Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo post, pubblicato su LinkedIn dall’avvocato Antonino Polimeni, che ringraziamo di cuore per la disponibilità. Buona lettura e diffusione.
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Il governo israeliano ha pagato lui, Brad Parscale, l’uomo che ha costruito la macchina digitale di Trump, per fare in modo che ChatGPT, Gemini e Claude rispondano in modo favorevole a Israele quando qualcuno fa domande sul conflitto.
Il contratto vale 9 milioni di dollari, è depositato ufficialmente presso il Dipartimento di Giustizia americano e prevede la creazione di nove siti web progettati per sembrare istituti di ricerca.
Lo scopo è farli acquisire dai modelli AI come fonti affidabili, con tecniche di Generative Engine Optimization.
Ma non sono qui per parlare dell’assurdità della notizia e non voglio parlare di Israele o Parscale in quanto tali.
Il nodo è qui il meccanismo. Perché questo caso è il primo a emergere pubblicamente, documentato, con i contratti, ma quanti altri ce ne sono di cui sappiamo ancora poco?
Da avvocato che lavora ogni giorno con le implicazioni pratiche di queste tecnologie, mi preoccupa una cosa in particolare: le persone si fidano dell’AI come se fosse neutrale. Come se fosse un dizionario.
Invece un sistema AI risponde in base a quello che ha imparato, e quello che ha imparato dipende da chi ha scritto le fonti, con quali soldi e con quali obiettivi. La disinformazione istituzionalizzata probabilmente esiste da sempre. Ma prima dovevi comprare uno spazio pubblicitario o convincere un giornalista.
Adesso puoi comprare la risposta di un chatbot, in modo che sembri un dato di fatto invece che una posizione.
E tutta questa storia è qualcosa che dobbiamo metterci bene in testa.
Chi usa strumenti AI per informarsi, per prendere decisioni, per fare ricerca professionale, deve sapere che quello che riceve non è la realtà.
È una versione della realtà, costruita da fonti che qualcuno ha scelto, che possono addirittura in alcuni casi arrivare ad essere finanziate da qualcuno con un interesse.
Mettere in discussione l’AI, capire come funziona, chiedersi chi ha scritto le sue fonti, è il nuovo alfabetismo.
Dovremmo portarlo nelle scuole, dovremmo imporlo a tutti.
Farlo studiare, fare dei test di ammissione, degli esami di comprensione.
Forse dovremmo subordinare l’uso del web all’ottenimeno di un patentino di alfabetizzazione digitale.
EDIT: Differenze con la SEO? Qui mi pare che la delega epistemologica sia molto più profonda. Con l’AI non abbiamo un elenco di link alternativi da valutare, su cui fare zapping, da cui scegliere una fonte.
Con l’AI l’utente “normale” smette di valutare le fonti perché si fida dello strumento che le ha già valutate per lui.
È quello che facciamo con Google da vent’anni, che ci propone in serie le fonti più accreditate, ma con l’AI il livello di delega è molto più profondo, perché la risposta arriva già sintetizzata, senza la lista di link, in qualsiasi lingua (elemento importante), filtrando il linguaggio scientifico e rendendolo accessibile a chiunque.
No? Forse questo merita un post a parte.
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2 commenti su “Non Possiamo Fidarci dell’Intelligenza Artificiale. Paghi, e Influenzi le Risposte. Antonino Polimeni.”
Facies e sguardo eloquenti. Possono tranquillamente sostituire le parole.
A proposito di alfabetizzazione digitale, vorrei dire ai legulei che infestano questa fogna di paese che la mail NON è privata, è come una cartolina postale. Nonostante ciò, sempre e solo in questa fogna di paese, ci si chiede di inviare la copia dei doCCCumenti, la firma, ci vengono spediti caterve di dati personali, dalle bollette agli estratti conto, a fotografie, ecc. e non c’è modo di impedirlo perché i suddetti legulei non solo non lo sanno ma si rifiutano di capirlo quando glielo si dice; i loro pochi neuroni sono tutti impegnati nello spazio virtuale dell’idiozia legalistica, falsa e completamente fuori da ogni realtà