella traduzione della Bibbia del 2008 non è da intravedere una scorretta traduzione finalizzata a negare il mistero dell’Incarnazione. Ossequi

    • Giorgio ha detto:

      E’ evidente che da don Pietro Paolo non ci si poteva aspettare altro commento.
      Domanda a don Pietro Paolo: “Visto che lei è “a queste cose morto e sotterrato” (come diceva il poeta) perché non si ritira a vita privata?”

      • Don Pietro Paolo ha detto:

        Caro Giorgio, il sapientone, è lei che deve andare… in ritiro totale… legga al proposito qui sotto Traditio marciana e si vergogni

      • Gabri ha detto:

        Lei vada ad iscriversi al liceo classico (se non l’ha già fatto, ma ne dubito, sennò non scriverebbe robe simili), poi potrà eventualmente discorrere di greco con don Pietro Paolo, la cui giusta osservazione grammaticale è talmente ovvia, che anche un liceale di 14 anni sa essere corretta. Per evitare figuracce, sarebbe bene evitare di parlare di cose che non si conoscono.

      • Nicola ha detto:

        Caro Giorgio, tocca dare ragione a don Pietro Paolo.
        Fecit mihi magna ecc. vuol proprio dire fece per me (dativo di vantaggio/a me (dativo semplice) grandi cose…

    • Clitofonte ha detto:

      Come don Pietro Paolo sa bene, ho dissentito da lui in un’infinità di occasioni. Ma qui egli afferma quel che va affermato: l’investigatore biblico è andato per rane (εἰς βατράχους, ad ranas). * Come hanno giustamente notato in diversi, e prima tra tutte la Vulgata, “μοι” è un semplicissimo dativo: “a me”. Il quale dativo può assumere diversi valori, fa i quali, per esempio, quello di interesse o, come è stato opportunamente segnalato da Gabri, Nicola e Adriana 1, quello di vantaggio/svantaggio. * La Vulgata, come al solito, ci dà una bella lezione, preservando intatta la suscettibilità sovrinterpretazione insita nel dativo greco, e restituisce “μοι” con il perfetto calco “mihi”. * In italiano tale dativo si può rendere con varie sfumature. Nel caso di “in me”, “su di me”, e simili, che pur rasentando la sovrinterpretazione non è del tutto peregrino, si vuole sottolineare l’immagine di Maria come oggetto dell’azione divina, la quale opera in lei/su di lei un prodigio, ecc. Nel caso di “per me”, scelta sicuramente più immediata e diretta, si vuole indicare in Maria la beneficiaria dell’azione divina, la quale opera un prodigio, ecc., a vantaggio di lei. * Ad ogni modo non ci sono gli estremi per parlare di “errore” nella traduzione “per me”, che è invece più semplice e aderente alla base originaria (almeno finché non farà capolino qualche imbecille, magari in talare, con la solita fantasiosa retroversione in ebraico o in aramaico). * Rimandiamo il buon investigatore… non a settembre, ma a Lc 4, 23, sperando che con la sentenza di Gesù abbia miglior fortuna che con questo sfortunato tentativo (càpita anche ai migliori, caro investigatore: non si arrenderà per questo, vero?).

  • silvio esposito ha detto:

    Molti cambiamenti nelle traduzioni sono opera di prelati massoni, non sono velleità ma disegni precisi di cambiamento delle sacre scritture, siamo solo all’inizio, ci sarà di peggio, ma seguono il principio della “rana bollita” e “finestra di Overton” per farci ingoiare anche i rospi. Basta non ne possiamo più. Continuiamo a dire preghiere e leggere le scritture con le traduzioni non inficiate dalla massoneria.

    • Zuzz ha detto:

      E se si trattasse di clericalismo allo stato puro ?
      Ovvero io sono il prete e quindi debbo essere creduto perché se la mia autorità venisse negata crollerebbe l’autorità della Chiesa.
      Ovviamente questo ragionamento prescinde da ogni logica. Ma se fosse in base a ragionamenti simili che omelie lunghissime e ingarbugliate venissero fatte durante la santa messa perché il celebrante pensasse che la sua autorità sacerdotale fosse sufficiente a dare senso a un discorso privo di logica ?

  • ex : ha detto:

    In realtà “moi” (purtroppo non ho il font per scriverlo in greco) è riportato come dativo di “ego”. Anche nella versione latina è riportato al dativo (mihi). Quindi si dovrebbe tradurre “a me”.

    Tuttavia, va considerata l’occasione che ha originato il Magnificat:

    «Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? […] beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore”» (Lc 1, 41-45).

    Insomma Elisabetta, “istruita” dallo Spirito Santo, ha proclamato l’incarnazione del Verbo “nel seno della Vergine Maria”. Come risposta, a questa proclamazione è seguito il Magnificat della Vergine.

    Considerando ciò non è affatto errata la formula sempre recitata con “in me”. In fondo, “a me”, conoscendo il contesto, ha lo stesso significato, ma “in me” è più pregnante, perché effettivamente è “in” Maria, che ha agito lo Spirito Santo: se è vero che ha fatto “grandi cose” “a” Maria, più precisamente le ha fatte “in” Maria.

    la formula “Per me”, invece, non c’entra proprio nulla, e tra l’altro richiede l’ablativo (almeno mi sembra, se sbaglio correggetemi), ciò che non si legge né nella versione greca né in quella latina; e soprattutto non dà affatto l’idea di ciò che è avvenuto per opera dello Spirito Santo, perché suggerisce il significato di un’azione “esterna” alla Santa Vergine.

    In conclusione: la forma “in me” pur non essendo un dativo come nella versione originale, non si discosta dal significato di “a me” anzi lo rende più attinente al fatto accaduto; l’ipotetica giustificazione della modifica potrebbe essere solo la volontà di correggere l’ “errore”; ma avendone compiuto uno ancora peggiore, che allontana del tutto dal significato della versione greca (ed anche da quella latina), è evidente che nell’apportare quella modifica si è mirato ad uno scopo; che non mi sembra neanche tanto recondito, se con la nuova formula non si è fatto altro che sorvolare sul divino concepimento per opera dello Spirito Santo; ciò che in fondo dà il vero valore a tutto il Magnificat.

    • Gabri ha detto:

      L’ablativo non esiste in greco antico. “Per me” è traduzione corretta perché il complemento di vantaggio o interesse si esprime col dativo semplice.

    • Nicola ha detto:

      Preciso: non si è “sempre” letta la traduzione “in me” ma da quando si celebra traducendo dal latino, ovvero dalla riforma liturgica (non per niente la Bibbia CEI è del 1974, 4 anni dopo la messa in volgare).
      Comunque se vogliamo essere cristianamente onesti e vogliamo farci portatori della Verità non possiamo violentare la grammatica latina per far dire altro al testo: mihi significa proprio “a me/per me”, ed è nozione che appresi il secondo anno di liceo scientifico…
      Non mi esprimo sul greco perché non lo conosco.
      È chiaro l’abbaglio del buon Investigatore biblico.

      • ex : ha detto:

        Lei la pensi come vuole. Ma cosa c’entra l’onestà? Non sono così miserabile da rinviarle l’epiteto

        E comunque, grammatica e non grammatica (il fatto che Lei non conosca il Greco non fa venir meno il fatto che in Greco MOI è un dativo), cosa ha obiettato di quello che ho scritto, di cui l’accenno alla questione grammaticale è stata solo un particolare?

        • Nicola ha detto:

          Reverendo (perché tale dal suo intervento e dalla sua risposta la presumo): lungi da me la polemica. Se leggerà spassionatamente il mio intervento, capirà che non osavo correggerla, ma solo precisare (come tra l’altro ho scritto). Il resto del mio contributo era una considerazione non a lei e alla sua sapienza, ma al tono generale della discussione, in cui per difendere uno studioso che ci piace (e nel “ci” grammatica vuole che sia incluso pure io) violentiamo le regole di una lingua.
          Sta di fatto (e se lo scrivo qui è per comodità, non ho voglia di rincorrere in alto e in basso i vari commenti) che nella traduzione dell’Ufficio della Madonna ante riforma che uso, il versetto del Magnificat sia reso con “grandi cose mi ha fatto Colui che è potente”. Imprimatur del 1944, ristampa anastatica a cura della FFSPX.
          Cordialmente.

  • alessio ha detto:

    Nel Salmo 1 , l’inizio è questo
    nella Bibbia di Gerusalemme :
    Beato l’uomo che non segue
    il consiglio degli empi , non
    indugia nella via dei
    peccatori e non siede in
    compagnia degli stolti .
    Mentre nella C.E.I 2008
    abbiamo : beato l’uomo
    che non entra nel consiglio
    dei malvagi , non resta nella
    via dei peccatori e non siede
    in compagnia degli arroganti .
    Voi vedete nella bibbia 2008 ,
    che il significato ,
    la poesia e la derisione dei
    malvagi che in ultima
    analisi sono i membri
    del sinedrio che
    condannarono Gesù ,
    è stata stravolta .

    • Bianca ha detto:

      Ricordavo l’inizio del primo salmo così come viene proposto dalla Bibbia di Gerusalemme .
      Comunque la traduzione della Bibbia interconfessionale è la seguente :
      FELICE L’UOMO GIUSTO :
      NON SEGUE I CONSIGLI DEI MALVAGI,
      NON VA INSIEME AI PECCATORI.
      NON STA CON CHI BESTEMMIA DIO.
      Diciamo che questa traduzione non mi convince molto.

  • daouda ha detto:

    per può anche indicare “attraverso” dunque in tal senso , pur se scorretto e troppo vacuo, si può vedere comunque il santo concepimento del Signore.

    • Clitofonte ha detto:

      Una specie di dativo d’agente? Mmm… Il fatto che Maria portava con ogni probabilità i capelli lunghi non è un buon motivo per tirarglieli.

    • Clitofonte ha detto:

      Lo stesso vale per il dativo di mezzo e di modo (con un pronome personale è rarità da alessandrini), per quello di limitazione (che forse qui sarebbe un po’ meno impertinente), ecc. No, credo proprio che il senso più immediato sia semplicemente: “a me”, eventualmente esplicitando il vantaggio con un “per”. D’altronde se Luca avesse voluto sottolineare “in me”, avrebbe premesso al pronome la preposizione ἐν: perché mai ometterla rischiando ambiguità?

  • Bruno PD ha detto:

    Suscépit Israel púerum suum = Ha soccorso Israele, suo servo,
    Perchè “puerum”, bambino, è diventato semplice servo?
    Non si perde la dolcezza, la tenerezza del testo?
    Se Investigatore Biblico me lo può spiegare, glie ne sarei molto grato, grazie!
    Bruno PD

    • ex : ha detto:

      “Puer, pueri” non significa solo “bambino”: ha molti significati tra cui anche “servo”, ed anche “schiavo”.

      Noi ci scandalizziamo quando sentiamo questa parola (“servo”); ma a parte il fatto che in varie epoche i servi non erano esattamente quelli che oggi sono considerati tali (in un certo senso venivano considerati appartenenti alla “famiglia” del loro signore, naturalmente in senso subordinato), quando ci si riferisce al Signore, quale umiliazione si può sentire nell’essere definiti Suoi servi? La Madonna proprio nel Magnificat non si è detta Serva del Signore («Ha guardato l’umiltà della sua Serva»)? Il Sommo Pontefice non si autodefinisce “Servo dei servi” di Dio?

      • Clitofonte ha detto:

        A dirla tutta “puer” può indicare anche l’amasio, il “puer delicatus”. E qualche bello spirito ha avuto la pensata di suggerire che il “non sum dignus” del centurione evangelico fosse dovuto al fatto che il “puer” per cui egli chiede l’intervento di Gesù era appunto un “puer delicatus”, e dunque il centurione un omoerasta. Alla base di questa secondo me arbitraria interpretazione c’è l’idea che “volere molto bene” a una persona dello stesso significhi necessariamente essere omosessuali. A me pare più elevata la possibilità che omosessuale sia chi sostiene a spada tratta questa chiave di lettura, volta appunto a dimostrare una speciale empatia di Gesù per questa categoria di persone.

  • Maria Michela Petti ha detto:

    «… È una saggezza: imparare ad accusare sé stessi. Provate a farlo, vi farà bene. A me fa bene, quando riesco a farlo, ma fa bene, a tutti farà bene.
    La Vergine Maria, che ha cambiato la storia attraverso la purezza del suo cuore, ci aiuti a purificare il nostro, superando anzitutto il vizio di colpevolizzare gli altri e di lamentarci di tutto».
    A conclusione dell’Angelus di ieri, 29 agosto, il papa ha dispensato questa “pillola” di saggezza, accompagnandola con la consequenziale riflessione-invocazione alla Vergine.
    Il suggerimento basico, e doveroso in linea teorica, sarebbe da intendersi applicabile anche davanti a questo genere di svarioni che si intendono correggere (con l’invito aggiunto a proseguire sull’esempio addotto), sebbene possa configurarsi tale iniziativa quale velata accusa a uno o più “colpevoli”, facilmente e non identificabili, e una palese “lamentela”?
    Dopo aver raccomandato di invocare «nella preghiera la grazia di non sprecare tempo a inquinare il mondo di lamentele [non se ne abbiano Greta e company per questa neo promossa causa di inquinamento ambientale!], perché questo non è cristiano», ha appunto assicurato che chiedendo «a Dio di purificarci il cuore, allora sì che cominceremo a rendere più pulito il mondo», praticando l’insegnamento dei “primi Padri della Chiesa, i monaci” di incamminarsi sulla strada della santità muovendo dall’ “accusare sé stessi”.
    Di qui, dunque, la “pillola” di saggezza che – ha confidato – gli procura benessere, ma (attenzione!) “quando” riesce a metterla concretamente in atto. Ed è quel “quando” che lascia spazio ad ogni libera deduzione, a partire dalla logica, e scontata, conclusione che: un conto è la teoria, un altro la pratica… Di conseguenza anche i suggerimenti, per quanto opportuni, valgono per quel che contano.

  • Maurizio Donati ha detto:

    Vorrei segnalare a Investigatore biblico la nuova versione CEI di Giudici 2, 15 che riporto qui sotto con le corrispondenti versioni dei Settanta e della Vulgata:
    “In tutte le loro spedizioni la mano del Signore era per il male, contro di loro, ….”
    “ἐν πᾶσιν οἷς ἐξεπορεύοντο καὶ χεὶρ κυρίου ἦν ἐπ’ αὐτοὺς εἰς κακά…”
    “sed, quocumque pergere voluissent, manus Domini erat super eos ad malum, …”
    Questa nuova traduzione, pur cercando di essere più vicina possibile al senso originale letterale, suona molto male in italiano e sembra quasi indicare che la mano del Signore era propensa al male in generale. Tanto più che questa impressione è ulteriormente rafforzata dall’uso immediatamente successivo della virgola prima di “contro di loro”.
    Gradirei sentire il suo parere a questo proposito.
    Grazie e cordiali saluti,
    Maurizio Donati

    • Bianca ha detto:

      Sempre dalla Bibbia in lingua corrente citata in precedenza, ecco la traduzione del versetto caro a Maurizio :
      IN BATTAGLIA ERANO SEMPRE SCONFITTI, POICHÉ IL SIGNORE ERA CONTRO DI LORO, COME PIÙ VOLTE AVEVA MINACCIATO.
      Con la speranza di essere stata utile.

  • Francesco ha detto:

    E la stessa cosa quando si è tradotto o tradito quel passo in cui Maria rispondendo all’angelo disse ” Avvenga di me” con ” Avvenga per me”, è evidente che il significato cambia.

  • Enrico Nippo ha detto:

    Curiosità di un ignorante di greco:

    perché il greco moi, me, è tradotto “in me”? L'”in” è un’aggiunta, diciamo così, interpretativa, o è di rigore, ovvero: il moi richiede senza dubbio l'”in”? Cioè: tutte le volte che si presenta, il greco moi comporta l'”in”?

    Stando alla traduzione letterale si potrebbe anche leggere (azzardo da ignorante): “l’Onnipotente ha fatto me grande”, che, oltretutto, sarebbe conseguenza dell’umiltà (“perché ha guardato l’umiltà della sua serva”, in sintonia con “chi si umilia sarà esaltato”).

    Chiedo venia per la mia ignoranza e vivamente ringrazio.

    • Adriana 1 ha detto:

      Caro Enrico,
      moi è il dativo di egò (io). Secondo me si può tradurre con ” a me “, o, se vogliamo, ” per me” nel senso del dativo di vantaggio.

      • Adriana 1 ha detto:

        col significato di ” in favor mio”.

        • Enrico Nippo ha detto:

          Ti ringrazio.

          Ma allora, se non ho le traveggole, sei in accordo con la traduzione CEI 2008, cioè con il “per me”, da Investigatore Biblico ritenuto una deviazione di significato, banale e addirittura negante il dogma.

          Insomma: ” a”, “in”, “per” (parlo da ignorante) mi sembra un giochino da cui, tanto per cambiare, non si esce.

          Investigatore Biblico non mi ha risposto …

          Grazie ancora. Ciao.

        • silvio esposito ha detto:

          Quando si traduce la legge aurea è il sitz in leben, in quetso caso il contesto (essendo possibili più traduzioni) suona chiaro se segue le parole di Santa Elisabetta.

  • ? ha detto:

    Gentile IB, dove possiamo inviarle le nostre segnalazioni?

  • NOTABENE ha detto:

    Colgo l’occasione per chiedere il significato di una frase (nuova) che il sacerdote dice all’elevazione (se non ricordo male!):
    benedici CON LA RUGIADA DEL TUO SPIRITO …
    Mi chiedo se si tratti di una forma diversa di Spirito (‘liquida’ anzichè ‘gassosa o vaporosa’!). In effetti anche lo spirito dell’alcool viene distillato in forma liquida …
    Ma ho sentito da altri interpretazioni più fantasiose (e risposte diverse anche da parte dei sacerdoti ai quali ho chiesto chiarimenti).
    Se tutto ciò non ha niente a che fare con la suddetta frase, a che serve l’aggiunta del termine ‘rugiada’ senza dare prima una spiegazione/interpretazione ufficiale univoca?

  • Lia ha detto:

    E infatti io, quando recito in Magnificat in italiano, recito “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”. Io, che normalmente recito i Vespri in italiano, utilizzo i libri della Liturgia delle Ore che erano in uso ai Domenicani, che mi furono regalati da loro e che erano appartenuti ad alcuni confratelli ormai deceduti. Questi libri appartengono alla prima ora della Liturgia in italiano.

  • Alberto ha detto:

    Un’altra insopportabile traduzione riguarda l’Angeluso. Il fiat mihi secundum verbum tuum” diventa “si compia in me la tua parola”. Una traduzione assolutamente cervellotica vittima della vertigine da “cambiamentismo” linguistico.

    • Nicola ha detto:

      Per tutti coloro che non capiscono il latino, preciso che “fiat mihi secundum verbum tuum” vuol proprio dire “avvenga a me/per me secondo la tua parola”.
      Se invece si volesse dire “in me” sia come stato in luogo (abito in città) sia come moto a luogo (corro in casa) si userebbe in entrambi i casi “in me” identica all’Italiano, cambiando solo la quantità della vocale tra i due complementi.

  • Bianca ha detto:

    La traduzione interconfessionale in lingua corrente pubblicata nel 1985 dalla editrice elle di ci è dall’Alleanza Biblica universale da’ questa traduzione del versetto di Luca :
    DIO È POTENTE :
    HA FATTO IN ME GRANDI COSE,
    SANTO È IL SUO NOME.
    OVVERO concorda con le precise osservazioni dell’investigatore biblico.
    Buona giornata a tutti.

  • Fabio ha detto:

    Anche la formula eucaristica: questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi nell’originale è al futuro: questo è il mio corpo che SARÀ OFFERTO in sacrificio per voi. Rimando chiarissimo alla crocifissione sul Golgota. Anche ‘ite missa est’ andrebbe tradotto ‘andate è stata mandata’ e si riferisce all’offerta di sè che Gesù ‘manda’ al Padre. Senza queste deliberate falsificazioni emergerebbe con totale evidenza il carattere sacrificale della mensa che invece è oggi messo in ombra da quello conviviale. Che semmai ne è la conseguenza