Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto offre alla vostra attenzione queste riflessioni su una malattia che purtroppo colpisce anche chi sta scrivendo queste righe, il Morbo di Book…
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I LIBRI, QUESTI OPPRESSORI

«Non siamo di quelli che riescono a pensare solo in mezzo ai libri, sotto la scossa dei libri; è nostra ferma consuetudine pensare all’aria aperta, camminando, saltando, salendo, danzando, preferibilmente su monti solitari o sulla riva del mare, laddove sono le vie stesse a farsi meditabonde. Le nostre prime questioni di valore, relativamente a libri, uomini e musica, sono di questo tenore: “è costui in grado di camminare? E ancor più di danzare»?
Friedrich Nietzsche
«Il mondo esterno in sé è il mio libro; non ho bisogno di libri scritti con inchiostro nero».
Jetsun Milarepa
«Forse ci difenderà ancora il canto di un uccello, una stella che ci mostra la sua predilezione, la linea azzurra dei monti nel tramonto d’oro e la parola che matura nel silenzio più profondo».
Ghiannis Ritsos
«La bellezza degli alberi, la delicatezza dell’aria,
il profumo dell’erba, mi parlano.
La cima della montagna, il tuono del cielo,
il ritmo del mare, mi parlano.
La flebilità delle stelle, la freschezza del mattino,
la goccia di rugiada, mi parlano.
La forza del fuoco, il gusto del salmone,
il sentiero del sole, e la vita che non passa mai, mi parlano.
E il mio cuore vola».
Capo Dan George (Geswanouth Slahoot)
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Trovo del tutto condivisibile quanto afferma, direi quasi platonicamente, Nicolas Gomez Davila:
«I libri seri non istruiscono, interrogano».
Tuttavia, osservo che il tempo – decine di anni – delle interrogazioni emergenti da pagine scritte da altri è per me tramontato. Seppur ha costituito un buon allenamento, forse indispensabilmente propedeutico, il rispondere interminabile alle interminabili interrogazioni di altri mi ha spossato, ragion per cui da molti anni il mio aggiornamento pratico-mistico-filosofico, quindi non meramente intellettuale, anzi assai poco intellettuale, è ridottissimo, cioè esclusivamente aforismatico.
D’altro canto, Pirandello nota umoristicamente un fatto tragico:
«I libri pesano: eppure, chi se ne ciba e se li mette in corpo vive tra le nuvole».
Non leggo più libri poiché, oltre a farmi vivere tra le nuvole, mi risultano insopportabili per la montagna – la pesantezza – di parole e concetti che mi riversano addosso e mi tolgono l’aria. Dico l’aria della Coscienza, non quella fisica. Niente di peggio della Coscienza infarcita di parole e concetti che presumono di rappresentare l’Irrappresentabile, dire l’Ineffabile, relativizzare l’Assoluto, definire la Parola, catturare la Luce, sicché ogni libro è diventato per me un pericoloso oppressore e riduttore della Coscienza, una sorta di forca caudina che mi costringe a piegarmi sotto il profluvio di elucubrazioni dell’autore che non costituiscono più uno stimolo bensì una saturazione asfissiante. Percepisco quello che scrivono le torme di tutti gli autori come una violenza. Quindi, di riflesso, risulta preziosa per me l’incapacità di scrivere libri, che preserva l’incolumità della mia Coscienza non permettendomi di scrivere ogni volta più di sette/otto cartelle. E poi, assai meglio due ore sugli scogli a contemplare il mare, il cielo, le vele bianche e i gabbiani, che il chiasso distraente e anticontemplativo delle parole e dei concetti di un libro.
Così, persino il perdermi sognante nei meandri delle librerie di via della Conciliazione, tappe fisse per anni e anni delle mie passeggiate a san Pietro e dintorni, non mi attira più, ed anzi se vedo una qualunque vetrina allestita con un mucchio (ai miei occhi niente più che un mucchio) di libri, mi coglie subito un senso di ripulsa. Milioni di pagine con miliardi di parole e concetti: a che servono? La risposta è difficilmente confutabile: a fomentare la confusione pandemonica. Ogni libreria testimonia la mancanza del Sapido, del Sapiente in sé. Ogni libreria è una fiera di pasticci ammuffiti. La Parola Primordiale è disintegrata e spiaccicata in nero su chilometri e chilometri quadrati di pagine originariamente bianche, illibate, ma poi violate senza ritegno; il bianco dell’Assoluto contaminato (nell’essere umano) dal nero del Relativo. Bianco e Nero, s’intende, distinti e non separati, ma, grazie al turbinio parolaio concettuale, pandemonicamente divisi e confusi.
Il proliferare abnorme di scrittori e di libri testimonia un affanno disperato nell’inquadrare il Quid Vitale di cui si avverte l’illusoria distanza e che tanto più sfugge quanto più si pretende di afferrarlo scrivendone e dicendone. Eggregora particolare e confusionaria, poiché tutt’altro che omogenea, è quella degli scrittori e parlatori di Dio, dei teo-loghi o sedicenti tali che producono caterve di pagine per scrivere del nulla, giacchè il Quid Vitale è Luce e perciò agli antipodi del disomogeneo, abbuiante affastellamento sillogistico teologico, che arranca intorno alla Parola e pretende di sostituirsi alla Luce che non è parole né concetti né definizioni, e ancor meno un pietrificato sistema di definizioni che alfabetizzano lo Spirito uccidendolo.
Pertanto, per quel che mi riguarda, non si tratta di un aggiornamento per continuare ad accatastare ingombranti e inconcludenti nozioni, bensì per trovare repentini sprazzi di Luce a conferma della mia personalissima esperienza, certamente una delle tante altre (che riscuotono il mio pieno rispetto), dacché in fondo chiunque parli o scriva non può farlo che in seguito alla propria soggettiva (e libera?) esperienza. Infatti, non vi sono parole e concetti scritti o parlati che non riflettano fedelmente l’esperienza personale, quale ne sia la qualità, di chi parla o scrive (e agisce). Di fatto, ognuno parla e scrive (e agisce) secondo ciò di cui si pasce e che lo in-forma, cioè lo forma, lo plasma, lo modella in interiore, che è come dire lo limita. Niente di più coartante della “formazione delle coscienze” che violenta e compromette l’innocenza infantile, poi difficile da recuperare se si vuol entrare nel Regno dei cieli. D’altronde, chi sarebbero i formatori condizionanti se non coloro che a loro volta sono condizionati da una forma che ne imballa la Coscienza? L’umanità è dominata da molteplici eggregore oligarchiche di specialisti in più o meno dichiarate “formazioni delle coscienze” che infine sono vere e proprie plagiatrici delle medesime.
Di qui il mio rigetto di chiunque si dilunghi ed insista reiteratamente nell’ammannire la propria visione del vivere, dacché la vera visione è la … non-visione, che è l’unica panoramica: fissare l’attenzione soltanto sui particolari impedisce di vedere il Tutto. Un libro è un coacervo di particolari che svia dal panorama, un’analisi che disintegra la sintesi. L’evangelico idropico può essere anche uno gonfio di libri, che mai potrà passare per la “porta stretta”, evidentemente fatta per i soli … magri e analfabeti.
Gli è invece che la Verità – è Lei stessa, che lo dice – libera la Coscienza, non la costringe in una forma. Il Cristo non ha insegnato cosa vedere bensì come guardare con povertà di spirito e purezza di cuore – «se dunque il tuo occhio è limpido …» – , e così fanno i veri maestri spirituali (ce ne sono ancora?) che certamente non sono formatori di coscienze, o inculcatori di forme, o plagiatori che dir si voglia.
Dice il poeta zen Matsuo Basho:
«Non cercare di seguire le orme dei savi che ti hanno preceduto, cerca ciò che essi cercavano».
Quindi il Ciò è da cercare affinché … ci trovi. L’Uomo cerca il Ciò e il Ciò trova l’Uomo. Il parlare e scrivere a profusione del Ciò è la prova di un’inadeguata e fallimentare ricerca che s’illude di averLo in qualche modo irretito. Così, il parlare e lo scrivere del Ciò finisce per costituire uno scadente surrogato di Esso che invece resta nella sua indicibilità e inscrivibilità. Di qui l’opportunità dell’apofasi: districamento totale da tutto ciò che si frappone fra la Coscienza e la Luce.
Altro preziosissimo aforisma: «Guardate gli uccelli del cielo e i gigli dei campi» … che non sanno che farsene dei libri dato che è il Padre che provvede a nutrirli e vestirli: intervento diretto, analfabetico. Lo Spirito è Fuoco che cauterizza ogni arzigogolo mentale. La Parola è Luce che spazza via la cortina fumogena degli arrovellamenti intellettualistici e delle chiacchiere.
Per quanto mi riguarda, basta imbattermi in una più o meno breve frase (di chicchessia) dalla quale filtra un guizzo di Luce che conferma la mia pratica apofatica, quindi ultra-formale e anti-oligarchica, per sentire che quell’aforisma avrei potuto scriverlo io, e dunque non lo leggo per la prima volta per apprendere, bensì lo riscrivo, anzi, per un omaggio ai miei denigratori Sani di mente, lo copio e incollo … a patto che anch’essi riconoscano che ogni loro citazione è un “copia e incolla”.
Copio e incollo quel che già so, ovviamente non tanto nella sua espressione verbale quanto nel suo profondo e unico significato. Esempio di aforisma che copio e incollo, in cui si specchia nettamente la pratica che seguo è l’esortazione antiformale dell’Aeropagita:
«Ma tu, o mio caro Timoteo, applicati intensamente alle mistiche visioni, metti da parte le sensazioni, le attività intellettuali, tutte le cose sensibili ed intellegibili, tutto ciò che non esiste e che esiste e per quanto puoi abbandonati senza più conoscere all’unione con ciò che è al di sopra di ogni essere e di ogni conoscenza: nel tuo abbandono incondizionato, assoluto e puro al raggio sovraessenziale della tenebra divina elimina tutto, e una volta staccatoti da tutto lasciati portare verso l’alto».
Abbandonarsi senza più conoscere, staccarsi da tutto e lasciarsi portare verso l’alto: sublime collaborazione teandrica! E già: se l’Uomo non può nulla senza Dio, Dio non può nulla senza l’Uomo. E che Dio si sia fatto Uomo lo conferma.
L’Aeropagita è riassunto nei due brevissimi (ah, che sollievo!) aforismi evangelici che copio e incollo, i quali, è il caso di dirlo, sono tutto un programma … apofatico:
– «Beati i poveri in spirito perché di essi è il Regno dei cieli».
– «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio».
Applicarsi alla propria povertà e purezza, quindi a lasciar andare ogni definizione, cioè ogni limitazione, è ciò che conta: tutto il resto è superfluo, distraente, insidioso, poiché costituisce il mondo delle forme o delle ombre che dir si voglia, utili sì (ma non tutte), sul piano orizzontale terreno, ma del tutto inutili ed anzi ostacolanti riguardo alla Verticalità celeste, lungo la quale si può ascendere soltanto vincendo la gravità terrestre.
Christos Yannaras scrive – ed io copio e incollo – dell’ «approccio apofatico/indiretto alla conoscenza mediante l’esclusione dei predicati positivi», e ancora: «l’uso del metodo apofatico mira a trascendere sia le affermazioni che le negazioni, nella libertà da qualunque predeterminazione concettuale della conoscenza».
La «predeterminazione concettuale della conoscenza», cioè la forma, è proprio quella di cui è zeppo ogni libro, che insieme al linguaggio parlato costituisce quello che sembra un ponte tra il Divino e l’Umano, mentre, almeno per me, si rivela come un muro che deve franare, se la Teandria ha da realizzarsi grazie alla Luce, alla Parola. Ed il fatto che i costrutti di parole e concetti costituiscano un “orientamento” vale fino a una certo punto, giacché l’attaccamento ad essi, un non poterne fare a meno, finisce per costituire un blocco formale, per cui si rimane orientati ma fermi nell’ombra, impietriti dalle/nelle parole e nei concetti, perciò limitati dalla/nella forma.
Copio e incollo un aforisma di Simon Weil:
«L’attaccamento è il grande fabbricatore di illusioni; la realtà può essere ottenuta solo da chi è distaccato».
Copio e incollo anche quello di Deepak Chopra:
«Nel distacco risiede la saggezza dell’incertezza […] nella saggezza dell’incertezza risiede la libertà dal nostro passato, dal conosciuto, che è la prigione del condizionamento passato. E nella nostra disponibilità a fare un passo verso l’ignoto, il campo di tutte le possibilità, ci abbandoniamo alla mente creativa che orchestra la danza dell’universo».
«La mente creativa che orchestra la danza dell’universo»: richiamo chiarissimo ai tre aforismi in esergo. Chi è capace di danzare al ritmo sovra-parolaio e sovra-concettuale del cosmo? Chi è fiume che senza istruzioni scorree verso il mare?
L’Ineffabile, ossia la “sovraessenzialità della tenebra divina” di cui nell’Aeropagita, è spiegato – tratto dalle pieghe – da parole e concetti che però nel contempo costituiscono il muro che lo occultano e quindi, come già osservato, deve franare. Le mura di Gerico non cadono davanti ad un dogma o a un ferreo sillogismo teologico, bensì al suono delle trombe, cioè di una solenne vibrazione etereo-angelica. Vibrazione iper eterea e massimanente regale è quella della Parola, cioè del … Silenzio che è un inconcepibile vuoto dinamico e perciò trascende e suscita tutte le forme.
Oltre il muro delle parole e dei concetti è l’indicibile, inconcepibile “sostanza” di cui in Gregorio di Nissa che copio e incollo:
«La sostanza che è al di sopra del creato, poiché è estranea a ogni idea di periodo di tempo, sfugge a ogni successione nel tempo, perché non è partita da nessun inizio del genere, non procede e non va a terminare in una fine, in nessun modo che si trovi conforme a un certo ordine».
Ora, siccome ogni libro, come ogni linguaggio, presenta (con beneficio d’inventario) «un certo ordine», quindi una certa forma a cui la sostanza increata «in nessun modo si trova conforme», ecco la necessità di abbandonare ogni ordine messo per iscritto o parlato – ogni “ordine alfabetico” direbbe José Bérgamin –, cioè ogni orientamento formale e … spiccare il salto apofatico verso la sostanza senza forma: il salto dell’analfabeta, dell’ignorante cusaniano.
Copio e incollo altre tre perle della medesima collana apofatica in merito all’ardimento richiesto dal salto apofatico, al volo spiccato uscendo dalla gabbia delle parole e dei concetti, risorgendo dalla tomba dei libri.
Ardimento che arcanamente nasce da sé, non per volontà umana e quindi uno ce l’ha o non ce l’ha, ma a cui, ovviamente, la volontà umana deve contribuire, se non ha restare una velleità “spirituale”.
– Giovanni della Croce: «Se un uomo vuole essere certo della strada da percorrere, deve chiudere gli occhi e procedere al buio».
– Jalal al-Din Rumi: «Dove pensi di perderti, lì inizia il cammino».
– Herman Hesse: «Viaggiare deve comportare la rinuncia all’ordinario per lo straordinario».
Il buio, il perdersi, la rinuncia all’ordinario: apofatica ignoranza.
Non senza un gusto bonariamente sadico, copio e incollo un aforisma di Jacob Böhme, impugnandolo come una spada per assestare una piattonata (non un fendente) su libri, biblioteche e formatori-inculcatori di coscienze:
«Noi uomini abbiamo un libro in comune che indica Dio. Ognuno lo ha dentro di sé, ed è l’inestimabile Nome di Dio. Le sue lettere sono fiamme del Suo amore, che egli, dal Suo cuore, nell’inestimabile Nome di Gesù, ha rivelato a noi. Leggete queste lettere nei vostri cuori e nei vostri spiriti e avrete libri a sufficienza. Tutti gli scritti dei figli di Dio vi indirizzano a quell’unico libro, perché in esso giacciono tutti i tesori della saggezza. Questo libro è Cristo in voi».
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11 commenti su “I Libri, Questi Oppressori…Il Matto”
Adriana carissima,
la tua domanda a Stefano Raimondo mi offre l’occasione per osservare quanto segue a proposito del dubbio circa l’interiorità che ognuno dovrebbe possedere.
Ritengo si possa affermare che chiunque pensi e parli – non importa di quale argomento – possegga un’interiorità; diversamente non saprebbe di che pensare e parlare, dal momento che ciò che di cui pensa e parla lo ha, in un modo o nell’altro, appreso – o gli è stato inculcato – dall’esterno.
Diversamente, la sensibilità dipende da un in-identificabile motivo ancestrale. Per esempio, il medesimo verso poetico che penetra nell’interiorità di Tizio e Caio, può provocare un elevazione spirituale a Tizio e risultare del tutto indifferente a Caio.
Ciao.
Caro il Matto,
io sto per il “diversamente”. A questo proposito, esiste uno splendido-atroce racconto che ha come argomento la “redenzione” dell’uomo. Il protagonista è un fulvo albionico di buona cultura “perduto” in un’isola dei mari del sud. Dopo essersi scontrato (mosso da generose intenzioni ) sia con le autorità coloniali, sia con l’atteggiamento di pigra sudditanza alle medesime da parte degli indigeni, non gli rimane che abbandonarsi all’alcool…totalmente, sconciamente. Vicino gli rimane esclusivamente un indigeno, uno che- di norma- rimane pressochè muto: non richiesto, è però l’unico che non lo giudica, limitandosi ad accudirlo nei momenti di massima crisi etilica. Sarà costui a convincerlo in qualche modo ad imbarcarsi con lui su una piroga, per dirigersi verso l’isola della propria tribù d’origine. Perso per perso…il reietto accetta. Il viaggio, in astinenza, sta per farlo ammattire… diventa violento; il vogatore è costretto a legarlo, pur non smettendo mai di prestargli le proprie cure con premura quasi materna… Il mare è vasto, sembra che il viaggio non abbia fine. Le crisi vanno scemando… Al colonialista mancato tornano alla mente pagine della sua giovinezza, assieme a pagine studiate-un tempo- all’Università, pagine di poesia, soprattutto, quelle che avevano contribuito ad illuminarlo quando egli si sentiva un uomo migliore.
E’ in quella luce (ora riscoperta) che egli esamina, per la prima volta, il suo “compagno”: un salvatore che l’ha guarito, umile, premuroso, provvidenziale!
Si intravvede una nuova costa, la promessa di una nuova vita…il salvatore gli si avvicina…un balenìo di machete…L’ultima voce del “ex colonizzatore” è il suono di una gorgogliante risata di consapevolezza. Fulmineamente la realtà si è fatta largo nella sua mente.
L’unico scopo del suo “sensibile” servo, poi “amico”, di colui che l’aveva sempre sopportato, era di portare alla propria tribù la sua formidabile e rara e pregevole testa rossa- nelle sue condizioni migliori- per ottenere il diritto di sbarcare- finalmente- aureolato di “gloria”.
Ciao, con affetto, A.
Bene epperò per fare ironia sugli affamati di libri e i grafomani questo scritto è abbastanza lungo. l’ho letto in parte però concordo.
Temo che tornerò a leggerlo un po’ alla volta , a dosi omoepatiche
La ringrazio per la pazienza.
Purtroppo per comunicare circa ciò che è deleterio della comunicazioe e quindi per negarlo, non c’è altro mezzo che … comunicare. E’ una contraddizione necessaria. Anche negare è un’affermare.
Pensi a quanti libri son stati scritti sul Silenzio …
Comunque, come ho scritto, i miei articoli non superano le sette/otto cartelle, come dire una nullità rispetto alla montagna di libri che vengono sfornati.
Con un distinto saluto.
P.S. Mi scusi, ma le “dosi” dovrebbero essere allopatiche, non omeopatiche 😊
Bene. grazie del Tuo commento e per aver colto e, penso, apprezzata la mia ironia che era ed è benevola. Non tutti hanno lo spirito di chiamarsi Matto, io pure un poco lo sono, spero di crescere nella follia. Vede, i matti mai ammetterebbero di esserlo e di definirsi tali.
I cosiddetti sani mai si autodefinirebbero matti, detto cosi matti non esisterebbero. Chi si dà del matto da sé allora chi é?
Domani darò di Matto e leggerò per intero -I LIBRI, QUESTI OPPRESSORI-.
per salutare voglio ricordare che tempo fa il Matto scrisse qui un articolo sul “”nulla”: e anche li, in un commento, scrissi di aver interrotto la lettura informando che ero in guerra col nulla. fui meritevole di una risposta come ora.
Promessa, mi condanno a leggere ogni scritto del matto e tacere.
🙏
Però, la invito a non tacere sempre. Ogni tanto, soltanto ogni tanto, qualche gradito contributo lo può dare.
Tra le parole filtra sempre qualcosa che sta prima e dietro di esse, e che può essere un fumo grigio o uno sprazzo di Luce.
A presto … o più tardi 😉
Rumi afferma anche: “ciò che cerchi sta cercando te”. (Da capire se sia un invito a cessare la ricerca, a continuare a farla, oppure a proseguire con più pacatezza e consapevolezza).
A parte questo, il vero problema a mio avviso è l’approccio con cui ci avviciniamo ai libri: dovremmo prima chiederci: cosa so io di questo argomento? Altrimenti manca il filtro, rischiamo di far entrare dentro di noi concetti che in realtà non condividiamo, facciamo entrare qualcosa di estraneo, e ciò è grave, ci farà del male alla lunga. Se non conosciamo già la materia non abbiamo le difese.
Concordo con il Matto che è più utile – e onesto con noi stessi – soffermarsi a contemplare un tramonto che leggere mille libri: nel tramonto posso specchiarmi, non c’è niente di estraneo, e rimanda al mio interno, il libro invece è opera di un’altra persona, con tutto ciò che ne consegue.
Bel commento.
Rumi è molto … zen. Bisogna cercare senza cercare … qualcosa.
Si tratta di una ricerca pura, libera da qualsiasi congettura e immagine quale surrogato del Cercato che non è il Cercato.
Ogni congettura e immagine è una proiezione della mente che si frappone fra il Cercatore e il Cercato. Che poi è il Cercato che trova il Cercatore.
Ciao.
Caro Stefano Raimondo,
” il tramonto rimanda al mio interno” … È proprio sicuro che ognuno ” disponga” di una interiorità? Specialmente sensibile come quella di un Friedrich (per usare immagini e non parole)?
Con me Adriana sfondi una porta aperta: se ho ben capito cosa vuoi dire, concordo con te. Io addirittura ho dei dubbi sul fatto che tutti abbiano un’anima… discordando quindi col cristianesimo. Nietzsche afferma: “il corpo getta un’ombra, l’anima luce. Tutti hanno l’ombra. Ma non l’anima”.
Comunque sia, e immodestamente, io ritengo di avere una interiorità (poi ovviamente le sensibilità sono diverse; l’ampiezza, se così si può chiamare, della interiorità varia da persona a persona).
Caro Stefano Raimondo,
e qua odo già da lontano gli ululati dei lupi “saggi”, inorriditi da tanta “audacia”.
Sull’argomento luce ed ombra, ho sempre trovato assai interessante un paradosso (?) di O. Wilde ( a parlare è l’anima del pescatore ): ” Io non sono l’ombra del corpo, ma il corpo dell’anima “. Un caro saluto, A.
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