De Vito: la Pasqua che Riconduce la Verità nel Mondo. Anche Oggi.

4 Aprile 2021 Pubblicato da 6 Commenti

 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, la nostra Benedetta De Vito ci regala questa riflessione – mescolata a ricordi di famiglia sulla festa che stiamo vivendo, il giorno in cui Cristo è risorto. Buona lettura.

§§§

 

Splende, lassù, l’astro ardente che sfavilla in un cielo  azzurro di lacca cinese e io sono qui a pensare al venerdì santo di silenzio e dolore, in attesa della Pasqua che riporta, rinata e luminosa, la Verità nel mondo.  Una Verità con la v maiuscola, che brucia le tante menzogne che leggiamo ogni giorno sui giornali e ascoltiamo in televisione, una Verità luminosa che spezza in due le follie umane. Una Verità semplice, come i piedi puri degli apostoli (perché Gesù non lavò i piedi – e tanto meno li baciò –  al primo venuto), lavati dal Signore affinché potessero camminare, in purezza, lungo la strada della legge divina che non cambia mai ed è per questo costruita sulla roccia, sentiero saldo, cammino privo di tenebre. Nel mondo che ha per padrone l’altro, il tentatore. Sì, il depositum fidei, come l’astro ardente lassù che mi sorride in gioia ritrovata, non muta e non vacilla, perché pur essendo nel mondo del mondo non è e, silente, ci accompagna nella grazia dell’Amore divino. E a noi, privilegiati, nati dopo l’annuncio della salvezza è data in dono questa Santa Settimana che, ricordandola al profumo di rose, ci conduce, un passetto via l’altro, fino all’immenso Mistero. E ora invece, un passetto indietro per ripensar alla Pasqua mia di quando ero bambina.

 

In casa de Vito, per la Pasqua, uova di cioccolato poche, una ciascuno, e forse neppure, perché tanta abbondanza di dolci e di cioccolata non era, per il gusto severo di mia madre, roba da signori. Così lei, dopo averci concesso la sorpresa (oh, quanto amavo la famigliola di paperelle – mamma e pulcini – in plastica rossa e gialla che era il cuore dell’ovo!), imprigionava il cioccolato, a pezzi, nella rigida stagnola a colori, per conservarlo “per dopo” – come diceva  misteriosa – chissà dove e chissà perché, forse per dar pace a un suo fatale disinganno o forse perché, nella sua anima bambina, si sentiva ancora sotto i bombardamenti.  Le uova no, ma la Colomba, che non piaceva a nessuno di noi bambini, non mancava mai sulla tavola e una fetta arrivava sul piatto, come l’amen in coda al Padrenostro. Per me c’era solo la crosta, una delizia color caffè e latte, con gli zuccherini spolverati sopra, chicchi di riso e sorriso. Schifavo, come tutti i fratelli, i canditi, che mi davano un gran lavoro di scavo, un mestiere segreto, inviso a mia madre, convinta che, per buona creanza, si dovesse lasciare il piatto sgombro, e non guardar mai in quello altrui. “Benedetta non mangia i canditi!”, protestava qualcuno, con l’occhio attento alle briciole grasse che spargevo sul disco del piatto. Restavano lì, i canditi, verdini, arancioni, in quella glassa al sapor di peccato, nonostante le spie…

 

C’erano le uova (poche) e la Colomba e c’erano i riti pasquali ai quali partecipavamo in famiglia.  Il giovedì santo, c’era la messa in coena Domini celebrata da Monsignor Nobels nella Cappella di Sant’Andrea, che pareva la grotta silvana  della maestà di marmo di San Gregorio al Celio; il venerdì i Sepolcri, sette dovevano essere, sette tombe di nostro Signore, una per chiesa. Io e mia madre, dentro e fuori, come in un gioco: le contavo con le dita, le tombe fiorite. Il pollice della mano destra era sempre il sepolcro di Santa Marcella, l’indice San Saba, il medio Santa Prisca e così via in cerchi sempre più larghi fino a salir sull’Aventino profumato di arance e di rose.. Lei, fuori, danzante, dentro piegata in due, in preghiera. Io a guardarmi intorno, in quel silenzio perduto,  che non ho trovato mai più, solo a volte, di rado, nel mistero perfetto della mia anima.

E in coda, nella Pasqua un poco stenta di oggi, con la mascherina  a pesare sul muso, passo a parlare di carciofi perché, ieri, una mia cara vicina e amica me ne ha regalati due,  cucinati alla romana, come sa fare solo lei perché io ci ho provato invano molte volte e mi vengono un poco secchi e un po’ spinosi. I suoi, invece, sono di burro fuso e morbidi come purè e lasciano in bocca quel sapore dolce che va, almeno da me, accompagnato, subito dopo, da un bel  bicchiere d’acqua fresca e rotonda. Io, quei carciofi, li terrò per la Pasqua e auguro a tutti voi di mangiar carciofi buoni come quelli o altro così perché in allegria si ricordi il buono e il bello che c’è nel mondo… Buona Pasqua!

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6 commenti

  • Chedisastro ha detto:

    Mi sbaglierò, ma sugli scritti della Signora De Vito vedo in genere divagazioni varie con atteggiamenti l distaccati, quasi a disdegnare una prosa così liricamente fiorita, quella che è invece per me un gran diletto, non solo per lo stile, ma per l’essenziale che infine l’autrice vuole esprimere. Oggi i suoi pensieri sulle “Pasque” d’un tempo rimandano alle mie, certamente più antiche delle sue, così che ricordo anch’io con nostalgia, oltre alle visite ai sette sepolcri, il pesante silenzio del Venerdì Santo e la nostra ansiosa attesa per quando si “scioglievano” le campane, a partire dalla nostra maestosa cattedrale nei cui pressi abitavamo, fino a tutti i campanili circostanti da cui esplodeva un meraviglioso senso di festa e di bellezza ormai svanito col tempo. E ricordo l’uovo di cioccolata, con quella sua indimenticabile sorpresa, un vasettino di vetro azzurro coi rametti di perline a mo’di margherite conservato per tanto tempo e poi smarrito chissà dove… e le uova sode decorate cn le matite colorate da noi bambine e il loro bell’apparire sulla tavola imbandita. E poi le romantiche cartoline d’auguri di amici e parenti lontani, la casa vestita a festa col bel copriletto di raso che la mamma metteva in bella mostra alla visita del parroco per benedire la casa, non per far bella figura con lui, ma per accogliere degnamente la benedizione di Dio; ed anche tutto ciò che riconduceva al sacro, come la Palma benedetta, per cui così mia madre giustificava la sua bella consuetudine: “La Palma benedetta vuol trovar la casa netta”.

    • Adriana 1 ha detto:

      Grazie Enrico, ma non è proprio esatto e completo.
      La statua del Mosè era stata concepita per il gigantesco mausoleo di Giulio II che- posta all’interno di S.Pietro- avrebbe costretto gli architetti a dilatarne le pareti e il soffitto!
      In ogni modo le “corna” di Mosè sarebbero state poste in maniera da venire illuminate dalla luce proveniente dalle finestre con un effetto cinematografico che doveva rappresentare il clou di tutta l’iconografia statuaria di detto sepolcro. Ci si ” riaggiustò” ricollocando poche statue in S.Pietro in Vincoli, dove cmq. il capo e le “corna” di Mosè dovevano venire illuminate dalla luce di un finestrone ora chiuso(?) per sottolineare la luce divina che lo guidò e, perciò la preminenza del condottiero Mosè sulle altre figure.
      ( v. ” I segreti della Sistina”, Roy Dolliner-Benjamin Blech,
      ed.Rizzoli,2008.pp.295-299)
      P.S. Michelangelo era proprio “bravino”. Sapevi che dovette ri-elaborare il marmo già scolpito per trasformare le gambe parallele in una ” stante” e l’altra “arretrata”?

    • Enrico Nippo ha detto:

      Grazie a te per l’interessante precisazione/integrazione.

      Ho proposto il video perché in qualsiasi occasione senta trattare di “luce”, e in qualsiasi salsa, mi sorge dentro una sorta di anelito, di ammirazione, di attrazione … non so dirti meglio.

      Quelle delle gambe non la sapevo.

      Ciao. Con i tuoi interventi mi sei utilissima!

      (Utile nel senso positivo).

  • Maria Michela Petti ha detto:

    Mai prima d’ora è stata tanto dolce per me “la puntura della rimembranza” che mi accompagnerà nel percorso verso la Pasqua, per me di là da venire, «che riporta, rinata e luminosa, la Verità nel mondo».
    Questa festività è trascorsa al ritmo del già visto e sentito, ogni giorno che Dio ci ha mandato fino ad oggi.
    Mi rifugio nel ricordo delle Pasque dei tempi andati, non perché questa sia capitata nei “mesi bui” della pandemia; di certo: non solo per questo. Piuttosto per non perdermi nel buio e non restare sotterrata da “macerie” di varia natura, che si è cercato di esorcizzare con parole di rito, parole di speranza, espresse con il frasario scontato. Per non perdere di vista la certezza della Redenzione, unica consolazione che mi resta, nonostante tutto, anche a chiusura di questa Pasqua 2021… ormai andata.

  • NELLA SALA DA TE' DI SC ha detto:

    Ditemi Voi, cari Stilumcuriali, se un Cristiano non possa far sua questa splendida, profondissima poesia pasquale.

    “La tomba è un velo prima dell’incontro in paradiso.
    Quando vedrete calare,
    pensate al sorgere.
    Che male c’è se luna e sole tramontano?
    Ciò che sembra tramonto è un’alba.
    Pure se appare una prigione,
    la cripta libera l’anima.
    Se il seme non è sepolto non cresce.
    Perché dubitare di questo seme umano?
    Se il secchio non scende, non tornerà su pieno.
    Perché il Giuseppe dello spirito deve temere la cisterna?
    Chiudi la bocca qui e aprila nell’oltre,
    e il tuo canto sarà nell’aria senza luogo”.

    (Jalal ad-Din Rumi, poeta mistico persiano XIII secolo).

    “Se il seme non è sepolto non cresce”, “se il chicco di grano non muore rimane solo”: casuale coincidenza o Verità che è scritta dappertutto?

    “Chiudi la bocca qui e aprila nell’oltre”: un invito chiarissimo al Raccoglimento Silenzioso. Se potessi, costituirei la Confraternita del Raccoglimento Silenzioso, senza statuto, senza regolamento, senza dottrina, senza registrazioni e timbri burocratici, senza l’approvazione di chicchessia, insomma senza nessun impiccio umano.

    Eh sì, nel Silenzio che statuti, regolamenti, dottrine, registrazioni e timbri e approvazioni a che servono? Sono trastulli che gli uomini s’inventano per complicarsi la vita fatta di chiasso, agitazione e conflittualità (in quest’ultima i Cattolici sono campioni de mondo). Sono strumenti di potere che generano sudditi (nell’accezione dispregiativa di questo termine).

    E poi, col Silenzio si entra nell’Uovo, nel Sepolcro Buio dove, Sempiterna, giace la Luce. E quando a Pasqua si rompe il guscio dell’uovo benedetto apriamo il sepolcro e troviamo il giallo color dell’oro e della luce. E così, quando mangiamo l’uovo ci nutriamo d’Oro e di Luce!

    “E il tuo canto sarà nell’aria senza luogo”: sublime! Il canto dell’uomo libero!

    Enrico Nippo

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