Cristiani Palestinesi nel Mirino di I$r@ele. Abu Safiya, un Anno di Prigionia e Torture senza Accuse.

Marco Tosatti

 

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione sulla situazione in Medio Oriente. Buona lettura e condivisione.

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Il primo è questo comunicato del Comitato degli Affari Ecclesiastici dell’Autorità Nazionale Palestinese:

 

L’Alto Comitato presidenziale per gli affari ecclesiastici condanna le dichiarazioni fuorvianti di Netanyahu contro i cristiani palestinesi

 

RAMALLAH, 26 dicembre 2025 (WAFA) – L’Alto Comitato presidenziale per gli affari ecclesiastici in Palestina ha condannato le dichiarazioni rilasciate dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, descrivendole come affermazioni fuorvianti che tentano di distorcere la realtà e di insabbiare il record di sistematiche e gravi violazioni commesse da Israele contro il popolo palestinese, in particolare contro i cristiani palestinesi e i loro luoghi santi .

In una dichiarazione, il Comitato presidenziale ha affermato che ciò che il governo israeliano sta cercando di promuovere come “libertà di culto” e “fiorente vita cristiana” non è altro che falsa propaganda che contraddice completamente i fatti documentati sul campo, le testimonianze delle chiese e del clero e i rapporti delle Nazioni Unite e delle organizzazioni internazionali per i diritti umani.

Ha affermato che i cristiani palestinesi, come il resto del popolo palestinese, soffrono quotidianamente a causa di politiche oppressive sistematiche, tra cui restrizioni alla libertà di culto e di movimento attraverso un sistema di permessi arbitrario che impedisce loro di accedere a Gerusalemme e alle sue chiese, soprattutto durante le festività.

Ha citato la soppressione di riti e processioni religiose, compresi gli incidenti avvenuti a Nazareth, nonché le aggressioni ai fedeli cristiani nella Città Vecchia di Gerusalemme, descrivendoli come parte di una politica organizzata di intimidazione piuttosto che come incidenti isolati.

Il Comitato ha sottolineato che la Gerusalemme occupata, epicentro di queste politiche, ha assistito a una pericolosa escalation di attacchi organizzati da parte dei coloni contro il clero cristiano. Questi attacchi includono ripetuti sputi, minacce, aggressioni fisiche e profanazione di simboli religiosi, il tutto sotto la protezione delle forze di occupazione e nella pressoché totale impunità.

Ha inoltre affermato che continuano gli arresti arbitrari e le convocazioni di clero e attivisti cristiani, nel tentativo di mettere a tacere le voci della chiesa nazionale, parallelamente alla profanazione dei cimiteri cristiani, in particolare a Gerusalemme, in una palese violazione della sacralità dei morti e di tutti i valori umani.

Ha affermato che le autorità israeliane continuano a violare i diritti civili fondamentali dei cristiani palestinesi negando loro il ricongiungimento familiare e i diritti di residenza ai sensi della cosiddetta Legge sulla cittadinanza, oltre alla discriminazione legale e istituzionale all’interno di Israele stesso contro i cristiani arabi, nonché alle sistematiche campagne di incitamento e ai media che prendono di mira chiese e clero, che contribuiscono ad alimentare l’odio e a giustificare gli attacchi.

L’Alto Comitato ha affrontato il crimine di demolizione della chiesa di Santa Barbara e il continuo rifiuto delle autorità israeliane di consentirne la ricostruzione, insieme alle confische di terreni in corso a Khirbet Sam’an e nella zona di Makhroura di Beit Jala, e alle politiche sistematiche di strangolamento geografico ed economico che prendono di mira le aree di Beit Sahour, Betlemme e Beit Jala.

Il comitato ha affrontato la continua e grave aggressione da parte dell’occupazione nella città di Taybeh, inclusi i ripetuti incendi di proprietà di cittadini cristiani, con attacchi diretti alla loro sicurezza e alla loro esistenza. Ha inoltre evidenziato gli attacchi alle chiese di Gaza, che hanno causato la morte di rifugiati cristiani che avevano cercato rifugio in queste chiese durante la guerra di sterminio israeliana contro la Striscia di Gaza.

Il comitato ha inoltre osservato che l’imposizione di tasse ingiuste e pressioni economiche sulle chiese e sulle loro proprietà costituisce una palese violazione dello status quo e degli accordi internazionali. A ciò si accompagna una sistematica discriminazione nell’istruzione e nei servizi, in particolare nei confronti delle scuole cristiane nelle città arabe palestinesi, nell’ambito di una sistematica politica di repressione, restrizioni, confisca e discriminazione praticata dalla potenza occupante.

L’Alto Comitato ha sottolineato che il doloroso calo del numero di cristiani palestinesi, soprattutto a Betlemme, non è dovuto a circostanze regionali generali, come alcuni sostengono, ma piuttosto una conseguenza diretta delle politiche di occupazione di confisca delle terre, demolizione di case, strangolamento economico e negazione dei diritti fondamentali. Queste politiche stanno costringendo i palestinesi, sia cristiani che musulmani, a sfollamenti forzati, nel chiaro tentativo di svuotare la terra dei suoi abitanti originari.

Il Comitato Presidenziale ha categoricamente respinto l’uso di festività e ricorrenze religiose, in particolare il Natale, come piattaforma di propaganda per giustificare l’occupazione e i suoi crimini. Ha sottolineato che non esiste vera libertà religiosa sotto l’occupazione e che il Natale in Palestina rimarrà un messaggio di verità, giustizia e pace, inscindibile dalla sofferenza del nostro popolo e dal suo legittimo diritto alla libertà, all’indipendenza e alla fine dell’occupazione.

Il Comitato ha invitato le chiese e le istituzioni ecclesiastiche di tutto il mondo, i leader religiosi, le organizzazioni per i diritti umani e tutte le persone di coscienza a non lasciarsi ingannare da queste narrazioni ingannevoli, ma ad ascoltare la voce delle chiese locali in Palestina e a sostenere le proprie responsabilità morali e legali nel proteggere la presenza cristiana palestinese, salvaguardare i luoghi santi e ritenere le autorità occupanti responsabili delle loro continue violazioni.

Il Comitato ha affermato: “La verità non può essere oscurata da dichiarazioni e la giustizia non si ottiene con i discorsi, ma piuttosto ponendo fine all’occupazione, chiedendo conto ai responsabili di crimini e violazioni, garantendo la protezione dei luoghi sacri e preservando l’autentica presenza cristiana in Palestina”.

L’Alto Comitato presidenziale ha affermato alla fine della sua dichiarazione che il continuo utilizzo da parte di Israele dei cristiani palestinesi come pretesto di fronte alla comunità internazionale e il suo tentativo di presentarsi falsamente come “protettore delle minoranze religiose” sono diventati una politica palese.

YS

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Poi c’è questo articolo di InsideOver:

abu safiya

Il 27 dicembre 2024, l’esercito israeliano fa irruzione nell’ospedale Kamal Adwan e arresta arbitrariamente il suo direttore, il dottor Hussam Abu Safiya, insieme ad altro personale medico e pazienti.

Il raid mette fuori servizio l’ospedale, l’ultima grande struttura medica funzionante nel governatorato di Gaza nord.

L’ospedale era già stato messo fuori servizio da un’altra incursione nel dicembre 2023, ma grazie agli sforzi e alla dedizione del dottor Hussam Abu Safiya e dei suoi colleghi, era stato riaperto e centinaia di persone ferite dai bombardamenti israeliani erano state curate.

Dopo il rapimento, per 45 giorni, il dottor Abu Safiya è stato tenuto in isolamento, senza alcun contatto con la sua famiglia o con il suo avvocato.

Quando l’organizzazione per i diritti umani Medici per i Diritti Umani – Israele (PHRI) ha presentato un’inchiesta il 2 gennaio 2025, i militari hanno negato qualsiasi traccia del suo arresto. Solo tre giorni dopo hanno confermato che era sotto la loro custodia, pur rifiutandosi di rivelare la sua ubicazione.

L’11 febbraio 2025, al dottor Abu Safiya è stata finalmente concessa una prima visita dal suo avvocato.

Durante la visita, il Dott. Abu Safiya ha descritto le torture psicologiche e fisiche a cui è stato sottoposto dalle autorità israeliane: spogliato nudo, ammanettato, picchiato con manganelli e costretto a sedere sulla ghiaia per ore, interrogatori per 13 giorni consecutivi, scosse elettriche, colpi al petto e minacce ai familiari.

A ottobre un tribunale israeliano ha prolungato di altri sei mesi la detenzione arbitraria del dottor Abu Safiya.

Numerosi organizzazioni per i diritti umani, tra cui Amnesty International, da un anno chiedono il rilascio del dottore diventato un simbolo del genocidio israeliano e della resistenza del popolo palestinese.

#gazagenocide #freehussamabusafiya #palestine #israel #idf

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Infine, questo articolo del Centro Studi Federici:

 

I bambini per strada, le luci, i turisti: Natale a Betlemme, che s’è rialzata
La fragile tregua a Gaza ha dato una boccata d’ossigeno alla città. Il sindaco, cristiano: «L’economia è al collasso, ma diciamo al mondo che ci siamo ancora»
Fino a sera i bambini si rincorrono nella piazza della Mangiatoia, dando con gioia calci a un pallone. Intorno, i carretti degli ultimi ambulanti continuano a esalare i fumi del mais; sotto i portici, i proprietari dei negozi di souvenir si ostinano a restare seduti sulla soglia o chiudono lentamente i battenti. I poliziotti parlano e scherzano, mentre un turista si contorce nel tentativo di cogliere nella stessa inquadratura la compagna, il Presepio, il grande albero di Natale e l’oro silenzioso della Basilica della Natività. È la Betlemme della vigilia, con la sua luce mite e antica che torna ad affiorare dopo oltre due anni di guerra e oscurità. Ora la piazza si riempie di lingue diverse, di passi, di giornalisti affannati.
«Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est», si legge nel cerchio della stella a quattordici punte che indica il luogo della grotta dove nacque il Messia, a poche spanne dallo spazio che ospitò la mangiatoia, sotto l’altare maggiore della Basilica. Johnny, guida turistica locale, si addentra nella simbologia della stella e poi, più prosaicamente, annuncia: «Siete fortunati, qui in condizioni normali è difficile anche farsi fare una foto». Il suo sparuto gruppo di pellegrini è composto da cinesi, sudcoreani, americani. «È il mio quinto lavoro in due anni, temo che passato il Natale sarà tutto finito», aggiunge, mentre aiuta una signora a rialzarsi dalla posa.
È un sentimento che pervade la città, come tutta la Cisgiordania trascinata in un nuovo girone di miseria e di lutto dal conflitto di Gaza e dal conseguente inasprimento dell’occupazione israeliana. Imprigionata dai check-point, privata dei pellegrini, Betlemme è stata per due anni un deserto. La fragile tregua iniziata in ottobre ha però facilitato i movimenti: come una breve pioggia su un terreno arido, ha nutrito l’insopprimibile istinto alla rinascita.
Luce, dunque, e ombre. «Siamo circondati da 134 barriere. L’economia della città, che dipende all’80 per cento dal turismo, è collassata. La disoccupazione ha raggiunto il 65 per cento. Chi può emigra. Ma abbiamo deciso di riaccendere lo spirito del Natale, nonostante le difficili condizioni. Le persone devono poter immaginare un futuro. Voglio che Betlemme mandi il messaggio giusto al mondo: sosteneteci, sostenete la Palestina, la giustizia. Solo con la giustizia potremo ottenere una pace durevole», spiega ad Avvenire Maher Canawati, il sindaco cristiano della città.
«In questi giorni ci sono stati centinaia di turisti, gli alberghi hanno riaperto, i ristoranti hanno ricominciato a lavorare. L’Autorità Palestinese ci sta aiutando a rendere le strade sicure. Betlemme è viva, abbiamo risposto», afferma Canawati.
Oggi la piazza della Mangiatoia ospita parate, canti, danze, una grande festa che culminerà con la Messa di mezzanotte celebrata dal patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, appena rientrato da Gaza. Uno spettacolo per i betlemiti e per il mondo, per i suoi popoli e i loro governi, chiamati a discernere fra distruzione e giustizia, verità e oblio, redenzione e tenebra, mentre restano spettatori dell’immensa solitudine delle vittime.
Nel campo profughi di Aida, alla periferia di Betlemme, una piccola bicicletta prende velocità in discesa; la ruota s’incastra in una crepa dell’asfalto logoro e lo scolaro rovina a terra. Sopraggiungono i compagni, lo rincuorano. Si rialza con una smorfia rigida, sintesi di pianto e orgoglio. Il Natale arriva anche qui, dove la tendopoli del 1950 è diventata un asfittico labirinto di edifici irregolari, poveri carruggi segnati dai murales di pace e resistenza, circondati dal grande muro di separazione, dalle sue torrette occhiute e da un’area di addestramento dell’esercito israeliano che dista pochi metri dall’ingresso del campo: un grande buco di serratura sovrastato da una chiave, simbolo delle case perdute nella Nakba del 1948 e del mai sopito desiderio di ritorno.
Le scuole, i centri educativi, le Ong organizzano attività culturali e ludiche per bambini e adolescenti, coinvolgendoli nel colore della festa natalizia, oltre il grigiore del cemento. «Siamo qui da 77 anni, in uno spazio ormai senza regole. L’esercito israeliano entra quando vuole, terrorizza, arresta. Nessuno riesce a proteggerci, né l’Autorità Palestinese né la comunità internazionale. Ma dobbiamo preservare la nostra umanità: continuiamo a resistere come se l’occupazione non ci fosse. Non possiamo vivere nella paura. Loro fanno il loro peggio, noi il nostro meglio. Loro distruggono, noi creiamo», spiega nel suo ufficio Abdel Fattah Abu Srour, fondatore di al-Rowwad, centro culturale che ha scelto teatro, musica e danza come forme di resistenza nonviolenta. Negli ultimi mesi il centro ha dovuto destinare molte energie alla distribuzione di beni di prima necessità: fra i settemila abitanti, la disoccupazione supera il 75 per cento. Abu Srour chiama sumud la natura profonda dell’animo palestinese: perseveranza, capacità di sopportazione, resistenza ostinata.
Un altro esempio vive nella selva di souvenir e articoli religiosi del Nativity Store, situato a «cinque metri da dove è nato Gesù», racconta con entusiasmo Rony Tabash, erede di una lunga tradizione. «Mio nonno ha aperto il negozio nel 1927, fra poco saranno cento anni. Tre generazioni», dice in un italiano limpido, con un’allegria che si attenua solo quando ricorda che ormai da Betlemme non emigrano più singoli individui, ma famiglie intere. La storica bottega coinvolge venticinque artigiani e non si è arresa a quattro anni di pandemia e guerra.
«Nell’ultimo periodo mio padre è stato malato, ma ogni giorno mi diceva: vai, Rony, apri il negozio. Anche se c’è la guerra, anche se non c’è nessuno. Apri la porta, aprila alla speranza. Abbiamo bisogno del mondo per resistere, ma senza di noi questo posto diventerà un museo. Ce lo ha insegnato Gesù: siamo noi la pietra viva».
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