Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo commento pubblicato da Crisis Magazine, che ringraziamo per la cortesia. buona lettura e diffusione.
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Quando Cefa [Pietro in siriaco] giunse ad Antiochia, io gli mi opposi apertamente, perché era condannato. Infatti, prima che arrivassero alcuni uomini da Giacomo, egli mangiava con i pagani. Ma quando questi arrivarono, cominciò a ritirarsi e a separarsi dai pagani, perché aveva paura di quelli della circoncisione. Anche gli altri Giudei si unirono a lui nella sua ipocrisia, tanto che per la loro ipocrisia persino Barnaba fu sviato.
Queste sono le parole riportate da San Paolo nella sua Epistola ai Galati (2,11-13) durante il suo incontro con San Pietro ad Antiochia, il luogo in cui i seguaci di Cristo furono per la prima volta chiamati cristiani (Atti 11,26). Questo luogo era un centro cruciale del cristianesimo primitivo, dove cristiani ebrei e gentili interagivano spesso tra loro. Pietro, detto anche Cefa, aveva cenato con credenti gentili, un gesto significativo di comunione e accoglienza. Tuttavia, quando arrivarono alcuni uomini della chiesa di Giacomo, rappresentanti della fazione dei cristiani ebrei, Pietro si allontanò dai gentili, temendo possibili critiche da parte del gruppo dei circoncisi.
La sfida di Paolo a Pietro non era semplicemente una questione di disaccordo personale; era una difesa del messaggio fondamentale del Vangelo: la salvezza mediante la fede in Gesù Cristo, indipendentemente dalle opere della Legge. Prendendo le distanze dai Gentili, il comportamento di Pietro suggeriva che l’osservanza delle usanze ebraiche fosse essenziale per la piena accettazione nella comunità cristiana, il che era in diretto contrasto con la dottrina evangelica della giustificazione per sola fede.
Ho spesso sentito affermare, in certi ambienti cattolici conservatori, che “è meglio essere in errore con il papa che avere ragione senza di lui”. Non spetta a noi giudicare il Romano Pontefice, poiché tale obbligo, come tutti gli altri, appartiene a Dio e solo a Dio. Tuttavia, quando il Successore di San Pietro chiede di conformarsi a qualcosa che contraddice gli insegnamenti e le pratiche della nostra Chiesa, dovremmo, da cattolici obbedienti, attenerci alle sue direttive oppure no, soprattutto considerando che l’obbedienza è ciò che mantiene la nostra unità come cattolici? In altre parole, la nostra obbedienza al Romano Pontefice, o a qualsiasi superiore all’interno della Chiesa, è incondizionata?
«Non è questo che insegna la legge naturale, né il Magistero della Chiesa», disse una volta l’arcivescovo Marcel Lefebvre. Infatti, aggiunse:
L’obbedienza presuppone un’autorità che impartisce un ordine o emana una legge. Le autorità umane, anche quelle istituite da Dio, non hanno altra autorità se non quella di raggiungere il fine loro assegnato da Dio e di non allontanarsene. Quando un’autorità usa il potere in contrasto con la legge per la quale tale potere le è stato conferito, tale autorità non ha il diritto di essere obbedita e si deve disobbedirle.
Per comprendere appieno l’autorità papale, è essenziale capire l’essenza autorevole del depositum fidei (deposito della fede) . Gesù Cristo, che incarna l’intera Apocalisse, ha affidato la verità completa alla sua sposa, la Chiesa. La pienezza della sua Apocalisse costituisce il singolare depositum fidei , infallibile, immutabile e rilevante in tutte le culture e in tutte le epoche, e funge da fonte da cui scaturiscono tutte le dottrine e le definizioni della fede.
Per mantenere l’unità della fede, il magistero della Chiesa ha il compito di interpretare il deposito della fede e di applicarlo a tempi e situazioni particolari. Il magistero del Romano Pontefice, lo stesso magistero, è autorizzato a emanare, quando ritenuto necessario, una definizione in materia di fede o di morale. Tali atti offrono la certezza assoluta che l’insegnamento fa parte del deposito della fede . In questo, non si obbedisce al papa, ma all’articolo di fede che egli definisce necessario per la nostra salvezza. Questo perché, come afferma il canone 331 del Codice di Diritto Canonico:
Il vescovo della Chiesa romana, nel quale continua l’ufficio conferito dal Signore unicamente a Pietro, il primo degli apostoli, e da trasmettere ai suoi successori, è il capo del collegio episcopale, il Vicario di Cristo e il pastore della Chiesa universale sulla terra. In virtù del suo ufficio possiede il potere ordinario supremo, pieno, immediato e universale nella Chiesa, che può sempre esercitare liberamente.
Lo scontro tra San Paolo e San Pietro fu una questione di disciplina, tenendo presente che noi cattolici dobbiamo comunque obbedire al papa. Tuttavia, come affermò San Tommaso d’Aquino nel suo Commentario all’Epistola di San Paolo ai Galati , qualsiasi forma di resistenza pubblica rivolta al papa o all’esercizio dell’autorità di un prelato, analogamente alle azioni di Paolo nei confronti di Pietro, è lecita se vi è una minaccia alla fede.
Infatti, san Roberto Bellarmino (1542–1621), teologo gesuita, Dottore della Chiesa e uno dei maggiori difensori della teologia cattolica durante la Controriforma, nel suo De Romano Pontifice scrisse :
Come è lecito resistere al papa se questi offende la persona di un uomo, così è lecito resistergli se offende le anime, o turba lo Stato, e a maggior ragione se si sforza di distruggere la Chiesa. È lecito, dico, resistergli non facendo ciò che comanda e ostacolando l’esecuzione della sua volontà; tuttavia, non è lecito giudicarlo, punirlo o persino deporlo, perché egli non è altro che un superiore.
Questo accadde durante il celebre pontificato di Papa Giovanni XXII (1316-1334), il quale rifiutò la nozione della visione beatifica per i fedeli defunti e la insegnò pubblicamente nelle sue omelie e lettere. Su sollecitazione del Collegio cardinalizio e dei teologi, ritrattò il suo insegnamento errato sul letto di morte.
Nessun papa ha l’autorità di imporre a un cattolico alcunché che possa minare la sua fede; né alcun vescovo o superiore religioso può imporre un simile fardello a coloro che rientrano nella propria giurisdizione. Anzi, gli individui hanno l’obbligo di resistere a qualsiasi influenza che possa compromettere la loro fede. Questa situazione è analoga a quella di un medico a cui le autorità civili ordinano di praticare un aborto o di eseguire un intervento chirurgico per alterare il sesso biologico di una persona, pena la revoca della licenza medica. In questo caso, il medico non solo ha il diritto di rifiutare, ma ha anche la responsabilità morale di farlo.
Accettare ciecamente l’autorità di un papa, come se fosse moralmente infallibile nelle sue dichiarazioni e nella sua condotta personale, contraddice la vera natura dell’infallibilità papale e della sacra obbedienza. La sua infallibilità non è legata al suo carattere personale, ma all’ufficio che occupa.
Autore
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Padre Mario Alexis Portella, JD, JCD, è sacerdote della Cattedrale di Santa Maria del Fiore a Firenze, Italia, nonché Visiting Fellow presso il Danube Institute di Budapest, Ungheria, e Visiting Professor presso l’ITI Catholic University di Trumau, Austria.
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6 commenti su “Sull’Essenza dell’Obbedienza e della Disobbedienza. Anche verso il Papa…Crisis Magazine.”
Alcuni punti importanti da chiarire…
È vero — come afferma Paolo — che Pietro ‘evidentemente’ ebbe torto nel discriminare i pagani di fonte ai circoncisi.
Tuttavia ritengo assai probabile che pure Paolo errò nel suo giudizio, quando affermò che Pietro fu motivato da ‘ipocrisia’ e ‘timore’ per la sua cosiddetta ‘simulazione’. Non fu piuttosto per carità cristiana che Pietro, inizialmente, volle ‘addolcire la pillola’ ai circoncisi comportandosi in quel modo? Non quindi per malizia, o debolezza…
A tal proposito ricordiamo che lo stesso Pietro, inizialmente (Atti 10, 14), si scandalizzò di fronte alla prospettiva di violare (anche se per comando divino!) alcune vetuste norme dell’antica legge mosaica. In seguito (Atti 11, 1-18) allo stesso Pietro fu necessario raccontare alla comunità dei circoncisi il suo strano sogno per giustificare il suo comportamento irrispettoso dell’antica legge. Quindi se è vero (e palese) che Pietro NON agì secondo verità nell’evitare i Gentili di fronte ai ‘suscettibili’ Giudei in ossequio dell’antica tradizione, è plausibile che la motivazione sua e quella di Barnaba fosse quella di evitare scandalo e divisioni tra i cristiani. Il commento ‘piccato’ di Paolo servì comunque a superare lo scoglio, chiarendo la questione una volta per tutte.
@ Don Pietro Paolo: la coscienza individuale è un presupposto imprescindibile per una santa obbedienza. L’obbedienza intesa invece come una sorta di ‘accecamento della coscienza’ (o ‘deresposabilizzazione istituzionalmente giustificata’) è malsana; vissuta così risulta molto rischiosa, dato che promuove come virtù un incosciente asservimento: una debolezza umana sfruttata dai tiranni di tutte le epoche. Solo se l’autorità è legittima e dà ordini coerenti con il suo ‘logos’ è giusto e sacrosanto obbedire. Questa ‘obbedienza consapevole’ implica un crescente sviluppo della coscienza individuale — mai quindi una sua negazione.
L’anticristo vuole incoscienti burattini che eseguano ciecamente i suoi ordini; Cristo invece esige che i suoi fedeli aderiscano in piena coscienza alla Verità: “conoscerete la verità e la verità vi farà liberi.” (Giovanni 8, 32) Se mai sorgesse la ‘necessità’ di sopprimere o subordinare la propria coscienza individuale per rimanere dentro a un’istituzione (la Chiesa cattolica in primis), questo sarebbe il chiaro sintomo di qualcosa di profondamente sbagliato all’interno dell’istituzione stessa: una pericolosa deriva da individuare e correggere quanto prima!
Mons. Lefebvre ha dunque ragione nel sostenere che sarebbe legittimo (e anzi doveroso…) disobbedire al Papa nell’ipotesi che un suo ordine fosse palesemente contrario alle immutabili verità di fede. Tale principio è giusto e condivisibile; tuttavia i suoi seguaci della FSSPX a torto sostengono che il Concilio Vaticano II avrebbe minato la Fede cattolica. È vero piuttosto che certe verità venute a galla grazie al Concilio Vaticano II scandalizzano chi pretende di fondare la sua fede su instabili e antiquate fondamenta, in quanto soggette a mutamento per una fisiologica, progressiva e inevitabile ‘maturazione delle coscienze’.
Così, come molti giudei respinsero il ‘vino nuovo’ portato da Gesù per un’errata e anacronistica idea di ‘aderenza alla tradizione’, così la FSSPX respinge il Concilio Vaticano II per un’errata e anacronistica idea di ‘aderenza all’ortodossia cattolica’. Trattare come un immutabile ‘deposito della Fede’ alcune parti variabili del Magistero dei Papi del passato diviene così un ostacolo al procedere della Rivelazione (e un pretesto per giustificare la propria infedeltà all’autorità legittima…)
Concludo con una battuta: se davvero i Romani Pontefici degli ultimi decenni avessero tradito la Fede promuovendo il Concilio, la mia coscienza mi obbligherebbe a stare dalla parte dei ‘dissidenti’ anche contro l’autorità legittima, perché negando la Verità tale autorità tradirebbe (di fatto) il suo divino mandato.
In realtà la mia coscienza mi obbliga invece a difendere i Romani Pontefici e il Concilio Vaticano II contro l’iniquo ‘zelo’ (più o meno ‘politicizzato’) della FSSPX; la Fratellanza sta di fatto sfruttando l’usurpazione in corso…
https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome
… per fare proseliti a spese della Chiesa vera.
Mi sembra non vi sia nulla da eccepire. È così che personalmente intendo l’obbedienza al Romano Pontefice.
Il testo di p. Portella prende le mosse da un episodio reale e significativo – lo scontro tra Paolo e Pietro ad Antiochia (Gal 2,11-13) – ma lo sviluppa secondo una linea interpretativa che, pur apparendo coerente, finisce per deformare sia il dato biblico sia la dottrina cattolica.
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1. Un fatto morale trasformato in crisi dottrinale
Nel racconto paolino, Pietro non insegna un errore.
San Paolo non lo accusa di aver falsato il Vangelo, ma di ipocrisia, cioè di incoerenza pratica.
Pietro:
• non impone la Legge mosaica
• non cambia la dottrina
• non formula alcun insegnamento vincolante
Semplicemente:
• si ritrae per timore umano
Anche il Papa, come ogni uomo, è peccabile e porta con sé fragilità personali.
Ma proprio per questo è necessario distinguere con rigore: una cosa è la debolezza dell’uomo, altra cosa è l’autorità del suo ufficio.
Trasformare l’episodio di Antiochia in una questione dottrinale significa attribuire al testo un significato che non possiede, caricandolo di un peso che non ha.
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2. Antiochia non è un precedente contro il Papa
Il testo suggerisce – implicitamente ma chiaramente – che l’episodio giustifichi una “resistenza” all’autorità del Papa.
Ma questo è un salto logico.
Ad Antiochia:
• Pietro non esercita il suo Magistero
• non definisce nulla
• non obbliga la Chiesa a credere qualcosa di errato
Il fatto dimostra solo una cosa: il Papa può sbagliare come uomo.
Non dimostra affatto che il suo Magistero possa deviare dalla fede.
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3. Un linguaggio ambiguo sulla giustificazione
La formula utilizzata – “salvezza mediante la fede indipendentemente dalle opere” – è teologicamente scivolosa.
La dottrina cattolica insegna:
• la giustificazione è per grazia
• mediante la fede
• ma non senza le opere della carità
San Paolo combatte:
• le opere della Legge mosaica
Non:
• la cooperazione dell’uomo alla grazia
Qui il testo introduce una ambiguità che non può essere ignorata.
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4. Il nodo decisivo: chi giudica il Papa?
La citazione di Marcel Lefebvre enuncia un principio vero solo in astratto: non si obbedisce al male.
Ma resta la domanda fondamentale: chi stabilisce quando il Papa comanda contro la fede?
Se la risposta è:
• il singolo fedele
allora il principio di unità ecclesiale è già spezzato.
Perché si introduce, di fatto:
• un criterio soggettivo
• che sostituisce il giudizio della Chiesa
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5. Citazioni autorevoli, ma piegate oltre il loro senso
Il ricorso a Tommaso d’Aquino e Roberto Bellarmino è solo apparentemente solido.
Entrambi ammettono:
• la possibilità di non eseguire un ordine ingiusto
Ma escludono:
• la costruzione di una opposizione stabile
• il giudizio sul Papa
• qualsiasi forma di autorità parallela
Nel testo di p. Portella, invece, queste distinzioni si attenuano fino a dissolversi.
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6. Il precedente di Giovanni XXII: un uso improprio
Giovanni XXII
• non definì un dogma erroneo
• espresse un’opinione teologica
• ritrattò
Il caso dimostra che il Papa può sbagliare come teologo.
Non dimostra che il fedele possa ergersi a giudice dell’autorità.
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7. Il rischio reale: dalla Chiesa alla coscienza individuale
Il punto più problematico del testo non è ciò che dice esplicitamente, ma ciò che implica.
Se il criterio ultimo diventa:
• la valutazione personale della fedeltà del Papa
allora si passa:
• dalla fede ecclesiale
• alla religione individuale
Ed è esattamente questo il passaggio che la Chiesa cattolica ha sempre rifiutato.
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8. Conclusione
Il testo di p. Portella appare, in definitiva, come un tentativo di fondare teologicamente una “resistenza” che il dato biblico non giustifica e che la dottrina cattolica non autorizza.
Antiochia non è il paradigma della ribellione.
È il contrario.
Mostra che:
• la correzione è possibile
• ma resta interna alla comunione
• senza rottura, senza autonomia, senza sostituzione dell’autorità
Paolo corregge Pietro, ma non si separa da lui.
E questo, più di ogni argomentazione, resta il punto decisivo.
Il potere in terra, chiunque lo eserciti, è ricevuto. Quando Ponzio Pilato dice a Gesù se si rende conto che lui ha il potere di liberarlo o di crocifiggerlo (Gv 19,10), la risposta è chiarissima.
Il potere dato da Dio (il munus petrino) è per confermare nella fede.
Recentemente abbiamo visto un occupante la Sede petrina, privo di munus, non confermare affatto nella fede cristiana.
Allora non è necessario né senza peccato il coprirlo di insulti… ma si deve ignorarlo quanto basta per non deviare dalla tradizione della retta fede.
Adesso è subentrato un nuovo pastore sul trono di Pietro. Potrebbe essere legittimo, perché il diritto canonico lascia spazio all’ipotesi. Potrebbe essere in una situazione di impedimento, già sofferta da chi il munus l’aveva e non vi ha mai rinunciato (Benedetto XVI).
Nessuno deve uscire dalla Chiesa sposa per questo e il miracolo della grazia sacramentale perdura… ma ogni deviazione dalla dottrina di sempre va ignorata. Non è disobbedienza, perché si obbedisce a Dio prima che agli uomini.
Caro Miserere, mi permetta: le deviazioni andrebbero denunciate, anzitutto informando coloro che le hanno poste in essere di aver sbagliato. Questa è “la teoria”. So che non è facile, d’altronde non è neanche facile essere cristiani.
Caro Davide, non so lei, ma personalmente pregando il Pater Noster non dico mai “non abbandonarci alla tentazione”. Ho semplicemente ignorato il cambiamento. Alla messa sussurro la preghiera in latino e se mi capita di dire il rosario ad alta voce in compagnia, fingo di sbagliare e tiro diritto in italiano con “non indurci in tentazione”. Se qualcuno chiede, spiego. Invece per altre situazioni mi sono tolto di torno: con la moglie contribuivamo alla formazione dei fidanzati, ma dovendo proporre Amoris laetitia abbiamo abbandonato.
Succedono situazioni a volte esilaranti: ricevo abitualmente la santa eucaristia in ginocchio e sulla lingua e nella mia parrocchia il celebrante usa ancora detergersi di gel igienizzante, esibendo lo sfregamento di mani sull’altare; mi è capitato che il sacerdote avesse un fortissimo attacco di tosse mentre mi avvicinavo a lui… tosse convulsa, per svariati secondi, con le sue mani davanti alla bocca mentre ero già in ginocchio: poi mi sono comunicato senza che lui si ripulisse le mani e questi sono grandi momenti delle nostre piccole testimonianze che tirano diritto, mentre -secondo certi schemi- avremmo dovuto cambiare.