Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, grazie alle cortesia di Louis LUrton, a cui va il nostro grazie, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Mons. Aguer. Buona lettura e diffusione.
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Il recupero della Messa
I media di comunicazione e, specialmente, i social network, segnalano che in diversi paesi europei, soprattutto tra i giovani, si vive con fervore la «Messa di sempre», accompagnata da numerose processioni e pellegrinaggi. Hanno attirato l’attenzione le folle di giovani che hanno riproposto il tradizionale pellegrinaggio Parigi – Chartres; con un’età media di 22 anni. Si tratta di un recupero della tradizione cattolica, che era stata soffocata in quei paesi dal liberalismo, dal progressismo e dall’ateismo.
La «Messa di sempre» può essere chiamata così perché proviene dai secoli VII e VIII, ed è stata in vigore per secoli fino almeno al Concilio di Trento, che la revisionò e ripropose, affinché giungesse ai nostri giorni. È essenziale la sua identificazione con il Sacrificio della Croce, istituito come Sacramento del Sacrificio nell’Ultima Cena di Gesù con i suoi Apostoli. Questo Sacramento è il mistero della Passione e della Resurrezione, consacrato dallo Spirito Santo. La Messa si rivolge alla Gloria di Dio Trino, al quale offre il Sacrificio di Gesù. Nella Chiesa Cattolica si offre come offerta del pane e del vino, che per mezzo delle parole inalterabili della Consacrazione si trasformano nel Corpo e nel Sangue di Gesù; nutrimento di immortalità per i fedeli.
La Messa identifica il cattolicesimo dal Concilio di Trento al Vaticano II. Durante il pontificato di Paolo VI (Giovanni Battista Montini), che succedette al breve regno di Giovanni XXIII, il quale convocò il Concilio Ecumenico, fu inventata una nuova messa. Si sarebbe potuto introdurre una o l’altra modifica alla «Messa di sempre»; come accadde durante la sua vigenza multisecolare. Ma no; il Vaticano II pretese di ritoccarne tutto, e dal suo spirito dovette scaturire una nuova messa. Sempre valida, certo; ma non priva di ambiguità che restavano nelle mani dei celebranti.
L’autore della nuova messa fu monsignor Annibale Bugnini; riconosciuto come massone secondo documenti innegabili, benché segreti secondo l’indole della massoneria. .In essa, il sacerdote, in piedi, si rivolge al popolo; le letture bibliche si moltiplicano, e con il tempo furono autorizzate diverse Preghiere Eucaristiche, che ricreano l’unico Canone della «Messa di sempre». Sembrerebbe che nella messa di Paolo VI e Bugnini, il sacerdote che offre il rito debba impegnarsi nel rivolgersi a Dio, e cercare che i fedeli non si confondano.
I fini della messa sono diversi, ma il latrítico – l’adorazione e la lode di Dio – è il principale; senza dubbio, la preghiera e la comunione arricchiscono il popolo di Dio. Questa messa è quella che io celebro, nella quale sono stato ordinato quasi 54 anni fa; lo faccio con la maggiore devozione che posso.
Ma ricordo che nella mia infanzia, da chierichetto, ho assistito regolarmente alla «Messa di sempre»; rito che non è mai stato invalidato e che ha accompagnato quella di Paolo VI fino ad oggi, che come dicevo all’inizio, è riscoperta con entusiasmo dai giovani.
Pellegrinaggi come quello Parigi – Chartres; e quelli Rawson – Luján (Argentina), Oviedo – Covadonga (Spagna), Roma – Subiaco (Italia), e altri che vanno nascendo qua e là, ci parlano di qualcosa innegabile: l’ortodossia e la Tradizione godono di buona salute, e sono garanzia di futuro. Dovrebbero prenderne nota, ad esempio, qualche vescovo che è entrato in skateboard alla messa, o alcuni sacerdoti che si travestono da pagliacci, al momento di celebrare.
Simili violenze possono solo provocare una reazione di rifiuto. Come ben insegna la Chiesa, «nessuno, per quanto sia sacerdote, può togliere o aggiungere nulla» a ciò che è stabilito nei libri liturgici. Non si tratta di creatività, ma di fedeltà.
+ Héctor Aguer
Arcivescovo Emerito di La Plata.
Buenos Aires, lunedì 1° giugno 2026.
San Giustino, martire. –
Fonte : https://infovaticana.com/

2 commenti su “Il Recupero della Messa. Il Ritorno della Messa di Sempre. Mons. Héctor Aguer.”
Mons. Aguer coglie un dato reale: alcuni giovani stanno riscoprendo forme più solenni della liturgia, il senso del sacro, il silenzio, l’adorazione, il canto gregoriano e una maggiore cura del culto divino. Si tratta di un fenomeno interessante che merita attenzione. Tuttavia, sarebbe sbagliato assolutizzarlo o presentarlo come la tendenza dominante del mondo giovanile cattolico. Esistono infatti molti più giovani che partecipano con fede alla vita della Chiesa, alle processioni, ai pellegrinaggi, all’adorazione e alla Messa celebrata secondo il rito di Paolo VI, senza per questo avvertire la necessità di chiedere il Vetus Ordo. Il desiderio di sacralità e di autenticità non coincide necessariamente con la preferenza per una determinata forma liturgica e non può essere assunto come prova che il futuro della Chiesa passi esclusivamente attraverso il recupero della Messa preconciliare.
Anzitutto non è corretto contrapporre la cosiddetta “Messa di sempre” alla Messa di Paolo VI come se la prima fosse la vera Messa cattolica e la seconda una sorta di costruzione artificiale. La liturgia romana non è mai stata immobile nella sua storia. Il Messale di san Pio V fu esso stesso il risultato di una revisione e di una codificazione. Anche prima di Trento la liturgia romana aveva conosciuto sviluppi, adattamenti e riforme. Parlare quindi di una liturgia rimasta sostanzialmente identica dai secoli VII-VIII fino al 1969 è una semplificazione storica.
Ancora più problematica è l’affermazione secondo cui il Vaticano II avrebbe “inventato una nuova Messa”. Il Concilio Vaticano II non promulgò alcun nuovo Messale. La costituzione Sacrosanctum Concilium chiese una riforma della liturgia mantenendo espressamente la continuità con la tradizione precedente. Il Messale di Paolo VI nacque successivamente come applicazione delle direttive conciliari e fu promulgato dall’autorità suprema della Chiesa. Si può discutere sulla bontà di alcune scelte rituali, ma non presentarlo come qualcosa di estraneo alla tradizione cattolica.
Il richiamo continuo alla figura controversa di mons. Bugnini rischia inoltre di spostare il dibattito su un piano secondario. Anche ammettendo per ipotesi errori, orientamenti discutibili o persino intenzioni non condivisibili da parte di singoli protagonisti della riforma liturgica, resta il fatto che il Messale di Paolo VI non è il prodotto dell’autorità privata di Bugnini, ma un atto ufficiale del supremo magistero e del governo della Chiesa. Fu infatti san Paolo VI a esaminare, correggere, approvare e promulgare il nuovo Messale, assumendosene pienamente la responsabilità ecclesiale. Per questo la valutazione del Novus Ordo non può essere fatta sulla base della figura di uno dei suoi collaboratori, ma sul testo effettivamente promulgato dal Papa e ricevuto dalla Chiesa universale. Diversamente si finisce per attribuire più importanza ai retroscena che all’atto ecclesiale definitivo.
Dal punto di vista teologico, poi, bisogna ricordare che il Novus Ordo esprime chiaramente la natura sacrificale della Messa. Lo affermano l’Ordinamento Generale del Messale Romano, le Preghiere Eucaristiche e l’intera dottrina cattolica sul sacrificio eucaristico. Che in alcuni luoghi questa dimensione sia stata oscurata da celebrazioni improprie è un fatto; ma gli abusi non definiscono il rito.
Paradossalmente, la critica più forte che si può rivolgere a certi ambienti tradizionalisti è la stessa che essi rivolgono ai progressisti: aver confuso la Tradizione con una propria interpretazione della Tradizione. Come il progressismo radicale ha identificato il Concilio con una rottura, così il tradizionalismo radicale finisce per identificare la Tradizione con una determinata forma storica della sua espressione.
La vera posizione cattolica sta altrove. Consiste nel riconoscere che il Vetus Ordo e il Novus Ordo sono entrambi espressioni della lex orandi della Chiesa, che la Messa antica conserva tesori preziosi da custodire e che la riforma liturgica necessita ancora di essere purificata da interpretazioni ideologiche e applicazioni distorte. Ma consiste anche nel riconoscere che la Chiesa possiede l’autorità di regolare la propria liturgia e che un Concilio ecumenico non può essere trattato come un incidente della storia da correggere.
La sfida non è tornare al 1958 né restare fermi al 1970. La sfida è ritrovare il senso autentico della liturgia cattolica: adorazione di Dio, sacrificio di Cristo, azione dello Spirito Santo e comunione ecclesiale. Tutto il resto rischia di diventare una battaglia identitaria combattuta attorno all’altare.
Caro don Pietro Paolo, può fornirmi la sua mail funzionante? devo scriverle. Grazie.