Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, riceviamo da un fedele cattolico, che ringraziamo di cuore, questo messaggio, che portiamo alla vostra attenzione, e un appello al Pontefice regnante. Buona lettura e diffusione.
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Tradizione: rifugio o missione?
Sono un fedele cattolico, marito di una splendida moglie e padre di cinque figli; sono cresciuto per ventotto anni in quella che comunemente viene chiamata “Chiesa postconciliare”.
Da dieci anni, per una grazia non meritata che riconosco come venuta dall’Alto, vivo invece della Santa Messa di sempre, di cui vedo i frutti ogni giorno nella fede semplice dei miei bambini, nel veder fiorire in loro i doni della grazia e nella pace che ha cominciato ad abitare la nostra casa.
Gran parte delle S. Messe a cui abbiamo assistito, che ci hanno fortificato, cresciuto e plasmato, in questi ultimi dieci anni, sono state celebrate dai sacerdoti della FSSPX.
A loro io e mia moglie dobbiamo riconoscenza sincera, perché attraverso il loro ministero, il Signore ha custodito e fatto germogliare in noi il seme della vera fede cattolica.
E proprio perché questo seme ha dato nuova vita a noi, oggi sento con convinzione che non possa e non debba restare chiuso: è infatti chiamato a portare frutto in abbondanza, per tutta la Chiesa.
Con tutto il rispetto, la mia identità di fedele non nasce dalla FSSPX, ma dalla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica.
La FSSPX non è la Chiesa Cattolica e non può esserlo; è stata ed è tuttora per me un rifugio e una scuola di fedeltà, ma non è e non sarà mai la mia patria! La vera patria è la Chiesa Cattolica che nella sua universalità possiede un’infinità di sfaccettature che rispecchiano la moltitudine di talenti e di carismi che la grazia di Dio le ha elargito con amore e generosità nel corso dei secoli. La FSSPX non può essere vista come l’arca che contiene tutti questi inestimabili tesori, visione purtroppo assai diffusa tra i “suoi” fedeli che assolutizzano con troppa facilità il loro rapporto con la gerarchia creata da Mons. Lefebvre, bensì come una scialuppa di salvataggio, sicuramente la più robusta, la più sicura, ma pur sempre una scialuppa.
Sono profondamente grato a Mons. Marcel Lefebvre per aver custodito il seme nei tempi della carestia: la Messa di sempre, la dottrina di sempre, i sacramenti di sempre e la formazione di sempre.
Senza il suo gesto profetico, avvenuto quasi 40 anni fa, molti di noi non avrebbero mai conosciuto la bellezza integra della fede. Ma un seme non è fatto per essere conservato bensì per “morire” e portare frutto.
Dopo più di quarant’anni, siamo ancora davanti allo stesso bivio, non perché la Tradizione sia sterile, ma perché troppo spesso abbiamo avuto paura che portasse frutto fuori dal nostro campo. La responsabilità di questo stallo non è solo di Roma, né solo della Fraternità. È una ferita che riguarda entrambi.
Per questo, oggi sento di dover sottolineare la gratitudine per il passato e per il presente, ma allo stesso tempo chiedere un rinnovato slancio missionario per il futuro.
Sia chiaro, ci sono verità che non si possono cedere senza tradire Cristo: la S. Messa di sempre, la dottrina trasmessa senza ambiguità dal Magistero nei secoli, il rifiuto dei testi dal Concilio Vaticano II in avanti che contraddicono apertamente ciò che la Chiesa ha sempre insegnato.
Lo stato di necessità esiste, Lo vediamo ahimè tutti i giorni attorno a noi: confusione, relativismo, sacramenti svuotati, pastori che non confermano più nella fede. Su questo, la FSSPX ha pienamente ragione. Ed è per questo che molti di noi vi hanno trovato rifugio.
Ma l’emergenza non può diventare una identità, se l’eccezione diventa sistema, se ciò che doveva essere temporaneo diventa permanente, se la ferita viene abitata invece che sanata, allora non siamo più pellegrini in una crisi, ma residenti in una separazione.
Non vedo nulla di cattolico nel clima aggressivo, pieno di livore verso Roma creato in ambiente tradizionalista sin dai primi secondi successivi alla pubblicazione da parte della FSSPX delle sue intenzioni di consacrare nuovi Vescovi: là dove dovrebbero in maniera naturale dimorare penitenza, lacrime, sofferenza per ciò che ancora, dopo quarant’anni potrebbe riaccadere, non si respira che rabbia, rancore, supponenza e presunzione; là dove dovrebbe abitare una santa prudenza, la fanno da padroni l’eccitazione per le future consacrazioni senza il permesso di Roma e il sarcasmo verso tutto e tutti coloro che non sono ciecamente “allineati” al pensiero unico “trad”.
Ma il Corpo di Cristo non si salva con la collera. Un cattolico dovrebbe vivere questo tempo in ginocchio, pregando che Roma conceda alla FSSPX di vivere liberamente e senza condizioni la sua missione dentro la Chiesa. Il neo-modernismo, proprio perché accetta tutto e il contrario di tutto, porta in sé una debolezza fatale: se oggi impone condizioni, non è affatto da escludere che domani, nel suo stesso apice, possa smettere di porle del tutto.
Nei colloqui con il Cardinale Fernández, il Superiore Generale della FSSPX ha chiesto al Papa che “la Fraternità possa continuare a operare nella sua condizione attuale, eccezionale e temporanea”. Ma come si può entrare in un dialogo così decisivo chiedendo di rimanere, per principio, nella stessa situazione degli ultimi quaranta anni? Significa accontentarsi, non puntare in alto, non alzare lo sguardo a traguardi ben più alti e nobili.
Negli ambienti della FSSPX si sente spesso ripetere, quasi come un mantra: “Questa situazione non è più risolvibile umanamente. Serve solo un intervento diretto di Dio, un miracolo”
Questa frase può sembrare umile ma, in realtà, rischia di diventare l’alibi più comodo per non cambiare nulla. Dio agisce nella Storia attraverso le scelte degli uomini, spesso scegliendo tra i più fragili, incoerenti o persino impresentabili. La Provvidenza non scende dal cielo come una forza impersonale: passa per decisioni concrete, dolorose, rischiose.
Dire che “ci vuole solo un miracolo” significa spesso sottintendere “Io non devo mettere in discussione nulla.”
Ma i grandi risanamenti della Chiesa non sono mai nati dall’attesa passiva, bensì da uomini che hanno osato obbedire, soffrire, perdere. Anche oggi il “miracolo” potrebbe iniziare così: da un passo fragile, da un gesto umile, da una porta socchiusa, non da una fuga spirituale dalla responsabilità.
Dio non aspetta eroi ma cuori disposti a morire al proprio orgoglio perché la Chiesa possa vivere. La Provvidenza non cerca uomini perfetti o strumenti puri, opera così perché nessuno si vanti, ma sia evidente che tutto viene da Lei.
E allora sì: potrebbe davvero iniziare un processo di risanamento dall’interno, lento, forse lungo anni o decenni, ma capace di invertire la marcia della malattia.
Nostro Signore ha detto:
“Se il chicco di grano non muore, rimane solo; se invece muore, porta molto frutto.”
Un seme chiuso nel granaio non dà vita, un antidoto che resta nella fiala non guarisce. La Tradizione non è chiamata a sopravvivere, ma a donarsi integralmente, a entrare nella terra, a rischiare. Solo così può portare frutto in abbondanza.
La Scrittura ci offre un’immagine potentissima per comprendere il tempo che stiamo vivendo:
l’episodio dell’ebrezza di Noè. Quando Cam entra nella tenda e vede suo padre nudo e ubriaco,
non sopporta quella visione, si vergogna di ciò che vede, esce e parla male di lui agli altri fratelli, quasi per prendere le distanze dalla sua fragilità. Ma Sem e Jafet reagiscono in modo opposto: non fuggono, non deridono, non si pongono “al di sopra” del padre caduto. Prendono un mantello, lo posano sulle spalle e, camminando all’indietro, coprono la sua nudità senza neppure guardarla. Nella Scrittura il mantello è segno dell’identità profonda di una persona, della sua dignità che nessuna caduta può cancellare. Cam rappresenta lo sguardo che si scandalizza e si separa, Sem e Jafet rappresentano lo sguardo che soffre, resta e copre.
Oggi siamo davanti alla nudità della Chiesa ferita, possiamo scegliere lo sguardo di Cam, che giudica e si allontana, oppure quello di Sem e Jafet, che restano, coprono e sperano. Solo questo secondo sguardo può guarire.
Così anche noi siamo chiamati a restare accanto alla Chiesa ferita, non a scappare, non a disprezzare, ma a coprire con carità ciò che è esposto.
Come il giovane San Francesco non guarisce fuggendo ma abbracciando il lebbroso, così anche la Tradizione non può salvare la Chiesa restando lontana dalla sua piaga, ma abbracciandola, anche a costo di soffrire.
Per questo motivo, con il cuore sanguinante di un figlio, mi permetto di fare un appello filiale a Papa Leone XIV:
Santità,
per il bene di tutto il Corpo di Cristo,
lasci la FSSPX vivere la Tradizione dentro la Chiesa,
non come corpo tollerato ai margini,
ma come parte viva chiamata a portare frutto.
Conceda alla Fraternità anche altri Vescovi,
perché possa continuare e potenziare l’opera provvidenziale
che, nonostante tutto, sta compiendo per tante anime.
Ma li consacri Lei stesso.
Dia questo segno paterno e profetico.
Abbatta i muri eretti da entrambe le parti in quarant’anni di diffidenza.
Inietti Lei stesso, come Successore di Pietro,
la cura nell’organismo ferito della Chiesa.
Molti fedeli, anche della Tradizione,
la sosterrebbero in questo gesto di speranza e di unità.
Una Tradizione che non accetta di soffrire per amore
rimane sola.
Ma una Tradizione che accetta di morire a sé stessa
può diventare, nelle mani di Dio,
l’inizio di una guarigione per tutto il Corpo di Cristo.
ALESSANDRO CORSINI
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8 commenti su “Appello di un Cattolico al Papa: Santità, Ordini Lei Stesso i Nuovi Vescovi Lefebvriani! Sani la Ferita!”
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Non sono sempre d’accordo con la mia amica Luisella, anzi quasi mai, ma questa volta la cito:
Luisella Scrosati, NBQ
“Don Pagliarani gioca così la carta di ingraziarsi Fernández nel modo più cinico e opportunista possibile, ossia mostrandosi nemico del suo nemico. È colpa di Müller, di Benedetto XVI, di Giovanni Paolo II, di tutti coloro che hanno insistito su un minimum dottrinale per giungere ad un accordo, se la nave si è arenata prima di giungere al porto. La soluzione suggerita dalla FSSPX è invece quella di ricordare a Fernández il suo “primo amore”, di ritornare nel campo amico di Francesco, nella prospettiva del «todos, todos, todos», dei casi particolari di Amoris Lætitia, dell’uscita dagli schemi: «Nel corso dell’ultimo decennio, papa Francesco e Lei stesso avete ampiamente promosso “l’ascolto” e la comprensione di situazioni particolari, complesse, eccezionali, estranee agli schemi ordinari. Avete pure auspicato un uso del diritto canonico che sia sempre pastorale, flessibile e ragionevole, senza pretendere di risolvere tutto mediante automatismi giuridici e schemi precostituiti. La Fraternità non Le chiede nient’altro nel presente frangente».
“Don Pagliarani e i suoi assistenti si mostrano dunque particolarmente sensibili alla linea “flessibile” di Francesco, quella che ha devastato la Chiesa per oltre un decennio e ha spinto molti cattolici, spesso in buona fede, a frequentare le cappelle della Fraternità per sottrarsi proprio a questa sciagura. E invece è proprio la “linea-Francesco”, a-dottrinale ed a-giuridica, che la Fraternità auspica; e non è un mistero che sia stato proprio Francesco il migliore interlocutore della FSSPX, la quale, forte dell’amicizia di Bergoglio con il secondo assistente generale, don Christian Bouchacourt, superiore del Distretto dell’America del Sud dal 2003 al 2015, ha cercato di sfruttare a proprio vantaggio le lacune del Papa argentino sulla dottrina e la sua allergia alla dimensione giuridica della Chiesa, per ottenere l’approvazione a continuare nella propria situazione scismatica. E il gioco era quasi riuscito: la Fraternità aveva infatti ottenuto “gratuitamente” la facoltà per le confessioni (fino ad allora invalide) e la possibilità per gli Ordinari di concedere l’autorizzazione di assistere ai matrimoni dei fedeli legati alla Fraternità.
“Il colpo successivo sarebbe stato proprio quello di chiedere a Francesco una “benedizione” per le consacrazioni episcopali, senza alcuna ricomposizione della comunione con la gerarchia cattolica. Ed è esattamente quello che la Fraternità domanda adesso a Fernández, chiedendogli di applicare la dottrina “francescana” della separazione tra dottrina e pastorale: «nella consapevolezza condivisa che non possiamo trovare un accordo sulla dottrina, mi sembra che l’unico punto sul quale possiamo incontrarci sia quello della carità verso le anime e verso la Chiesa», riconoscendo «il valore del bene che essa [FSSPX] può compiere, nonostante la sua situazione canonica». Dopo l’adulterio, anche lo scisma è ormai divenuto un “bene possibile”.
https://lanuovabq.it/it/doppio-rifiuto-i-lefebvriani-respingono-le-proposte-di-roma
Bravo, quanto scrive rispecchia il pensare di moltissimi all’interno della Fraternità, fedeli ma anche molti sacerdoti. Non tutti i preti lefebvriani sono infatti uguali: c’è chi è un radicale inacidito e c’è chi vive la propria condizione di ‘irregolare’ con serenità, pace, benevolenza verso tutti, aspettando magari il ritorno a ‘casa’.
C’è da dire che le posizioni della Fraternità non sono tutte giuste, soprattutto quelle auto-giustificative, caratterizzate spesso dall’accostamento e affastellamento di argomenti che essendo su piani differenti, andrebbero affrontati uno a uno. Ma frequentando la Fraternità mi sono accorto che i suoi preti non sono in grado di argomentare oltre gli slogan ufficiali, perché spesso hanno una preparazione carente, limitata al “tradizionalismo” più recente e alquanto ignara della vera Tradizione della Chiesa, ricca di duemila anni di storia.
Sullo “stato di necessità” per esempio si fa molta confusione.
Anche sulle consacrazioni episcopali c’è ambiguità e disinformazione. Se la Fraternità non è una Diocesi, Ordinariato o Prelatura personale non le può pretendere. È infatti una congregazione di sacerdoti. Se la Chiesa le concedesse a lei, perché allora non concederle anche alla Fraternità San Pietro e a tutte quelle realtà che ne potrebbero farne richiesta?
Questo è solo un piccolo esempio di tante cose che non filano nella loro “dottrina”.
Resta comunque la gratitudine per la loro abnegazione a spendersi, celebrare Messe qua e là, confessare…
Follia allo stato puro.
Per ordinare i vescovi tradizionalisti il Papa dovrebbe prima abiurare al Concilio Vaticano II e a tutto quello che ne è conseguito.
Non è un problema della FSSPX è un problema del Papa.
Caro Signor Corsini,
leggo la Sua lettera con attenzione ma da cattolico, e quindi legato alla Chiesa di Roma, sento il dovere di esprimere alcune riserve sostanziali.
La gratitudine personale verso la Fraternità può essere comprensibile sul piano biografico. Tuttavia un cattolico non può impostare il discorso ecclesiale come se la normalità della Chiesa fosse sospesa da quarant’anni e sostituita da una condizione “eccezionale” destinata a durare indefinitamente.
La Chiesa non vive in uno stato permanente di emergenza.
Cristo non ha promesso la sopravvivenza di gruppi di resistenza, ma l’indefettibilità della Chiesa fondata su Pietro.
Quando Lei parla di “rifiuto dei testi conciliari che contraddicono ciò che la Chiesa ha sempre insegnato”, entra in un terreno che un cattolico non può assumere come premessa. Il Concilio Vaticano II è un Concilio ecumenico legittimo della Chiesa cattolica. Può essere oggetto di interpretazioni, chiarimenti, approfondimenti— ma non può essere trattato come un corpo estraneo o come un incidente della storia.
L’idea che l’eccezione sia diventata sistema non è un’accusa psicologica: è un dato ecclesiologico. Se una situazione nata come temporanea diventa strutturale, il problema non è più solo la crisi, ma la scelta di permanervi.
Inoltre, un cattolico non può considerare le consacrazioni episcopali senza mandato pontificio come un evento neutro o semplicemente strategico. L’episcopato non è una funzione autonoma: è intrinsecamente legato alla comunione gerarchica con il Papa. Non è questione di stile, ma di struttura sacramentale della Chiesa è un cattolico che si dice legato alla tradizione lo dovrebbe sapere.
Lei richiama giustamente l’unità e propone che il Papa consacri personalmente nuovi vescovi per la Fraternità. Il Papa liberamente lo può fare., Ma ciò presuppone che la Fraternità riconosca pienamente l’autorità del Papa non solo come gesto simbolico, bensì come principio concreto di comunione e obbedienza.
Un cattolico può soffrire per le ambiguità, può desiderare maggiore chiarezza, può criticare legittimamente derive pastorali e tra questi ci sono anch’io. Ma non può costruire la propria posizione su una contrapposizione stabile tra “Roma” e “Tradizione”, come se fossero due poli distinti.
Roma non è l’altra parte.
Roma è la Chiesa visibile nella sua forma apostolica.
La Tradizione autentica non è alternativa alla Chiesa concreta; è la vita della Chiesa concreta. Quando la Tradizione viene percepita come realtà che deve operare “nonostante Roma”, qualcosa nell’impostazione ecclesiologica si incrina.
La guarigione non verrà dall’istituzionalizzazione dell’eccezione, ma da una rinnovata fiducia nella promessa di Cristo: “Le porte degli inferi non prevarranno”.
Come cattolico, io non posso accettare che la normalità sia fuori dalla piena comunione visibile con il Successore di Pietro.
Posso comprendere le sofferenze.
Posso riconoscere le crisi.
Ma non posso fare dell’eccezione un modello permanente.
La Tradizione non si salva separandosi, ma rimanendo nella comunione gerarchica che Cristo ha voluto per la Sua Chiesa. Questo è cattolicesimo vero.
Con franchezza e rispetto.
Questa lettera la sottoscriverei, restando inteso che può essere istruttiva giusto per i lettori di Stilum.
Perché, che possa giungere a Prevost ne dubito assai; che possa smuoverlo, poi…
Comunque, lo scisma è in atto da tempo, NEI FATTI.
Ma gli scismatici non sono certamente quelli della FSSPX, bensì la pseudochiesa postconciliare.
Giacché lo scisma che conta, per me, è da intendersi rispetto alla Chiesa “Corpo Mistico di Cristo”, non certo rispetto all’occupante di turno della sede di Pietro.
Questa è la fissazione dei tanti che ancora soffrono di papolatria e che reclamano unità ad OGNI COSTO (anche al costo dell’apostasia) sotto l’arbitrio del papa.
Come se il Signore non avesse detto: “Pensate che io sia venuto a portare la concordia sulla terra? No, vi dico ma la DIVISIONE!” (Lc 12,51).
A parte che non lo farà poiché sconfesserebbe il suo padrino Bergoglio che non smette di citare e incensare, ma anche se lo facesse che ne verrebbe fuori? Una Chiesa bicefala con dottrine e liturgie eterogenee? Una Chiesa che predica la conversione a Cristo e un’altra che predica la conversione ecologica?
c’è un problema però, è che loro pensano di essere sani, mentre malati sono tutti quelli che non condividono l’eresia modernista.
C. Gazzoli
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