Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione tre elementi di valutazione di quanto sta accadendo in Armenia, dove il governo da tempo sta attaccando la Chiesa del Paese. Buona lettura e condivisione.
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Il primo è questa notizia di Asbarez:
Il Sinodo dei Vescovi di Etchmiadzin invita il governo armeno a “cessare la persecuzione” della Chiesa

Partecipanti al Sinodo dei vescovi a Sankt Pölten, Austria, il 19 febbraio
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Il secondo è questo editoriale di Gazzetta Diplomatica, a cui va il nostro grazie:
“Armenia: tomba della Cristianità?”, l’Editoriale dell’Ambasciatore Bruno Scapini

Quanto sta succedendo in Armenia di questi tempi è semplicemente assurdo e vergognoso. Due episodi di (stra)ordinaria follia in particolare risultano significativi della deriva autocratica in costanza di una politica disfattista intrapresa dal Primo Ministro, Nikol Pashinyan: l’azione penale promossa contro il Catholicos di tutti gli Armeni, Garegin II, Patriarca della Chiesa Apostolica armena, e la farsa processuale conclusasi in Azerbaijan con la condanna di tutti i prigionieri di guerra armeni accusati pretestuosamente di collusione con la ex Repubblica autonoma (per gli azeri “separatista”) del Nagorno Karabagh. Una decisione, quest’ultima, assunta dalla magistratura azera, in eclatante violazione delle più elementari norme di Diritto internazionale in materia di trattamento dei prigionieri di guerra (Convenzioni di Ginevra del 1949 e dell’Aja del 1907).
Ma la vicenda che assumerebbe un rilievo del tutto inatteso e più sconcertante è l’azione penale avverso il Catholicos. Il processo, avviato nei suoi confronti, inserendosi in un contesto politico oggi particolarmente critico per il Paese, sembrerebbe destinato a riverberare i suoi effetti non soltanto sul piano interistituzionale, ma anche su quello storico-sociale.
Non va dimenticato, e tanto meno negato del resto, come parlare dell’Armenia escludendo il tema della sua Chiesa è storicamente e culturalmente impossibile.
L’Armenia, come noto, è la civiltà cristiana più antica nel mondo, avendo adottato ufficialmente il cristianesimo nel 301 d.C., prima, cioè, di qualunque altro Stato, precedendo addirittura di poco più di una decina di anni lo stesso editto di Costantino del 313. Non solo, ma la Chiesa Apostolica armena ha agito nei tempi più bui della storia come un catalizzatore di consensi, di tradizioni e di speranze, contribuendo, particolarmente a riguardo della grande tragedia del Genocidio del 1915, a mantenere non solo l’unità spirituale del popolo armeno, ma anche quella memoria storica del suo passato che tanto ruolo ha svolto nella edificazione dell’identità della stessa Nazione. In questo senso, allora, la Chiesa Apostolica non potrà mai essere considerata una mera professione di fede, né una semplice istituzione confessionale di cui “tollerare” le eventuali ridondanze ritualistiche, ma una vera componente della Nazione armena, la più determinante e irrinunciabile, dotata di quella capacità strutturante che tanta parte ha avuto nella Storia per la sopravvivenza nei secoli del suo popolo. E ancora oggi, la Chiesa di Etchmiadzin non rimette ad altri la sua funzione unificatrice continuando essa stessa a preservare la lingua, la cultura, la memoria storica come anche la stessa coesione sociale del suo popolo e di quella parte di esso trasferitasi all’estero come diaspora sotto la spinta delle persecuzioni.
Non si tratta, quindi, di valutare l’azione di Pashinyan avverso il Catholicos sulla base di giudizi ideologicamente faziosi, ma di condannare espressamente e senza veli di ambiguità, né perplessità la sua condotta in quanto profondamente ed essenzialmente antistorica, nei presupposti come nei fini, per voler delegittimare una istituzione in cui è l’intero popolo, l’intera Nazione a volersi identificare nel tempo e oltre il tempo.
Chiaramente, dunque, ci troviamo oggi in Armenia davanti ad un vero e proprio scontro tra Stato e Chiesa. Un confronto dai tratti aspri che si consuma tra gerarchie ecclesiastiche e potere politico. Un’esperienza che credevamo ormai impensabile alla luce della più moderna civilizzazione, ma che evidentemente gli antichi perduranti vizi della natura umana di fatto stentano ancora a smentire. Non è, infatti, per una distorta percezione del trascendente che il Primo Ministro armeno avrebbe posto la Chiesa sotto attacco. C’è ben una ragione che spiegherebbe la sua condotta: quella che ci riconduce alla situazione estremamente delicata e fragile in cui il Caucaso meridionale oggi si trova. La regione, non solo permane fondamentalmente instabile per le irrisolte ostilità tra Yerevan e Baku, ma presenta aspetti di profonda criticità anche sul piano geopolitico. Pashinyan è, infatti, accusato da una crescente opposizione di essere una pedina nelle mani dell’Occidente. Di quell’Occidente convinto di poter infliggere una sconfitta strategica a Mosca e, pertanto, interessato a utilizzare figure politiche di ibrida fedeltà nazionale al fine di destabilizzare il Paese in funzione anti-russa.
Non è, dunque, un caso questo scontro tra Stato e Chiesa. Pashinyan e i suoi oscuri sostenitori occidentali, temono fosche prospettive per le prossime elezioni politiche nazionali, e quindi corrono ai ripari. Del resto, abbiamo imparato che il rischio di una perdita di controllo politico giustificherebbe azioni di ingerenza esterna. E’ l’Unione Europea che ce lo insegna (European Democracy Shield). E creare una condizione di criticità, per giungere a una polarizzazione politica interna è per questi signori probabilmente lo strumento migliore per aggirare nefasti pronostici elettorali.
Nel frattempo, Aliyev, il Presidente azero, non si perde d’animo, e continua imperterrito ad avanzare pretese.
Grave è, dunque, la posizione di passività adottata dall’Occidente a fronte di tali atti di intollerabile sopraffazione. Una posizione che ci dovrebbe far sentire tutti qui, in Europa come in America, conniventi e colpevoli per la umiliazione cui viene sottoposta la Cristianità proprio nel Paese che le ha fatto da culla adottandola per primo quale religione di Stato.
Bruno Scapini – Ambasciatore d’Italia
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E poi c’è questo articolo di Spondasud, che ringraziamo per la cortesia:
Armenia, Chiesa sotto attacco
di Bruno Scapini
La dissacrazione dei valori cristiani, un processo purtroppo al quale stiamo oggi assistendo in varie parti del Pianeta, conosce certamente varie forme e modalità. Tra queste spicca però, per entità dell’effetto impattivo sulla tenuta della società, il metodo offerto dalla politica. Pervenire ad un diretto scontro tra Stato e Chiesa sembrerebbe oggi un’esperienza del tutto impensabile, un fenomeno datato, le cui reminiscenze ci riconducono a tempi che ritenevamo per sempre superati. Ma evidentemente ci sbagliavamo. La demolizione dell’istituzione ecclesiastica può essere ancora esperienza dei nostri giorni e ce lo dimostra con ostentata evidenza mefistofelica proprio quanto sta accadendo oggi in Armenia.
Indotto da una accentuata, e comprovata, sfiducia nell’esito delle ormai prossime elezioni parlamentari, prevedibilmente non in linea con le sue aspettative di un rinnovato mandato al Governo, il Primo Ministro armeno, Nikol Pashinyan, decide di promuovere un’azione penale – notificata ufficialmente il 14 febbraio scorso – contro il Catholicos di tutti gli Armeni, Garegin II, Capo della Chiesa Apostolica armena. L’iniziativa, assunta con brutale calcolo politico e in disprezzo delle più elementari regole di decenza istituzionale, si inscrive in una sistematica negazione dell’autorità religiosa – concretizzatasi già nel recente passato con arresti condotti avverso alti prelati – che è stata assunta dal P.M. quale base per una sua azione di contrasto avverso le gerarchie ecclesiastiche accusate di voler sovvertire l’ordine istituzionale nel Paese. Pretesto per una tale condotta sarebbe l’appoggio fornito dalla Chiesa alle rimostranze messe in atto da una crescente opposizione che avrebbe preso corpo negli ultimi tempi a causa della deriva autocratica del Governo e della sua incapacità di difendere, nelle tuttora in corso trattative post-belliche con l’Azerbaijan, le due fondamentali cause storiche nazionali: la reintegrazione del Nagorno Karabagh (perso per disfattismo politico) e il riconoscimento internazionale del Genocidio del 1915 (non più perseguito in quanto abiurato oggi dal Governo quale obiettivo etico e storico-culturale percepito come ostacolo condizionante).
Orbene, proprio a riguardo di tali cause non va dimenticata, e tanto meno negata – incorreremmo altrimenti in un gravissimo errore di analisi storica – la predisposizione dell’attuale Governo a compiacere l’interesse di Baku e di Ankara, allineate entrambe su identiche posizioni, ad ottenere dall’Armenia il massimo delle possibili concessioni dopo la sua sconfitta nell’ultima guerra del Karabagh del 2020, come se non fosse bastato riprendersi le sette zone azere occupate dagli armeni fin dal 1992/94 e tutto il Nagorno Karabagh territorio conteso.
Pashinyan, del resto, viene accusato dall’opposizione di essere una pedina nella mani dell’Occidente, di quell’Occidente impegnato – e questo è l’elemento critico determinante – a fare dell’Armenia un secondo fronte in funzione anti-russa. Indicativi di tale prospettiva sarebbero, infatti, alcuni significativi elementi: la tendenza di Pashinyan a disimpegnarsi dai vincoli euro-asiatici che lo legano a Mosca, la sua ambiguità nel distaccarsi dalla alleanza militare offerta dalla CSTO, e, da ultimo, la firma di un Accordo di cooperazione con Washington e quella di un Trattato di Pace con l’Azerbaijan – le cui previsioni sarebbero ancora in corso di attuazione – costato all’Armenia la cessione di un corridoio strategico, quello di Zangezur, idoneo a collegare la Turchia direttamente con l’Azerbaijan attraverso la exclave azera del Nakishevan. Così, il gioco pro-occidentale in cui tutto dell’Armenia viene messo a rischio, perfino la restituzione dei prigionieri di guerra condannati giudizialmente con pretestuose accuse di collusione con la ex Repubblica del Nagorno Karabagh, non finisce ancora; anzi perdura, perché la partita, dal sapore amaro e deludente, continua oggi nell’azione demolitrice di quello che di più caro il popolo armeno possa conservare: la sopravvivenza della propria identità storica assicurata nei secoli dal ruolo determinante svolto dalla Chiesta cristiana.
Ma al di là di queste riflessioni sulla triste condizione in cui l’Armenia è venuta a trovarsi, a causa di uno scellerato intreccio di dinamiche geopolitiche, una questione di fondo tuttavia permane vergognosamente irrisolta: la ipocrisia di un Occidente che si ostina a non vedere le rivendicazioni di un popolo che aspira giustamente ad una pace vera ed equa quale unica via per evitare il rischio di una cancellazione della sua stessa memoria storica.
Vergognosa è, dunque, questa inerzia occidentale, e non solo di fronte alle continue pretese di Baku di ottenere ulteriori concessioni negoziali, ma anche, e soprattutto, a riguardo della grave farsa giudiziaria concepita avverso la Chiesa per inibirne ogni capacità di guida e di influenza sulla società del Paese. Se il Governo armeno è ora palesemente intrappolato in una imbarazzante scelta di campo, se sganciarsi definitivamente dai legami con Mosca – con prevedibile perdita di vantaggi economici – o se optare decisamente per una svolta occidentale dai dubbi benefici strategici, Aliyev, per contro, il Presidente azero, agisce e si muove con spavalda arroganza. E’ l’arroganza offertagli dalla certezza di godere di una assoluta impunità che gli verrebbe garantita dalle forniture di gas e, perché no, anche da qualche scatoletta di caviale del Caspio!
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