Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il nostro Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su due termini che hanno radici vicine, ma che in realtà hanno funzioni diametralmente opposte…Buona lettura e meditazione.
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DEL DIALOGO E DEL DIAVOLO
«Il più grande problema nella comunicazione è che non ascoltiamo per capire. Ascoltiamo per ribattere».
Stephen R. Covey
«Gli uomini impazziscono perché non sanno che il conflitto è dentro di loro, e ciascuno addossa il torto all’altro. Se una metà dell’umanità è in torto, allora è in torto – per metà – ogni essere umano. Ma non vede il conflitto presente mella propria anima, che però è la fonte della sventura esterna […]. Per continuare a vivere tu hai bisogno di essere intero».
Carl Gustav Jung
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Cominciamo con l’etimo di dialogo: DIA fra e LOGOS discorso, più specialmente componimento a discorsi alternati.
E vi accostiamo quello di diavolo: DIA a traverso e BALLO getto, metto.
Occorre onestamente riconoscere come il fra di dia-logo e il getto di traverso di dia-volo risultino spessissimo sinonimi: da tratto d’unione il fra muta in ostacolo mettendosi di traverso. Di qui la dialettica che da colloquio o conversazione scade a discussione o disputa. Infatti discutere è composto dalla particella DIS separazione e CUTERE scuotere, agitare, mentre disputare è composto da DIS separazione e PUTARE rendere netto, epurare, ovviamente secondo che conviene al soggetto epuratore in reciproca agitazione con altri soggetti epuratori. Anzi, da epurare è l’interlocutore in persona. Meglio il comodo monologo incontrastato che il sofferto dialogo: nel monologo uno se la canta e se la suona, nel dialogo si è costretti ad ascoltare l’altro (il monologo dell’altro) che infine si rivela un avversario su cui ci si deve istintivamente imporre o di cui ci si deve liberare.
L’argomento oggetto del dialogo è rappresentato dall’osso che i due cani si contendono, cioè il fra che si mette di traverso, cioè il diavolo. Sennonché l’argomento oggetto di contesa non ha vita in se stesso, e perciò non può essere il diavolo, ragion per cui non resta che una eventualità, e cioè che il diavolo sia suscitato dal cuore accanito dei dialoganti. Il diavolo domina il cuore dei dialoganti che si contendono l’osso! Magari l’osso della “verità”!
Quindi, come il Regno dei cieli, anche il diavolo, il divisore, è dentro gli uomini: «il conflitto è dentro di loro» dice Jung, che poi aggiunge rivolto al singolo: «hai bisogno di essere intero». Essere interi o divisi: questo il tema di fondo.
E così, DIA-logo + DIA-volo + DIA-lettica + DIS-puta = BARAONDA.
Significativo, a proprosito della DIA-lettica, quanto si trova in treccani.it:
«Arte del dialogare, del discutere, come tecnica e abilità di presentare gl argomenti adatti a dimostrare un assunto, a persuadere un interlocutore; a far trionfare il proprio punto di vista su quello dell’antagonista» (treccani.it).
Eccolo il bandolo della matassa: «far trionfare il proprio punto di vista». Ma un “punto di vista” è limitato proprio in quanto tale, sicché il voler “far trionfare” il pensiero frantumato ed equivoco – qualunque esso sia – costituisce una vera e propria prevaricazione. E, di fatto, inutile nasconderselo, la vita degli esseri umani è accompagnata dalla prevaricazione, la quale è sempre colpevole perché foriera di conflitto.
Difficile negare che la baraonda planetaria sia il frutto marcio di una presunzione di verità dei dialoganti, ciascuno dei quali si aggrappa al proprio pensiero, magari mettendosi “democraticamente” al sicuro con il classico “è mia opinione”, ma che in ogni caso sarà sempre “più vera” di quelle dell’interlocutore che manco a dirlo ricambia il favore, per il protrarsi stucchevole dell’accanimento dialettico-diabolico, spesso aspro e sprezzante, in nome della “verità”. Fenomeno davvero vomitevole. Zuppa stantia, oltretutto ammannita alla massa zombizzata davanti al televisore ed allo smartphone, nonché al servitorame che “scende in piazza”.
Marco Aurelio:
«Tutto ciò che sentiamo è un’opinione, non un fatto. Tutto ciò che vediamo è una prospettiva, non la verità».
Chandra Livia Candiani:
«Quasi sempre, noi non incontriamo gli altri, ma le opinioni che abbiamo su di loro; non incontriamo le loro visioni ma la nostra reazione alle loro visioni; non usciamo quasi mai dallo schema della ragione o del torto. Perdere questa fissità trasforma ogni secondo della vita».
Lo SCHEMA FISSO della ragione o del torto: micidiale PIETRIFICAZIONE!
Tich Nhat Hanh:
«Per la maggior parte del tempo, la nostra testa è talmente piena di pensieri che non abbiamo spazio per ascoltare noi stessi o chiunque altro. Possiamo anche aver imparato dai nostri genitori o a scuola che dobbiamo ricordare una miriade di cose, dobbiamo tenere a mente una miriade di parole, nozioni, concetti, e pensiamo che questa scorta mentale ci sia utile nella vita. Ma, quando tentiamo di avere una conversazione genuina con qualcuno, ci riesce difficile sentire e capire l’interlocutore. Il silenzio consente ascolto profondo e risposta consapevole, le chiavi per una comunicazione totale e sincera. Molto di noi sono semplicemente sovraccarichi. Sembra che non abbiamo spazio per sentire e capire davvero gli altri. Qundo parliamo, naturalmente, stiamo soltanto dicendo ciò che ritieniamo corretto, ma talvolta, a causa del modo in cui lo diciamo, l’ascoltatore non riesce ad assimilarlo, quindi le nostre parole non sortiscono l’effetto desiderato di arrecare maggiore chiarezza e comprensione alla situazione. Dobbiamo chiedere a noi stessi: “Sto parlando tanto per parlare, oppure sto parlando perché penso che queste parole possano aiutare qualcuno a guarire?”. Quando le nostre parole sono pronunciate con compassione, basate sull’amore e la consapevolezza di essere legati gli uni agli altri, allora il nostro discorso può definirsi retto discorso. Quando forniamo una risposta immediata a qualcuno, di solito stiamo semplicemente snocciolando le nostre conoscenze o reagendo in maniera emotiva. Ciò richiede un po’ di pratica. Prenditi il tempo, ogni giorno, di stare con il tuo respiro e i tuoi passi, di riportare la tua mente al tuo corpo e ricordati che hai un corpo! Prenditi il tempo, ogni giorno, di ascoltare con compassione il tuo bambino interiore, di ascoltare le cose dentro di te che stanno strepitando per farsi sentire. A quel punto saprai ascoltare gli altri».
Terapia suggerita da Louis-Ferdinand Céline per curare il putridume parolaio:
«Sappiate avere torto, il mondo è pieno di gente che ha ragione. È per questo che marcisce».
SAPER AVER TORTO: un’arte difficilissima che necessita di un lavorìo personale impegnativo ed ispirato.
Da precisare che non importa minimamente se l’accanimento impietrito sia dovuto a convinzioni religiose, politiche, economiche e via dicendo: se assunta drasticamente, ogni convinzione non può che far sorgere la fisima egoica di “avere ragione” e, manco a dirlo, di “stare dalla parte giusta”, ciò suscitando immmediatamente l’avversario che “ha torto” e “sta dalla parte sbagliata”, il quale, a sua volta …
Così, nemmeno si sospetta che c’è uno stato di coscienza superiore alla “ragione” e al “torto”, ed è lì che alberga la verità.
Gli è che l’entità che pretende di avere ragione e di stare dalla parte giusta è soltanto l’ego, ossia l’entità formata (dunque posticcia e limitata) dal coacervo di informazioni accumulate e passioni radicate che macchia e opprime la coscienza.
Invece, il dialogo ideale prende vita da una dimensione sottile: «Esiste qualcosa di più grande e più puro rispetto a ciò che la bocca pronuncia», dice Kahlil Gibran. E questo qualcosa è il Silenzio, abisso in cui l’ego si disperde.
Gli è che non appena prende a pensare, il pensiero si frantuma nel pensato, e i frantumi pensati si dividono in due correnti. Il dualismo è proprio del pensiero. Una volta pensato, il pensiero non può evitare l’aut-aut.
Come indica la lettera Y, il pensiero da uno I e sintetico si fa duale V e analitico-divergente, ossia si biforca nel dualismo dell’aut-aut : o questo o quello. Ad ogni affermazione si pone contro un’altra affermazione in quanto negazione. Ed è in questo dualismo che si dibatte la coscienza.
Il pensiero pensato definisce, inquadra, categorizza, distingue, cristallizzandosi in una forma che, proprio in quanto tale, non può corrispondere a nessun altra forma che esso stesso assume: uno è il pensiero nella sua sintesi pre-espressiva, molte sono le sue forme nell’espressione analitica, la quale si sviluppa sempre secondo l’aut-aut, cioè secondo una sequela di termini indicativi e qualificativi ciascuno dei quali ha il suo contrario. La dualità è la sorte del pensiero espresso.
Di conseguenza anche la lingua che conferisce voce al pensiero che diventa parlato o scritto risulta irriducibilmente biforcuta. In altri termini, non appena pensato e detto o scritto, il pensiero rimane intrappolato fra le due sponde dell’aut aut, senza speranza di poterne uscire. L’aut-aut, ovvero il principio di non contraddizione, riguarda il pensiero pensato, parlato e scritto, non il pensiero pensante che è … silenzio.
Mentre pensa, il pensiero prende ad opporsi a se stesso. Per esempio, il pensiero che pensa l’ateismo si oppone al pensiero che pensa il teismo. Prima di pensare, il pensiero è sempre se medesimo nella sua sintesi informale, ma le innumerevoli forme che concepisce sono inconciliabili. Il pensiero non ancora pensato è il medesimo: sono gli uomini che ne fanno un pensato fatalmente contraddittorio, non omogeneo, conflittuale. Pensiero pensato contro pensiero pensato. DIA-logo = DIA-triba.
Quindi l’aut-aut, cioè la biforcazione divergente V, è l’inconveniente fatale in cui incappa il pensiero (I) che si fa pensato, parlato e scritto. Nel momento in cui il pensiero esce da sé pensando, subito si frantuma e si cristallizza in una forma, e nella frantumazione-formalizzazione pone se stesso contro se stesso, frantume contro frantume, forma contro forma … uomo contro uomo. E, ovviamente, fede contro fede, giacché ogni fede positiva esprime un pensiero-forma che non si concilia con il pensiero-forma della altre fedi e delle altre visioni della vita.
Per questo non esiste alcun linguaggio – attraverso cui si esprime il pensato – esente dall’aut-aut, dal dualismo, dalla contrarietà, dall’opposizione, dal contrasto, dall’ostilità. Di conseguenza non esiste alcun linguaggio che possa dirsi univoco se non per pretesa di chi lo esprime. Quindi ogni linguaggio, dato il biforcarsi del pensiero pensante nel dualismo del pensato, non può che essere equivoco. Una volta pensato, il pensiero scade nell’equivocità che a sua volta produce linguaggi equivoci che si oppongono a linguaggi equivoci. E nel mondo delle forme – questo mondo – non può essere diversamente.
Di più, la biforcazione divergente comporta, in ciascuno dei due rami, una molteplicità di nessi con i conseguenti raggruppamenti e schieramenti i quali, è da tenere massimamente presente, fanno del pensato parlato e scritto un vero e proprio flagello confusionario. Così, la biforcazione diabolica diventa pluriforcazione iperdiabolica.
I giusti di Jorge Luis Borges:
«Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere un’etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina, che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo».
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7 commenti su “Del Dialogo, e del Diavolo…Il Matto.”
Tutto ciò che vediamo potrebbe anche essere altrimenti. (Wittgenstein – Tractatus)
Ad integrazione della citazione di Marco Aurelio.
di una noia mortale …
A cosa si riferisce?
All’articolo o al suo stato interiore?
“Prendiamo semplicemente atto” che siamo (da sempre?) nel bailamme più scorticante, e nessuno se ne può lamentare.
Riguardo ai “nostri giudizi” teniamo conto che sono “nostri”, quindi soggettivi, quindi fuori bersaglio per definizione.
Su tutto questo, con me sfondi una porta aperta.
Un saluto a te.
La riflessione proposta individua con acutezza molte patologie del parlare umano: la polemica permanente, l’ascolto strumentale, la parola usata come arma, il dialogo ridotto a campo di battaglia. Tutto questo è reale e sotto gli occhi di tutti. Ma il punto decisivo è la diagnosi della causa e, di conseguenza, la terapia indicata.
Attribuire la divisione al logos in quanto tale, al pensiero che si articola, alla parola che prende forma e quindi si oppone, significa spostare il problema dal cuore dell’uomo allo strumento. Nel cristianesimo, invece, non è il linguaggio a essere ferito: è l’uomo. Non è la parola che divide; è l’uso orgoglioso della parola da parte di un cuore non riconciliato.
Se il linguaggio fosse di per sé diabolico, allora Dio non avrebbe mai parlato. E invece la fede cristiana nasce da un’affermazione opposta e scandalosa: Dio parla, e parlando non frammenta, ma convoca; non disperde, ma raduna. La Parola non è l’origine del conflitto, ma la sua possibilità di redenzione.
Il silenzio, nel cristianesimo, come già ho sostenuto in altri scritti del Matto, ha un valore altissimo, ma non assoluto. Non è la dissoluzione della forma, né la fuga dalla parola. È ascolto che prepara la parola vera, non negazione del dire. Un silenzio assolutizzato, che pretende di essere superiore alla parola, finisce per negare l’Incarnazione stessa.
L’idea che la verità abiti “oltre” la ragione e il torto, in una dimensione indifferenziata che sospende ogni giudizio, non appartiene alla fede cristiana. Il cristianesimo non insegna che la verità sia l’assenza di distinzione, ma che esista una verità che giudica e converte chi giudica. Non elimina il discernimento: lo purifica dall’ego.
La pace non nasce dall’indistinto, ma dalla comunione. E la comunione non cancella le differenze, le riconcilia. L’unità cristiana non è pre-logica né amorfa; è unità nella distinzione. Anche Dio non è un Uno muto e indistinto, ma relazione viva.
Per questo il principio di non contraddizione non è una sciagura del pensiero, ma una condizione della verità comunicabile. Non ogni opposizione è diabolica; diabolica è la menzogna. Non è la distinzione a generare il male, ma l’orgoglio che rifiuta di lasciarsi giudicare dalla verità.
Il dialogo, nella prospettiva cristiana, non nasce dal vuoto né dalla sospensione del vero, ma dall’impegno esigente di dire la verità nella carità. Non dal tacere per non ferire, ma dal parlare senza dominare. Non dalla rinuncia alla verità per evitare il conflitto, ma dalla rinuncia all’ego che usa la verità come arma.
Il problema non è “avere ragione”, ma voler essere giustificati da se stessi. Non è il logos a generare la divisione, ma l’uomo che non accetta di essere corretto, purificato, convertito.
Le analisi offerte colgono mali reali del nostro tempo, ma la terapia proposta — dissoluzione del logos, sospensione del giudizio, assolutizzazione del silenzio, svalutazione della forma e della parola — non è compatibile con la fede cristiana. Il cristianesimo afferma invece, con ostinazione scomoda, che la Parola si è fatta carne: non è fuggita dal linguaggio, non ha evitato la contraddizione, non si è rifugiata nell’indicibile.
Non il silenzio in sé salva il mondo, ma la parola vera accolta nell’amore.
Non l’indistinto pacifica, ma la verità che converte il cuore.
Non l’uscita dal pensiero libera l’uomo, ma la sua redenzione.
Caro don Pietro Paolo,
“dire la verità nella carità”, brevissimamente… :”Conigli!”
I medesimi conigli accanitamente perseguitati dal contadino perchè gli rovinavano i campi. Ogni giorno pensava con sommo dispetto ai conigli, ogni giorno usciva di casa armato per ammazzarli…finchè nei suoi campi non si vide neppure un coniglio.
Li aveva ammazzati tutti…
Allora pianse, perchè nel cacciare gli odiati conigli stava tutta la sua “verità”…ma chi glielo va a spiegare con “carità”?
Prendiamo semplicemente atto che le cose vanno così e smettiamola con le inutili lamentazioni. Semplicemente teniamone conto nei nostri giudizi. Saluti.
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