DOMANI A MILANO RIPARAZIONE PER IL GAY PRIDE. I LAICI IN PIAZZA PREGANO. CHIESA E SODOMIA. È ANCORA PECCATO?

Marco Tosatti

Anche a Milano, domani, si pregherà in riparazione al Gay Pride che si è svolto il 24 giugno nel capoluogo meneghino. Dopo Reggio Emilia, Pavia, Varese e altre città, anche a Milano dei laici – dei laici! – si sono mobilitati, per compiere pubblicamente quello che è un antico gesto cristiano. Chiedere perdono a Dio dell’ostentazione e della rivendicazione di un gesto che viene giudicato profondamente peccaminoso, e cioè la sodomia.

In linea di massima si può pensare che questa potrebbe o dovrebbe essere una preoccupazione dei preti. Ma evidentemente non è così. Certo, per fortuna ci sono ancora dei sacerdoti come don Giuseppe Virgilio di Sassari, che ha scritto al sindaco – nel silenzio del vescovo, ovviamente – per protestare perché Vladimiro “Luxuria” Guadagno ha ottenuto dal comune per la presentazione del suo libro lo spazio davanti alla sua chiesa. Una provocazione, o superficialità? Non si sa; ma il prete ha comunque protestato per un evento che può offendere la sensibilità dei cattolici.

Di norma la gerarchia, in Italia, sceglie il silenzio quando non si distanzia ufficialmente dalle manifestazioni spontanee Riportiamo qui alcune riflessioni di Paolo Deotto che potete leggere per intero su un sito che si occupa con attenzione dell’evento di Milano, Riscossa Cristiana.

“Di recente, parlando con persone della cui fede non mi è lecito dubitare, ho sentito discorsi che mi hanno impressionato, perché mostrano come una strisciante (in)cultura, somministrata incessantemente, possa inquinare le menti e far dimenticare l’essenziale. Si ragionava proprio della processione che si terrà dopodomani, giovedì 29, a Milano, in riparazione del “gay-pride” che si è appena svolto nella città ambrosiana. Ebbene, c’era chi manifestava dubbi sulla “opportunità” di queste preghiere di riparazione perché ‘la gente ormai non le capisce più’. Altri dicevano che bisognerebbe pensare a un non ben definito ‘qualcos’altro’ che attiri un maggior numero di persone. La gente non capisce più queste cose? È molto probabile, visto che le strutture ufficiali della neochiesa sono al servizio del mondo e il mondo non prega. Il principe di questo mondo è il demonio, non scordiamocelo. È molto probabile che tante brave persone, che devotamente non perdono mai la Messa domenicale, non sappiano neanche dell’esistenza delle preghiere di riparazione. Chi gliene parla? Quindi, se “la gente non capisce”, avremmo al più un ottimo motivo per pregare in riparazione dei peccati, per partecipare a una processione, per recitare il S. Rosario. La gente ricomincerebbe a vedere quei gesti che, finché esisteva una Chiesa cattolica visibile, erano comuni e conosciuti. L’esempio viene proprio da Reggio Emilia, dove molta gente è rimasta stupita – è verissimo – ma molti, dopo lo stupore, si sono accodati alla processione e molti si sono fatti il segno della Croce al suo passaggio”.

Il ragionamento è logico. Se c’è un peccato che offende Dio i cristiani possono, e forse devono, pregare per chiedere perdono dell’offesa.

Resta da vedere di questi tempi se la sodomia è ancora considerata in maniera negativa dalla Chiesa. La sodomia non è una novità: il suo stesso nome la fa risalire a tempi antichissimi. Quindi non si può certo dire che sia un portato, una scoperta della modernità, un qualche cosa che non c’era ai tempi della biblica condanna, ripresa poi dal cristianesimo. Gesù parla di Sodoma e Gomorra come di esempi di massima negatività: la sua distruzione è citata tre volte da Gesù come esempio di punizione esemplare di chi si ostina nel peccato: Mt 10, 15; 11, 24; Lc 10, 12; 17, 29. E se la città ha dato il suo nome a una particolare e specifica pratica sessuale, si può intuire di quale peccato si tratti. E San Paolo dice molto chiaramente che i sodomiti – insieme ad altre persone – non entreranno nel Regno dei Cieli.

Ma oggi abbiamo dei famosi gesuiti americani, inseriti chissà perché fra i consulenti della politica giornalistica del Vaticano, che mandano auguri ai loro amici LGBTQ per il Gay Pride locale (Clemente XIV, dove sei?!). Come potete vedere dalla fotografia qui sotto.

Oppure delle Università dei Gesuiti che partecipano al Gay Pride.

Sulle offese che ben di rado in quei gai raduni mancano per la Chiesa, la Madonna, religiosi e religiose credo ci sia poco da dubitare.

 

 

 

E proprio ora abbiamo ricevuto questa segnalazione da Perugia. 

Quindi non c’è da stupirsi se dei cattolici, magari pochi, magari giudicati non abbastanza dialoganti, aperti (quello proprio no), ma certamente più misericordiosi di altri pregano per strada, senza paura di farsi vedere a pregare. D’altronde se qualcuno bestemmia in vostra presenza si poteva pregare per cancellare l’offesa, senza per questo pensare di essere migliori di chiunque altro; semplicemente per cancellare l’offesa fatta. Quindi non c’è da stupirsi se dei credenti pregano, in pubblico. C’è da stupirsi che non lo facciano quelli che dovrebbero essere i professionisti di questo sport, preti e vescovi, e per questo vengono pagati. I laici, in fondo, giocano solo in categorie amatoriali…

In spagnolo qui: http://comovaradealmendro.es/2017/06/reparacion-dia-del-orgullo-gay-milan-aun-pecado-la-iglesia-la-sodomia/


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IL PAPA, L’ABORTO, E LO STUOLO DEI LECCA CALZINI

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Marco Tosatti

Il bel testo del Papa che prolunga indefinitamente quello che è già successo per tutti i dodici mesi scorsi ha provocato qualche sconforto a chi segue con amore non scevro di lucidità l’informazione; e a chi segue le vicende interne della Chiesa.

Il documento del Pontefice, al N.12, recita così:  “Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti  in questo cammino di speciale riconciliazione”.

Parla di peccato grave (qualche giorno fa ha parlato di  “crimine orrendo”), di pentimento, di riconciliazione. Cioè di qualcuno che non intende commettere di nuovo ciò che ha fatto, vuole riconciliarsi con Dio, va a confessarsi – elemento non trascurabile in tutto questo processo – e cerca l’aiuto della Chiesa.

Insomma, tutto un lavoro, un processo, un percorso, come si usa dire adesso.

Dai titoli dei giornali l’impressione è varia. Si può capire che finalmente la Chiesa, grazie a un gesto rivoluzionario del Pontefice, adesso perdona chi commette un aborto; oppure che finalmente perdona i colpevoli; che infine i preti possono assolvere i responsabili (ma già prima molti religiosi potevano, e da un anno tutti i sacerdoti); fino ad arrivare a chi suggerisce che il Papa abbia come passato un colpo di spugna su questo peccato, definito, lo ricordiamo da lui stesso, poco prima, un crimine orrendo.

Se leggiamo alcuni commenti il piatto si fa ancora più ricco e variato. Ora  la peccatrice ha la possibilità di cambiar vita (Prima no?); in realtà ha già espiato con il dolore provato; dopo questo allargamento indefinito della possibilità di assolvere da parte dei preti cade il ruolo di “grande peccatrice” della donna, anche perché molte di quelle he hanno abortito lo avrebbero fatto non per una loro scelta, ma per questioni culturali; e infine grazie al Pontefice la Chiesa non è più una spcie di ente che emana norme ma una madre pronta ad aprire le braccia ai peccatori.

Capisco e perdono i titolisti. E’ un mestiere difficile, ingrato e in cui si perde sempre. Capisco un po’ meno persone e colleghi che frequentano preti e papi se non dai trentacinque anni in cui è capitato a e, almeno da un numero sufficiente di lustri per ricordare le parole piene di affetto  di misericordia verso le donne che hanno un aborto alle spalle di Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

“Un pensiero speciale vorrei riservare a voi, donne che avete fatto ricorso all’aborto. La Chiesa sa quanti condizionamenti possono aver influito sulla vostra decisione, e non dubita che in molti casi s’è trattato d’una decisione sofferta, forse drammatica. Probabilmente la ferita nel vostro animo non s’è ancor rimarginata. In realtà, quanto è avvenuto è stato e rimane profondamente ingiusto. Non lasciatevi prendere, però, dallo scoraggiamento e non abbandonate la speranza. Sappiate comprendere, piuttosto, ciò che si è verificato e interpretatelo nella sua verità. Se ancora non l’avete fatto, apritevi con umiltà e fiducia al pentimento: il Padre di ogni misericordia vi aspetta per offrirvi il suo perdono e la sua pace nel sacramento della Riconciliazione. Vi accorgerete che nulla è perduto e potrete chiedere perdono anche al  vostro bambino, che ora vive nel Signore”.

Quello che avete appena letto era Giovanni Paolo II, nell’Evangelium Vitae, del 1995. Se l’immagine che ne esce è quella di una Chiesa arcigna e matrigna, io sono un coccodrillo arancione.

Ma tant’è! Nello sforzo di dimostrare che la Chiesa comincia dal Conclave del 2013 si fa di tutto. E poi ci sono quelli che cercano di ingraziarsi il sovrano regnante accusando i suoi eterni nemici, i Rigidi, i Conservatori, i Kattivi di sempre, insomma; e nell’entusiasmo mescolano a presunte critiche e resistenze a questa decisione papale (in vigore già da un anno, non dimentichiamolo) la richiesta di chiarimenti sull’Amoris Laetitia presentata da quattro cardinali, e finora rimasta inevasa.

Come ha chiamato gli adulatori, il Pontefice? Lecca calzini? Ecco.

P.S. La sensazione di qualche giorno fa era giusta. Anche se l’oggetto non era quello ipotizzato.



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