La Soglia del Dolore, la Tentazione della Resa, la Società senza Dio. Mario Adinolfi.

31 Gennaio 2024 Pubblicato da 8 Commenti

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Mario Adinolfi, che ringraziamo di cuore, pubblicato su Facebook, e che ci ha profondamente colpiti. Buona lettura e condivisione.

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LA SOGLIA DEL DOLORE, LA TENTAZIONE DELLA RESA
di Mario Adinolfi
Leggo i dettagli sulla morte di Marta in Svizzera raccontati in un’intervista dal marito disperato e ora anche soverchiato dal senso di colpa: “Mi hanno spedito per mail il certificato di morte, senza specificare le cause. Purtroppo non mi è stato consentito di vedere il corpo: nessuno che io conosca ha fatto il riconoscimento prima della cremazione. Marta ha lasciato il pc e il telefono a casa, scrivendo da numeri e indirizzi non suoi. Non sapremo mai se è stata una sua scelta autonoma o se è stata frutto di una indicazione della associazione per evitare che fosse rintracciata e quindi indotta a ripensarci all’ultimo momento”.
Era già andato a riprendersela in Svizzera a luglio, lui l’aveva fermata ed era stata portata a frequentare la Stanza del Figlio, un’associazione che aiuta i genitori che hanno perso un figlio. Alla base della scelta di farsi suicidare a pagamento in Svizzera c’è infatti la morte del giovane figlio della coppia.
Questa storia mi causa la riapertura di vecchie ferite mai cicatrizzate, il marito di Marta ha 53 anni come me ed entrambi hanno l’età che avevano i miei genitori quando perdemmo mia sorella Ielma, che si è suicidata.
La Stanza del Figlio è il titolo di un film che racconta cosa succede in una famiglia quando muore un figlio giovane, come è successo alla nostra famiglia e anche a Marta e al marito.
Alcuni dettagli del film sono devastanti quanto veri e so che per questo ne è emotivamente molto difficile la visione. Pensate quanto possa essere difficile vivere una storia del genere, se solo vederla raffigurata in un film è prostrante.
Tutto questo per dire che nulla di quel che è accaduto a Marta, al marito, al figlio mi è estraneo. Non parlo per sentito dire ma per aver fatto diretta esperienza, per aver vissuto tutto.
Comprese la disperazione e la voglia di farla finita.
La vita può essere terribile, può ficcarti in abissi di assenza di senso in cui vedi solo buio ed il dolore è davvero insopportabile. So che molti miei amici mi catechizzeranno ora sulla fede in Dio, ma c’è chi in quei frangenti la fede la perde e c’è chi non l’ha mai avuta.
E arriviamo al punto: davanti alle persone che si ritrovano in un abisso di sofferenza, cosa dobbiamo fare?
Non siamo più abituati a gestire il dolore, le generazioni che ci hanno preceduto erano tutte formate dalla e alla sofferenza.
C’erano la guerra, le tante malattie infettive che uccidevano, la diffusa povertà.
Paradossalmente, i sopravvissuti ne restavano tutti fortificati.
Mia nonna perse un figlio sotto un bombardamento, certamente fu un dolore estremo, ma poiché era un’esperienza comune a molti (furono quasi duecentomila le vittime civili nell’arco di tre anni della seconda guerra mondiale) fu anche più rapida la rassegnazione.
Quando suo figlio, fratello del bimbo morto e mio padre, perse sua figlia il lutto è stato interminabile e devastante.
Perché siamo ormai senza difese.
Per le generazioni più giovani è fonte di forte dolore anche solo non essere abbastanza “popolari”, sono ancora più fragili, anche una normale difficoltà della vita pare insormontabile.
Attenti, con una soglia del dolore così bassa le circostanze per cui il dolore diventi “fisicamente o psicologicamente insopportabile” (cito testualmente la sentenza della Corte Costituzionale che ha aperto al suicidio assistito) saranno una infinità.
In una società senza Dio, l’assenza di senso porta inevitabilmente a considerare insensato il dolore estremo. Fisico “o” psicologico. E così si apre la porta all’inferno, alla mattanza.
L’intervista al marito di Marta evidenzia il grande amore di lui per lei.
Repubblica che l’ha realizzata però mette in evidenza una frase che mi preoccupa: “Io non sono contrario alla libertà di autodeterminazione delle persone, non mi sarei opposto alla decisione di mia moglie di morire se avessi avuto la certezza che questa fosse stata davvero ponderata”.
Non mi sono sbagliato in tutti questi anni di libri e articoli scritti, ormai l’autodeterminazione è diventata un’ideologia. Quel “non mi sarei opposto” mi racconta una resa, che non è quella di questo povero marito e padre a cui non assegno nessuna colpa (a luglio aveva salvato Marta opponendosi ai suoi propositi suicidiari), ma è la resa di una società tutta intera.
Dobbiamo opporci con tutta la forza alla cultura della morte, agli articoli che la propagandano, ai politici che la sostengono, alle tv che la celebrano, ai giudici che la legittimano violando l’ordinamento, alle leggi che la vorrebbero cristallizzare in norme che ne farebbero nel volgere di pochissimi anni diffuso costume. Abbiamo una soglia di tollerabilità del dolore ormai così bassa che se non combatteremo pancia a terra questa guerra, un mondo senza Dio diventerà un mondo senza vita. Perché trasformarci in un contesto così cupo, perché accettare la resa, perché credere in maniera così fessa all’ideologia dell’autodeterminazione? Perché non celebrare tutto il contrario, cioè la bellezza della vita anche quando è ferita o triturata, esperienza che tocca a ciascuno ed è un aspetto della sua ricchezza?
Un bel libro diventato un bel film intitolato il Danno aveva dentro questa frase che mi ha aiutato nella fase più buia: “Le persone che hanno subito un danno sono pericolose, sanno di poter sopravvivere”.
E il testo fondamentale del Novecento che si apre con un secco “Vi è un solo problema filosofico veramente serio, quello del suicidio”, conclude che l’esistenza umana è davvero assurda come quella di Sisifo ma “la lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo, bisogna immaginare Sisifo felice”.
Nel disastro di un mondo insensato perché vi hanno convinto a fare a meno di Dio, siate pericolosi e siate felici. Insomma, amate comunque la vita e fatela amare, non proclamate mai la resa.
In una società che non sa più gestire il dolore, altrimenti, la tentazione della morte assalirà la moltitudine di Sisifo infelici e sarà l’inferno.
Guardate i dati delle nuove malattie psicologiche di cui sono preda giovani e giovanissimi, con milioni di casi e intuirete che siamo solo al prologo. Si deve capire e reagire. Ora. E bisogna farlo insieme perché chi ci vuole fragili ci vuole soli.
Come con Marta, per ammazzarla hanno fatto sì che prima di tutto si isolasse dai familiari.
Altrimenti, ne sono certo nonostante quel che scrive Repubblica, ma quale autodeterminazione, il marito come a luglio sarebbe andato a riprendersela in Svizzera e con un abbraccio l’avrebbe tenuta in vita.
Ma davvero vogliono convincerci che quell’abbraccio sia una costrizione?

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8 commenti

  • Rolando ha detto:

    Emitte Spiritum tuum et creabuntur et renovabis faciem terrae.
    Così t’invoco, mio Dio, sicuro, certo, fiducioso che del tuo Spirito è piena la Terra e l’Universo esteso.

  • Rolando ha detto:

    Chi ha detto a Mario Adinolfi che Dio non accetta che l’uomo possa scegliere di morire quando le sofferenze fisiche che lo colpiscono lo inducono ad autonoma, consapevole, decisione?
    Quale Dio? Quello che non è cattolico e romano, o quello di Mario Adinolfi?
    Mi ha colpito questa sua asserzione lapidaria: “Abbiamo una soglia di tollerabilità del dolore ormai così bassa che se non combatteremo pancia a terra questa guerra, un mondo senza Dio diventerà un mondo senza vita.”.
    “Cosa vuole che si combatta? Contro il mondo senza il “suo (=di Mario Adinolfi)” Dio o per l’aumento di ogni tipo e grado di sofferenza col “suo” Dio?
    Io sono sicuro che Dio ci ama e la sua Provvidenza ci sostiene sempre tutti in ogni nostra decisione, tragicamente necessitata, su “ciò che conviene” alla singola sua creatura. Un conto è aiutare e comprendere, aver compassione cioè patire assieme, un conto è voler ipocritamente sostenere una politica di imposizione legislativa teocratica anche a chi crede che Dio non è cattolico romano. Non solo non è civile libertà, ma finissima, sadica crudeltà di dottrina religiosa. Come quel bambino ebreo costretto ad invocare Allah, al posto dello Shemà, per poter avere del latte per sopravvivere in cattività!

  • William Blake ha detto:

    “Nel disastro di un mondo insensato perché vi hanno convinto a fare a meno di Dio, siate pericolosi e siate felici. Insomma, amate comunque la vita e fatela amare, non proclamate mai la resa”.

    Bravo Adinolfi

  • Januensis ha detto:

    Anche nel consiglio regionale ligure arrivera’ presto la discussione sulla legge regionale sul fine vita.
    La proposta di legge e’ stata presentata dai consiglieri delle liste di sinistra. Come andra’ a finire non e’ dato saperlo. Anche i presentatori non sembrano essere completamente d’accordo sulla proposta di legge.
    E’ evidentemente necessaria una preghiera intensa da parte di tutti affinche’ questa proposta di legge non venga approvata.

  • Fantasma di Flambeau ha detto:

    Ogni generazione meno vitale e con la soglia del dolore più bassa della precedente. Più ripiegata in posizione fetale sull’attimo presente. Senza radici nel passato, perciò senza eredità da trasmettere e con sempre meno figli per cui imparare il valore del sacrificio. Senza Dio, senza eroi e senza padri, progressisticamente ridotti a controfigura materna, espulsi dalla famiglia e demonizzati, quindi privata di riferimenti rispetto ai quali costruire un’identità basica forte. Il Potere subentrato al cordone ombelicale materno, che insensibilmente riempie il vuoto di morte da esso stesso creato come e con chi vuole. Presentando perversioni, ordini e aberrazioni che sono già costate fiumi di sangue come balocchi e diritti.

    Il buio dopo il tramonto genera fragili farfalle destinate a bruciarsi le ali sul primo lampione.
    E/o servire da farina per teneri biscottini ecologici.

    Adinolfi, con tanta simpatia, condividendo tutto quanto scrive e il dovere di combattere le battaglie giuste fino in fondo.
    Roma era morta soltanto nel corpo: lei crede veramente che una civiltà suicida nell’anima si possa resuscitare?

  • La stanza del figlio ha detto:

    E’ un film di Nanni Moretti ?
    Se dovesse trattarsi di quel film devo dire che la chiusura non conferma la disperazione ma invece apre alla speranza.
    Curiosamente e’ l’unica scena del film che ricordo.

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