José Bergamìn, Elogio dell’Analfabetismo o della Poesia Pura. Il Matto.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo proposto dal nostro Matto, a cui va il nostro grazie. Buona lettura e diffusione.

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JOSÉ BERGAMÍN ELOGIO DELL’ANALFABETISMO O DELLA POESIA PURA

 

jose bergamin

José Bergamín  1895 – 1983

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«Oh! Come è necessaria l’imperfezione per essere perfetti!».

Giovanni Pascoli, Il fanciullino

 

osé Bergamìn

Pur non essendo un poeta, nei tratti di quanto propongo (in linea con il tema dell’articolo precedente Uno sprazzo dell’Eterna Innocenza) ho trovato conferma che, in quanto Matto, sono anche un Analfabeta, ossia, per dirla con il cattolico Bergamín, «l’idiota ai più, un paria assoluto». Auspico che la considerazione (quindi non la mera “lettura”) di quanto segue, centellinata data la scomoda intensità del contenuto, sia di mero diletto per i Sani di mente, secondo le cui esigenze, per dirla ancora con Bergamín, «tutto deve essere disposto in ordine alfabetico».

 

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Da: Pangea – Elogio dell’analfabetismo, o della poesia pura

 

 

 

È ormai difficile capire cosa intendesse José Bergamín per analfabetismo. L’analfabeta è stato sostituito dall’ignorante, l’alfabetizzato dal regime del logaritmo, dalle ragioni del risultato, dai legionari dell’io. Fiero di non leggere, leggiadro in ipocrisia, l’ignorante ostenta la gioia di essere mondano – non certo di essere al mondo, di questo mondo –, il genio pratico – l’opposto del dotarsi di una pratica –, il corrispondere ai desideri del proprio intestino, l’unico interiore che contempli. Né anima né animale, l’ignorante di oggi è come l’intellettuale di ieri: l’uomo alfabetico, che costringe ogni fatto in dimora di misura, si diletta in statistiche, celebra il proprio status, bieco figlio dell’istituzione – sentendosi, naturalmente, libero, bonificato dallo Stato, anarca nel proprio ano, anodino.

L’analfabeta – cioè: il bambino, il popolo, l’apostolo, dunque il poeta – pare scomparso. La logica algoritmica, che crea umani-manovali, umani-replicanti, umanoidi mercenari dell’ego, in fondo, un’appendice del proprio portafogli, sembra aver finalmente ucciso l’analfabeta, l’uomo lordo di vita, lordo di Dio, in pieno possesso dell’essere mondo, dell’essere qui.

L’analfabeta non classifica le piante, le conosce; l’analfabeta non entra in contatto con gli animali ma con le anime; sa la pericolosità della bestia e la sua salvezza, e la riproduce in sé, nelle fattezze del viso e dell’agire. Così, l’uomo analfabeta, ostile ai nomi e alle definizioni, è corvo e volpe, è larice e airone, è luccio e luce, è acero e acerrimo nemico di chi alla persona sostituisce la personalità, l’ennesima menzogna.

L’analfabeta non comprende – apprende per apprensione, per trasalimento e assalto. Apprende per tradimento. L’analfabeta non conosce il linguaggio dacché è verbo.

Allo stesso modo, l’analfabeta assoluto, il poeta, non stuzzica la retorica, la stravolge; non sta al gioco del retore ma alla ferocia del re; non è al passo coi tempi e coi poseur, autentico passeur, trapper tra i regni; è incauto, fuori tono, scurrile, scomodo, senz’arte né parte, idiota ai più. È l’inosservato assoluto, perché non ha niente da dire e nulla da dare – è il dato di fatto, il dono, il detto e la contraddizione. Tutt’altro che incolto, il poeta legge divorando, legge sottraendosi – mentre l’intelligenza algoritmica procede per accumulo (norma bulimica, in cui non è contemplato l’eccedente, l’eccezionale, l’eccesso che non offre via di accesso), il poeta opera per sottrazione: toglie toglie toglie fino alla parola suprema, alla parola-stalattite, alla parola-stilita. Parola che non dice ma agisce.

[…]

Tommaso Scarponi, che figura tra i sapienti – leggete Distruzione e analogia, Castelvecchi, 2025 – mi volta un brano tratto dal memorabile scritto di José Bergamín. Eccolo:

Quando Gesù era fanciullo analfabeta o analfabeta come un fanciullo (ché analfabeta fu sempre: come fanciullo, come uomo e come Dio), quando era fanciullo, Gesù si smarrì e fu trovato nel tempio. Lì insegnava ai dottori della legge, dottori della legge scritta, della lettera legale (gli stessi che poi lo avrebbero crocifisso per questo: perché era analfabeta); lì insegnò loro la dottrina spirituale dell’ignoranza, che essi non ascoltarono e non intesero. Perciò, quando poi lo condannarono a morte come analfabeta, lo crocifissero letteralmente, cioè a piè della lettera o delle lettere, collocando sulla sua testa un cartello o insegna su cui il letterato Pilato fece scrivere appositamente: Io sono il Re dei Giudei; fece scrivere ciò per mostrare a tutti che avevano preso alla lettera le parole di Cristo e che lo avevano crocifisso prendendolo così, letteralmente. Sotto questo INRI letterale, Cristo rese lo spirito a Dio; “dando un gran grido”, dice l’apostolo: divinamente e umanamente analfabeta. Lo spirito muore sempre crocifisso a piè della lettera. Ma muore per resuscitare.

[…]

Alla dinamica natura vs. cultura, José Bergamín ne pone un’altra, a vertigine, sacro vs. letterale. La lettera uccide il sacro, la legge fa massacro del cuore. Al linguaggio babelico – algoritmico – che fermenta burocrazia, si oppone il brigantaggio del linguaggio, il verbo nel roveto, l’annuncio, il miracolo. Al poeta cortigiano si preferisce il poeta ladro, il poeta in caccia aperta. Al poeta impegnato si sostituisce il poeta impari, il paria assoluto. Al linguaggio dell’istituzione, costituito dai vocabolari, il vocabolo onnivoro, parola che vive tra le piante e le pietre, vivo dire dei mari, parola vespertina che si sorseggia a colpo d’ala, insoluto sole.

L’attacco di Decadenza dell’analfabetismo – “Tutti i bambini, finché sono tali, sono analfabeti” – pare memore del Fanciullino di Pascoli: “È dentro noi un fanciullino… ma noi cresciamo, ed egli resta piccolo; noi accendiamo negli occhi un nuovo desiderare, ed egli vi tiene fissa la sua antica serena maraviglia”. Pascoli mirava all’anonimato, al sovvertimento dei nomi (“Quando fioriva la vera poesia; quella, voglio dire, che si trova, non si fa, si scopre, non s’inventa; si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto”); scriveva che il poeta “non deve avere, non ha altro fine… che quello di riconfondersi nella natura, donde uscì”. Ma noi temiamo il selvaggio, la via senza ancoraggio di gloria o di nomea, così i poeti vengono stivati nelle storie della letteratura, inermi, come strane bestie in formaldeide, per lo più innocue. Parole sotto vuoto, parole disinnescate. E dei grandi autori che hanno operato verso il ritorno all’analfabetismo, cioè verso i modi della mania lirica, l’unica – chessò, Benjamin Fondane, Ted Hughes, Robinson Jeffers … – non si dice, si traduce a sprazzi, li si imbraga tra criteri accademici, tra erbari e mostre di lepidotteri.

Tra l’incolto che si bea della propria arrogante ignoranza e l’elegante istrione che si muove tra cadaverici tomi, non c’è differenza: entrambi sono i sacerdoti di un mondo morto; entrambi, alieni da un’eccezionalità individuale, erigono santuari intorno al proprio io, si credono i migliori, gli scaltri, i pronti a tutto. Di tutto privo, detto depravato dai doge di questo tempo, il poeta – se è tale e non la sua maschera, l’infame implume – è l’unica creatura libera, liberata: ripete le sue parole al vento – e se ne ritrae, perché nulla è invano e tutto opera secondo la scia dell’angelo e dell’agnello.

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Da Decadenza dell’analfabetismo

Ciò che un popolo serba del bambino, e ciò che l’uomo serba del popolo, ovvero ciò che in lui è ancora bambino, è l’analfabetismo. Analfabetismo è la denominazione poetica di uno stato autenticamente spirituale. Possiamo assistere al processo di decadenza dell’analfabetismo nelle nostre vite come in quelle dei popoli più colti, i più letterati. Guai a noi – guai a loro – se accettassimo superstiziosamente come ineluttabile il monopolio del letterale, del letterario, della cultura!

Esiste una cultura letterale. Esiste una cultura spirituale.

La prima perseguita l’analfabetismo, il suo nemico. Ed è oggi – non ieri né domani – la più diffusa. È quella che ha disordinato il mondo: quella che ha disordinato le cose e ha soppresso le gerarchie. Quando il senso delle gerarchie è razionalmente perduto, tutto deve essere disposto in ordine alfabetico. L’ordine alfabetico, però, è un ordine falso. L’ordine alfabetico è il disordine spirituale: quello dei dizionari, dei vocaboli letterali, più o meno enciclopedico, in cui la cultura letterale tenta di ridurre l’universo.

Il monopolio letterale della cultura ha disordinato le cose disorganizzando le parole, che sono anch’esse cose, non lettere; e poiché sono cose (cose di idee o idee di cose, cose della ragione, cose del gioco) sono pura realtà razionale o poetica, realtà autenticamente spirituale o analfabeta.

*

 

 

Lo stato poetico è uno stato del desiderio infantile o popolare: un desiderio di analfabetismo; desiderio paradisiaco dello stato dell’uomo puro. Il poeta anela all’ignoranza, all’infanzia, all’innocenza, all’ignoranza analfabeta che ha perduto; anela all’analfabetismo perduto: pura ragione spirituale della sua opera.

 

*

Al termine del primo libro sulla Dotta ignoranza, che è dottrina spirituale dell’analfabetismo, Nicola Cusano scrive che la verità risplende incomprensibilmente nell’oscurità della nostra ignoranza. Il potere dell’oscurità della nostra ignoranza, il potere spirituale dell’analfabetismo, è quello di far risplendere incomprensibilmente in noi la precisione della verità. Non esiste poesia che non richieda tale lucidità spirituale, rintracciabile soltanto nell’oscurità della nostra ignoranza, approfondendo, direbbe Giordano Bruno, la profondità della nostra ombra.

*

La lettera uccide lo spirito.

L’analfabeta ha dei diritti spirituali da difendere contro la dominazione alfabetica di qualsiasi cultura, più o meno letterale o alfabetizzata. Se parliamo dei diritti del bambino come possiamo ignorare i diritti dell’analfabeta che sono, in origine, quelli del bambino, i più puri interessi spirituali dell’infanzia? Diritti sacri perché esprimono l’unica indiscutibile libertà sociale: quella dello spirito, quella del linguaggio creativo, quella del pensiero immaginativo. L’analfabetismo spirituale e creativo dei popoli è ciò che i popoli hanno in comune con i bambini, la loro infanzia permanente.

*

L’alfabetizzazione, o alfabetizzazione culturale è il nemico mortale del linguaggio in quanto tale, nella misura in cui il linguaggio è spirito, è parola. L’alfabetizzazione è il nemico giurato di ogni linguaggio spirituale, cioè, in ultima analisi, della poesia.

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Nello stesso tempo in cui nasceva miracolosamente Gesù, da una fanciulla vergine e analfabeta, che come analfabeta fu scelta alla divina schiavitù della parola – si faccia di me secondo la parola, secondo la parola divina e non a pie’ della lettera – in questo stesso tempo in cui la nascita di Gesù si circondava simbolicamente di cure analfabetiche: una mangiatoia per culla e un asino e un bue per riscaldarlo con il loro fiato, per farlo crescere calorosamente, sin dalla culla, nell’analfabetismo; in questo stesso tempo Erode, il Re letterale, ansioso di mantenere l’ordine alfabetico del mondo, che è quello che gli corrispondeva, ordinava – con lo stesso logico criterio con cui Pilato avrebbe ordinato dopo la giustificazione letterale della morte di Cristo – la strage degli innocenti: cioè di tutti coloro che erano indiscutibilmente analfabeti, per recidere in boccio, e alla radice, il regno spirituale dell’analfabetismo che gli si preannunciava. Ma la stella non lo volle, e il regno analfabetico, che non è, naturalmente, di questo mondo, come ha detto il suo Re, ma, in modo soprannaturale, dell’altro, si verificò precisamente e in modo incomprensibile o spirituale, analfabeta, per mezzo della parola: perché in un modo incomprensibile una Vergine madre contemplava splendere, come una stella, nelle tenebre analfabete della sua ignoranza, la precisione della verità nel suo grembo.

 

José Bergamín

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2 commenti su “José Bergamìn, Elogio dell’Analfabetismo o della Poesia Pura. Il Matto.”

  1. La Signora di tutti i popoli

    “Contro i legionari dell’algoritmo sinodale”.
    È d’uopo abbinare l’uscita di questo articolo sull’ “analfabetismo” con una frase presa da mons. Antall in una recente udienza di Prevost:
    (fonte Crisismagazine.com): “I was at a Jubilee audience recently (October 25) where the Holy Father referred to Nicholas of Cusa. I am curious about the reference, especially because Nicholas was a great defender of the unity of the Church and the papacy after the Council of Constance. He was an apologist especially important in speaking to the leaders of the Northern European countries, which then seemed on the edge of schism (déjà vu all over again). But what the pope said in a rhetorical flourish confuses me:
    «Nicholas of Cusa spoke of a “learned ignorance,” a sign of intelligence. The protagonist of some of his writings is a curious figure: the idiot. He is a simple person, who had not studied, and he asks scholars basic questions that challenge their certainties. This is also true in the Church today. How many questions challenge our teaching! Questions from young people, questions from the poor, questions from women, questions from those who have been silenced or condemned because they are different from the majority. We are in a blessed time: so many questions! The Church becomes an expert in humanity if she walks with humanity and has the echo of its questions in her heart».
    Mons. Antall ci descrive questa citazione infelice, inaspettata in un papa, come strumento per giustificare cioè la democratizzazione della Chiesa, ora chiamata “sinodale”, che dovrebbe dialogare con l’intelligenza degli “idioti” che pongono domande alle quali la dottrina deve saper piegare i suoi principi, rinunziando finalmente alle solite risposte statiche, “senza tempo”, della Tradizione che per millenni non ha tenuto conto delle esigenze climatiche, intellettuali ed emotive della gente. In altre parole la Chiesa oggi deve dialogare con l’ignoranza “dotta” dei suoi fedeli sodomiti o dei risposati o di un clero femminile emergente, che pongono “domande” su nuovi diritti a fronte di vecchi doveri scomodi e desueti.

    Se «quod scripsi, scripsi» proprio di Pilato è il testo che accomuna quelli che non vedono una accusa di deicidio e coloro che non vedono la regale supremazia di Cristo su ogni generazione umana, così Prevost nega quell’ I.N.R.I. come un esperto di una umanità colta, cercando di convincere chi lo ascolta non con un linguaggio spirituale, ma con la sua personale inculturazione del male, una alfabetizzazione formale del peccato, una giustificazione insomma proveniente da uno che si fa chiamare “papa”.
    Non sono tanto i dottori del Tempio a crocifiggere Gesù, che non si perse affatto, ma quelli che fanno della menzogna e della morte una virtù e si vantano della loro “dotta” ignoranza, rifiutando la vita e la verità. E Prevost è proprio uno di quelli che dando voce all’idiozia che vede colta riesce a crocifiggere Dio usando altrimenti il significato delle parole del Cusano, esaltando l’idiozia di chi alfabetizza la morte spirituale, una procedura sinodale per standardizzare lo spirito umano in una vita impura. Peraltro in una misera autoesaltazione di sè, poichè trattasi di un falso papa, imitazione -senza ratio- dell’orgoglio luciferino. Un idiota che però si ritiene colto e infatti mons Antall dice che: “is called virtue signaling”.
    Indubitabili le parole di Gianbattista Vico risuonano oggi in Prevost, tutore protempore della alfabetizzazione presa da un falso conclave: “la madre degli idioti è sempre incinta”, siano pure chiamati “papi” dalla Accettazione Pacifica dai loro degni fratelli.

  2. La Signora di tutti i popoli

    Il Matto darebbe questo titolo al mio seguente commento:
    “Contro i legionari dell’algoritmo sinodale”.
    Desidero abbinare l’uscita di questo articolo sull’ “analfabetismo” con una frase presa da mons. Antall in una catechesi di Prevost:
    (fonte Crisismagazine.com):
    “I was at a Jubilee audience recently (October 25) where the Holy Father referred to Nicholas of Cusa. I am curious about the reference, especially because Nicholas was a great defender of the unity of the Church and the papacy after the Council of Constance. He was an apologist especially important in speaking to the leaders of the Northern European countries, which then seemed on the edge of schism (déjà vu all over again). But what the pope said in a rhetorical flourish confuses me:
    «Nicholas of Cusa spoke of a “learned ignorance,” a sign of intelligence. The protagonist of some of his writings is a curious figure: the idiot. He is a simple person, who had not studied, and he asks scholars basic questions that challenge their certainties. This is also true in the Church today. How many questions challenge our teaching! Questions from young people, questions from the poor, questions from women, questions from those who have been silenced or condemned because they are different from the majority. We are in a blessed time: so many questions! The Church becomes an expert in humanity if she walks with humanity and has the echo of its questions in her heart».
    Mons. Antall ci descrive questa citazione infelice, inaspettata in un papa, come strumentale per giustificare cioè la democratizzazione della Chiesa, ora chiamata “sinodale”, che dovrebbe dialogare con l’intelligenza degli “idioti” che pongono domande alle quali la dottrina deve saper piegare i suoi principi, rinunziando alle solite risposte statiche, “senza tempo”, della Tradizione che per millenni non ha tenuto conto delle esigenze climatiche, intellettuali ed emotive della gente. In altre parole la Chiesa oggi deve accettare l’ignoranza “dotta” dei suoi fedeli sodomiti o dei risposati o di un clero femminile, che pongono “domande” su nuovi diritti moderni a fronte di vecchi doveri scomodi.

    Se «quod scripsi, scripsi» proprio di Pilato è il testo che accomuna quelli che non vedono una accusa di deicidio e coloro che non vedono la regale supremazia di Cristo su ogni generazione umana, così Prevost nega quell’ I.N.R.I. come un falso esperto in umanità cercando di convincere chi lo ascolta non con un linguaggio spirituale, ma con la sua personale inculturazione del male, una alfabetizzazione formale del peccato, una giustificazione proveniente da uno che si fa chiamare papa.
    Non sono tanto i dottori del Tempio a crocifiggere Gesù, che non si perse affatto, ma quelli che fanno della menzogna e della morte una virtù e si vantano della loro “dotta” ignoranza, rifiutando la vita e la verità. E Prevost è proprio uno di quelli che crocifigge Dio avendo usato altrimenti il significato delle parole del Cusano, esaltando l’idiozia di chi come lui non conosce altro: non “dotta” ma laida alfabetizzazione della morte spirituale, una procedura sinodale per standardizzare lo spirito umano in una vita impura. Peraltro in una misera autoesaltazione di sè, niente di chè poichè trattasi di un falso papa, imitazione -senza ratio- dell’orgoglio luciferino che lo guida. Un idiota che pure si ritiene colto e infatti mons. Antall dice che: “is called virtue signaling”.
    Indubitabili le parole di Gianbattista Vico risuonano oggi in Prevost, tutore protempore della alfabetizzazione presa da un falso conclave: “la madre degli idioti è sempre incinta” siano pure chiamati “papi” dalla Accettazione Pacifica dei loro degni fratelli.

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