Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, a cui va un grande grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla preghiera del cuore, silenziosa…Buona lettura e diffusione.
§§§
«entra nella tua camera, chiudi la porta»…
![]() |
Icona di Cristo, l’Angelo del gran consiglio. Nota anche come l’icona dell’Hesychia, il Beato Silenzio: un angelo che raffigura Cristo con i tratti di Sophia, la Santa Sapienza. Essa rimanda al movimento interiore della mente che discende nel cuore, luogo in cui l’uomo incontra Dio nella forma più profonda della preghiera. È lo spazio interiore a cui Cristo stesso invita quando dice: «Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega …»
da: L’ARTE DELLA FUGA – il futuro ha radici antiche
La NUBE DELLA NON-CONOSCENZA FRAINTESA DA VITO MANCUSO
di Domenico Condito – 8 marzo 2026
L’uso improprio della mistica cristiana medievale nel pensiero del noto autore contemporaneo.
* * *
Accade spesso, nel dibattito spirituale contemporaneo, che testi antichi vengano estratti dal loro contesto e reinterpretati secondo categorie moderne. È un’operazione che può essere feconda, ma solo se si rispettano la lingua, la teologia e l’intenzione originaria degli autori. Quando questo non avviene, il risultato non è un dialogo con la tradizione, ma una sua deformazione. È ciò che accade quando Vito Mancuso cita la Nube della non-conoscenza, capolavoro della mistica cristiana del XIV secolo, e la tradizione che la precede, per sostenere una visione spirituale che nulla ha a che vedere con il testo medievale.
Così scrive Mancuso in “Io amo” (Garzanti, 2015) e in un brano riproposto nei giorni scorsi sul web:
«Nella vita di un essere umano l’amore per Dio si manifesta inizialmente come attaccamento alla propria religione con i suoi simboli, le sue dottrine, le sue liturgie, i suoi rappresentanti. […] Quanto più però si procede nella maturità spirituale, tanto più ci si rende conto di come la divinità si trovi ben di là degli insegnamenti e dei riti veicolati dalla propria religione e da ogni altra religione istituita. Si entra allora in una condizione che i mistici descrivono come “tenebre, nube oscura, notte, nulla, vuoto, nube della non conoscenza”, a indicare quel superamento dell’intelletto e di ogni altra facoltà umana che è l’esito a cui approda la vita spirituale autentica, intesa non come adesione a dottrine ma come ricerca della verità e del bene».
Questa interpretazione, per quanto suggestiva, è radicalmente infedele alla Nube e alla tradizione da cui essa nasce. Per comprenderlo, occorre tornare alle fonti. Leggendo la Nube della non-conoscenza emerge fin da subito che si tratta di un testo profondamente radicato nella tradizione istituzionale della Chiesa. L’autore non è un mistico isolato, né un ribelle spirituale. È un contemplativo che respira la liturgia, la sacramentalità, la dottrina, la lectio divina, la vita monastica.
Le sue fonti sono inequivocabili:
Dionigi lo Pseudo-Areopagita, da cui deriva il titolo stesso dell’opera e il concetto di caligo ignorantiae;
Gregorio di Nissa, con la sua teologia della nube sul Sinai;
Cassiano, padre del monachesimo occidentale;
Agostino e Gregorio Magno, colonne della teologia occidentale;
Ugo e Riccardo di San Vittore, maestri della mistica medievale;
Bernardo di Chiaravalle e Bonaventura, che fondono affettività e teologia;
la scuola mistica renana (Eckhart, Taulero, Suso), che l’autore conosce e apprezza, pur temperandone gli eccessi;
Tommaso d’Aquino, definito dall’autore stesso “il dottore per antonomasia”, da cui mutua la dottrina della grazia.
Questa rete di riferimenti mostra che la Nube non nasce come critica alla religione istituzionale, ma come suo frutto più maturo. Si tratta, in realtà, di un testo che appartiene pienamente alla tradizione ecclesiale, teologica e sacramentale del Medioevo. Eppure, Mancuso interpreta la nube come il luogo in cui si abbandonano dottrine, riti e istituzioni per accedere a una spiritualità “pura”. Ma l’autore medievale non dice nulla di simile. La nube non è ciò che resta quando si lascia la religione, ma ciò che si incontra quando la religione diventa amore puro. In questa prospettiva, la nube è un limite antropologico, non istituzionale, ed esprime la consapevolezza che l’intelletto umano, pur illuminato dalla rivelazione, non può comprendere Dio in sé stesso. È il luogo in cui la fede, nutrita dalla Chiesa, si trasforma in contemplazione. L’autore non suggerisce mai di superare la Chiesa, ma raccomanda di non ridurre Dio ai concetti della Chiesa. È ben diverso.
Mancuso parla di “tenebre, nulla, vuoto”, quasi in senso zen, come dissoluzione delle forme religiose. Al contrario, per l’autore medievale la nube non è il nulla ma la sovrabbondanza. Si tratta di quell’eccesso di luce che non nega l’intelletto, ma stabilisce il suo limite naturale di fronte alla luce troppo intensa del mistero divino. In questo senso, la nube non è un invito a sospendere la ragione, ma a riconoscere che la ragione, pur vera e necessaria, non può contenere Dio. L’intelletto non viene annullato, ma viene portato al suo punto di rottura, dove l’amore, e non il sentimento generico, ma la carità teologale, prende il sopravvento.
Inoltre, secondo Mancuso, la nube sarebbe il luogo in cui si abbandonano le dottrine per una ricerca della verità non più mediata da alcuna forma religiosa. Ma l’autore della Nube non invita mai a lasciare la dottrina. Invita, invece, a non fermarsi ad essa come a un possesso intellettuale. Solo così la dottrina, che non è negata, può essere interiorizzata e vissuta. Così facendo il contemplativo non rifiuta ciò che la Chiesa insegna, ma lo assume come trampolino verso l’incontro personale con Dio. La nube non è il luogo in cui si lascia la verità, ma in cui la verità, già accolta nella fede, diventa esperienza amorosa, il vertice della religione. Ne consegue che il testo medievale è cristiano fino al midollo, dove Dio viene presentato come Tu personale, non un principio impersonale. E l’amore che attraversa la nube diventa un atto teologale, reso possibile dalla grazia in una dimensione fortemente cristologica. La nube, infatti, è la forma contemplativa della fede in Cristo, non un’esperienza spirituale generica. Il contemplativo della Nube non cerca un “divino” anonimo: cerca il Dio vivente della rivelazione cristiana. La nube non è un’esperienza universale e neutra, ma un’esperienza cristiana, radicata nella Trinità.
La lettura di Mancuso presenta un’ulteriore contraddizione quando usa il linguaggio dei mistici cristiani per negare ciò che essi presuppongono. Invoca la nube per dissolvere ciò che la nube stessa custodisce, e pretende di fondarsi sulla tradizione per giustificare un progetto che la tradizione non riconoscerebbe come proprio. Al contrario di quanto sembra sostenere Mancuso, la nube non è il luogo in cui si abbandonano la fede e la religione, ma quello in diventano amore puro, e non per lasciare la Chiesa, ma per entrare nel suo cuore più silenzioso.
Pertanto, è davvero fuorviante definire La Nube della non-conoscenza un manifesto spirituale per anime post-religiose. È piuttosto un trattato di mistica cristiana, radicato nella Scrittura, nella liturgia, nella dottrina, nella tradizione monastica e scolastica. Soprattutto non è il rifiuto della mediazione ecclesiale, l’abbandono delle fede tradizionale, ma il loro compimento nell’amore contemplativo.
Concludo con un brano estratto proprio dalla Nube della non-conoscenza, nel punto in cui l’allievo si rivolge al maestro spirituale interrogandolo sul dilemma della scelta fra realtà opposte. La risposta, intensamente cristologica, indica che la regola suprema è la libertà di Cristo, non l’inclinazione naturale. Credo che questo testo, da solo, rappresenti la migliore confutazione delle asserzioni di Mancuso, e lo riporto qui di seguito:
“Riguardo alla seconda domanda, ossia alla richiesta di consigli in questo caso e in altri che si presentassero, io scongiuro Gesù onnipotente, chiamato a ragione l’Angelo del gran consiglio, perché, nella sua misericordia, sia lui tuo consigliere e tuo consolatore in tutte le afflizioni e in ogni tua necessità. Mi guidi con la sua sapienza, perché possa ripagare la fiducia del tuo cuore con i miei ammaestramenti, per quanto semplici siano. Tu mi hai preferito a tanti altri, ignorante e misero quale sono, incapace di insegnare a te e a qualunque altra persona, per la pochezza della grazia e l’insufficienza del sapere. Pur essendo così ignorante, devo tuttavia affermare, in risposta al tuo desiderio, che nonostante la mia poca dottrina confido in Dio, perché la sua grazia abbia a essere maestra e guida là dove i lumi naturali o la scienza vengono meno. Sai bene anche tu che, presi nel loro insieme o considerati singolarmente, il silenzio o il parlare, il rigido digiuno o il normale nutrimento, la solitudine e la compagnia, non possono in quanto tali rappresentare il vero fine dei nostri desideri”.
L’autore anonimo della Nube della non-conoscenza, come tutti i padri e i mistici che lo hanno ispirato, era certamente un buon maestro: radicato nella Chiesa, fedele alla dottrina, umile davanti al mistero, e sempre orientato a Cristo. La domanda che rimane è semplice e inevitabile: chi legge oggi la Nube attraverso le categorie di Vito Mancuso trova davvero lo stesso maestro?
* * * * * * * * * * * *
La preoccupazione di salvaguardare l’Istituzione da parte di Domenico Condito va senz’altro rispettata. Sarebbe però disdicevole se la si considerasse assoluta, ossia fondamentalista. Infatti, il rispetto è reciproco o non è. Il rispetto a senso unico è un non senso.
C’è da tenere presente che, come ogni altro essere umano, anche Condito e Mancuso sono Coscienze in evoluzione, o, più ecclesiasticamente, Anime in cammino, che esercitano ciascuna la propria libertà, più o meno condizionata, di visione esistenziale, ovviamente con le conseguenze spirituali che in ogni caso ne seguono, e che nessun umano può arrogarsi la presunzione di prevedere e giudicare riguardo agli altri. Chi è in cammino non è giunto alla mèta, perciò non sa di che si tratta grazie ad un sapere immediato o conoscenza che dir si voglia, e perciò non può esprimere giudizi su chiunque altro si trovi lungo il cammino. Ogni Coscienza se la vede con l’Assoluto, cioè, per dirla con Plotino: da Sola a Solo.
D’altronde, si può notare come anche alcune espressioni di Condito abbiano un sapore mancusano. Quando egli afferma che «la nube non è ciò che resta quando si lascia la religione, ma ciò che si incontra quando la religione diventa amore puro», sottolinea … ciò che resta dopo la religione, appunto l’amore puro che in quanto tale non necessita più di alcun apporto religioso, poiché si trova in una dimensione di libertà assoluta, ove ogni mediazione è trascesa.
Condito scrive poi che «L’autore (della Nube) non suggerisce mai di superare la Chiesa, ma raccomanda di non ridurre Dio ai concetti della Chiesa. È ben diverso». Qui, egli opera una forzatura nell’argomentare poiché separa «la Chiesa» (ideale? astratta?) dai «concetti della Chiesa», sebbene la medesima si regga grazie … ai concetti, ossai all’insieme delle Scritture, della Dottrina, dei sillogismi teologici e quant’altro, in una parola dell’onomastica, che verosimilmente non necessita, ed anzi è di impedimento, allo stato contemplativo-unitivo di amore puro.
Prosegue Condito: «Si tratta di quell’eccesso di luce che non nega l’intelletto, ma stabilisce il suo limite naturale di fronte alla luce troppo intensa del mistero divino […]. L’intelletto non viene annullato, ma viene portato al suo punto di rottura, dove l’amore, e non il sentimento generico, ma la carità teologale, prende il sopravvento […] Ma l’autore della Nube non invita mai a lasciare la dottrina. Invita, invece, a non fermarsi ad essa come a un possesso intellettuale»: con ciò, Condito ammette l’esistenza di uno stato sovra-intellettuale, dunque sovra-razionale, che trascende ogni concetto e concatenazione di concetti di cui si serve la religione positiva, dunque l’Istituzione, per poter esistere e proporsi (o imporsi?).
Quando Condito dice che «la verità, già accolta nella fede, diventa esperienza amorosa, il vertice della religione», conferma che l’amore-vertice ha lasciato in basso le espressioni delle religione positiva: una volta sulla cima della montagna, la massa della medesima è trascesa. Non negata ma trascesa. Pur senza negare ciò che c’è nella valle, lo sguardo è ormai perduto e ritrovato nell’infinito cielo.
«Entra nella tua camera, chiudi la porta e prega…»: una volta entrati nella camera che conta, tutto il resto della casa è ormai un accessorio che resta fuori della porta chiusa. Ancora una volta, non negato, ma trasceso. Non per nulla Dante riferisce che:
«In quel punto dico veracemente che lo Spirito della Vita, lo quale dimora nella segretissima camera del core …».
Nel Capitolo V della Nube è detto, con impronta decisamente zen:
«E se mai tu dovessi giungere in questa nube e restarvi a lavorare seguendo il mio consiglio, allora, come questa nube della non-conoscenza è al di sopra di te, tra te e il tuo Dio, allo stesso modo devi mettere al di sotto di te una nube d’oblio tra te e tutte le creature […] Ogni volta che dico: «tutte le creature», mi riferisco non solo alle singole creature in se stesse, ma anche a tutte le loro opere e alle loro caratteristiche. Non faccio eccezione per nessuna creatura, sia materiale che spirituale, e per nessuna caratteristica o opera di qualsivoglia creatura, sia essa buona o cattiva. Insomma, ogni cosa va tenuta nascosta sotto questa nube d’oblio […] Sì, se è possibile dirlo senza essere irriverenti, in questo lavoro non serve a niente o a ben poco pensare alla bontà o alla perfezione di Dio, o alla Madonna, o ai santi e agli angeli in cielo, o ancora alle gioie celesti. Ti sbagli se pensi di poter nutrire e accrescere il tuo proposito con simili considerazioni: credo proprio che in questo caso non ti saranno di alcun aiuto. Anche se è bene meditare sulla bontà di Dio, e amarlo e glorificarlo per questo, tuttavia è molto meglio pensare al suo essere puro e semplice, e amarlo e glorificarlo per se stesso».
Ora, se Dio è un «essere puro e semplice», come si può sperare di conoscerLo – essendo da Lui conosciuti – senza ridursi ad una purezza e semplicità? E chi ha da compierlo questo lavoro di kenosi se non colui o colei che anela all’Assoluto? Occorre dunque svuotarsi del fittizio ed effimero sé per far posto all’eterno Sé. Occorre diventare muti per far posto alla Parola.
Giovanni Taulero:
«Quindi devi tacere. Allora Dio nascerà in te, pronuncerà la sua parola in te e tu la ascolterai […] Se tu esci, lui entrerà sicuramente; per quanto tu esci per lui, lui entrerà in te; né più, né meno […] È certo che se Dio deve nascere nell’anima, questa deve tornare all’eternità».
Ora, per «tornare all’eternità» non dovrà abbandonarsi tutto ciò che, pur utile, è stato acquisito nel tempo?
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
***
Stilum Curiae lo trovate anche qui:
https://www.instagram.com/sanpietrotos/
https://www.facebook.com/marco.tosatti/
https://www.facebook.com/profile.php?id=100063593462822
www.linkedin.com/in/marco-tosatti-77b42a21
Marco Tosatti (@MarcoTosatti) / X
***



4 commenti su “Entra nella Tua Camera, Chiudi la Porta…Il Matto.”
Caro Matto,
anzitutto grazie per il Suo scritto e per il richiamo alla preghiera del cuore e al silenzio interiore: in un tempo rumoroso e disperso, è un invito prezioso.
Lei stesso, altrove, ha osservato che ognuno resta nelle proprie idee. È vero.
Ma proprio per questo — e non il contrario — nessuno è esentato dal dire la propria, soprattutto quando si toccano temi che riguardano il cuore della fede.
Ed è ciò che faccio, con franchezza.
⸻
1. Il punto decisivo: nella mistica cristiana non si va “oltre” Cristo
Nel Suo testo ritorna, in forme diverse, un’idea di fondo: il cammino spirituale condurrebbe a un oltre — oltre i concetti, oltre la dottrina, oltre la religione, oltre la mediazione ecclesiale.
Ma qui si gioca tutto.
Gesù Cristo non è un passaggio da superare, ma la Via definitiva.
La mistica cristiana non consiste nell’andare oltre Cristo, ma nell’entrare più profondamente in Lui.
Quando la contemplazione diventa pretesto per relativizzare la forma cristiana, non siamo più nella mistica cristiana, ma in un’altra prospettiva spirituale.
⸻
2. La “nube” non è il nulla: è sovrabbondanza di luce
Lei utilizza immagini di svuotamento, silenzio assoluto, superamento delle forme.
Ma la nube della non-conoscenza non è uno spazio neutro, né un vuoto metafisico.
È il luogo in cui l’intelligenza, illuminata dalla fede, riconosce il proprio limite davanti all’eccesso del Mistero.
Non si esce dalla rivelazione:
si entra più profondamente in ciò che è stato rivelato.
Non si lascia la verità:
la verità diventa esperienza amorosa.
⸻
3. Il rischio nascosto: “trascendere” come svuotare
Lei insiste: non si nega la religione, la si trascende; non si nega la dottrina, la si oltrepassa; non si nega la Chiesa, la si interiorizza.
Ma bisogna essere molto chiari:
questa non è una distinzione neutra.
Perché, di fatto, se ciò che è “in basso” non è più necessario al vertice, allora diventa implicitamente superfluo.
E invece, nella fede cristiana:
• il dogma non è una scala da abbandonare
• la Chiesa non è un contenitore provvisorio
• i sacramenti non sono strumenti per principianti
Il santo non vive oltre queste realtà, ma dentro di esse, in modo più pieno e più vero.
⸻
4. Apofasi sì, ma cristiana — non dissoluzione
È vero: Dio non si lascia contenere nei concetti.
È vero: esiste una “non-conoscenza”.
Ma questa non-conoscenza non è ignoranza, né vuoto, né dissoluzione delle forme.
È la consapevolezza che il Dio che conosciamo veramente — perché si è rivelato — supera infinitamente la nostra comprensione.
Non è il silenzio di un Assoluto senza volto.
È il silenzio davanti al Dio vivente.
⸻
5. “Da sola a Solo”: una formula estranea al cristianesimo
Quando Lei scrive che ogni coscienza si confronta con l’Assoluto “da sola a Solo”, introduce una visione che non è cristiana.
Il cristiano non sta davanti a un Assoluto indeterminato.
Sta davanti al Padre, per mezzo del Figlio, nello Spirito Santo.
E non come coscienza isolata, ma come membro di un Corpo.
La relazione personale con Dio non è mai solitudine metafisica:
è comunione.
⸻
6. L’amore puro non è oltre la fede
Lei parla di “amore puro” come vertice che lascia indietro le forme religiose.
Ma nella fede cristiana l’amore puro è la carità teologale:
• non è senza contenuto
• non è oltre la verità
• non è oltre la Chiesa
Ama il Dio vero, non un Assoluto generico.
Ama in Cristo, non oltre Cristo.
⸻
7. Il nodo più delicato: l’“eterno Sé”
Quando il discorso scivola verso il linguaggio dell’“eterno Sé”, si entra chiaramente in un’altra visione.
Il cristianesimo non insegna che l’uomo è una porzione del divino che deve ritornare all’Assoluto.
Insegna che è creatura, chiamata alla comunione con Dio.
La trasformazione cristiana non è dissoluzione, ma trasfigurazione della persona.
Non perdita dell’io, ma compimento dell’io in Dio.
⸻
8. Il silenzio cristiano: non muto, ma ascolto
Il silenzio della preghiera del cuore non è annullamento della Parola, ma accoglienza della Parola.
Non è vuoto, ma presenza.
Non è tecnica spirituale, ma relazione.
Se il silenzio diventa alternativa alla rivelazione, cessa di essere cristiano.
⸻
9. La “camera interiore” non sostituisce la Chiesa
“Entra nella tua camera”: sì.
Ma quella camera non è un altrove rispetto alla Chiesa.
La stessa preghiera lo spiega pienamente: “ Padre NOSTRO”. È il
E il luogo in cui la grazia ricevuta nella Chiesa diventa preghiera personale.
Non si esce dalla casa:
si entra nel suo cuore.
⸻
10. Il criterio ultimo: i santi
I santi sono il vero banco di prova.
Più entravano nella nube, più amavano Cristo.
Più vivevano il silenzio, più erano ecclesiali.
Più salivano nel mistero, più aderivano alla fede della Chiesa.
Nessuno di loro ha mai pensato di essere “oltre” la religione, “oltre” il dogma, “oltre” la Chiesa.
⸻
Conclusione
Lei coglie un punto vero: Dio non si lascia imprigionare nei nostri concetti.
Ma da qui a suggerire che il vertice della vita spirituale consista nel superare ciò che Dio stesso ha dato — rivelazione, Cristo, Chiesa — il passo è lungo. E non è un passo cristiano.
Perciò sì: ognuno resta nelle proprie idee.
Ma questo non mi esime — anzi mi obbliga — a dire con chiarezza che non tutte le idee sono equivalenti.
La nube cristiana non è il superamento della fede, ma la sua maturità.
Non è il luogo in cui Cristo scompare, ma quello in cui solo Cristo resta.
Perché tra la nube del Mistero
e la nebbia della confusione
la differenza, alla fine, è decisiva.
Come sempre, prendo atto del suo intervento e ne rispetto il contenuto:
si tratta della visione determinata dalla forma mentis cui lei legittimamente aderisce.
Dal canto mio, come avrà notato, non aderisco, altrettanto legittimamente, ad alcuna forma mentis già predisposta:
si tratta di un impulso possente che mi spinge – e questo è per me meraviglioso –
a riconoscere, per così dire, scampoli di Verità laddove si trovano,
poiché come la Luce in Sé non ha un colore e per questo può assumere tutti i colori,
anche la Verità Sé non ha una forma e per questo può assumere tutte le forme.
Insomma, mi nutro di veri e propri lampi di luce grazie ai quali,
da qualunque parte scaturiscano, mi sento ogni volta rinnovato.
Noto come nei miei confronti l’iniziativa di “contestazione” e “correzione” sia sempre la sua,
mentre da parte mia non mi viene da replicare poiché, a parer mio,
una dialettica fra due viandanti che battono sentieri diversi, entrambi legittimi, non può che rivelarsi inconcludente.
Mi permetto di osservare come lei, forse, non abbia ben considerato il brano della Nube
che ho proposto nel finale del mio articolo, il cui Autore, senza mezzi termini,
e, come esso dice, senza voler “essere irriverente”, si lascia andare ad arditissime affermazioni
che personalmente condivido e quindi le dovrebbero risultare anch’esse oggetto di contestazione e correzione,
e perciò indurla a dichiarare che l’Autore della Nube … non è cristiano!
Caro “Matto”,
il Suo discorso resta affascinante, ma il punto decisivo è questo:
quella che Lei chiama libertà da ogni forma mentis è già una forma — l’idea di una verità diffusa in frammenti.
Il cristianesimo non nega che esistano “lampi di luce” ovunque:
li riconosce come semina Verbi, i semi del Verbo.
Ma proprio qui sta la differenza:
i semi non sono la pienezza.
Rimandano a un compimento.
“Io sono la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14,6).
⸻
Dunque sì, esistono tracce di verità sparse,
ma non tutti i sentieri sono equivalenti:
alcuni conducono al centro, altri si fermano ai margini.
⸻
Quanto alla Nube che Lei cita , è vero: contiene espressioni ardite. Ma proprio perché è un testo mistico, va letto dentro la fede della Chiesa, non contro di essa.
La “non-conoscenza” di cui parla non è negazione della verità rivelata,
ma il riconoscimento che Dio supera ogni concetto umano — dopo che si è rivelato, non al posto della rivelazione.
Senza questo ancoraggio, la mistica scivola facilmente in ciò che Lei descrive:
una luce senza volto, una verità senza forma, un’esperienza senza criterio.
E questo, mi permetta, non è più cristianesimo: è spiritualità indistinta.
Per cui la La nube della non-conoscenza non dissolve la verità in una luce indistinta,
ma invita ad andare oltre i concetti dentro la fede, non fuori da essa.
⸻
In sintesi:
i “lampi” che Lei coglie non sono la Verità,
ma segni che potrebbero in alcuni casi orientare verso di essa.
E per il cristiano, quella Verità ha un volto preciso: Gesù Cristo.
Ancora una conferma che battiamo due sentieri diversi.
Entrambi legittimi.
Dunque non c’è nulla di cui contendere.
Ma sembra che per lei non sia così.
Va bene lo stesso.