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Avvenire (quotidiano dei Vescovi italiani)  ha pubblicato un articolo firmato da Angelo Picariello (A che punto è la legge italiana sul suicidio assistito)  che, nel raccontare l’iter legislativo sul fine vita, lascia emergere un atteggiamento ecclesiale che appare segnato da una certa ambiguità e da una rassegnazione che non può non destare preoccupazione. Le posizioni politiche, i comitati tecnici, i paletti normativi, le attese della Corte Costituzionale italiana si intrecciano in un quadro dove il tema più essenziale sembra smarrirsi: la vita umana come dono inviolabile. A turbare è soprattutto l’intervento del segretario della Pontificia Accademia per la Vita, don Mensuali, che invita i parlamentari cattolici a “limitare gli effetti peggiori”, suggerendo in pratica di votare ciò che appare meno dannoso tra le soluzioni possibili. Ma è davvero questa la missione della Chiesa? Ridursi al calcolo prudenziale? Accettare come orizzonte inevitabile il “meno peggio”?

La Chiesa non è custode di equilibri parlamentari: è testimone del Vangelo della vita, è testimone di Gesù Cristo che dà la vita! Non può modulare la verità secondo il vento politico del momento, né piegare il valore della vita a logiche di compromesso. Ogni esistenza, anche la più fragile e segnata dalla sofferenza, rimane dono di Dio, non proprietà negoziabile, non oggetto di mediazione. Per questo il linguaggio della prudenza non può diventare linguaggio dell’ambiguità: parlare di criteri, procedure, comitati e “percorsi di valutazione” rischia di trasformare il dramma umano della sofferenza estrema in una pratica amministrativa. E quando la vita e la morte diventano territorio della burocrazia, la coscienza collettiva inevitabilmente si assopisce.

L’articolo sembra ammettere che, siccome alcuni mutano idea o alcuni territori non offrono cure adeguate, la soluzione sia regolamentare l’aiuto al suicidio in modo più ordinato. Ma la missione della Chiesa non è quella di rendere accettabile ciò che rimane moralmente drammatico. Ma di predicare il Vangelo soprattutto quando è controcorrente. La missione della Chiesa è annunciare al mondo che nessuna vita è indegna, nessuna sofferenza è senza valore, e nessuna persona deve essere lasciata sola nel momento più fragile della propria esistenza. Le cure palliative, citate solo come condizione procedurale per accedere al suicidio assistito, vengono degradate a elemento tecnico, quando dovrebbero essere testimonianza viva dell’accompagnamento, della prossimità, della cura che contraddice la cultura dello scarto, dell’abbandono e della morte.

L’invito ai politici cattolici a evitare soluzioni peggiori rischia di trasformare il discernimento morale in tattica parlamentare. La tradizione cristiana non ha mai chiesto ai credenti di amministrare il declino etico della società, ma di testimoniare con coerenza la Verità della vita, che è Gesù Cristo stesso. Il credente non è chiamato a misurare ciò che è “realisticamente ottenibile”, ma a illuminare la cultura con l’annuncio che la vita non è un bene di cui si dispone, nemmeno in nome dell’autodeterminazione. Quest’ultima, presentata come criterio decisivo nel confronto legislativo, non può diventare principio assoluto: la libertà umana non è potere di autodistruzione, ma capacità di relazione, di affidamento, di significato.

La sensazione che rimane, leggendo l’articolo, è quella di una Chiesa che osserva, commenta, suggerisce strategie di contenimento, ma che fatica a far risuonare la sua voce profetica. Eppure il ruolo della Chiesa non è quello di essere un soggetto prudente e accomodante, bensì una presenza che ricorda a tutti – credenti e non credenti – che ogni vita merita rispetto, protezione, accompagnamento. Non il meno peggio. Non la gestione dell’inevitabile. Non l’assuefazione al linguaggio della resa.

Ciò che la Chiesa è chiamata ad annunciare, sempre e ovunque, è che la vita è dono e mistero, e che la risposta cristiana alla sofferenza non è l’abbandono, ma la cura; non la scorciatoia, ma la prossimità; non la disperazione, ma la speranza. In questo, più che in qualunque compromesso, si misura la fedeltà al Vangelo e la dignità della nostra presenza nel mondo.

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