Cisgiordania, Coloni Attaccano il Villaggio Cristiano di Taybeh. I$r@ele Continua Attacchi a G@z@.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione alcuni elementi di valutazione sulla situazione in Medio Oriente, in particolare in Cisgiordania e a Gaza. Buona lettura e condivisione.

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Il primo è questo articolo del Centro Studi Federici:

Nuovo attacco dei coloni all’inizio dell’Avvento al villaggio cristiano di Taybeh


In Italia diversi schieramenti politici (PD, Forza Italia, Lega per Salvini Premier) hanno presentato delle proposte di legge per equiparare “antisemitismo” e “antisionismo”, secondo la definizione data dall’ International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) nel 2016 e accettata, se non andiamo errati, dal governo Conte II nel 2020. Intanto in Cisgiordania i coloni armati e protetti dall’esercito e dal governo israeliano continuano ad attaccare le proprietà palestinesi causando anche morti e feriti. Uno dei bersagli preferiti degli ultimi mesi è Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano, che subito l’ultimo attacco all’inizio delle festività natalizie.

Taybeh sotto attacco: la ferita del Natale cristiano in Terra Santa

 Una stella di David, e poi la scritta, scarabocchiata con lo spray nero sul muro nell’urgenza della fuga: “Morte agli arabi”. I coloni israeliani hanno firmato così l’ennesimo attacco a Taybeh, l’ultimo villaggio interamente cristiano della Palestina. Era da poco passata la mezzanotte di giovedì quando la telecamera di una fattoria situata all’estremità meridionale del piccolo centro ha registrato il passaggio di due automobili. Sono scesi davanti a una delle ultime case, dove il villaggio dirada. Hanno dato fuoco a due macchine, lasciato la loro minaccia sul muro, poi sono tornati rapidamente a uno dei quattro avamposti nati negli ultimi mesi sulla sommità delle colline circostanti. Il proprietario delle vetture, pur resosi conto del raid, ha dovuto attendere che la banda ripartisse per intervenire. I “giovani delle colline” sono sempre armati, e qualsiasi reazione rischia di tradursi in tragedia. L’esercito israeliano, che al mattino ha attraversato come sempre il paese a ribadire l’occupazione, garantisce piena passività davanti ai ripetuti crimini dei connazionali. Così la polizia. Gli agenti palestinesi restano chiusi nella piccola caserma, impotenti, a pochi metri da dove la statua del Cristo annuncia l’inizio di Taybeh, l’antica Efraim, dove Gesù e i suoi discepoli trovarono protezione dai sommi sacerdoti, intenzionati a ucciderlo dopo la resurrezione di Lazzaro.

Il rapido sistema di messaggi nato per segnalare la presenza del pericolo ha richiamato la comunità, l’incendio è stato estinto. L’angoscia, come sempre, è rimasta. In luglio le bande del sionismo messianico che fanno indirettamente riferimento ai ministri Ben-Gvir e Smotrich hanno cercato di incendiare l’antico cimitero. Il clamore mediatico ha mussato la violenza in muta intimidazione, in provocazione, distribuite quotidianamente con il passaggio minaccioso delle automobili per le vie del villaggio. Poi, due settimane fa, il riemergere sfacciato e impunito della violenza: una macchina data alle fiamme, la stazione di benzina devastata e depredata, le vetrine dei negozi sfondate. Nessun monito sembra capace di trattenere la sistematica anarchia del terrore.

«Sapevano dell’inizio delle festività, il momento scelto per l’ultimo attacco non è casuale», spiega ad Avvenire Sanad Sahelia, giornalista locale. La notte di giovedì gli abitanti erano tornati a casa, come raramente accade, accompagnati da un sentimento di festa. La preparazione al Natale ha portato nel campo sportivo la musica, il grande albero illuminato, il bazar con i prodotti a basso costo. Il colore, per i bambini, per gli anziani, per tutti. Una serata di libero movimento nel villaggio assediato, paralizzato dall’arbitrarietà dei check-point, strangolato nell’economia. Impossibile raggiungere i terreni e gli ulivi che danno l’olio più pregiato di Cisgiordania, impervio arrivare a Ramallah, distante solo pochi chilometri. Alla cerimonia di apertura del programma di festeggiamenti natalizi erano presenti sei delegazioni diplomatiche provenienti da Gerusalemme: «Non abbiate paura», ha rassicurato l’ambasciatore polacco Wieslaw Kucel. (…)

Degli 8.000 abitanti che popolavano il villaggio nel 1967 sono rimasti poco più di 1.200. Chi può parte, per non tornare. La marea coloniale è rapidamente salita a nuovi livelli dopo il 7 ottobre 2023, e gli attacchi dei coloni hanno raggiunto fra ottobre e novembre 2025 numeri e virulenza mai registrati dal 2006, quando sfumava la seconda Intifada. Nelle ultime settimane sono state incendiate in Cisgiordania due moschee. A Gerico lo squadrismo si è esteso alla zona A, di competenza palestinese e tradizionalmente incolume, terrorizzando il villaggio di al-Duyuk e malmenando quattro pacifici attivisti internazionali, tre dei quali italiani. Ieri i coloni hanno attaccato i contadini palestinesi a Khirbet Yarza, picchiandoli e spezzando numerosi alberi di ulivi. Il villaggio si trova vicino alla città di Tubas, interessata la settimana scorsa da una vasta operazione dall’esercito israeliano per quattro giorni consecutivi. Ancora ieri, a Udala, nel governatorato di Nablus, l’Idf ha assaltato il centro del villaggio e le vicinanze della moschea di Oda. Un uomo è stato ucciso da un proiettile alla testa. Il Natale di Taybeh come il presente della Palestina. Quella scritta sul muro.

Fonte: https://www.avvenire.it/mondo/taybeh-sotto-attacco-la-ferita-del-natale-cristiano-in-terra-santa_101769

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Poi c’è questo articolo de Il manifesto:

Israele, il ritorno della violenza: «Suicidi di militari, traumi e abusi domestici»

 

Mentre la situazione in Cisgiordania peggiora di ora in ora, abbiamo parlato con Joel Carmel, ex militare e oggi direttore delle attività di advocacy per l’organizzazione israeliana Breaking the Silence. Un’associazione di ex militari israeliani nata nel 2004 che si occupa di raccogliere le testimonianze dei soldati riguardo le azioni che compiono contro i palestinesi, per poi pubblicarle e informare la società israeliana di quello che succede sul campo.

Cosa sapete, come Breaking the Silence, della situazione dei giovani soldati che tornano dal campo?

È chiaro che negli ultimi anni, soprattutto dal 7 ottobre, qualcosa è cambiato. I soldati vengono mandati a fare cose folli. Gli eventi del 7 ottobre hanno traumatizzato molti israeliani. È un paese piccolo: tutti conoscono qualcuno che è stato ucciso, rapito o ferito. La società porta un grande trauma, i soldati vengono mandati a eseguire ordini incredibili e la continua pressione necessaria per far sì che riescano a “funzionare” li sta distruggendo. Vediamo forme estreme di reazione al trauma, come il suicidio. Ma ci sono anche aspetti meno riportati: persone che non riescono a tornare alla vita normale, né a gestire una vita familiare o a mantenere un lavoro; episodi di violenza domestica. Questo ha impregnato profondamente la società israeliana, anche perché tantissime persone sono state richiamate come riservisti: non solo ragazzi di 18-21 anni, ma anche uomini che avevano servito dieci anni prima e ora hanno 30, 40 anni. Voglio essere chiaro: questo è un sottoprodotto delle politiche che il governo ha portato avanti negli ultimi anni. Ma non siamo noi le vittime: noi siamo i perpetratori. E questo è il prezzo, un prezzo terribile. Nulla di tutto questo sarebbe accaduto se il governo israeliano non avesse voluto che accadesse.

Riguardo ai soldati che tornano, quante persone si avvicinano a Breaking the Silence?

C’è sicuramente stato un grande aumento rispetto agli anni precedenti. All’inizio, subito dopo il 7 ottobre, era molto difficile per le persone farsi avanti. Già dalle prime fasi vedevano cose terribili accadere a Gaza, ma c’era una forte pressione sociale a non criticare nulla: si diceva che dopo anni di divisioni interne bisognava “stare uniti”, sostenere i soldati, combattere e vincere. Questo rendeva difficile dire: «Quello che sta succedendo è inaccettabile». Ma col tempo è diventato chiaro a sempre più soldati che gli obiettivi della guerra non venivano raggiunti e che ciò era dovuto a una politica governativa sconsiderata: la guerra veniva prolungata per motivi politici. Quindi, più soldati e più israeliani si sono sentiti sicuri nel parlare. Purtroppo molto di ciò che abbiamo visto a Gaza negli ultimi due anni si sta normalizzando in Cisgiordania. Quindi non è affatto finita.

Gli israeliani stanno iniziando a vedere i palestinesi in modo diverso, o siamo ancora lontani?

Purtroppo siamo ancora lontani. Ci sono piccoli segnali: alcune persone che erano già un po’ di sinistra ora lo sono di più. Le persone escono a protestare, anche nelle zone occupate, per cercare di proteggere i palestinesi dalle violenze dei coloni. Ci sono più israeliani disposti fisicamente a mettersi tra coloni e palestinesi. Questo esiste, ma resta marginale. C’è più critica verso il governo, ma riguarda soprattutto questioni interne: Netanyahu che cerca di evitare il processo, o di evitare un’inchiesta sul 7 ottobre e i fallimenti che l’hanno reso possibile. C’è dissenso su questo. Ma purtroppo, la maggior parte delle critiche non riguarda i diritti dei palestinesi. La maggior parte della società non sente che dobbiamo trattare i palestinesi come esseri umani con diritti. Ed è molto triste. Parte della responsabilità è dell’opposizione politica, che non sfida davvero il governo su nulla di legato ai palestinesi. Il prezzo che pagheremo è che questo ciclo di violenza non finirà.

La settimana scorsa il ministro Ben Gvir ha promosso due soldati che hanno giustiziato due palestinesi: cosa ne pensa?

Ciò che abbiamo visto è stata una esecuzione. Non stavano attaccando, si erano arresi, mani in alto, senza alcun pericolo per i soldati. E sono stati giustiziati. Questo deriva da decenni di disumanizzazione dei palestinesi. Non li vediamo come persone, ma come potenziali minacce o terroristi. Però questo non è successo da un giorno all’altro: è il risultato di un processo di anni. Poi questo episodio è legato a ciò che chiamiamo la «gazificazione» della Cisgiordania. In molte aree di Gaza, negli ultimi due anni, i soldati sparavano ai palestinesi a vista. I soldati si sono abituati a una mentalità di «sparare per uccidere», soprattutto verso maschi in età da combattimento. Molti dei militari che ora servono in Cisgiordania hanno servito a Gaza e portano con sé quella mentalità in un contesto completamente diverso. Infine tutti sanno di godere di totale impunità. Ci sono state pochissime indagini o riflessioni su ciò che è successo. I soldati si sono abituati all’idea che possono fare ciò che vogliono e poi dire «era autodifesa» o neanche spiegarsi. La prova è Ben Gvir che promuove gli ufficiali coinvolti. Per lui è importante mostrare ai suoi sostenitori che non gli importa della legge e che sta dalla parte dei soldati. È una cosa terribile per una società che pretende di essere democratica e rispettosa dei diritti.

Ha parlato della gazificazione della Cisgiordania. Cosa pensa che accadrà nelle prossime settimane o mesi?

Da molto tempo diciamo che la Cisgiordania è sull’orlo dell’esplosione e accadrà prima o poi. Quello che vediamo ora è una combinazione di enormi restrizioni sui palestinesi: dall’inizio della guerra non possono più lavorare in Israele, che è una parte fondamentale della loro economia, poi restrizioni di movimento, nuovi checkpoint, cancelli e barriere dentro la Cisgiordania che rendono gli spostamenti quasi impossibili. C’è una massiccia espansione di avamposti dei coloni e degli insediamenti. La violenza dei coloni è quotidiana ed è difficile perfino per noi che monitoriamo la situazione stare al passo. La vita è diventata un inferno per i palestinesi: l’obiettivo è rendere la vita invivibile nell’area C, e ora anche in parti dell’area B, per spingere i palestinesi in enclavi sempre più piccole e liberare più terra possibile per l’espansione dei coloni. Questo era già parte della politica di occupazione prima del 7 ottobre. Lo abbiamo visto a Gaza: comprimere i palestinesi in spazi sempre più piccoli, frammentare la società, liberare terra. Ora è molto evidente anche in Cisgiordania, e temo conseguenze molto gravi.

Pensa che il potere dei coloni sia un problema per una soluzione futura e per la società israeliana stessa?

Sì. Da più di due anni c’è una politica, portata avanti soprattutto da Ben Gvir, che rende facilissimo ottenere armi. Questo contribuisce alla violenza nella società israeliana. È davvero spaventoso. Come attivista e come padre, ho paura e ovviamente i palestinesi hanno ancor più motivo di temere quando si trovano di fronte coloni armati. È un enorme problema dentro la società israeliana, ci sono sempre meno freni per le persone violente. L’impunità non riguarda solo i soldati. Qualche mese fa, un attivista e un amico Awdah Hathalin è stato ucciso da un colono che è stato rilasciato senza conseguenze. Questo tipo di cose diventa sempre più comune ed è molto preoccupante.

Cosa pensa del trattamento verso i giornalisti internazionali che non possono entrare a Gaza e vengono sempre più respinti in Cisgiordania?

È ridicolo. Stanno cercando di mettere a tacere le critiche. I media internazionali non saranno favorevoli a Israele perché non c’è nulla da mostrare di favorevole. Una volta Israele cercava di controllare la narrazione mostrando le cose positive e nascondendo l’occupazione. Ora c’è troppo da nascondere, quindi preferiscono semplicemente non far entrare la gente.

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C’è anche questo post su Instagram. Cliccate sul collegamento per il video.

gaza eliminato terrorista 3 anni

Domenica 7 dicembre, Ahed al-Bayouk, una bambina di 3 anni è stata uccisa da colpi d’arma da fuoco sparati dall’IDF nella parte meridionale di Gaza, vicino a Khan Younis.

L’account ufficiale dell’IDF ha postato su X “le truppe operanti nel sud di Gaza hanno identificato un terrorista che ha oltrepassato la linea gialla e si è avvicinato alle truppe, rappresentando una minaccia immediata per loro. Dopo l’identificazione, le truppe hanno eliminato il terrorista.”

Non è la prima volta che l’esercito israeliano “elimina terroristi” sotto i 10 anni per aver oltrepassato la linea gialla: la settimana scorsa i fratelli Fadi e Jum’a Abu Assi, 8 e 11 anni, sono stati uccisi con lo stesso pretesto. Anche in questo caso infatti l’IDF ha confermato l’uccisione di “due sospetti che hanno oltrepassato la linea gialla”. Secondo la dichiarazione dell’esercito israeliano i due bambini “rappresentavano una minaccia immediata”.

Il giorno prima, sabato 6 dicembre almeno sette persone sono state uccise nel nord di Gaza, tra cui una donna di 70 anni e suo figlio, che sono stati pedinati e poi aggrediti da un drone quadrirotore israeliano.

Almeno 370 palestinesi sono stati uccisi negli attacchi israeliani a Gaza dalla tregua, il 10 ottobre.

#gazagenocide #gazaceasefire #israel #idf #alleyesongaza

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E c’è anche questo post di Instagram, fonte Haaretz:

israele ufficiale suicida gaza

“7 ottobre, la data che mi ha rovinato la vita e distrutto tutto quello che ero.

Non ne posso più, sono rovina e devastazione… Ho fatto cose che non si possono perdonare, e non posso più conviverci. Tanto nessuno mi capisce.

C’è un demone dentro di me che mi insegue dalle 7.10. Per favore dimenticami e ricorda il Thomas che era un ufficiale e un comandante cecchino.

Che Thomas  è morto il 7; io sono solo un’anima in cerca di pace. Ormai da due anni non riesco a convivere con me stesso. ”

Fonte: Haaretz

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