“Uomini Malvagi e Spietati Avvelenano l’Aria che Respiriamo”. Mons. Carlo Maria Viganò.

18 Maggio 2024 Pubblicato da 5 Commenti

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione l’omelia pronunciata da mons. Carlo Maria Viganò in occasione della Festa dell’Ascensione di Nostro Signore. Buona lettura e diffusione.

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SIC VENIET

Omelia nell’Ascensione del Signore

 

Et inimici domini domestici ejus.

E i famigliari del padrone saranno i suoi nemici.

Mt 10, 36

 

Troppo spesso, guardiamo a questo mondo con l’atteggiamento e le speranze di chi lo ritiene un luogo di permanenza e non di passaggio verso la meta celeste, mentre sappiamo che il nostro pellegrinaggio su questa terra ha come destinazione ineluttabile l’eternità: un’eternità di beatitudine nella gloria del Paradiso o un’eternità di dannazione nella disperazione delle fiamme dell’Inferno. E per questa nostra inclinazione al voler credere in un illusorio Hic manebimus optime consideriamo l’Ascensione di Nostro Signore quasi come un fatto anomalo, un abbandono da parte del Salvatore che ci lascia soli dopo nemmeno quaranta giorni dalla Sua Resurrezione.

La fiamma del Cero pasquale che al canto del Vangelo viene spenta – a significare proprio il ritorno del Figlio Incarnato alla destra del Padre – ci sembra per così dire in contraddizione con quanto pochi giorni fa, per le Rogazioni, chiedevamo alla Maestà divina: di concedere, conservare e benedire i frutti della terra, di risparmiarci dal flagello del terremoto, di allontanare la folgore e la tempesta, la peste, la carestia, la guerra.

È difficile – dobbiamo riconoscerlo – riuscire ad essere di passaggio in un luogo che vorremmo felice e prospero, fertile e generoso, sereno e privo di conflitti. Ancor più difficile quando alzando gli occhi al cielo spesso lo vediamo solcato di scie con cui uomini malvagi e spietati avvelenano l’aria che respiriamo, inquinano i campi e le fonti, fanno marcire o seccare i raccolti, giungono addirittura ad offuscare la luce del sole. L’inimicus homo non sparge solo la zizzania dove cresce il grano: egli vuole che la zizzania sia seminata e coltivata, e che sia il grano ad essere estirpato e gettato nel fuoco; che il vizio trionfi e la virtù sia calpestata; che la morte e la malattia siano celebrate, e la vita – anche nel sacrario del ventre materno o nell’innocenza dei bambini e dei deboli – sia colpita, sfregiata, amputata, manomessa.

Noi rimaniamo increduli e sconvolti dinnanzi a questo sovvertimento, perché non vogliamo accettare l’idea che alla natura ostile dopo la nostra caduta si sia ora aggiunta l’insidia ulteriore dell’homo iniquus et dolosus, che quella natura manipola, replica, imita in grotteschi surrogati artificiali, in cibi transgenici, in imitazioni senz’anima della Creazione, per l’odio che Satana nutre nei confronti del Creatore di tanta perfezione gratuita.

Il Signore si alza da questa valle di lacrime, ascende al cielo in jubilatione et in voce tubæ, quasi le schiere angeliche fossero felici di veder tornare il Figlio di Dio nel luogo d’origine, in quella dimensione eterna e immutabile in cui la Santissima Trinità è l’unico principio e fine degli spiriti eletti. Ma vi ascende dopo esser anch’Egli disceso propter nos homines et propter nostram salutem, incarnandoSi nel seno virginale di Maria Santissima, assumendo natura e carne umana, affrontando la Passione e la Morte su quella Croce che Lo ha elevato quale Pontifex futurorum bonorum (Ebr 9, 11), Sommo Sacerdote dei beni futuri, a metà strada proprio tra la terra e il cielo, a creare un mistico ponte tra noi e Dio. E quell’umanità assunta da Nostro Signore nell’Incarnazione viene portata come insegna di trionfo del Victor Rex al cospetto dell’Eterno Padre, ed è per questo che il Suo Corpo santissimo porta ancora splendenti le Piaghe della Redenzione.

Questo deve farci comprendere due concetti estremamente importanti. Il primo: il senso della nostra vita terrena, che è pellegrinaggio verso l’eternità, esilio che speriamo con la Grazia di Dio essere temporaneo, prima di tornare alla vera Patria. E con questa persuasione, dobbiamo anche capire che i beni di questa terra – le ricchezze, il successo, il potere, i piaceri – sono zavorra della quale è indispensabile liberarci se vogliamo essere capaci di ascendere verso l’alto, di librarci in volo come la biblica aquila vola verso il Sole divino. Il secondo: la necessità di fare tesoro di questo esilio, di questo peregrinare nel deserto verso la terra promessa, usando i doni e facendo fruttare i talenti che il Signore ci ha donato non per rendere più confortevole e duratura la lontananza dal Cielo, ma per accumulare quei tesori spirituali che né tignola né ruggine consumano, e che i ladri non scassinano e non rubano (Mt 6, 20).

Ciò non significa disprezzare la vita che la Provvidenza ci ha dato, ma piuttosto usarla per lo scopo che essa ha: la gloria di Dio, da ottenere mediante la nostra e altrui santificazione nell’obbedienza alla Sua volontà: fiat voluntas tua – recitiamo nel Padre Nostro – sicut in cœlo et in terra, ossia nella prospettiva dell’eternità che ci attende, e nella temporalità del passare dei giorni.

Così, mentre l’armonia divina del cosmo scandisce i giorni e le stagioni in cui si dipanano gli anni della nostra vita terrena – e per questo invochiamo dal Cielo le benedizioni sui nostri raccolti – nell’ordine soprannaturale abbiamo i ritmi cadenzati della Liturgia, che ci permettono di contemplare i divini Misteri e di godere di uno sprazzo di quell’eternità nella quale l’Agnello Immacolato celebra la Liturgia celeste, circondato dalle schiere degli Angeli e dei Santi.

Oggi la nostra anima è chiamata a guardare il Signore che ci precede in Paradiso. Domani, risorti nel corpo e condotti al Giudizio, Lo vedremo tornare nella gloria: Hic Jesus, qui assumptus est a vobis in cœlum, sic veniet quemadmodum vidistis eum ascendentem in cœlum (At 1, 11): Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto in cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo, dicono i due Angeli ai Discepoli. E sarà un ritorno in cui il tempo, come lo conosciamo, cesserà di essere ed entrerà nell’eternità divina proprio perché il consummatum est pronunciato dal Salvatore agonizzante sulla Croce quel Venerdì Santo di 1991 anni orsono varrà anche per il mondo e per l’umanità intera, giunti al termine della prova, dell’esilio, del pellegrinaggio terreno.

Il Cero pasquale rappresenta, come ci istruisce il Diacono nel solenne canto dell’Exsultet, il lumen Christi, Cristo vera Luce: come la colonna di fuoco che precedeva gli Ebrei nell’attraversare – sicco vestigio – il Mar Rosso, così Egli precede anche noi nel nostro passaggio in questo mondo, e nella fuga dai malvagi che ci inseguono. Preghiamo di essere trovati degni di giungere in salvo, per non essere travolti dalle acque come i soldati del Faraone. Che in questo esodo la Santissima Eucaristia sia nostro Viatico, e la Vergine Immacolata nostra Stella. E così sia.

 

+ Carlo Maria Viganò, Arcivescovo

 

9 Maggio 2024

In Ascensione Domini

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5 commenti

  • nuccioviglietti ha detto:

    E tutte codeste deliranti operazioni… in nome neonata nuova infernale religione… scientismo!…!!…https://ilgattomattoquotidiano.wordpress.com/

  • R.S. ha detto:

    PS

    Le ultime righe sono riprese da un articolo apparso su La Scure di Elia.

  • R.S. ha detto:

    Dice bene Mons. Viganò: questo mondo è luogo di passaggio e non di permanenza. La poca fede nella vita eterna amplifica l’interesse per il regno di questo mondo, sottovalutando il potere che ne ha il principe.

    Ultimamente questo potere mistificatorio sta dando prova delle sue arti di manipolazione e soprattutto il nostro mondo occidentale, ex cristiano ed odiato da chi odia Cristo, è diventato il palcoscenico delle tecniche più riuscite di controllo del pensiero e di plagio delle menti.

    Ovviamente per i più non è assolutamente successo nulla: è tutto normale, anzi, ci vantiamo della civiltà con la quale stiamo adeguandoci, per essere moderni, al passo con i tempi e capaci di progettare il futuro.

    L’indifferenza con la quale si marcia ciechi verso il baratro, cantando le lodi della lucida visione della scena e dotatisi di ogni sorta di sensori per sorvegliare ogni incrocio con telecamere e dispositivi intelligenti, è davvero grottesca a pochi passi dalla catastrofe.

    Infatti i pifferai che guidano il corteo inconsapevole assicurano che non esiste alcun rischio. O meglio: urlano al rischio di chi sostiene l’esistenza del baratro.

    Si è semplicemente diventati incapaci di pensare senza dover rispondere a un condizionamento al quale si deve un omaggio e un tributo: se non sei del mondo e se non dialoghi, sei cattivo e sei sbagliato.

    Questo crea un problema preliminare all’annuncio di Cristo: parlando e ragionando secondo il mondo si è perso il soprannaturale, ma anche il razionale di un intelletto sapientemente istruito dalla Grazia. La scienza è solo quella positiva e non un dono dello Spirito Santo che integra ogni conoscenza parziale in quella di Dio.
    A chi posso parlare di vita eterna se ormai si è capaci di ragionare solo in termini di bisogni materiali ed immediati? E che senso ha parlare di visione beatifica e di purezza del cuore se non c’è un quadro morale diverso dal fare quel che mi pare giusto e il peccato è stato derubricato persino dalle omelie?

    E lo Spirito Santo? Dovrebbe essere Dio che rende l’uomo capace della somiglianza divina… Al massimo è inteso come una dotazione della carrozzeria o del motore, per cui la macchina umana ha diritto ad essere rispettata qualunque cosa faccia in strada, perchè -essendo divina- come potrebbe aver senso una leggina che possa dare una multa se sgommi in parcheggio…

    L’uomo mica dev’essere divinizzato… E’ già un “dio” anche se essendo uno dei tanti, privo di un riferimento che ne riveli la Verità, quell’eccellenza diventa veramente poco originale, tanto da valere meno dell’intelligenza artificiale. Ah già: a contare è l’immagine e non la somiglianza. Basta apparire “come se”, così insegna la cultura che ti vuole un mezzo animale.

    La fede è luce, ma servirebbe una ragione capace di intendere, cioè di attenzione, di una tensione, cioè di un essere una corda tirata tra due capi, di cui uno è Dio.
    Invece è rimasto l’indottrinamento ai social media, al cui capo del filo virtuale c’è la centrale mistificatoria da cui siamo partiti per spiegare l’annullamento della capacità di ragionare sulla Verità e di ricevere Verità.

    Una congettura su Dio non è Dio, perchè Dio resta superiore alle migliori congetture su di Lui. Infatti Dio si rivela da sè e l’uomo è solo capace di intendere, cioè capace di Dio, capace di essere reso partecipe di ciò che lo supera, sopra la nostra natura.

    Ora anche il Vaticano esclude il soprannaturale, per cui il gioco è fatto: resta solo la manipolazione del dialogo che ci tratta da animali intelligenti, addestrati a farsi addomesticare dall’intelligenza artificiale, la quale è prodotta dai più intelligenti (o astuti), i padroni del discorso agendo in nome del principe di questo mondo.

    Ci resta una sorta di religione civile, moralismo puro. Cioè la resilienza dentro il recinto della manipolazione.
    Tutto questo sta alla Pentecoste come lo stordimento che straparla dopo una sbornia alla capacità di farsi intendere in ogni lingua dicendo cose che superano le facoltà naturali e intellettive di chi le dice.

    Un’immane presa per i fondelli la cui ipocrisia è senza più misura, tanto che più esagera e più affiora la paura di pensarla ipocrisia, per cui va bene così: democrazia.
    Ma anche dentro la Chiesa cambia poco: la sinodalità non fa che scimmiottare l’anti-Pentecoste, la mancanza di soprannaturale non può che schiacciare al suolo.

    Che cosa resta per restare umani e da quest’umanità ricevere la Grazia dal Cielo e tornare ad una somiglianza con Dio da Lui voluta e a noi partecipata perchè il creato ne ricevesse cura in attesa della vita ventura?

    In un delirio di superbia è necessario puntare sull’umiltà, il recipiente della Grazia. L’umiltà ha nella preghiera una scuola di ogni ordine e grado.
    Si sta con Maria per essere come Maria, disponibili a generare in noi il Verbo incarnato, non per chiuderci in un’esistenza di passaggio, ma per desiderare un’ulteriorità beata. Intanto, rinunciando all’apparenza del mondo e all’immagine morta e distorta dell’umanità transumanata, serve un bel po’ di penitenza. Sì, la vecchia penitenza, inutile, debole e stolta, proprio come la croce di Nostro Signore agli occhi dei padroni del mondo. Allora la Pentecoste è un’esperienza attuale dei meriti di Cristo redentore e della misteriosa corredenzione del cuore immacolato di Maria.

    A poca distanza dal baratro sarà sorprendente potersi considerare chiamati a sopportare sofferenze perchè così desidera Dio dai suoi, che si fidano di Lui.
    La storia ha poco altro da offrire, se non l’inebetimento e la cancellazione anche della possibilità di intendere la Rivelazione. Invece la fede offre insieme al compito il dono della gioia che vide i martiri cantare anche affrontando le fauci dei leoni, per il sollazzo della folla festante secondo la logica del panem et circenses.

    E’ tempo di scegliere. E’ tempo di essere gioiosi, perchè altrimenti attorno è di una tristezza mortale…

    I santi Dottori riuscirono non soltanto a mantenere l’equilibrio, ma anche a penetrare a fondo nella verità perché pregavano molto e facevano abitualmente penitenza; così il loro lavoro era illuminato dalla Sapienza divina ed elevato dai doni del Paraclito. Essi poterono in tal modo preservarsi, in pari tempo, sia dalle deformazioni tipiche degli aspri polemisti di oggi sia da quelle, di segno opposto, degli utopisti e sognatori spuntati con la primavera conciliare e che ancora non si arrendono al suo evidente avvizzimento. Entrambe le mutazioni dell’identità cattolica, ugualmente dannose seppur per motivi diversi, non possono essere guarite se non dalla grazia soprannaturale; per accoglierla, tuttavia, è indispensabile anche qui la preghiera assidua e la penitenza costante. In questa Chiesa in cui tutti parlano di tutto, spesso a sproposito, sarebbe ora di ridurre le parole e di passare ai fatti. L’anelito al silenzio e alla carità concreta è il migliore antidoto a questo male.

    • Balqis ha detto:

      “A chi posso parlare di vita eterna se ormai si è capaci di ragionare solo in termini di bisogni materiali ed immediati?”
      A me, ad esempio. Anche se dalla santità sono ben lontana. Anzi, molto difficilmente la raggiungerò. Però non smetta. Buon pomeriggio.

      • Giovanni ha detto:

        Condivido Balqis, R.S. non deve assolutamente smettere di produrre queste profonde riflessioni. Gli costano e gli costeranno tanta fatica tradurle in parole fruibili per tutti coloro che vorranno ascoltare. Ma sono sicuro che il ” premio ” che l’attende è grande.

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