Dell’Abbandono che Muta in Volo. Il Matto.

31 Gennaio 2024 Pubblicato da 5 Commenti

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni sull’abbandono…buona lettura e meditazione.

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DELL’ABBANDONO CHE MUTA IN VOLO

                              «[…]

                              Sapevo bene che il tempo era veloce

                              ma era una nozione scritta nei libri

                              Sotto lo scorrimento temporale

                              era la stasi che vinceva il gioco

                              era un’infinitudine popolata

                              ricca di sé, non di uomini, divina

                              perché il divino non è mai parcellare […]»

                              Eugenio Montale (Il canto del rigògolo)

SCORRIMENTO e STASI: rilevazione da rivelazione, gioco di parole inevitabile. E poi, importantissimo, «è la STASI CHE VINCE IL GIOCO»! E, per chi può capire, la Stasi è Silenzio, Contemplazione, Vuoto, Nitida Ignoranza, Saggezza, secondo che recita il proverbio zen:

«La conoscenza è imparare qualcosa ogni giorno.
La saggezza è lasciar andare qualcosa ogni giorno».

* * * * *

«Principio, dal latino Princípium, che ha lo stesso etimo di PRÍNCEPS il primo» (etimo.it).

«In Principio era il Verbo», cioè il Verbo era (è) il Prínceps, il Primo.

E infatti, «tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste».

Dice che «TUTTO è stato fatto per mezzo di lui», quindi anche il pensiero concettuale e immaginativo, che sorge grazie – e subordinatamente – alla   percezione di ciò che esiste (persone e cose). Di qui, si noti di passaggio, l’importanza fondamentale dei cinque sensi, anzi sei, se si considera anche la mente, in ordine alla vita spirituale.

È bene ribadirlo ancora, dice che «TUTTO è stato fatto per mezzo di lui»: quindi, su questo minuscolo granello di terra sperduto nell’Immensità Galattica, OGNI popolo con il proprio culto della Divinità:

«Dobbiamo riconoscere che tutti i culti hanno un unico fondamento. Tutti contemplano le stesse stelle, un solo cielo ci è comune, un solo universo ci circonda. Che importa se ognuno cerca la verità a suo modo? Non si può seguire una sola strada per raggiungere un mistero così grande. » (Quinto Aurelio Simmaco, Relatio de ara Victoriae).

Si noti: LE STESSE stelle, UN SOLO cielo, UN SOLO universo: TUTTO.

La varietà presuppone un’unità, come i raggi e la circonferenza della ruota presuppongono il mozzo. L’unità è condizione della varietà, come il mozzo è condizione dei raggi e della circonferenza.

Occorre un potente atto di astrazione, ossia di raccoglimento, per un radicale abbandono dell’onomastica, cioè di ogni elemento e costrutto verbale, per intuire il Principio, il Primo, il Verbo che prima di ogni nome, dimora nella Roccaforte del Grande Silenzio Primordiale, la cui conquista richiede un atto violento:

«il Regno dei cieli soffre violenza e i violenti se ne impadroniscono».

Violento: da vis, forza, vigore. Si potrebbe dire: determinazione volitiva indomabile, ovviamente suscitata dal richiamo dell’Archè.

«L’insegnamento giunge solo a indicare la via e il viaggio; ma la visione sarà di colui che avrà voluto vedere». (Plotino, Enneadi VI, 9, 4).

Dice «colui che avrà VOLUTO vedere»: il violento, il vigoroso, il determinato, l’indomito che tiene in non cale tutto ciò che esula dal richiamo dell’Arché; richiamo cui egli si abbandona, con ciò liberandosi e librandosi – altro gioco di parole inevitabile – da ogni zavorra psichica, sicché il lasciare la presa muta in impresa (!), l’abbandono muta in volo.

L’impresa e il volo evocano l’«eroico furore» del «violento» secondo gli  apofatici, virili, “danteschi” versi di Giordano Bruno,

«Pascomi in alta impresa,

e bench’il fin bramato non consegua,

e ‘n tanto studio l’alma si dilegua,

basta che sia sì nobilment’accesa,

basta ch’alto mi tolsi

e da ignobil numero mi sciolsi».

L’«alta impresa»! Dice che si libera dalle pastoie del molteplice («ignobil numero») per volare («alto mi torsi») verso l’Uno, verso l’Archè. E che dire di quel decisivo «basta che (l’alma) sia sì nobilmente accesa»? L’alma accesa che … «si dilegua»: qui la ragione è un ingombro mentre la fede muore per rinascere purissima nel purissimo Oltre.

“Principio” (“Archè”) e “Verbo” (“Logos”) sono nomi di cui l’Evangelista ha dovuto servirsi per comunicare e quindi richiamare l’attenzione verso l’Ineffabile; intermediari, ossia indicatori che presuppongono Ciò che indicano: Ciò che è nominato è necessariamente prima della nominazione, che altrimenti il nominare sarebbe vano. La parola “Principio” non è il Principio che è prima di essa, la parola “Verbo” non è il Verbo che è prima di essa.

Adamo nomina tutti gli animali che sono già lì davanti a lui, «in modo che nello stesso tempo la loro natura fosse pensata ed enunciata» (Filone, De opificio mundi); dunque l’oggetto necessariamente previene il suo pensamento e la sua nominazione.

Le parole sono preziose ma ambigue: sono necessarie per indicare e distinguere, ma sono anche insidiose in quanto coagulazioni magnetiche per la mente che le considera come assolute (ciò valendo ancor di più per le concatenazioni di parole), mentre non sono che relative, allusive a Ciò che indicano. Soltanto nel Silenzio è la possibilità delle parole, come soltanto nel foglio bianco è la possibilità dello scritto. Senza il silenzio nessuna parola, senza foglio bianco nessuno scritto, e, come al solito, senza il vuoto nessun pieno.

Più precisamente, secondo l’etimo, “nome” è «vocabolo col quale si qualifica ciascuna cosa o persona, per distinguerla e riconoscerla fra le altre». Ora, la distinzione e la conoscenza di cose e persone, cioè l’effabile, è operazione che presuppone l’Ineffabile:

 «Tanto il linguaggio quanto il pensiero razionale si fondano sull’ineffabile» (Attilio Mordini, Verità del linguaggio).

Ciò valendo anche per il linguaggio poetico:

«La poesia mi importa molto. Qualcosa che mi importa più della poesia è la fonte della poesia. La poesia non ha senso se non nasce da una fonte metafisica, invisibile, come nelle fiabe». (Cristina Campo, Gli  imperdonabili).

«Tutto è stato fatto per mezzo di Lui», cioè dell’Ineffabile in quanto Infinitamemte Piccolo e Infinitamente Grande, insomma Vuoto, perciò irriducibile ad un nome, poché il nome è una parcellizzazione sonora che si staglia (può stagliarsi soltanto) nel silenzio o vuoto che dir si voglia.

Coincidenza nient’affatto casuale in LaoTze:

«Il Tao che si può nominare

Non è il Tao eterno

Il Nome che si può pronunciare

Non è il Nome eterno

[…]

Così: chi è distaccato

Percepisce l’Essenza Misteriosa».

Che Dante abbia percepito l’“Essenza Misteriosa”?:

«Nel ciel che più de la sua luce prende

 fu’ io, e vidi cose che ridire

né sa né può chi di là sù discende;

perché appressando sé al suo disire,
nostro intelletto si profonda tanto,
che dietro la memoria non può ire».

E come non notare la coincidenza con quanto si trova nel Libro X di Ermete?:

«Soltanto allora lo vedrai, quando non puoi parlarne; perché la sua conoscenza è profondo silenzio e soppressione dei sensi».

Il vuoto, uno e invisibile in sé, diventa, sì, visibile grazie al pieno, ma in modo parcellare e molteplice: il vuoto parziale della bottiglia diviene visibile grazie al pieno del vino, ciò però non escludendo il medesimo vuoto che circonda la bottiglia, e che è pieno di persone, alberi, montagne, animali, mari, nuvole etc. etc., senza che uno solo di tali elementi come pure il loro insieme possa esaurirlo, come la somma dei numeri non può dare come risultato zero.

«Era un’infinitudine popolata / ricca di sé, non di uomini, divina / perché il divino non è mai parcellare», dice  Montale nei versi in incipit.

L’atto apofatico, l’atto di astrazione, di raccoglimento, ovvero l’abbandono del mondo dei nomi (e delle immagini), cui corrisponde l’abbandono all’Ineffabile, è facoltà dell’essere umano, che, se vuole, può imparare a trarlo da sé, cioè dall’agglomerato psichico nel quale esso giace obnubilato: ob – rafforzativo – e nubilare essere nuvoloso, verbo denominativo di nubes nuvola.

L’agglomerato psichico è la nuvola che avvolge l’atto di astrazione, di raccoglimento, cioè l’atto lucente di pura presenza incondizionata da un qualsiasi oggetto tanto esteriore quanto interiore, quindi da ogni immagine e da ogni nome.

«Dentro di me c’è una sorgente molto profonda […] A volte riesco a raggiungerla, piú sovente è coperta da pietre e sabbia», scrive Etty Hillesum nel suo Diario: «pietre e sabbia», come la nuvola, indicano perfettamente l’agglomerato psichico: nuvola di pietre e sabbia.

Perciò, al riguardo, giova precisare che:

«Bisogna che l’anima “muoia”, ossia che nel distacco si perda la Eigenschaft, la appropriatività, che costituisce l’essenza stessa dello psichismo, e in questa “morte” dell’egoità psichica compaia lo spirituale. Nella storia delle religioni si manifesta infatti il fenomeno del soggetto che ha perduto se stesso proprio in quanto soggetto, egoità psichica, e perciò si identifica con l’assoluto, col divino» (marcovannini.it/sulla follia divina).

Agglomerato psichico, appropriatività, psichismo, egoità psichica: l’intoppo è tutto qui. E proprio il negarlo o il nasconderselo (esiziale volontaria inconsapevolezza!) ne è la conferma: l’egoità psichica vuol continuare ad imporsi, ostendando la sua conoscenza che non è Saggezza. L’egoico agglomerato psichico, saturo di conoscenze miste a passioni, è la barriera tra l’Io divino creatore e l’io divino creato, ossia tra l’IO SONO che è Dio e l’IO SONO che è l’Uomo, se il secondo è stato chiamato all’ESSERE dal Primo A SUA IMMAGINE E SOMIGLIANZA.

L’atto dell’astrarre, del distaccarsi, cioè del raccogliersi dalla dispersione, dà conto della parola “universo”, che l’etimo ci dice composta da UNUS uno e VERSUS participio passato di VERTERE volgere, propriamente raccolto in una unità, e quindi tutto insieme, tutto quanto. L’atto di astrazione è perciò l’atto del vertere (con-vergere) all’Uno, un atto di ritorno verso l’Uno, dal quale si dispiega l’universo mondo, cioè l’Uno che si dispiega verso il molteplice creato. «Un solo universo ci circonda», dice Simmaco:

uni-verso: dall’Uno ai Molti,

verso-uno: dai Molti  all’Uno,

ossia, per tornare al simbolo della ruota, dal Mozzo ai raggi e alla circonferenza, e dai raggi e dalla circonferenza al Mozzo. E, ancora, dal Silenzio alle parole e dalle parole al Silenzio; dallo Specchio agli oggetti riflessi (immagini) e dagli oggetti riflessi (immagini) allo Specchio; dalla Negazione all’affermazione e dall’affermazione alla Negazione.

«E il Verbo si fece carne», cioè si calò nel tempo, ma senza perdere nulla della Sua primicerietà, della Sua ineffabilità. L’Incarnazione è parcellizzazione umana dell’imparcellizzabile divinità. Qui è il Mistero. Il  il Verbo parcellizzato, ci rivela l’Imparcellizabile, l’Eterno, l’Infinito, l’Immenso, l’Ineffabile, il Regno che «non è di questo mondo». E «questo mondo» comprende l’affanno filosofico-teologico nella sua miriade di entropiche (e contraddicentisi) ramificazioni: albero le cui fronde hanno occultato il tronco e le sue radici.

L’Ineffabile divino, il «ricco di sé», per citare ancora Montale, si manifesta nell’Effabile umano. Il Verbo incarnato, perfetto Effabile umano, ci rivela l’Ineffabile divino. Il Verbo si è fatto carne, non racconto scritto, non parole. Pertanto ciò che è raccontato non può esaurire Ciò “di” cui racconta: insondabili spazi galattici si spalancano davanti all’abbandono all’Ineffabile che muta in volo.

«Dio è venuto a noi, non nel modo come Egli poteva, ma nel modo come potevamo vederlo noi. Egli poteva anche venire a noi nella sua ineffabile gloria, ma noi non avremmo ancora potuto reggere alla maestà della sua gloria» (Ireneo di Lione, Contro le eresie).

«Il Logos di Dio sembra avere disposto le Scritture, commisurando ciò che conviene nell’esposizione alla capacità degli ascoltatori e al loro vantaggio» (Origene, Contro Celso).

Per questo ciò che insegna/rivela il Verbo incarnato esige, da chi avverte i richiamo dell’Arché, il perdersi in quanto individuo pensante logico-raziocinante, soffocato dalla nuvola di pietre e sabbia dell’onomastica e dei sillogismi, poiché nulla di logico e razionale v’è nei gigli del campo che pur non lavorando e non filando vestono meglio di Salomone, come nulla di logico e razionale v’è negli uccelli del cielo che pur non seminando e non mietendo sono nutriti dal Padre celeste.

Gigli del campo e uccelli del cielo: simboli dell’apofasi, dell’astrazione, del distacco dall’effabile, del raccoglimento, della contemplazione, dell’abbandono all’Ineffabile. Dell’abbandono che muta in volo.

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5 commenti

  • Adriana 1 ha detto:

    Non necessariamente è un avviso di morte ( quella di Semele ); può trattarsi di una “sospensione”- come in Dante-. E non era neppure necessario che ne avesse letto…si tratta di una
    “visione” connaturata all’uomo (come altre, fondamentali…)

  • Adriana 1 ha detto:

    Avrà pensato ad Icaro.

  • il Matto ha detto:

    A piccola ma interessante integrazione dell’articolo, propongo i versi di Isabella Andreini (1562-1604:

    «Sia ne la fiamma avventuroso il core
    come Pirausta entr’à fornace ardente;
    che nel foco non pur non langue, ò muore,
    ma da l’incendio suo tragge diletto,
    e divien ne l’ardor viè più possente.»

    La leggendaria Pirausta, “di fuoco (pyr) accesa (auo)”, un po’ come la falena attratta dalle fiamme, richiama “l’alma sì nobilmente accesa” di cui nei versi di Bruno.

  • Adriana 1 ha detto:

    Caro Matto,
    ” La parola serve a nascondere il pensiero. Il pensiero a nascondere la verità. E la verità fulmina chi osa guardarla in faccia. ” ( Ennio Flaiano- Un Marziano a Roma- ).

    • il Matto ha detto:

      D’impatto, le … parole di Flaiano possono far colpo, ma, a ben vedere, il finale è piuttosto enfatico.

      Infatti, come fa Flaiano ad affermare che la verità “fulmina chi osa guardarla in faccia”?

      Egli sembra intendere quel “fulmina” come “uccide” (ferale conseguenza dell’osare), ma certamente non ne fatto esperienza, visto che ne può … parlare.

      Oppure è una sua intuizione? Ma le intuizioni non uccidono, semmai illuminano.

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