Il Razzismo contro i Bianchi, in Occidente: Necessario Parlarne. Matteo Castagna.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo castagna offre  alla vostra attenzione queste riflessioni  sulla situazione del nostro Paese e dell’Occidente in generale. Buona lettura e condivisione.

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di Matteo Castagna

Ho iniziato le mie battaglie politiche attaccando frontalmente il modello di società multietnica, nel 1993, a 17 anni. Il muro di Berlino era  crollato e con sé il comunismo, ovvero il sistema intrinsecamente perverso, che ha prodotto solo miseria, repressione e morte. Questo fatto epocale e una famiglia in cui si mangiava pane, religione e politica mi spinsero allo studio ed all’azione, pur tra le mille raccomandazioni alla prudenza, che la mia giovane età,puntualmente, disattendeva.

L’altra faccia della medaglia mondialista, il liberal-capitalismo stava spopolando, dimostrando tutti i suoi gravi difetti. La globalizzazione produce ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, sacrificando il ceto medio. Nel 1993, a Verona, c’erano solo due soggetti politici a denunciare pubblicamente questa deriva: il MSI di Nicola Pasetto e la Lega Nord di Umberto Bossi.

Poi, la storia lasciò solo il secondo a difendere il ceto medio dalla globalizzazione, perché capì che costituiva la maggioranza del popolo
e l’ossatura economica trainante del Paese, concentrata principalmente in Lombardia e Veneto. In quell’anno lo conobbi, perché i “nuovi
barbari”, come il suo compianto amico giornalista Daniele Vimercati aveva definito i leghisti, lavoravano per eleggere Marco Formentini
sindaco di Milano. Bossi ci spiegò che prendere la capitale economica significava moltissimo, sul piano politico, all’unica forza che
difendeva piccole e medie imprese, operai e impiegati, dall’asservimento al Grande Capitale di tutti gli altri, sinistre in primis.

I primi manifesti “Stop immigrazione” li affiggemmo nell’hinterland milanese, proprio in quegli anni. Bossi ci diceva che al “Sistema
globale” serviva manodopera a basso costo, pertanto si preparava un’invasione che avrebbe destabilizzato la nostra società, distrutto
le nostre tradizioni e falsificato la nostra identità. “Non è questione di colore della pelle – ripeteva il Senatùr – quello del
razzismo è la scusa di regime per criminalizzare chi vuole difendere il suo lavoro e garantire un futuro ai suoi figli”.

La causa settentrionale, in fondo, nasceva dalle disuguaglianze ed ingiustizie prodotte, prima da una mala-unità nazionale di matrice
massonica, poi dalla globalizzazione. Bossi l’aveva capito molto bene, incantando noi giovanissimi con le sue parole, in pubblico e in
privato, perché ci dava una speranza ideale per cui lottare per un mondo migliore. Da giovani si subiva molto questo fascino, condiviso
con tantissimi altri ed oggi quasi scomparso. La gente, esasperata dalla pressione fiscale e dal debito, capiva che poteva nascere una nuova casa politica post Tangentopoli e la Lega Nord cresceva.
Formentini venne eletto, creando un terremoto politico nell’ establishment.

Forse, non a caso, il 1993 fu anche l’anno di promulgazione della Legge Mancino, per sanzionare frasi, gesti, azioni e slogan che
incitano all’odio, alla violenza o alla discriminazione razziale, etnica, religiosa. Il Sistema, sostenuto sempre dalla Sinistra,
maggioritaria in ogni angolo chiave del potere, aveva messo il suo cane da guardia di fronte a coloro che ritengono sbagliato e
pericoloso favorire l’ingresso di massa da parte di stranieri con cultura diversa, se non opposta alla nostra, quindi non integrabili,
senza dolo di superiorità razziale. Il già precario ceto medio avrebbe potuto subire colpi mortali dal turbo capitalismo, nel silenzio della
Cgil, della grande informazione, dei corpi intermedi che nei precedenti decenni si erano fatti paladini del diritto al lavoro ed a
una vita dignitosa per tutti.

In quegli anni, ci sentivamo difesi solo da L’Indipendente di Vittorio Feltri, dai libri e dagli interventi di Daniele Vimercati, dalle
parole di mons. Alessandro Maggiolini, ordinazione 1955, all’epoca ordinario diocesano di Como, e poco altro, mentre il MSI veniva
trasformato in una creatura sostanzialmente differente, come aveva compreso Pino Rauti e, a Verona, i fondatori e numerosi militanti
della Fiamma Tricolore, in aperta opposizione a quella che veniva ritenuta la deriva di Fiuggi. Nel 1996, a Veronetta, caso unico in
Italia, si tenne una grande manifestazione di tutte le destre radicali e i rappresentanti della Lega Nord, che chiudevano il corteo con il
loro striscione, sostenuto da chi scrive e dai dirigenti dell’epoca, nel cuore del quartiere multietnico della città, contro l’immigrazione.

Quando fui eletto, nel 1998, presso il Municipio n. 3 di Verona e subito nominato capogruppo, la battaglia contro l’immigrazione
sistemica, per importare “nuovi schiavi” a sostenere i costi della globalizzazione, fu tra i primi temi trattati con determinazione e
coraggio militante. All’epoca chi toccava il nervo scoperto delmodello economico in ascesa, veniva messo alla gogna mediatica e,
spesso, giudiziaria, perché pendeva la spada di Damocle del reato d’opinione della succitata legge 205/1993, che si è abbattuta sulla
testa di esponenti politici veronesi, tra i primi in Italia.

La realtà dei nostri giorni, a distanza di trent’anni, è sotto gli occhi di tutti e denunciata da più parti, anche dal governo ed insigni
giuristi, economisti e giornalisti, perché quell’ esasperazione scambiata furbescamente per razzismo dalle sinistre, è diventata
comune alla maggioranza degli italiani dotati di buon senso. Le cronache quotidiane dimostrano la destabilizzazione sociale e
l’incompatibilità culturale e comportamentale con una massa di maranza e immigrati illegali o regolari ma non integrati. Quest’ ultimi
nuocciono particolarmente a coloro che, invece, hanno voluto l’integrazione, lavorando, pagando le tasse, parlando il dialetto
meglio di noi, assimilando usi e costumi della nostra civiltà, pur mantenendo aspetti compatibili della loro.

Intanto, ogni strada è diventata una banlieue, come prevedevamo noi “barbari” negli anni Novanta, la microcriminalità dilaga, per molti
esiste un “coprifuoco” di fatto alle 18.00 per timore di aggressioni, scippi, stupri o chissà mai se dietro l’angolo si possa trovare un
Kabobo, oppure un magrebino tossico armato di coltello che non sopporta chi è bianco/a.

Eh sì, perché esiste un vasto e violento fenomeno di razzismo anti-bianco, divenuto un dramma, taciuto dal mainstream, che miete
vittime e produce molto odio. Ovviamente tutte le forze della Sovversione stanno dalla parte sbagliata, da quella di Caino e di
Caifa, di Pilato o di Erode, al punto di giungere alla vera omofobiache è la messa in stato d’accusa permanente dell’uomo bianco, etero,
cristiano e di destra.

Il modello culturale multietnico non sta in piedi, come nel 2002 dissi nel mio primo comizio pubblico in piazza Duomo a Milano con Mario Borghezio.
La forza del male è così grande che il sottotitolo del testo di Francois Bousquet “Il razzismo contro i bianchi” è: “l’inchiesta
vietata” perché dimostra il fallimento delle tesi immigrazioniste e della narrativa buonista ufficiale, per cui la tolleranza e la lotta
ad ogni discriminazione sono in realtà assunti ipocriti di chi fa business sul traffico di esseri umani, o comunque ne trae dei
vantaggi. La sinistra è Calimero, che ha imposto il monopolio del piagnisteo, che difende i carnefici e criminalizza le vittime.

Il razzismo contro i bianchi è la discriminazione basata su pregiudizi o stereotipi (come visto in casi di violenza rurale in Sudafrica),
poiché in Occidente non esiste un sistema di oppressione istituzionale, che nega i diritti umani a chi è di razza diversa da quella caucasica. Il razzismo contro gli europei e i loro discendenti è la matrice di movimenti quali i BLM e della cancel culture voluta da certa sinistra, tra cui rientra anche l’ideologia woke.

Che sia auto-inflitta dalle élite culturali della sinistra progressista o perpetrata nei bassifondi delle periferie più desolate,
questa forma di discriminazione colpisce quotidianamente milioni di individui, ai quali viene contestato un peccato originale: essere
bianchi. Dalle metropoli americane alle banlieue parigine, dalle fattorie del Sud Africa ai fiordi della Scandinavia, dalle aule
parlamentari ai salotti televisivi, dalle cattedre universitarie alla stampa patinata: la cronaca degli eventi assume i tratti di
un’ecatombe silenziosa.

Emmanuel Todd sostiene che vi siano persone affette da una “falsa coscienza”. Perché bisogna essere degli alienati per giocare
costantemente contro la propria parte. Tanto che appunto Bousquet, apag. 101 del suo libro, ormai best seller internazionale, tradotto in
più lingue, dice di aver intervistato un professore francese che gli ha detto: “Mettere il figlio a Clichy o a Bobigny, nella scuola
pubblica, quando si è Bianchi, è un suicidio”. Capite? Si parte, infatti, dal suicidio scolastico, che segue l’inverno demografico
indotto per favorire la Sovversione dell’ordine naturale e giungere alla prassi del razzismo anti-bianco, fenomeno inquietante del Terzo millennio, perché è in primo luogo il vero suicidio assistito dell’Occidente liberale e socialista.

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1 commento su “Il Razzismo contro i Bianchi, in Occidente: Necessario Parlarne. Matteo Castagna.”

  1. stefano raimondo

    Il senso di colpa dei bianchi è il motore della sostituzione demografica (e il cattolicesimo novecentesco è una concausa di questo senso di colpa). Un popolo che dubita del proprio diritto ad esistere non resisterà mai alla sostituzione. La sopravvivenza inizia dove finisce il senso di colpa.

I commenti sono chiusi.

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