Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae il nostro Matto offre alla vostra attenzione questo articolo su un grande poeta, sul silenzio, e sulla testa svuotata… Buona lettura e meditazione.
§§§
LA STAGIONE DEL VINO, DELLE ROSE, E DEGLI AMICI UBRIACHI

Esiste qualcosa di più grande e più puro
rispetto a ciò che la bocca pronuncia.
Il silenzio illumina l’anima,
sussurra ai cuori e li unisce.
Il silenzio ci porta lontano da noi stessi,
ci fa veleggiare
nel firmamento dello spirito,
ci avvicina al cielo;
ci fa sentire che il corpo
è nulla più che una prigione,
e questo mondo è un luogo d’esilio.
Kahlil Gibran
* * *
Con riferimento a LO STATO BEATIFICO DELLA TESTA VUOTA (cioè Svuotata …) del 29 novembre, propongo qui appresso un ritorno a due commenti: uno dell’Amico Rolando e uno (un estratto) dell’Amica Adriana, nel mezzo dei quali ne figura uno del sottoscritto. Premetto che l’argomento – il solito che mi arrabatto a trattare – è di una sottigliezza eterea inaccessibile alle parole e quindi anche stavolta tento di cavarmela come meglio posso non potendo fare a meno di servirmi di parole, e confidando in chi sa “leggere fra le righe”. Già: fra parola e parola – come fra pensiero e pensiero – filtra l’Etereo che le parole non possono far altro che pietrificare. Ossia, per dirla con lo zen, ogni parola è un dito che indica la luna. E quanti miliardi di parole, quanti miliardi di dita indicano da secoli, ad ogni latitudine e longitudine, l’Etereo da esse inafferrabile?
Soltanto se decanta l’ombra delle parole sorge la Luce della Parola:
«Dum medium silentium tenerent omnia …»
La Parola che s’incarna è UNA e UNO il Bimbo Divino, UNA la Luce che illumina e che non è sillogismo dogmatico, dottrinario, definente, esplicativo, interpretativo, catalogante, obbligante. La Luce non ha necessità di spiegarsi, giustificarsi, imporsi, e risulta fruibile anche all’illetterato, libero dal coacervo concettuale.
«Nella Parola era la Vita, e la Vita era la Luce degli uomini».
Forse che il sole parla? No: esso splende, illumina e riscalda, e lo splendore non è parola, l’illuminazione non è parola, il calore non è parola. Mi permetto di sospettare che in illo tempore gli uomini comunicassero fra loro a mezzo di lampi di Luce, non di parole. La Luce non permette il fraintendimento, le parole causano disastri. Pertanto, a rigore, il sorgere della scrittura, compresa quella sacra e non solo cristiana, testimonia la decadenza dal Regno della Luce nell’ambiente mediano e mediatore delle parole, ovviamente con tutte le conseguenze tutt’altro che illuminate e illuminanti.
Con le parole siamo nel conflittuale ambito terrestre. Con la Luce, che è anche Via e Vita, c’innalziamo nella pacifica sfera celeste.
* * *
Rolando, 4 Dicembre 2025 alle 22:18
Lo stato beatifico della testa svuotata sta proprio nell’aver pigiato tutte le parole apprese, verbo per verbo come i chicchi del grappolo d’uva e lasciarsi inebriare dalla dolcezza dell’unico mosto.
il Matto, 5 Dicembre 2025 alle 11:13
“Pigiare” le parole? Quale sarebbe il modo? O forse è soltanto un modo di dire? Le parole non si possono “pigiare”. Il “mosto” non esce dalle parole: è oltre di esse. La Scena – inebriante – è oltre il sipario che va alzato … non “pigiato”. Alzare le parole, mandarle all’aria.
Ovviamente, lo dico per quanto mi riguarda.
Adriana, 5 Dicembre 2025 alle 17:42
[…]Rolando intende spremere ed eliminare dalle parole tutti i nominalismi in esse contenute (buccia, acini) per ricavarne il succo quintessenziale […]
Per la mia personalissima esperienza, mi vien da notare che quanto affermano Rolando e Adriana: il “pigiare” e lo “spremere ed eliminare tutti i nominalismi” esercitato nei confronti delle parole, comportano pur sempre un lavorìo intellettuale, quindi uno sforzo per il quale la mente resta presa nell’attività (o alla lunga attivismo?) del pensare, dunque nel continuare a rinforzare il recinto del pensiero pensato, ossia ad occupare e limitare se medesima (la testa piena). Sennonché lo sforzo del lavorìo intellettuale è, per dirla con Giovanni Climaco una preoccupazione (pre-occupazione) anticontemplativa:
«Un capello disturba l’occhio, una piccola preoccupazione può rovinare il riposo della contemplazione».
E, in ogni caso, una volta denudate da tutto ciò che gli è stato cucito intorno, le parole rimarrebbero, anche nude, a preoccupare la testa.
Gli è che l’uomo, specialmente in Occidente, non sa percepirsi altro che come un’entità composta di pensieri e parole. La Coscienza e l’Intelletto vengono percepiti soltanto come attività-produttività-pienezza e non anche – primieramente e causalmente – come inattività-improduttività-vacuità. L’abbandono dei pensieri e delle parole (la libertà da essi!) gli fa paventare un annientamento di sé, cosicché egli si aggrappa al pensare e parlare come necessari al suo essere, che invece ne è totalmente indipendente: “Io sono” è la conditio sine qua non di “Io penso e parlo”. L’essere è primario, i pensieri e le parole sono accessori, più che spesso forieri di conflitti. L’Essere è connaturato alla Luce, pensieri e parole sono ombre.
Jiddu Krishnamurti:
«La meditazione* non è un processo intellettuale, non è nel regno del pensiero, è la liberazione dal pensiero e un movimento nell’estasi della verità».
*qui “meditazione” va evidentemente intesa in quanto contemplazione, cioè come stato ultra-cogitativo, quindi ultra-oggettivo, perciò senza pre-occupazioni di sorta, senza l’ansia del consentire o del dissentire che sono le fisime dell’ego ognora nutrientesi della scelta, dunque dell’attaccamento, ritornando qui il simbolo dello Specchio che è vuoto in se stesso e tutto rispecchia senza preferenze. Nello specchio si riflette il panorama – visione del tutto – in cui tutti i particolari sono in relazione reciproca, ciascuno già con la propria funzione, con il proprio auto-giudizio (ancorché inconscio) e il proprio destino.
Con il «processo intellettuale» la mente resta «nel regno del pensiero», impossibilitata ad evaderne per ritrovare se stessa in quanto Pensiero pensante e fruire del “mosto”, anzi del Vino Novello bell’e pronto di cui dice Omar Khayyam in una delle sue Quartine indubbiamente eucaristica:
«Bevete il vino, questa è la vita eterna,
questo è ciò che vi darà la giovinezza,
questa è la stagione del vino,
delle rose e degli amici ubriachi».
La giovinezza quale risultato dell’ubriachezza! Ubriachi di Luce! E dove sono oggi gli ubriachi, mentre le masse abbuiate nella sobrietà distruggono l’uomo e la terra, e non cessano di contaminare il cosmo esteriore obliando il cosmo interiore?
Non per nulla già duemila anni addietro la Parola disse:
«non hanno più vino».
Sì, non hanno più di che divinamente ubriacarsi! Il proverbio «in vino veritas» è ormai obsoleto. L’umanità sobriamente si auto-giudica e si distrugge.
Ma Omar Khayyam esorta ancora:
«Siate felici di questo momento,
questo momento è la nostra vita».
E qual è questo momento che è la nostra vita se non quello in cui siamo ubriachi di Vino?
Ora, “bere il vino” è un atto puro, non pensato, contemplativo … “vinificato”! E quale sarà la “stagione del vino” se non la Quinta: quella del Sacro Silenzio che infonde l’ebbrezza dell’Alto?
Madeleine Delbrel:
«Il silenzio è un’aquila dalle ali forti che vola alto sullo strepito della terra, degli uomini e del vento».
Signum silentii: il gesto di Arpocrate del dito che chiude la bocca e rimanda alla taciturnitas benedettina, all’assenza delle parole, al silenzio come primo passo per la saggezza, per il mondo del mistero e dei misteri. Non per nulla gli aspiranti discepoli della scuola pitagorica (gli acusmatici) dovevano osservare inizialmente cinque anni di silenzio.
Il Sacro Silenzio: la Stagione (cioè Stazione) Suprema ove tutto ciò che si muove è fermo e vivo, compreso il lavorìo della mente. Si tratta qui della Mente Immobile*: Fudoshin nel gergo nipponico, di basilare importanza, tra l’altro, nelle Vie marziali (Budō), nelle quali di basilare importanza è ascoltare Chinmoku no Koe: la Voce del Silenzio. Kare no koe wa utsukushii: la sua Voce è bella. La trottola è l’immagine (non la parola, l’immagine!) di Fudoshin: gira talmente veloce da sembrare ferma.
* immobile in quanto imperturbabile, che non significa insensibile. Anzi, la Mente imperturbabile è massimamente sensibile, dunque massimamente compassionevole o caritatevole che dir si voglia. E proprio per il suo trascendere tutto, a tutto può provvedere.
Nella Tradizione tibetana il Sacro Silenzio è chiamato Rigpa, cioè “consapevolezza pura non concettuale, o “consapevolezza primordiale” o “conoscenza diretta della realtà”.
da: RIGPA, il massimo mistero della Vita – Parte 1 – Fontana Editore:
«Il rigpa non è semplicemente uno stato mentale, ma l’essenza stessa del nostro essere: silenziosa in un suo modo unico, luminosa, potente, beata e quindi intrinsecamente positiva. Come si pratica lo stato di rigpa? Per raggiungerlo è necessario riconoscere quel noi-stessi-che-resta-in-se-stesso-senza-avere-bisogno-di-altro. Una pace e un silenzio impressionanti accadono allora: il respiro sembra sospeso, lo sguardo è immobile*, l’eternità si fa intendere come una vertigine sconfinata e in sé perfetta».
* lo sguardo immobile è quello dell’Occhio di Dio, sguardo eterno poiché non batte ciglio. Il battito di ciglio crea il prima e il poi, perciò il tempo. Basta restare per un minuto con lo sguardo immobile, cioè senza battere ciglio, per avere, seppur tenue, un sentore di eternità. «L’occhio con cui Dio mi vede è l’occhio con cui io lo vedo; il mio occhio e il suo occhio sono uno e lo stesso», dice Maestro Eckhart..
Concludo proponendo L’Oceano di silenzio di Franco Battiato, brano dal testo e dalla musica che almeno per quattro minuti e venti, può davvero far approssimare ad «un’altra dimensione».
Ecco il collegamento al video.
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
***


25 commenti su “La Stagione del Vino, delle Rose e degli Amici Ubriachi. Il Matto.”
Auguro un sereno Natale a tutti i commentatori, ringrazio il Matto per i suoi (bellissimi) articoli. Saluti a Tosatti.
Grazie!!! Altrettanto!!!
🥰
“Gli uccelli nati in gabbia pensano che volare sia una malattia.”
Alejandro Jodorowsky
“E coloro che furono visti danzare, vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”.
Nietzsche
Sereno Natale a tutti i Sani di mente!!!
Dalla contemplazione mattutina.
Il Silenzio è la Parola.
Dalla Parola tutte le parole.
Ogni parola dal Silenzio nasce e al Silenzio ritorna.
Senza il Silenzio nulla è concepibile.
C’è Una Parola che è muta e si esprime in parole.
L’universo intero è opera della Parola.
Ogni uomo, ogni animale, ogni pianta, ogni astro
vive nel e del Silenzio che è la sua essenza vitale.
Occorre farsi Silenzio,
occorre sparire nella Parola.
Forse necessita un passo ulteriore:
dare un volto al Silenzio.
Quando il Silenzio ha un volto, non è più astratto:
è il Padre.
Quando la Parola ha un corpo, non è più simbolo:
è Gesù Cristo.
Quando il Silenzio e la Parola si amano, respirano:
è lo Spirito.
Meglio incontrare un’orsa privata dei figli
che uno stolto in preda alla follia. (Proverbi 17,12) .
Caro don P.P.,
mi pare che stavolta lei abbia confuso il dio filosofico con quello storico: un “melting pot” di specie diverse.
Chi dà un volto di Padre alla divinità anticamente più conosciuta ( almeno nei contesti egiziano-ebraici )? Gli uomini.
Chi dà un corpo al figlio di questa divinità ( mentre sembra che la fisionomia del suo volto non conti affatto )? Gli uomini.
Chi (prendendo a pretesto l’umile avverbio “come” del testo evangelico), attribuì la inossidabile fisionomia di colomba allo Spirito Santo, scordando il “ruah” anticotestamentario da cui deriva, e chi, disinvoltamente, ha inglobato in esso/a, tutta la forza d’Amore di Afrodite di cui le sacre colombe ( e i loro partners colombi ) furono simbolo millenario? Gli uomini, sempre gli uomini! ###
” Se gli Etiopi avessero velleità di ritrarre i loro dei , li farebbero con il naso camuso “…Se i cavalli possedessero un’immaginazione “artistica”, creerebbero divinità dotate- almeno- di una testa di cavallo…( Senofane di Colofone, acuto critico dell’antropomorfismo religioso ). ###
Il suo finale- in piena scìa di tradizione retorica- è molto “grazioso”. Lei conclude con un quantomai ambiguo, ma tassativo:
” Quando il Silenzio ha un volto, è il Padre. Quando la Parola ha un volto è Gesù cristo. Quando il Silenzio e la Parola si amano, respirano, è lo Spirito,
( che perciò nascerebbe- a posteriori- da un “peculiare” connubio “omo” delle due “figure” astratte precedenti). ###
Domanda: ” E’ proprio sicuro di non aver subito un po’ troppo l’influenza “culturale” di un Tucho Bacio?
Sa… i tempi sono molto confusi.
Cara Adriana,
Lei legge le mie parole come se fossero una costruzione simbolica di origine antropologica, un “melting pot” di immagini nate dal basso, dall’immaginazione umana, alla maniera delle critiche di Senofane all’antropomorfismo religioso. Ma è esattamente l’opposto di ciò che intendo.
Nel cristianesimo non sono gli uomini a dare un volto a Dio.
È Dio che dà un volto a sé stesso.
Il “volto del Padre” non nasce da una proiezione simbolica, ma da una rivelazione storica:
«Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9).
Il corpo del Figlio non è un mito incarnato dagli uomini, ma l’evento scandaloso dell’Incarnazione:
Verbum caro factum est.
Quanto allo Spirito Santo: la Chiesa non lo “trasforma” in colomba, né dimentica il ruah. Al contrario, custodisce entrambe le dimensioni, veterotestamentaria e neotestamentaria. La colomba non è una “fisionomia ontologica”, ma un segno teofanico, così come il vento, il fuoco, il soffio. Confondere il segno con l’essenza è un equivoco, non un dato della fede cristiana.
Lei afferma poi che, nella mia formulazione, lo Spirito “nascerebbe a posteriori” da un connubio tra Silenzio e Parola. Anche qui, temo una lettura forzata. Il mio linguaggio è analogico e contemplativo, non genetico né cronologico. Non descrive un’origine, ma una relazione eterna, così come la teologia trinitaria ha sempre fatto, distinguendo senza separare e unendo senza confondere.
Vengo infine al riferimento a Tucho. Se per “influenza culturale” lei allude a Víctor Manuel Fernández, posso rassicurarla senza esitazioni:
non c’è alcuna dipendenza né prossimità concettuale. Anzi, il mio intento va in direzione opposta a ogni riduzione psicologica, simbolica o “affettiva” del mistero trinitario. Qui non si tratta di reinterpretare Dio alla luce delle categorie contemporanee, ma di lasciarsi giudicare dalla Rivelazione, anche quando essa resiste al nostro bisogno di controllo concettuale.
Se i tempi sono confusi, come lei giustamente osserva, lo sono proprio perché si tende a leggere la fede cristiana con categorie esclusivamente antropologiche, mentre essa nasce da un evento che le supera tutte:
Dio che parla, Dio che assume carne, Dio che dona il Suo Spirito.
Con stima,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
anche questa è una sua asserzione personale, o meglio, la stessa che lei ha accolto dalla Tradizione per cui combatte come un coraggioso S. Giorgio,
( quella figura di Santo che, ai tempi di Paolo VI, venne eliminata, assieme a quelle di altri Santi fino ad allora oggetto di culto, perchè collettivamente mancanti di presupposti storico-critici nonchè antropologici ).
Io mi domando e le domando perchè mai, se di “rivelazione” si debba parlare, nei “sacri testi” le contraddizioni logiche, etiche e storiche spuntino un po’ da per tutto come i funghi dopo un piovasco autunnale.
Se Dio ha lasciato che ciascuno scrittore o copista scegliesse per conto proprio quale fisionomia attribuirGli- così come appare in evidenza-, allora Egli è un dio sommamente “distratto”, “disattento”, “indifferente”, sia nei confronti dell’autore, sia in quelli del “suo” popolo.
Se invece se ne è compiaciuto, allora significa che Egli prova un sicuro- notevolissimo- piacere (molto,
molto umano) per la propria assoluta potenza-:
” Guai a chi contende Chi lo ha plasmato, un vaso tra altri vasi di argilla” (Is. 45,9).
Ancora: ” Dio fa la pace (il bene) e crea il male “, ( si intende per “male” il “ra”,ebraico- calamità naturale, sventura- ).
Se queste sono “rivelazioni”, lo possono essere soltanto in quanto “spiragli”, intuizioni su una natura di divinità capricciosa e crudele, per non dire paranoica.
Sarebbe questa la fisionomia di un “buon Padre” affezionato alle creature che Egli stesso avrebbe messo al mondo- senza che glielo chiedessero???
Quanto al Figlio (che sarebbe l’unico a conoscere il Padre), in epoca Gesuana il termine Figlio era usato come sinonimo di Messia: colui che avrebbe liberato Israele dagli oppressori (nella fattispecie, dai Romani). D’altra parte, in palese contraddizione con ciò, alle domande sulla fine del mondo, Gesù risponde che nessuno la conosce, nemmeno il Figlio ( ossia l’unto, il Messia ).
Si potrebbe altresì ipotizzare che le parole del Gesù/Messia, indirizzate al Padre, venissero fatte rivolgere a quel Dio buono che si era allontanato dai mondi,( lasciando -ma perchè?- la terra, in balia dell’Arconte Jadalbaoth, ignorante quanto presuntuoso ). Era un Dio raggiungibile soltanto dai puri Sethiani, e forse tali si ritenevano gli Esseni di cui il predicatore messianico
-probabilmente- faceva parte. Gnosi? e perchè no? ho già fatto precedentemente notare come alcune frasi dell’Unto (o frasi che a lui sono state messe in bocca dagli anonimi, posteriori autori dei Vangeli) profumino di Gnosi selettiva, specie in Matteo, a proposito dell’impiego delle parabole per i numerosi “minus quam” che seguivano il Maestro.
Quante cose passano sotto il cielo, e quanto poco noi ne sappiamo.
Un caro saluto, Adriana.
Cara Adriana,
Le rispondo volentieri, anche se molte delle questioni che ripropone sono – come giustamente intuisco – le stesse già sollevate altrove e alle quali ho già cercato di rispondere nel merito. Provo dunque a farlo ora in modo sintetico e ordinato, senza inseguire ogni possibile diramazione.
1. Tradizione, San Giorgio e il criterio storico-critico
Il riferimento a San Giorgio è interessante, ma va precisato. La revisione del calendario sotto Paolo VI non ha “eliminato” santi perché falsi, bensì ha distinto tra culto universale e culto legittimo locale o tradizionale, proprio per non identificare la fede con il grado di documentazione storico-critica.
La Tradizione cristiana non afferma: “credi perché tutto è storicamente dimostrabile”, ma: “credi perché Dio ha parlato e la Chiesa ha custodito ciò che ha ricevuto”. Sono due piani diversi.
2. Le presunte “contraddizioni” dei testi sacri
Qui tocchiamo il nodo centrale. Lei parte da un presupposto che io non condivido: che una rivelazione divina debba presentarsi come un manuale logicamente uniforme, eticamente omogeneo e storicamente lineare.
La Scrittura, invece, è storia di rivelazione progressiva, non dettatura meccanica. Dio non annulla l’autore umano, né lo sostituisce. Non è un Dio “distratto”, ma un Dio che accetta di parlare dentro la storia, con linguaggi, immagini, tensioni e persino asperità reali. Pretendere un testo “perfetto” secondo criteri moderni significherebbe chiedere una rivelazione disumana, non divina.
3. Il passo di Isaia: “Dio crea il male” (Is 45,7)
La questione è nota. Il termine ebraico ra‘ indica la sventura, non il male morale. Il testo non rivela un Dio crudele, ma un Dio che non coincide con le nostre proiezioni consolatorie. La Bibbia non edulcora la trascendenza: la espone, e così facendo la sottrae alla mitologia.
4. Il Padre “buono” e la libertà delle creature
La domanda sul perché Dio crei senza essere stato chiesto non è affatto ingenua: attraversa Giobbe, Qoèlet e i Salmi. La Scrittura non la censura. Il cristianesimo però non risponde con un concetto astratto, bensì con una persona crocifissa. Se Dio fosse solo potenza, Lei avrebbe ragione; ma il cuore della fede cristiana è che Dio assume su di sé la violenza del mondo che crea.
5. Il Figlio, il Messia e il “non sapere”
È vero che, nel contesto giudaico, “Figlio” e “Messia” sono termini intrecciati. Tuttavia ridurre Gesù a un predicatore messianico deluso non spiega né la sua autorità, né la sua condanna, né la fede pasquale che nasce immediatamente dopo. L’affermazione “nemmeno il Figlio lo sa” non nega la sua identità: attesta una kenosi reale, non apparente.
6. Gnosi, arconti ed élite spirituali
Qui permetta una chiarezza netta. La gnosi è stata una tentazione ricorrente, ma la Chiesa l’ha sempre respinta perché separa il Dio buono dal mondo reale e trasforma la salvezza in privilegio per pochi “puri”.
Il Vangelo fa l’opposto: espone Dio alla storia, al rifiuto e alla croce, e affida l’annuncio non a un’élite iniziatica, ma a uomini senza titoli. Le parabole non servono a escludere, ma a disarmare chi crede di possedere già la verità.
7. Conclusione
Lei legge la Bibbia come un insieme di indizi che rivelerebbero una divinità capricciosa o crudele. Io la leggo come il luogo di un conflitto reale tra l’uomo e Dio, che culmina non in un arconte, ma in un Crocifisso.
Qui sta la differenza decisiva: non tra fede e intelligenza, ma tra una divinità che resta al riparo e un Dio che entra nel dramma della storia.
Che “passino molte cose sotto il cielo” è indubbio. Il cristianesimo, però, non pretende di spiegarle tutte: pretende solo di affermare che Dio non è rimasto fuori.
Saluti cordiali e buon Natale,,
don Pietro Paolo
Caro don P.P.,
la ringrazio per l’attenzione che ha prestato al mio scritto.
Vorrei poter rispondere a ciascuna delle sue argomentazioni in una unica comunicazione, ma ciò mi è impossibile per l’alto numero di argomenti che lei ha posto in campo…anche se, a ben vedere, sono -piuttosto che argomenti-, corollari ad una affermazione unica,- sempre la medesima-: ” mistero della fede “. Cominciamo da alcuni dei corollari più “facili”.
Lei afferma che Paolo VI ( nonostante riconoscesse la illegittimità del culto prestato a numerosi Santi ) ne abbia lasciato in vigore alcuni con l’intento tutto “spirituale” di non identificare la fede con una documentazione storico-critica. Per me ( e non solo) lei ha ribaltato la motivazione. Erano stati- nei secoli- edificati numerosi edifici sacri, i fedeli vi accorrevano portandovi cospicui oboli; per costoro le agiografie che accompagnavano le vite di quei Santi – di cui, frequentemente, venivano esposte intere salme o pezzi anatomici staccati dalle medesime- erano “Vangelo”. Come rinunziare a delle entrate di cui la Chiesa ebbe sempre bisogno? La devozione popolare stessa si sarebbe scandalizzata, avvezza da 2000 anni a santificazioni/portafortuna con tanto di autorizzazione ecclesiastica.
( Lo sa che la Gerarchia era riuscita a trasformare il martirio di Ipazia “ad” Alessandria in quello di una S. Caterina “di” Alessandria? )…###
Tra dis-umano e divino, non c’è, in fondo, grande differenza. Il Tetragramma non è umano e molti , per questo, lo ritengono “divino”. Anche la Trinità è lontana e non umana, tanto che lei stesso ha scritto che non è riconducibile a “nessuna riduzione affettiva”: ciò spiega “ad abundantiam” perchè le speranze e le affezioni della religiosità popolare vengano convogliate sulle figure dei Santi (di solito vicini a noi per epoca e caratteristiche, adattissimi quindi, a esercitare la professione di “avvocati” delle nostre cause). Lei afferma che fu il Tetragramma a scegliere di mostrare il proprio volto ad alcuni esemplari di umanità. Ai progenitori senz’altro, parrebbe… però ricordo ancora una volta che la Bibbia di Gerusalemme pone in nota una “diffida” sull’episodio edenico, in quanto eredità di narrazioni sumero-babilonesi ( le chiami pure “miti” )
E, poi… a tanti, tra cui Abramo, Mosè (per tre quarti) e altri fedeli…Però il Messia affermò ( o venne fatto affermare ) che NESSUNO nei tempi antichi aveva mai visto la faccia del Tetragramma.
Magnifica contraddizione! Quale Rivelazione è quella “giusta”? ### Lei scrive che la Rivelazione si evolve nel tempo…quindi, siamo passati da una concezione di sudditanza totale alla volontà crudele di un Tetragramma che esercita un potere assoluto e veramente dis-umano
( basta leggere Sam. 1 ), per , in seguito, esser necessitati a far parte degli amici del Messia ed essere di nascita israeliana ( a rischio di finire, per l’eternità, nella Gheenna di fuoco e lacrime ), per, ancora successivamente, mandare a monte i primitivi 12 comandamenti e le 613 altre leggi anticotestamentarie, nonchè la circoncisione, il giuramento sulla “yarek” (coscia, in quanto sinonimo di pene), il cibo halal ecc…
Da una compagnia di “poveri” Ebioniti la Rivelazione ha “estratto” ( o ha “approfondito”) una Chiesa intrisa di cesaropapismo esercitato al massimo della sua potenza, della sua attività politica e della sua ricchezza terrena. ( Che l’evoluzionismo abbia sviluppato l’intelligenza umana? o che il Tetragramma stesso abbia voluto che si evolvesse rispetto a quella di chi abbisognava di istruzioni “divine” per nascondere sotterra le proprie puzzolenti deiezioni? ) ###
Quali sorprese ci riserverà domani la Rivelazione? Quelle di presentarci una religione molto diversa, ma che accamperà- come sempre- in difesa delle proprie mutazioni, l’ abituale mantra di “mistero della fede”?
Un caro saluto di buone e serene feste natalizie.
Occorre farsi Silenzio,
occorre sparire nella Parola.
Benissimo, inizia tu a darci il buon esempio !
–Nel molto parlare non manca la colpa,
chi frena le labbra è prudente.– (Proverbi 10,19)
Caro S.E.,
perché non perdi occasione per esprimere giudizi sprezzanti nei miei confronti? Sei così sicuro di essere nella Verità?
Pensi davvero che basti citare le Scritture a memoria (stavo per dire a pappagallo) per sentirsi a posto con la coscienza?
Medita … medita …
E, ahimè, in traduzioni di traduzioni di traduzioni…
Se preferisci te lo dico in latino:
In multiloquio non deerit peccatum;
qui autem moderatur labia sua, prudentissimus est.
Caro S.E., non hai risposto alla mia domanda.
Caro Matto,
Ne suo scritto riconosco un’intuizione reale: senza silenzio non c’è contemplazione, e l’eccesso di parole e di attività mentale può soffocare l’ascolto di Dio. Su questo la tradizione cattolica concorda pienamente.
Proprio per questo, però, è necessaria una precisazione. Nel Suo testo il silenzio sembra talvolta porsi in alternativa alla Parola, quasi che la parola – soprattutto quella scritta – fosse segno di decadenza. Qui occorre cautela: per la fede cristiana il silenzio non sostituisce la Parola, ma la prepara e la custodisce. Il cristianesimo nasce dal Logos incarnato, non da una luce muta.
Condivisibile è anche la critica al lavorìo intellettuale quando diventa preoccupazione e attivismo; meno lo è una possibile svalutazione dell’intelletto in quanto tale. La contemplazione cristiana non elimina l’intelligenza, ma la purifica e la ordina.
Infine, l’accostamento non distinto di tradizioni diverse e il simbolo dell’“ebbrezza” richiedono discernimento: per il cattolico Cristo resta il criterio, e l’“ubriachezza” è metafora della pienezza dello Spirito, non della dissoluzione dell’io.
In sintesi, il Suo scritto coglie il valore del silenzio, ma per restare pienamente cattolico deve mantenerlo unito alla Parola che si è fatta carne.
Carissimo Matto
È una delle riflessioni più belle uscite dal suo cervello …finissimo.
Difficile esercizio per me, grecista e perciò loica ormai d’isitnto, direi, ma cultrice rigorosa del silenzio esterno, se non altro.
Grazie.
Buon Natale!
Piacerissimo di risentirla!!!
Grazie per l’apprezzamento!
Ricambio di cuore l’Augurio natalizio!
Mi raccomando: per il Natale che giunge
brindi abbondantemente con del buon vino! 😊
Ho risentito stamani l’Oceano di silenzio di Battiato.
Mi son venute le lacrime agli occhi.
Lacrime di nostalgia e di gioia.
Musica celestiale.
Carissimo Matto,
l’argomento non può che essere molto “interessante”. Per molti, infatti, lo fu e in varie maniere: dalla medicea ” Quanto è bella giovinezza” all’ instancabile esortazione a percepire ogni attimo dell’esistenza fino a diventarne protagonista e a fondervisi, come vanno ripetendo i sostenitori della psicologia della Gestalt.###
Quanto alla tripletta delle rose, il vino, la pace spirituale, è sufficiente una minima “infarinatura” della letteratura in antica lingua greca per trovarne numerosi esempi: tra i più noti quelli offerti da Alceo ( emulato a suo modo dal nostro Orazio ). Con la sua lirica monodica Alceo fu tra i primi – assieme a Saffo e ad Anacreonte- a dar voce ai sentimenti personali e- al medesimo tempo- ai propri celati interrogativi esistenziali. La Poesia non era ancora decaduta alla sola scrittura da tavolino; il “cantautore” accompagnava i propri versi con la musica della sua cetra.###
La Poesia era ed è Armonia- come ricorderà lo stesso Shakespeare-; la sua funzione è quella di congiungere “melodiosamente” l’individuo all’Amore eterno…: ” L’ Amore non è soggetto al Tempo, pur se rosee labbra e gote, dovran cadere sotto la sua curva lama; Amore non muta in poche ore o settimane, ma impavido resiste al giorno estremo del Giudizio. Se questo è errore e mi sarà provato, Io non ho mai scritto e nessuno ha mai amato.” (Shakespeare, Sonetto 116).###
Si può separare l’autentico Amore Grande dall’autentico Amore Piccolo? Non esprimono entrambi la medesima vocazione luminosa?.
” Puoi tu distinguere il grande “Ciononostante” dal grande “Nonostante tutto”? ”
( Franz Kafka; “Lettere a Milena” ).###
Caro Matto, tu mi rappresenti la mente dei bipedi (senza penne né piume) come uno stanzino senza finestre, ingombro di mobilia tarlata, pesante e fuori moda: quel genere di arredamento che impedisce ogni minimo, agevole, libero movimento al tenutario di quello- ormai sempre più esiguo, soffocante- spazio. Creiamo una breccia nella parete e, un po’ per volta, “defenestriamoli” uno ad uno!…qualche angelo della strada provvederà a eliminarne i resti.
Se la vita – tra le tante altre cose- ha tutta l’apparenza di un “Teatro”, ciascuno di noi cerchi di ispirarsi, per il suo arredamento interiore, alla straordinaria, luminosa innovazione che al “Plateau”- con indomito coraggio e audacia- seppero donare Appia e Craig… ( Lo so, a molti non piaceranno: hanno tolto tutti quegli addobbi Kitsch messi a fungere da inevitabili segnali stradali ).
🙏
Caro Matto,
Per “segnali stradali”, intendo quella congerie di favole agiografiche e di immagini fantastiche ( per lo più malfatte ) che sembrano imporre allo spirito dei fedeli dei culti che nulla hanno di diverso da quelli prestati alle statue e agli “extra fanicula” dai tanto aborriti pagani.
Un saluto con affetto, Adriana.
Osservazione interessante.
Anche a te un affettuoso saluto (il saluto di “cuore matto, matto da legare” cantava Little Tony 😍).
I commenti sono chiusi.