| (Tommaso Merlo) – Trump promette di ridurre l’Iran all’età della pietra ma è Israele che sta facendo quella fine. Blatera di aver annientato i Pasdaran cantando vittoria e non si capisce chi stia radendo al suolo Tel Aviv e d’intorni, forse direttamente il Padreterno che esasperato pure lui dal popolo eletto ha optato per una apocalisse tecnologica. Ormai Netanyahu vive nel sottosuolo tra i ratti ed è schifato pure da loro mentre fuori la terra promessa esplode. Più che una guerra, un duro scambio di colpi tra efferati nemici nella speranza del ko. Coi popoli del pianeta che tifano Iran mentre i palazzi il sistema.
Quello dello sceriffo americano e del suo padrone sionista che pretendono superiorità morale e razziale a suon di crimini contro l’umanità. Il sistema che a Washington smercia idee e dignità al mercato lobbistico, il sistema della democrazia modello israeliana che brinda perché potrà finalmente impiccare palestinesi senza lo sbattimento di torturarli e farli crepare di stenti in carcere.
Ma le belle notizie per i sionisti finiscono qui, a Gaza il genocidio è al palo. I pochi soldati israeliani che non sono scappati a gambe levate da quell’inferno o sono finiti sul lettino dello psicanalista, sono stati spediti in Libano da dove tornano a pezzi come i loro carrarmati. Il fiume Litani per adesso non lo vedono neanche col binocolo perché un conto è sparare a donne e bambini, un altro combattere contro guerriglieri addestrati che difendono la loro terra invece di rubare quella altrui. Resistenza secondo il buonsenso, terroristi secondo il mainstream. Ma per la verità storica è presto, accontentiamoci della cronaca dal fronte.
Trump canta vittoria un giorno sì e l’altro pure ma un conto è Hoollywood e la demenza senile, un altro la realtà. Le mega portaerei americane ridotte a dei colabrodo hanno fatto rotta indietro mentre basi e ambasciate americani sono sparite dalla faccia della terra. La decolonizzazione più repentina della storia con soldati e spioni assortiti in fuga come una manica di profughi palestinesi mentre sceicchi impanicati non sanno se costringere i loro schiavi ad impugnare una baionetta oppure imparare il mandarino e qualche frasetta di russo. Ma tempo al tempo. Si vocifera di una operazione chirurgica di terra ma nel frattempo i soldati americani sono parcheggiati in atolli sperduti dell’oceano indiano per non finire dronati pure loro mentre i cacciabombardieri sionisti e americani che non vengono abbattuti sganciano bombe su ponti, università e ospedali mietendo vittime civili. Terrorismo per il buonsenso, legittimi attacchi preventivi per il mainstream.
Ma per la verità storica è presto, accontentiamoci della cronaca dal fronte. Il progetto coloniale sionista è passato dalle fionde dei ragazzini palestinesi ai missili ipersonici senza farsi un minimo esame di coscienza. Distruggi ed impera, ma un conto sono donne e bambini, un altro un esercito di cervelloni che difende la sua terra e quella altrui. I Pasdaran hanno farcito le loro granitiche montagne di tutto ciò che gli serve per sfornare e spedire i loro karmici siluri e non ci sono come le bombe dei nemici per fortificare lo spirito nazionale. Ma esami di coscienza nemmeno l’ombra e fanatici fa rima con psicopatici. Al punto che ormai a Tel Aviv anche i ratti non vedono l’ora che Netanyahu li lasci in pace anche se ritengono che impiccarlo sarebbe da incivili ed auspicano finisca davanti ad una corte internazionale.
Ma tempo al tempo. Il disegno di quel ratto di Netanyahu prevedeva l’assassinio dell’Ayatollah e che il Mossad prendesse il potere anche a Teheran in modo da distruggesse anche quel paese pezzo per pezzo, ma non ha fatto i conti con l’oste persiano e nemmeno quello alla Casa Bianca. Mentre i Pasdaran vivono una primavera planetaria, le emorroidi giganti hanno indici di gradimento migliori di king Trump. Del resto ormai la benzina costa talmente tanto che i cow-boy hanno ricominciato a girare a cavallo mentre nemmeno mandare gente sulla luna serve a distrarre dalla catastrofe imperiale.
Già, un conto è Hoollywood e la demenza senile, un altro la realtà missilistica e se l’Iran dovesse clamorosamente vincere, sarebbe davvero l’apocalisse per il sistema. Quel ratto di Netanyahu ci ha messo quarant’anni a corrompere gli Stati Uniti riducendo i Marines a suoi mercenari e i cittadini americani impoveriti a suoi sponsor, e se sul più bello lo sceriffo facesse cilecca, il sionismo si ritroverebbe solo davanti alle sue tragiche responsabilità storiche.
Con l’Iran potenza egemone di una regione decolonizzata in tempi record e coi palestinesi e tutti i popoli dell’Asia occidentale che potrebbero finalmente tornare a sognare un futuro di libertà, giustizia e di pace.
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E infine questa riflessione di Pietrangelo Buttafuoco:
“Quello che si doveva fare, domenica scorsa, è stato fatto: impedire il rito.
L’inaudito da tutti udito, la chiusura del Santo Sepolcro – da sempre aperto, col Saladino che raccoglieva da terra un crocefisso per collocarlo sull’altare – non ha altro strascico che i titoli di coda. E sono precisamente quelli di un film dove il dramma dei drammi – flebile eco ormai de La Gerusalemme liberata forgiata da Torquato Tasso – si ridimensiona.
Ma se vale la liturgia, nella Domenica delle Palme, il Patriarca Latino – il Cardinale Pierbattista Pizzaballa – non ha potuto celebrare Messa. Ed è questo che interessava alla fureria, non tanto la procedura di sicurezza sugli assembramenti. Non erano in 50 ma solo in 2 – c’era anche il Custode di Terra Santa – e il pretesto che non ha permesso loro di entrare ha avuto un solo risultato: spegnere in quel giorno, in quella precisa data – in quel preciso luogo dove il corpo di Cristo Re è deposto in attesa della Resurrezione – l’Eucarestia. Così è iniziata la Settimana Santa della cristianità e nel computo del calendario, una riflessione tutta di dolore – tutta di spade – l’altro appuntamento andato deserto, ovviamente per forza maggiore, è quello del Martedì Santo: “Quanto a te, Maria, il dolore ti colpirà come fa una spada” (Luca 2,34-35).
È il giorno, tutto di tramonto, dove l’ansia e l’angoscia della Madonna – ben presente nel Sud del Sud dei Santi delle processioni popolari – alza il canto e il pianto per il dolore delle madri: “Chi mi chiamerà ancora mamma?”.
La storia e la cronaca, in Terra Santa, si saldano nella Misericordia. C’è una donna che del velo ha fatto sudario per il suo bambino. Il piccolo giace sul suo grembo, nella stessa posizione della coccola, ma ormai inerte. L’espressione scolpita nell’angoscia trova un grido: “Chi mi chiamerà ancora mamma?”.
L’arte – a proposito di Gerusalemme Liberata – e le news, hanno un identico sfoglio. Vale per la letteratura, vale per il racconto dei fatti in diretta. C’è un’immagine che trattiene per sempre questo passaggio: una vergine di marmo che tiene in braccio un uomo alla guisa di un figlioletto, esatta iconologia del dolore nei nostri giorni tormentati. E nella simultaneità di quel corpo adulto che rimanda all’infanzia si concentra tutto il dolore delle madri di ogni tempo: “Chi mi chiamerà ancora mamma?”.
La Pietà di Michelangelo è ora carne e sangue. A Gaza la morte ha imparato a inseguire le madri fin dentro il gesto più elementare della cura. Alcune hanno detto addio a tutto il proprio mondo in una sola volta, come la pediatra Alaa al-Najjar, che ha perso nove dei suoi dieci figli sotto i bombardamenti. Vi è poi una violenza più lenta, più umiliante, che passa per la fame, il freddo, la mancanza di latte artificiale, di medicine, di rifugi, di coperte. Così anche i neonati muoiono, nel silenzio del deperimento, come il piccolo Yahya, deceduto a tre mesi per fame e malnutrizione. E al dolore si aggiunge l’orrore della scelta, alcune testimonianze raccontano di donne costrette a decidere in un attimo verso quale figlio correre, quale corpo sollevare, quale sopravvissuto tentare di salvare quando gli altri sono già stati perduti.
Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio,
figlio, e a ccui m’apiglio?
(Iacopone da Todi, Donna de Paradiso)
Il culto mariano va ben oltre i punti dei Vangeli in cui la Madonna è menzionata. La Madre travalica gli argini letterari, immaginifici, iconografici. Nella tradizione devozionale cattolica, il Martedì è appunto associato alla meditazione sui Misteri Dolorosi del Santo Rosario, che ripercorrono la passione e morte di Gesù.
In questi giorni Maria vede compiersi un destino i cui segni hanno scandito la vita del figlio, nato per salvare tutti attraverso il suo sacrificio. E ritorna alla sua mente quello che alcuni teologi descrivono come il più grande dolore che lei abbia mai provato, che è citato ed esplicitato nelle Sacre Scritture. Il giorno di Pasqua, sempre a Gerusalemme, all’età di dodici anni, Gesù sfugge alla vista dei genitori e si ferma in città per tre giorni. Lo ritroveranno nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascolta e li interroga. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Luca 2,41-51).
Dopo millenni il dolore non ha trovato la sua forma, né il lutto il suo tempo. Maria cammina, chiama, si perde. Ogni madre, in ogni luogo, continua a farlo. Anche quando le porte sono chiuse e il sepolcro è lontano. E a Gaza, il martedì non finisce mai.
Le madri cercano tra le macerie i loro figli, consapevoli sempre più che non li chiamano per ritrovarli, ma per non smettere di pronunciare il loro nome. E torna a noi, tutti noi ignavi, il significato di parole proprio chiare, e intorno a noi – sebbene accuratamente velate dalla menzogna giornalistica – proprio presenti: “Quanto a te, Maria, il dolore ti colpirà come fa una spada”.
Pietrangelo Buttafuoco
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