Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo articolo di Investigatore Biblico, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.
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“Dante e la Madre di Dio: pagine che invitano il cuore. Un consiglio poetico al Cardinal Fernandez” di IB
All’inizio del canto XXXIII del Paradiso, Dante affida a san Bernardo il compito di rivolgere l’ultima preghiera alla Vergine Maria. È un canto mariano che prepara il poeta alla visione finale di Dio: l’intercessione di Maria diventa la soglia attraverso cui la mente umana, pur purificata dal viaggio, può essere resa capace dell’“alta luce”. La lode di Bernardo non è quindi solo un inno poetico, ma una vera preghiera conclusiva di tutta la Divina Commedia: un atto di abbandono, di fiducia, di riconoscimento del ruolo materno di Maria nel percorso della grazia.
Nel contemplare i simboli mariani che Dante pone sulle labbra di Bernardo, percepiamo una densità spirituale che invita alla meditazione più che all’analisi. Ogni immagine è scelta per esprimere un tratto del mistero di Maria e, insieme, una condizione del credente che si affida alla sua intercessione.
Il primo simbolo è il famoso paradosso: «Vergine Madre, figlia del tuo Figlio». Con questo ossimoro, Dante riassume la singolare posizione di Maria nella storia della salvezza: creatura e al tempo stesso madre del Creatore incarnato. È un simbolo che non vuole essere risolto, ma contemplato. In esso risplende la logica della grazia: ciò che è impossibile all’uomo diventa possibile in Dio, quando l’umiltà apre spazio all’azione dello Spirito.
Segue l’immagine complementare: «umile ed alta più che creatura». Maria è “alta” proprio perché è “umile”: il suo innalzamento non nasce da una grandezza propria, ma dall’accoglienza fiduciosa del dono divino. È il simbolo della dinamica evangelica che si riflette nel Magnificat: Dio innalza gli umili. Dante, attraverso Bernardo, ricorda che la vera grandezza del credente non consiste nel potere, ma nella disponibilità.
Un altro simbolo centrale è quello della nobilitazione dell’umanità: «tu se’ colei che l’umana natura / nobilitasti sì, che ’l suo Fattore / non disdegnò di farsi sua fattura». L’incarnazione, resa possibile dal “sì” di Maria, eleva l’intera natura umana. Questo simbolo invita a riconoscere la dignità profonda dell’uomo: ciò che Dio assume non può più essere considerato misero o indegno. Maria diventa così il segno della riconciliazione tra il divino e l’umano.
Poi appare uno dei simboli più intensi: il fuoco dell’amore che si riaccende nel suo grembo: «Nel ventre tuo si raccese l’amore». L’amore eterno, che sembrava lontano dal mondo segnato dal peccato, trova in lei un luogo dove tornare a fiorire. Questo simbolo parla della fecondità della grazia: ogni volta che l’uomo, come Maria, si apre all’ascolto e alla disponibilità, l’amore può riaccendersi nella storia.
Dante introduce poi l’immagine della luce meridiana: «Qui se’ a noi meridïana face di caritate». Maria è luce nel mezzogiorno, quando il sole è al culmine. È una luce che non sostituisce quella divina, ma la riflette con limpidezza. Il simbolo suggerisce una guida sicura e serena: non un bagliore accecante, ma una luce che orienta, che mostra il cammino senza invadere la libertà.
Infine, Maria è chiamata fonte di speranza: «giuso, intra ’ mortali, / se’ di speranza fontana vivace». È un simbolo che parla al cuore di ogni uomo: la speranza non è un sentimento fragile, ma una sorgente che non si esaurisce. Maria è vista come colei che custodisce e rinnova la speranza del credente, soprattutto quando essa sembra prosciugarsi.
La Divina Commedia, accompagnandoci fino a questa preghiera finale, sembra volerci consegnare un insegnamento profondo: i simboli mariani non sono ornamenti poetici, ma strumenti spirituali che aiutano l’uomo a orientarsi verso Dio. Attraverso la luce, la speranza, l’umiltà e la fecondità dell’amore, Maria diventa il volto materno che prepara l’incontro con il Mistero. Dante, al termine del suo viaggio, affida a lei non solo la sua visione, ma anche la nostra capacità di credere, sperare e lasciarci guidare verso la pienezza della luce.
Dante Alighieri – Paradiso, Canto XXXIII, vv. 1–21
Lode alla Vergine Maria
«Vergine Madre, figlia del tuo Figlio,
umile ed alta più che creatura,
termine fisso d’etterno consiglio,
tu se’ colei che l’umana natura
nobilitasti sì, che ’l suo Fattore
non disdegnò di farsi sua fattura.
Nel ventre tuo si raccese l’amore,
per lo cui caldo nell’eterna pace
così è germinato questo fiore.
Qui se’ a noi meridïana face
di caritate, e giuso, intra ’ mortali,
se’ di speranza fontana vivace.
Donna, se’ tanto grande e tanto vali,
che qual vuol grazia ed a te non ricorre,
sua disianza vuol volar sanz’ali.»
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2 commenti su “Dante e la Madre di Dio. Un Consiglio Poetico al Cardinal Fernandez. Investigatore Biblico.”
“Pagine che invitano il cuore”, ma … a che cosa? “Un consiglio poetico”, ma quale? Boh
Con le parole dell’autore: le parole invitano alla meditazione, cioè ad accogliere questo brano con la mente ed il cuore, affinchè penetri in profondità nella nostra vita. Credo inoltre che “il consiglio poetico” consista semplicemente nella lettura del brano in parola che ritengo uno dei vertici più alti della teologia e del pensiero medievale.
PS Per carità cristiana non ripeterò le parole che utilizzava il mio compianto professore di italiano per esprimere il suo compiacimento nella lettura di Dante, ritengo però che l’Arte con la “A” maiuscola possa, forse debba, smuovere il cuore e la coscienza di ciascuno. Ecco: Platone invitava ciascuno a cercare “il vero, il bello ed il buono”. Credo che la preghiera di S. Bernardo sarebbe piaciuta a Platone.
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