Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il nostro Matto offre alla vostra attezione queste riflessioni su un tema che da sempre interpella l’umana coscienza…Buona lettura e meditazione.
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SI VIVE PER ESERCITARSI A MORIRE
Di Davide D’Alessandro (HUFFPOST – 9 febbraio 2026)
Ho appena finito di leggere “Esercitarsi a morire. Mistica e filosofia”, l’ultimo libro di Marco Vannini e dobbiamo essere grati a “Le Lettere” di essere editrice di riferimento di uno dei più raffinati studiosi italiani, impegnato da decenni a misurarsi con i grandi filosofi e mistici del passato, penso a Meister Eckhart su tutti. Se è vero, per dirla con Platone, che quelli che filosofano rettamente si esercitano a morire, questo libro è un invito e un insegnamento, non dalla cattedra, a servirsi dei veri maestri, di coloro che hanno saputo vivere distaccati dalle passioni, liberi da ogni condizionamento di sorta.
Da tempo, però, è accaduto che la filosofia abbia rinunciato alla pratica di vita, perdendosi dietro a elucubrazioni vane, lasciando spazio a chiacchieroni che occupano lo spazio e il tempo, facendoci perdere, quando scrivono, molto tempo.
Spiega Vannini: “Occorre comprendere che il silenzio cui l’aggettivo ‘mistico’ rimanda non è il silenzio esteriore, di tipo esoterico, per non rivelare ai ‘non iniziati’ verità segrete, bensì il silenzio interiore, che consiste nel mettere a tacere i propri pensieri, per quanto profondi essi siano, e perciò nel distacco, anche e soprattutto da ogni nostro preteso sapere. Il distacco è opera dell’intelligenza, che riconosce incessantemente la finitezza dei propri contenuti e, insieme, della volontà, che incessantemente riconosce in quei medesimi contenuti la presenza dell’egoità, di quell’amor sui che è davvero radice di ogni male”.
Per giungere al fondo dell’anima, dove appare una grande luce, è necessario distaccarsi, separare l’anima dal corpo, “in modo che l’anima possa affrancarsi dai vincoli della corporeità, ovvero dalle passioni, e l’intelligenza possa così muoversi liberamente verso la verità”.
Vannini ricorda che “la filosofia in senso forte, classico, ha in comune con la religione l’oggetto, la verità, l’Assoluto in sé e per sé, ed è dunque propriamente uno spogliare, un togliere via tutto ciò che è relativo, accidentale, per andare all’essenziale. Ciò riguarda innanzitutto noi stessi, secondo il precetto dell’Apollo delfico: ‘Conosci te stesso’. È lo ‘scolpire la propria statua’ di cui parla Plotino, rimuovendo il marmo che la ricopre e le impedisce di venire alla luce”.
Ecco, essenzialità e luce sono i termini cruciali che emergono dai libri di Vannini. Portarli alla … luce leggendoli, e facendoli leggere, aiuta a nutrire lo spirito in un contesto di vuoto e di deserto, aiuta a recuperare ciò che siamo e non ciò che vorremmo essere. Vita vera, vita nello spirito, non vita che si lascia vivere.
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Da Matto, noto che non soltanto la filosofia, bensì anche la teologia “si perde dietro elucubrazioni vane, lasciando spazio a chiacchieroni”. Il cantarsela e suonarsela da soli, anche nella Chiesa cattolica, è diventata una specialità faziosa individuale o di gruppo; dilaga la patologia dello stare “dalla parte giusta”; s’impugna una verità acconciata a misura della propria “presa di posizione”, ovvero per l’imporsi dell’ego. Risultato: il caos totale, del quale paradossalmente nessuno si sente responsabile perché coloro che sono in difetto sono sempre gli altri.
Si è completamente dimenticato che il morire a se stessi e al mondo è la condizione imprescindibile per far regredire il caos in se stessi e nel mondo. Per questo il libro di Vannini può risultare assai prezioso per tornare a considerare l’essenziale, che non sarà inutile riassumere:
– vivere distaccati dalle passioni, liberi da ogni condizionamento di sorta;
– non perdersi dietro a elucubrazioni vane;
– mettere a tacere i propri pensieri, per quanto profondi essi siano;
– riconoscere incessantemente la finitezza dei propri contenuti”;
– riconoscere in quei medesimi contenuti la presenza dell’egoità, di quell’amor sui che è davvero radice di ogni male
– spogliarsi, togliere via tutto ciò che è relativo, accidentale, per andare all’essenziale.
– nutrire lo spirito in un contesto di vuoto e di deserto, aiuta a recuperare ciò che siamo e non ciò che vorremmo essere.
Senza questo impegno sincero e costante a rinnegare se stessi – ciò che dice Cristo! – a che serve la Religione positiva? A che serve aggrapparsi al Dogma e alla Dottrina?
E chi può dare per scontato che il Dogma e la Dottrina non possano alimentare l’amor sui e quindi il montare in superbia, primo vizio capitale? Chi può essere certo di non essere un emulo del fariseo, lo scrupoloso osservante della legge pieno si sé?
Agostino non è da prendere alla leggera:
«Due amori fecero due città: la città terrena dell’amore di sé (amor sui) fino al disprezzo di Dio, la città celeste l’amore di Dio fino al disprezzo di sé».
I battezzati e cresimati che vanno a Messa non appartengono automaticamente alla città di Dio. L’attaccamento al Dogma e alla Dottrina, che al fine non sono che enunciazioni (ex-nuntiare, annunciare esterioriormente) può suscitare uno sconveniente fondamentalismo, un “sentirsi a posto”, una sicumera di stare “dalla parte giusta”, un appropriarsi di Cristo mettendosi dietro le Sue spalle invece che davanti a Lui come tutti; un abbandonarsi a giudizi temerari, quindi a considerarsi tutto sommato delle “brave persone” che «sì, sono anch’io un peccatore, però …”, ove quel “però” rafforza l’ego e rovina la festa.
Ma Fulton J. Sheen mette in guardia (anche i Cristiani):
«L’accettazione della filosofia che nega il peccato o la colpa personale facendo di ogni uomo una “brava persona” può produrre effetti quanto mai nocivi. Negando il peccato, la “brava persona” rende impossibile la guarigione. Il peccato è molto grave e la tragedia è resa più grave dal nostro rifiuto di riconoscerci peccatori.
Se il cieco nega di essere cieco, come potrà mai vedere? Il peccato veramente imperdonabile è la negazione del peccato, poiché, naturalmente, non rimane più nulla da perdonare. Rifiutando di ammettere la colpa personale, queste “brave persone” diventano maldicenti, pettegole, iper-critiche, perché devono proiettare sugli altri la loro colpa. Il che le colma di una nuova illusione di bontà: quanto più si trova da ridire sul prossimo, tanto più si nega il proprio peccato. È ormai accertato che più esperienza si ha del proprio peccato peccando, meno se ne è coscienti».
Ecco perché Maestro Eckhart esorta:
«Fai il vuoto in te stesso, per poter essere riempito. Distogliti dalle cose, per essere rivolto a Dio. In breve, tutto ciò che deve ricevere deve essere per forza vuoto. Esci completamente da te stesso per Dio, e Dio uscirà completamente da se stesso per te».
E Fulton J. Sheen fornisce un sicuro criterio di verifica:
«Quanto più ci avviciniamo allo Spirito, tanto più aumenta il silenzio».
Quindi, per cooperare, occorre silenziare ciò che pretende di “comprendere” lo Spirito.
Assai prima di Sheen, Maestro Eckhart conferma:
«Non si deve cercare niente, né conoscenza né scienza, né interiorità né devozione né pace, ma soltanto la volontà di Dio».
Al riguardo, nota William Somerset Maugham:
«Un dio che può essere compreso non è un dio».
Viene perciò il momento di sostituire la mediazione del Dogma e della Dottrina che Lo “comprendono”, con … Dio stesso!
Non male, n’è vero?
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18 commenti su “Si Vive per Esercitarsi a Morire. Il Matto.”
Quando l’uomo si rende assente dal mondo per Dio, Dio si rende presente nel mondo per l’uomo. (Schuon – Sophia Perennis)
Caro Matto,
ho letto la Sua riflessione a margine dell’articolo su Vannini. Condivido molte delle preoccupazioni che esprime: il rischio del fariseismo spirituale, l’uso ideologico del dogma, l’amor sui che può insinuarsi perfino nelle cose di Dio. È un richiamo salutare. Senza il morire a se stessi, la religione può diventare maschera.
Mi permetto tuttavia di osservare che il passaggio in cui si parla di “sostituire la mediazione del Dogma e della Dottrina con Dio stesso” introduce una contrapposizione che, dal punto di vista cattolico, non può essere accolta.
Il Dogma non è una barriera tra l’uomo e Dio, né una pretesa di possederLo. È la forma con cui la Chiesa custodisce la verità rivelata, perché l’esperienza spirituale non si riduca a proiezione soggettiva. Non è alternativa alla mistica, ma sua garanzia.
È vero: si può usare la dottrina per alimentare l’ego. Ma l’abuso non annulla l’uso.
L’articolo lascia intendere che:
• la dottrina possa diventare superflua,
• la mediazione ecclesiale sia un limite,
• l’esperienza immediata di Dio sia superiore alla forma dogmatica.
Questo scivola verso:
• spiritualismo soggettivo,
• mistica sganciata dall’ecclesialità,
• sospetto implicito verso la dimensione oggettiva della fede.
La soluzione non è oltrepassare il Dogma, bensì convertirsi alla verità che esso annuncia. Il cristianesimo non è immediatismo spirituale; è Incarnazione, e dunque mediazione: Cristo, la Chiesa, i sacramenti, la fede confessata.
La tradizione cattolica non oppone interiorità e verità. Le tiene unite.
La dottrina senza conversione diventa ideologia.
La mistica senza dottrina diventa soggettivismo.
Morire a se stessi non significa sciogliersi dalla forma della fede ecclesiale, ma lasciarsi purificare da essa.
,
don Pietro Paolo
Il Dogma “è la forma con cui la Chiesa custodisce la verità rivelata”.
Orbene la forma è una … forma, che proprio in quanto tale de-finisce, cioè de-limita Qualcosa che non ha limite e non ha fine, dunque nemmeno un’inizio. O, il che è lo stesso, è inizio e fine, alfa e omega, Mistero che è fuori della portata della coscienza ordinaria … informata.
L’enunciazione significante di un Mistero (Dogma) non cessa di essere lontano le mille miglia dal Significato. Si tratta di una forma che può significare-orientare ma non certamente cogliere il Significato, che infine è l’Assoluto. Non si può cogliere l’Assoluto, si può soltanto esserne còlti, a patto di morire a se stessi, dunque alla propria sapienza.
Ogni forma è, nel contempo, un indizio ed un ostacolo che occupa la Coscienza: un indizio in quanto orientamento, un ostacolo in quanto fissità, ciò che non si concilia con la Coscienza e con lo Spirito: entrambi non sono rinchiudibili in una forma, meno ancora in una sola forma. E se una forma si pretende di imporre loro, ecco in sorgere il fondamentalismo, perciò il conflitto.
Chi ha un minimo di esperienza pratica contemplativa – posto che senza di essa si resta zavorrati al terrestre – sa che nello slancio verso l’Assoluto si ha da lasciar cadere ogni forma tanto concettuale quanto immaginativa, che spesso, per non dire sempre, alimentano l’ego che così crede di sapere ciò che … non si può sapere secondo le possibilità umane, le quali debbono morire.
Se la Verità rivelata è forma significante l’ Assoluto che è il Significato, viene il momento in cui la Coscienza ha da svuotarsi di ogni forma. Si entra qui nel “campo mistico” che nessuna Dottrina può abbracciare integralmente, relativizzando (formando) l’Assoluto.
Caro Matto,
la Sua risposta è fine, coerente, persino suggestiva. E in parte, se ben compresa, può essere accolta: nessun cattolico serio pensa che il Dogma “contenga” l’Assoluto come un vaso contiene l’acqua. L’Assoluto non è catturabile.
Ma qui occorre una distinzione decisiva.
Lei identifica la “forma” con un limite imposto dall’esterno all’Infinito. Nella prospettiva cristiana, invece, la forma non è un’invenzione umana che tenta di delimitare Dio: è la forma che Dio stesso ha voluto assumere.
L’Infinito si è de-limitato da sé nell’Incarnazione.
L’Assoluto si è reso relativo senza cessare di essere Assoluto.
Il Mistero si è fatto carne.
Non è l’uomo che impone una forma a Dio. È Dio che si è dato una forma storica: Cristo. E Cristo non è un simbolo provvisorio dell’Assoluto: è “immagine del Dio invisibile” (Col 1,15). Forma perfetta, non ostacolo.
Il Dogma nasce da questo evento. Non pretende di esaurire il Mistero; custodisce ciò che Dio ha detto di Sé. È argine contro la dissoluzione del Mistero nell’indistinto.
Lei afferma che ogni forma è insieme indizio e ostacolo. Questo è vero in una prospettiva puramente filosofica o apofatica. Ma nel cristianesimo accade qualcosa di diverso: la Forma è salvifica.
San Tommaso d’Aquino non parla del dogma come gabbia concettuale, ma come partecipazione analogica alla Verità. La teologia sa di non possedere l’Essenza divina; ma sa anche che Dio non mente quando si rivela.
Il punto decisivo è questo:
nel cristianesimo non si entra nel Mistero svuotandosi della forma rivelata, ma penetrandola.
La grande mistica cattolica – da Giovanni della Croce a Teresa d’Avila – insegna il distacco dalle immagini e dai concetti… ma mai il distacco dalla fede della Chiesa. La “notte” purifica le rappresentazioni sensibili e le costruzioni egoiche, non la verità rivelata.
Quando Giovanni della Croce invita a lasciare ogni forma, intende le forme possedute dall’io, non la forma oggettiva della fede. Il Credo non viene superato: viene vissuto nella sua profondità.
Lei teme il fondamentalismo. È un timore legittimo.
Ma esiste anche il rischio opposto: che il Mistero diventi così ineffabile da non poter più essere confessato. E se non può essere confessato, non può essere annunciato. E se non può essere annunciato, il cristianesimo evapora in esperienza privata.
Il Dogma non delimita l’Assoluto.
Delimita l’errore.
Non chiude il Mistero.
Protegge il Mistero da interpretazioni che lo dissolvono.
Lei scrive che “si può soltanto essere colti dall’Assoluto”.
Vero. Ma il cristiano aggiunge: l’Assoluto ha preso l’iniziativa di farsi incontrare nella storia, in una forma determinata, e quella forma è normativa.
Il punto non è scegliere tra forma e Assoluto.
Il punto è riconoscere che l’Assoluto ha scelto la forma.
Morire alla propria sapienza non significa sospendere la forma della fede; significa smettere di usarla per auto-affermarsi. L’ego può aggrapparsi tanto al dogma quanto all’ineffabile.
La mistica autentica non relativizza la dottrina.
La rende trasparente.
E la dottrina autentica non imprigiona lo Spirito.
Gli impedisce di essere scambiato con le nostre proiezioni.
“Le nostre proiezioni”: c’è qualcosa che non sia una nostra proiezione?
E’ grazie alla Coscienza che noi recepiamo TUTTO quel che recepiamo.
Dopo di che, non possiamo fare altro che … proiettare il film che ci aggrada.
Il proiettore emana luce bianca, come bianco è lo schermo.
Il resto ce lo mettiamo noi e viene fuori il film che approntiamo soggettivamente.
Ma la Realtà resta la luce bianca e lo schermo bianco.
Dobbiamo diventare bianchi. Farci assorbire dalla Luce.
Tutto molto interessante. Infatti l’uomo non può “comprendere” Dio.
Dio in compenso si rivela. Resta un mistero, ma un po’ fa luce e un po’ si nasconde.
San Paolo fa un paragone: il mistero che unisce Cristo e la Chiesa è quello che unisce marito e moglie.
È un mistero perché va oltre la nostra ragione: è la rivelazione che Dio sposa il corpo mistico che lo riconosce.
E’ un mistero perchè per Dio non c’è una generica umanità complessiva, ma ogni singola anima personale in quell’umanità.
Per San Paolo il grande mistero non è una astrazione, ma la realtà della carne e del cuore degli sposi: Cristo e la Chiesa come marito e moglie.
Il matrimonio cristiano è sacramento, il canale della Grazia che santifica, ma ogni sposo sa che non è senza croce.
La prova, il temptamen, non manca e c’è la possibilità che vada tutto in fumo.
Allora la prospettiva della morte deve avere quella dell’eternità di Dio, rivelata in Cristo.
La temporalità si rafforza nella perseveranza della fedeltà che attinge all’origine del mistero e non solo dal suo compiersi. In Dio è il presente.
Non ci vogliono grandi risorse, è tutto donato: avere ben centrato lo sguardo, convertendolo dalle distrazioni (rinunciare all’orgoglio); sapersi coppia, nutrendosi di questa sapienza: c’è tenerezza, ci si comunica affettuosamente l’intelletto nutrito di compassione e consolazione; perdonare: il perdono è un dono iper, molto grande.
Allora si sa che moriremo, nel tempo storico è l’unica cosa sicura che riguarda la carne.
La rivelazione ci dice del mistero dell’anima.
Grazie per il contributo
Il suo abbraccio mi consola.
Nulla da eccepire circa quel che lei afferma.
Soltanto un’osservazione: lei non mi pare affatto una “povera vecchia”:
l’anagrafe non può nulla contro chi rimane giovane.
Da Matto, me ne esco con questa assurdità:
chi si esercita a morire mai può invecchiare.
Chi si esercita a morire, lascia che muoia ciò che deve morire,
cosicché l’Anima Immortale, perciò Sempre Giovane,
si libera d’ogni fardello.
Un carissimo saluto.
Caro Matto,
numerosi luoghi e frasi interessanti… Su qualcuna ci sarebbe da discutere. Per es., sulla contraddizione tra il “conosci te stesso” e l’esortazione di Meister Eckhard a rinunciare perfino a questa conoscenza per privilegiarle la conoscenza di Dio, una pretesa che a me pare di una superbia infinita: quella medesima che porta al fanatismo formale/farisaico/egoico da te- giustamente- condannato.
Stranissima, poi, la “a-simmetria” presente nella frase di Agostino: secondo l’uso e la regola dei retori del tempo, essa avrebbe dovuto suonare:
” Due amori fanno due città: la città terrena dell’amore di sé fino al disprezzo di Dio, la città celeste, dell’amore di Dio fino al disprezzo degli uomini. ” Almeno sarebbe stata coerente con la Teodicea, rinunciando alla scorciatoia dei dérapage di comodo.###
Inoltre,- a prescindere dagli esercizi spirituali dei Padri del deserto- si dovrebbe poter riconoscere che il Maestro Apocalittico dei Vangeli è una creatura (umana/divina) tutta passione nel suo comportamento e nei suoi insegnamenti-senza la necessità di riferirsi alla sua ” Passione “-.
Allora, se quello è il modello, come si fa a pretendere che i suoi “imitatori” si comportino da “apatisti”?
Un caro saluto, A.
Prendo atto delle tue osservazioni. Però dobbiamo (tutti) tenere presente che l’argomento mistico è senza confini. Di più ognuno parla (e scrive) secondo il proprio stato di coscienza, che, a mio parere, è insindacabile. Ciao.
Caro Matto,
un bis-ciao.
Certamente le manifestazioni mistiche non hanno confini- neppure geografici-.
“Ognuno parla e scrive secondo il proprio stato d coscienza” ( quasi sempre, infatti, ci troviamo in uno stato di coscienza “alterata” ). Quello che diviene un problema impellente è dato dal passaggio all’azione, quando il mistico, di qualunque tipo- per una complessa serie di ragioni- riesce ad esercitare il suo carisma, la sua forza sulla folla ignara: classico effetto di panismo.
Spero che tu ti sovvenga del film “Forrest Gump” (1994). Il protagonista, esulcerato dalla morte della donna che ha sempre amato, parte a piedi e cammina, cammina, cammina per sfogare il proprio dolore…A sua insaputa viene seguito: dapprima da poche persone, in seguito da una vera e propria folla convinta che egli sia una guida consapevole del traguardo da raggiungere per sé e per tutti quelli della cui esistenza egli non si è neppure accorto… ( è una rivisitazione di una famosa scena di “Tempi moderni” arricchita, però, dall’esame dello stato di coscienza).
“Insindacabile”… sì, ma finchè non combina danni pratici o psichici alla società…né più, né meno della dogmatica immagine trinitaria con tre teste identiche che, da noi, soltanto l’illuminato Papa Lambertini ebbe il buon senso di cassare, ma che in Sud America, specie in Perù, trova ancora devoti seguaci.
Un ter-ciao.
Dimenticavo: tre teste che spuntano da un unico busto…dopo tutto una coerente rappresentazione della Trinità.
D’accordissimo.
Per questo, sempre a mio parere, il mistico deve soltanto contemplare e non agire (nel senso di far proseliti consciamente o inconsciamente). Al massimo può esporre ciò che risulta alla propria indagine contemplativa che per sua natura lo preserva dallo schierarsi con chicchessia.
Proprio la sua indagine contemplativa lo pone in una solitudine (non di rado dileggiata) che gli permette di mantenersi al di sopra delle diatribe, del pro e del contro. Non per superbia, ma per consapevolezza che diatriba genera diatriba (e mi sembra che di questi tempi …).
Caro Matto,
sono/sarei del tuo parere se la realtà non fosse ben differente da quanto tu auspichi, e se quasi ogni “contemplazione” non spalancasse le dighe all’affluire di correnti di denaro o destinate al tempio o/e allo stesso contemplante. ###
D’altra parte , secondo il mio modesto parere, questa realtà starebbe a dimostrare quanta fame della presenza di un Dio buono continui a tormentare le viscere e il cuore degli umani odierni. Un Dio che abbia la volontà e la capacità di rivelarsi senza apparati di intermediazione e che non si compiaccia di giocare all’acchiaparella nel suo tradizionale ruolo di “Deus absconditus”.
Con affetto, A.
Adriana cara,
il tuo sono/sarei mi ha fatto venire in mente un film in cui il cameriere della trattoria dice a Totò che gli chiede il conto: “sarebbero diecimila lire”. Al che Totò risponde “ma, sarebbero o sono?”😅.
Dici bene riguardo alle contemplazioni che fruttano barche di grana e che smentiscono il mio auspicio, che comunque resta valido: nel corso di molti anni ho avuto la fortuna di conoscere tre persone mistiche – sconosciute le une alle altre – che sono rimaste volontariamente nell’ombra, non cercavano proseliti (e grana!), conducevano una vita materialmente modesta e si limitavano a qualche sporadica udienza privata di cui ho potuto fruire anch’io.
Ariciao.
Carissimo Matto, è una formula di cortesia (che viene spontanea), per on conturbare il “libero arbitrio” del cortese interlocutore. 😁😂😄
Sempre caro Matto,
che dice di diverso Gesù Cristo nostro, Verbo incarnato?
Non ho bisogno dei filosofi io, povera vecchia, per esercitarmi a morire!
Il solito abbraccio
Il suo abbraccio mi consola.
Nulla da eccepire circa quel che lei afferma.
Soltanto un’osservazione: lei non mi pare affatto una “povera vecchia”:
l’anagrafe non può nulla contro chi rimane giovane.
Da Matto, me ne esco con questa assurdità:
chi si esercita a morire mai può invecchiare.
Chi si esercita a morire, lascia che muoia ciò che deve morire,
cosicché l’Anima Immortale, perciò Sempre Giovane,
si libera d’ogni fardello.
Un carissimo saluto.
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