Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, un amico fedele del nostro sito, R.S., a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla Quaresima. Buona lettura e diffusione.
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Nelle cose di Dio l’uomo non deve domandarsi il “perché”. Il perché è di Dio, non nostro.
Nelle cose di Dio all’uomo è rivelato “com’è” e tanto basta: è così.
Però nella rivelazione, in Cristo, è detto che Dio vuole santificare/divinizzare l’uomo.
Ci è data una possibilità di comunione che non risponde ai “perché”, ma ci rende beati.
Il paradiso, la beatitudine, è il soddisfacimento di ogni attesa: le domande sul “perché” evaporano.
Nelle cose di Dio ci sono le operazioni di Dio in noi: la fede, la speranza, la carità.
La fede può essere riposta in qualcosa anche umanamente, ma la fede-teologale è divina.
Aprirsi incondizionatamente a questo dono, che non è condizionato, richiede un abbandono.
Sono le nostre pretese di mettere condizioni a doversi togliere, perché il dono di Dio ci riempia.
Gesù dice ai discepoli che se avessero la fede di un granello di senape sposterebbero i monti.
Non è Dio ad dover accrescere la nostra fede. Il dono divino è già totale, ma la sua ricezione no.
Anche la pace funziona così: la pace del mondo è del tutto differente da quella che dà Gesù.
Gesù porta anche la divisione eppure porta la pace. L’uomo vuole riunire, ma provoca guerre.
La pace di Dio è nel cuore: non nell’assenza di guerre, ma -anche quando ci sono- ama il nemico.
Il cuore è in pace perché riposa nell’eternità di Dio e non belligera per un posto al sole nella storia.
La pace di Cristo è di chi si abbandona alla Verità, da libero, senza servire i padroni del mondo.
I figli delle tenebre sono più scaltri di quelli della luce: delle loro furbizie riempiono i libri.
Parlano di pace e di libertà campando sulle guerre e chiudendo l’uomo in più prigioni concentriche.
Ti chiudono nell’idea, nella pretesa, nel delirio… ti chiudono nel peccato assurto a volontà buona.
L’unica cosa certa, nel tempo, è la morte. Dio invece ci dà la vita eterna. L’uomo a Dio non crede.
Dal peccato originale è sempre così. Vorremmo sapere da Dio il “perché”, non ci interessa “com’è”.
E com’è? Che Dio ha stabilito fin dalla fondazione del mondo l’Agnello immolato per redimerci.
La croce è inscritta nella creazione. Non come sciagura, ma come mezzo di redenzione.
Ha stabilito la fede per abbandonarci a questa speranza, agendo la carità di Dio e avendo pace.
Il “perché” lo sa Dio. Tuttavia mostra una sensibilità divina per tutto ciò che esiste da Lui.
Senza di Lui, il Verbo incarnato, eterno e fuori dal tempo, non sussisterebbe alcuna creatura: ora.
Invece adesso ci siamo: da disperati, senza speranza; credendo ad assurdità, privi di fede teologale.
La nostra carità è un sentimento orizzontale che appaga per sentirci buoni, ma buono è solo Dio.
Farci “dio” senza Dio è sciocco. Adorare chi è ribelle, fidandoci delle sue promesse è una tragedia.
Scendere dalla croce per dimostrare di essere Dio è la soluzione di chi vorrebbe sapere il “perché”.
Gesù in croce ci resta. La croce salva tutto. Perché lo sa Dio. Ma è commovente quell’amore.
La stessa commozione che chiede ad ogni anima che osserva tantissime croci, ma nella fede divina.
Buona Quaresima
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10 commenti su “Quaresima, Riflessioni sulla Pace, la Libertà, la Croce. Da Cui Gesù non Scende. R.S.”
“Quaresima, Riflessioni sulla Pace, la Libertà, la Croce. Da Cui Gesù non Scende.”
Sinceramente non comprendo il senso della frase “Da cui Gesù non scende.”
Si sa, Gesù è stato deposto dalla croce per mano di persone pietose.
Poi, si tramanda, che Gesù sia stato visto nuovamente vivo, vittorioso sulla morte, in carne ed ossa.
In che senso quindi Gesù, che ha pagato il debito a Dio o al Demonio, una volta per tutte, sarebbe ancora in croce?
Certo, si canta: Regnavit a ligno Deus. Ma chi è che non scende dalla croce, che sta perennemente crocifisso, Dio, l’uomo-Dio Gesù o soltanto l’uomo con l’uomo Gesù?
Ma perchè questa macraba visione del bel Mondo del suo supposto Fattore?
Certo, Dante direbbe che non è opportuno un “quia”. Ma anche lui, lo suggerisce ad un cuore irrequieto, come l’Universo in movimento.
Caro R.S., tu scrivi anche:
“C’è anche un uso convinto della ragione, tanto da dimostrare scientificamente molte cose che i non credenti reputano delle favole.”
Interessante: “uso convinto della ragione”.
“Convinto” mi rimanda al participio passato del verbo latino “vincio”, cioè “legato” più “con”.
Esempio: Iovis nomine maiores nostri vinctam testimoniorum fidem esse voluerunt (Cicerone).
Si può essere quindi “legati”, cioè determinati, necessitati sia dalla fiducia, sia dalla ragione.
Tu dici che c’è anche un uso convinto della ragione, tanto da dimostrare scientificamente molte cose che i non credenti reputano delle favole.
E che cosa dimostri mai, con una ragione legata, determinata, necessitata, limitata, se non che molte cose che chi ragiona chiama favole, favole restano?
Omero le chiama “eidolon” fantasia, immagine.
Daltronde mi chiedo: non è proprio il supposto “Dio” della bibbia che nella bibbia di Dio vieta categoricamente all’uomo di farsi “immagine alcuna” di Lui traendola dalla realtà fisica esistente nei cieli, sulla terra e sottoterra?
Anzi ci sono due passi biblici in cui il testo ebraico esprime chiaramente, da parte di tal Dio, addirittura la proibizione stessa della ” ‘formazione’ di pensiero quale immagine malvagia nel cuore [ oggi cervello] dell’uomo”.
Ma come? Non ne è Lui il Pensiero onnisciente, onnipotente e buono? Il factor?
Proibire al cervello “la formazione di pensiero” medesima. Ma non è un assurdo contro la Natura? Cioè di Dio contro la supposta “formazione” cioè creazione medesima?
Mi sa che tu prenda un abbaglio [= eidolon] che “un uso convinto [legato, necessitato, limitato] della ragione,” possa “dimostrare scientificamente molte cose che i non credenti reputano delle favole.”
Non sono i non credenti che le reputano favole, ma una ragione “legata”, determinata dalla Natura stessa.
Ma, di contro, ogni uomo è fiducioso, speranzoso.
Mi chiedo testardamente: ma quando sogno, nel sonno profondo, chi sogna?
Mica vorrai sostenere che ogni “Io” sogna (solo) nel sonno?
O meglio che è l’ “Io”, il “Sé” cosciente di Sé che sogna.
“L’unica cosa certa, nel tempo, è la morte. Dio invece ci dà la vita eterna. L’uomo a Dio non crede.”
L’unica cosa certa, nel tempo, è la nascita. Senza la nascita che Dio ci dà e la successiva, lenta, nascita della coscienza di Sé, non avremmo neppure sentimento di morte”.
Pertanto Dio ci dà tutto, proprio tutto. Ed a chi crede nel tutto che ci ha dato per mezzo del Verbo, crede anche al fatto che questo Verbo è il potere che ci fa figli di Dio come il perenne “primogenito” figlio della madre Maria.
Completo: teologale non è teologico. La fede teologale significa dono di Dio. Il dono di Dio non è un aggeggio utile, è Lui. Non è una parte di Lui, ma tutto Lui. Come nella particola del santissimo Sacramento in cui c’è tutto il Cristo, vero Dio è vero uomo.
L’uomo è destinato a divinizzarsi, non perché diventa Dio, ma perché fa comunione con Dio. La Madonna ne e’ la più riuscita esperienza.
Completo l’incompletabile.
Nel Santissimo Sacramento c’è Gesù vero uomo e vero Dio che ha assolto alla funzione cristica una volta per tutte in quella determinata circostanza storica morendo sulla croce per la remissione dei peccati.
Chiedendo vengano rimessi ai suoi stessi crudeli crocifissori.
Quaerens me sedisti laxus / redemisti crucem passus / tantus labor non sit cassus!
Vedi Rolando, non è così difficile ma forse è impossibile.
Tutto quello di cui posso scriverti è una testimonianza della fede-teologale che mi è stata donata.
La peculiarità del cristianesimo è quella di poter sperimentare continuamente la Grazia, la Provvidenza divina.
C’è anche una componente religiosa, certamente. La preghiera rende umili e l’umiltà è un recipiente per la Grazia.
Oggi non va molto di moda pregare con perseveranza e pazienza: per molti è tempo sprecato, tolto all’agire che ci rende protagonisti.
C’è anche un uso convinto della ragione, tanto da dimostrare scientificamente molte cose che i non credenti reputano delle favole.
La ragione pone anche le condizioni di credibilità di ciò che non può essere escluso, seppur indimostrabile.
Ma la ragione, la prova, il possesso del “perchè” sono secondari all’esperienza del dono ricevuto, uno dei quali è la fede.
Tra l’altro Dio non mostra alcuna avarizia nel donarla. Però c’è una ricettività diversissima.
Quello che non fa alcuna difficoltà in un bambino è difficilissimo in un adulto: la purezza di cuore evidentemente aiuta.
La speranza-teologale poi non è nel futuro, ma adesso, sperando per fede-teologale, nell’eternità istantanea di Dio.
Tutt’altra cosa dalla fede in un’idea, con la quale spero qualcosa (anche di poco divino) in un tempo che ancora non c’è.
Buona Quaresima. Anche sentirsi disposti a distinguere una fede-teologale da altre credenze può essere una bella penitenza!
Ti ringrazio, caro R.S., ma non ti comprendo.
Io ho tanta fede e la mia preghiera [gemito/consolazione] di sempre e che mi fa sentire in armonia con tutto, qualunque cosa faccia e perfino quando questo (“mio” non “io”) corpo sogna, è:
Ω Φὐσι, παμμἠτειρα Θεά,
αἰδιος ζωή,
ηδ ἀθανάτη τε πρόνοια,
πάντα σοι εισἰ,
τα πάντα σὺ γαρ τάδε μοὐνη τεὐχεις.
(Inno orfico X)
” O Natura, Dea Madre di Tutto,
Vita eterna
ed anche Provvidenza immortale,
Tutto è tuo,
Tu tutto, infatti, da sola custodisci”.
La mia teologia non ha bisogno di teologia, nè di scuole od istituzioni vicarie che la in-segnino.
La Natura, cioè Dio, mi mette il segno-dentro. Direttamente.
Non occorre Verbo, ma Fatto.
TU sai che io TI amo.
Buona quaresima, pasqua, avvento e Natale di sempre anche a Te.
Caro R.S., tu scrivi anche:
“La peculiarità del cristianesimo è quella di poter sperimentare continuamente la Grazia, la Provvidenza divina.”
Non penso proprio che questa peculiarità sia del cristianesimo, casomai dell’uomo cristiano.
Non lo nego, non posso negare, ma posso affermare che il concetto di grazia, la famosa “kàris” della cultura greca, come piacere e bellezza è sperimentabile e sperimentata da ogni umano. Una “G” maiuscola è solo equivoco.
“Una YHWH, due l’uomo” (Sal 62, 12).
Ogni uomo sceglie ciò che gli conviene e scarta ciò che gli costa: questo il principio antropico. Sulla basa di questa ferrea legge, ogni umano sceglie il proprio Dio. E per fortuna! Cioè per Dio.
Carissimo R.S., tu dici anche e bene:
“La ragione pone anche le condizioni di credibilità di ciò che non può essere escluso, seppur indimostrabile.”
Tuttavia io intendo così: la ragione pone anche e saggiamente le ‘condizioni’ di ‘fiducia’ in ciò che non riusciamo e forse mai riusciremo durante l’arco di una vita a capire con le capacità dell’unico cervello che co è dato.
Ogni giorno facciamo atti di fiducia in qualcuno ed in qualcosa e saremmo bugiardi se dicessimo di conoscere completamente questo qualcuno e questo qualcosa.
Il “dono” che ritengo mi venga dal Dio è una conseguenza che genera la fiducia in Dio, così come ogni altra quotidiana fiducia; ma di tal Dio nessuno sa niente.
Ciascuno ha la sua propria fiducia secondo la fiducia trasmessa dai genitori o subita dall’addomesticamento culturale proprio di un territorio geografico di nascita e di vita.
Ma ampliando la visione in un gemito del cuore, cioè in una visione universale della condizione umana, un Dio creduto per dottrina di rivelazione, supposto Principio di Tutto e di Tutti, non può non essere che un Dio di Tutto e di Tutti al di là di ogni rappresentazione immaginifica del pensiero umano.
Al di là di ogni dono, supposto personalmente privilegiato.
Vaghiamo negli anni di un deserto. Non quaranta, ma quaranta volte quaranta. Ed in questo deserto c’è tutto l’uomo: ogni umano.
Ho letto.
Mi ha “fermato” questa affermazione:
“La fede può essere riposta in qualcosa anche umanamente, ma la fede-teologale è divina.”
Quale? E chi mai può dimostrare che la fede riposta nella teologia è divina?
È divina la fede o è divino l’uomo di fede?
E chi non ha fede?
“Alzo il mio sguardo verso i monti e sperimento l’aiuto che viene a me”.
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