Porfiri: Pietà Popolare e Invasione della Liturgia. Uno Strano Cocktail.

9 Giugno 2021 Pubblicato da 5 Commenti

 

Marco Tosatti

Carissimi Stilumcuriali, il M° Aurelio Porfiri offre alla nostra attenzione e riflessione un articolo che personalmente trovo molto interessante e stimolante, sulla progressiva riduzione scomparsa della “pietà popolare”, rispetto all’ufficialità – se così vogliamo definirla – della messa. Buona lettura, riflessione e discussione. 

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La pietà popolare e l’invasione della liturgia

Ho una tesi, che alcuni potranno giudicare come controversa, e cioè che dobbiamo ricomprendere la relazione che si è venuta a verificare fra pietà popolare e liturgia in un senso diverso da quello a cui siamo abituati. Innanzitutto alcuni fatti evidenti: la pietà popolare è molto diminuita negli ultimi decenni, tutte le varie funzioni che si tenevano in passato sono ridotte a poca cosa, mentre quasi tutto viene ricondotto alla Messa. Sembrerebbe questa una “vittoria” della celebrazione eucaristica sulla pietà popolare ma in realtà io non la vedo così.

La funzione e il rapporto tra liturgia eucaristica e pietà popolare era ben strutturato: la Messa rappresentava il culto oggettivo della Chiesa mentre la pietà popolare dava sfogo ad un sentimento religioso più soggettivo. Si salvaguardava l’oggettività del culto nella Messa e si concedeva un’apertura ad una dimensione emozionale del popolo che andava incamerata laddove avrebbe potuto non essere di nocumento. Una spinta all’armonizzazione fra liturgia e pii esercizi venne anche dal Concilio Vaticano II che nella Sacrosanctum Concilium (13) osservava: “I « pii esercizi » del popolo cristiano, purché siano conformi alle leggi e alle norme della Chiesa, sono vivamente raccomandati, soprattutto quando si compiono per mandato della Sede apostolica. Di speciale dignità godono anche quei « sacri esercizi » delle Chiese particolari che vengono compiuti per disposizione dei vescovi, secondo le consuetudini o i libri legittimamente approvati. Bisogna però che tali esercizi siano regolati tenendo conto dei tempi liturgici e in modo da armonizzarsi con la liturgia; derivino in qualche modo da essa e ad essa introducano il popolo, dal momento che la liturgia è per natura sua di gran lunga superiore ai pii esercizi”. Cosa si intende per pietà popolare? Il Direttorio su pietà popolare e liturgia così definisce: “La locuzione “pietà popolare” designa qui le diverse manifestazioni cultuali di carattere privato o comunitario che, nell’ambito della fede cristiana, si esprimono prevalentemente non con i moduli della sacra Liturgia, ma nelle forme peculiari derivanti dal genio di un popolo o di una etnia e della sua cultura”. Cioè avevano un carattere più privato, diremmo più soggettivo.

Ora, cosa distingueva in essenza la pietà popolare dal culto ufficiale? Uso della lingua vernacolare, dimensione più soggettiva, un certo spontaneismo. È facile osservare che attraverso il modo in cui la riforma liturgica è stata portata avanti, tutte queste dimensioni (ed altre) hanno invaso il culto ufficiale, per cui la pietà popolare non è veramente scomparsa ma ha praticamente invaso il culto ufficiale tirandolo sempre più dalla sua parte. Giovanni Paolo II nella Vicesimus Quintus Annus diceva: “Tanto i pii esercizi del popolo cristiano, quanto altre forme di devozione, sono accolti e raccomandati purché non sostituiscano e non si mescolino alle celebrazioni liturgiche”. Ma in realtà sembra proprio che questo sia accaduto.

Lo vediamo per esempio con quanto accaduto fra canto liturgico e canto popolare e il modo in cui quest’ultimo ha praticamente sostituito il primo. Ci sarebbe da fare un discorso lungo anche sulla nozione di “popolo” che aveva un senso decenni fa nel senso di comunità coesa, mentre oggi il “genio del popolo” purtroppo non si esprime che attraverso le logiche della musica commerciale e del culto della narrativa dominante. Se tutto questo è stato fatto scientemente pensando che ne avrebbero beneficiato i fedeli, si è certamente scommesso sul cavallo sbagliato.

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5 commenti

  • Iginio ha detto:

    Mi sembra che manchi una parte dello sviluppo e una conclusione chiara dell’articolo. L’argomentazione è avviata ma manca un seguito e la conclusione.

    Ad ogni modo, la pietà popolare risale a epoche in cui la religione non era un fatto intimistico, privato, personale, contrapposto a una cosiddetta “laicità” (mai termine fu più frainteso e mutato di significato!) o a una società fatta di individui in cui ognuno fa “quello che gli pare purché si senta bene con sé stesso”.
    E non era necessariamente “popolare” nel senso di contrapposta alle élites.
    Ovviamente tutto ciò si è perso. Che poi si sia perso anche grazie a pretonzoli e teologastri vari, la dice lunga sul grado di confusione vigente.
    Si potrebbero citare tanti esempi, dai preti che hanno abolito le processioni o fatto eliminare le vecchie statue, a un certo mons. Parisi che ha sputato sopra a canti come Mira il Tuo popolo o Inni e canti sciogliamo, da lui etichettati spregiativamente come “romanze sentimentali” senza neanche saperne la storia. Questo Parisi era alla CEI e poi è tornato… alla casa del vescovo a Bari. Io tempo fa gli scrissi per protestare dopo aver letto un suo delirante articolo. Fatelo anche voi.
    Sorvolo poi sui teologastri razionalisti per cui anche il testo biblico è un’accozzaglia di favolette da correggere.

    Non è però che questa “pietà popolare” fosse tutta rose e fiori. Si racconta di alcuni santuari in Calabria dove ancora negli anni Venti la gente arrivata in pellegrinaggio banchettava chiassosamente in chiesa. Pio X fece sopprimere le belle statue delle Madonne vestite con abiti principeschi o regali, da lui e da altri ecclesiastici ritenute troppo frivole e seducenti e tali da distrarre la gente che le vedeva (in realtà erano bellissime: anche Pio X qualche cantonata l’ha presa).
    Messori sostiene che nella sua cittadina di origine in Emilia la processione col Crocifisso fosse per molti una mera occasione di dare qualche pizzicotto alle ragazze.
    Oppure anche oggi in Puglia capita di vedere processioni solenni ma col popolo – compresa la “gente di chiesa” – che si limita a guardarle dai marciapiedi o dalle finestre, credendo che sia sufficiente così.

    In sintesi: quello che conta è la fede autentica e la corrispondenza con le opere. In questo modo “omnia munda mundis”. Il resto è solo pretesto per stare al centro dell’attenzione, che sia il bifolco o il teologastro o il pretonzolo.

  • wisteria ha detto:

    Articolo dotto e complesso, da meditare. Direi che la pietà popolare, fin quando la liturgia è rimasta fedele alla tradizione, si esprimeva in italiano e in forme di garbo e decenza. Guardate nella foto come sono vestiti e atteggiati i fedeli. Da quando la liturgia è diventata un evento pop, in Chiesa si va in tuta da ginnastica, e la pietà popolare è scomparsa. Ci si vergognerebbe di seguire una processione in una metropoli dove la maggioranza non va mai in Chuesa, e di fatto non crede più.

  • Enrico Nippo ha detto:

    Il sentimento religioso soggettivo necessita di una liturgia seria che faccia “toccare con mano” il Sacro con il quale si alimenta, cosa che è venuta meno con la riforma liturgica vaticano-secondista, in primo luogo con il novus ordo.

    Il soggettivo ha necessità di un oggettivo possente, certo, inequivocabile, altrimenti finisce per per sostituirvisi per poi scemare.

    Una la liturgia che non mantenga la capacità di far sentire alla pietà popolare una Trascendenza che supera infinitamente il soggettivo è destinata al fallimento.

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