Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo articolo pubblicato su Facebook da Lavinia Marchetti, a cui va il nostro grazie. Per non dimenticare quello che si sta compiendo, con la complicità del nostro Paese e nell’omertà dei media di regime in Medio Oriente. In calce un altro breve post di Lavinia Marchetti. Tanto per la tregua e il “cessate il fuoco” visti da Israele. Buona lettura e diffusione.
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IL PEDIATRA CHE CAMMINÒ VERSO IL CARRO ARMATO
Hussam Abu Safiya e la guerra contro la medicina a Gaza
di Lavinia Marchetti
L’articolo è comodamente scaricabile anche da qui in pdf: https://www.academia.edu/…/IL_PEDIATRA_CHE_CAMMIN%C3%92…
La mattina del 27 dicembre 2024, nel cortile di cemento dell’ospedale Kamal Adwan, la guerra prende la forma di un uomo in camice che avanza zoppicando verso un carro armato. Il cielo ha il colore della polvere da sparo, lo si vede da alcuni video tremolanti, i vetri delle finestre sono crollati da giorni, le ambulanze restano ferme, sono senza carburante. Soldati armati dispongono in fila medici, infermieri, si vedono in fila anche pazienti con la flebo ancora infilata nel braccio, madri che stringono i bambini contro il petto per ripararli dal vento freddo. Una telecamera militare riprende la scena dall’alto. Nel quadro entra un pediatra magro, con una gamba fasciata per le schegge di un drone, che attraversa il cortile devastato e si avvicina al carro armato. Tende la mano al soldato, sale sul cingolato. Da quel momento il suo volto sparisce dallo spazio pubblico e resta nelle testimonianze dei detenuti rilasciati, testimonianze raccolte da Al Mezan e da Amnesty International e nelle rare interviste in cui la moglie ha parlato con la stampa internazionale.
L’uomo che entra in quel cingolato si chiama Hussam Idris Abu Safiya, pediatra e neonatologo nato il 21 novembre 1973 nel campo profughi di Jabalia, nel nord della Striscia di Gaza. La sua famiglia proviene da Hamama, cittadina palestinese sulla costa, svuotata durante la catastrofe, la Nakba, nel 1948 e inglobata nello spazio israeliano, una delle decine di località di cui restano mappe sbiadite, poche case in rovina come monito coloniale. La sua biografia, nella versione sintetica, è già un destino: infanzia in un campo sovraffollato, origine in un villaggio cancellato durante la guerra del 1948, studi che cercano di oltrepassare i recinti dell’occupazione.
Dopo la scuola dell’obbligo, il desiderio di diventare medico coincide con un’uscita temporanea dal campo. Hussam ottiene una borsa di studio e parte per il Kazakistan. A Turkistan studia medicina presso l’università Ahmed Yassawi, impara il russo, attraversa inverni che a Gaza esistono solo nelle narrazioni dei libri. In quell’ambiente incontra Elbina, studentessa kazaka che decide di legare la propria vita a quella di un rifugiato palestinese e a una terra sotto occupazione conosciuta soltanto attraverso immagini di campi profughi e cronache di guerre. I due si sposano e nel 1996 rientrano nella Striscia, stabilendosi di nuovo a Jabalia. Lui prosegue la formazione in pediatria e neonatologia, consegue un master, supera gli esami del Board palestinese e viene assunto dal Ministero della Salute, che lo invia al Kamal Adwan Hospital, a Beit Lahia, ospedale di riferimento per il nord di Gaza.
Kamal Adwan porta il nome di un dirigente dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina, ucciso a Beirut nel 1973. L’ospedale viene costruito nel decennio seguente, in un’area circondata da campi profughi e quartieri poveri. Hussam entra come medico di reparto e nel tempo diventa primario di pediatria. I suoi turni, come racconta il suo curriculum, scorrono tra la piaghe che gaza si porta dietro fin dall’inizio dell’occupazione del 1948: epidemie, malnutrizione, complicazioni ostetriche, traumi da arma da fuoco. La medicina che pratica è insieme clinica quotidiana e gestione di emergenze ricorrenti, che non sono certo iniziate l’8 ottobre 2023: carenza di elettricità (la gestisce Israele), farmaci razionati (decide Israele dei bisogni dei palestinesi), assedi che bloccano ingressi e uscite (decide Israele lo spazio e il tempo dei palestinesi). Physicians for Human Rights–Israel descrive il nord della Striscia come uno spazio sanitario già in collasso prima del 2023, con infrastrutture invecchiate, personale stremato e un sistema ospedaliero sospeso ai permessi israeliani per evacuare i casi più complessi.
Nel febbraio 2024 Hussam assume la direzione del Kamal Adwan. Questo incarico arriva in un momento in cui l’assedio decennale ha già trasformato la sanità di Gaza in un esercizio quotidiano di sopravvivenza, ma alcuni reparti funzionano ancora e nel nord restano più strutture chirurgiche operative. Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 e la risposta militare israeliana, quel quadro viene travolto. Bombardamenti sui complessi ospedalieri, assedi, ordini di evacuazione impossibili da attuare con pazienti in terapia intensiva, tagli continui al carburante e all’elettricità: l’Organizzazione mondiale della sanità e altri organismi documentano una campagna che rende porosa la distinzione tra ospedale e zona di guerra.
Nel nord, il Kamal Adwan diventa uno degli ultimi luoghi in cui una bambina ferita, un anziano in shock settico, un neonato prematuro possono ancora ricevere cure. Hussam sposta la famiglia dentro la struttura, dorme su una branda nel reparto pediatrico, trasforma gli uffici amministrativi in stanze di degenza. Secondo le ricostruzioni giornalistiche e le schede biografiche, l’ospedale aumenta la propria capacità da centoventi a circa duecento letti, con pazienti sistemati nei corridoi, sulle scale, in tende montate nel cortile, mentre i generatori arrancano e il carburante scarseggia.
In questa fase MedGlobal, organizzazione con sede negli Stati Uniti che opera in contesti di crisi, lo nomina lead physician per Gaza. Nella pratica, Hussam diventa interfaccia tra una rete internazionale di medici volontari e le autorità sanitarie della Striscia. MENA Rights Group lo definisce «figura di riferimento del personale sanitario di Gaza», sottolineando come dalla fine del 2023 abbia informato costantemente la comunità internazionale sulle condizioni del Kamal Adwan, sui bambini ricoverati in terapia intensiva e sulle incubatrici spente per mancanza di elettricità.
Le sue parole circolano nelle interviste televisive e nei video diffusi sui social. In un editoriale pubblicato dal New York Times, Hussam descrive una sala operatoria illuminata solo dalla luce dei telefoni, bambini che arrivano «bruciati, mutilati, con schegge profondamente conficcate nel cranio», interventi chirurgici eseguiti con strumenti limitati e scorte di analgesici ridotte al minimo. In quei frammenti, destinati a un pubblico globale, il primario di Jabalia prova a rendere percepibile l’esperienza di una guerra che cancella la distanza tra paziente e bersaglio, tra ambulanza e obiettivo militare.
Ci prova. Ma il costo personale per il direttore dell’ospedale cresce in modo vertiginoso. Il 25 ottobre 2024 un drone colpisce l’ingresso del Kamal Adwan. Tra le vittime c’è Ibrahim, quindicenne, figlio di Hussam. Le immagini diffuse dai media mostrano il cortile dell’ospedale trasformato in cimitero provvisorio, con il padre che guida la preghiera funebre sul corpo del ragazzo, sepolto a pochi metri dal pronto soccorso. Il giorno stesso, dopo il rito, il direttore riprende servizio tra i feriti. Nelle cronache di Valigia Blu (testata indipendente italiana di giornalismo d’approfondimento finanziata dai lettori) questo momento appare come una svolta nella percezione internazionale del medico: il suo volto smette di essere solo quello di un dirigente ospedaliero e diventa una figura di lutto condiviso, emblema di una generazione di genitori che accompagna i figli alla tomba tra macerie e tende.
A novembre un nuovo attacco con drone lo ferisce alla gamba mentre si reca in ufficio dopo un intervento. Viene ricoverato nello stesso ospedale che dirige, circondato da colleghi e pazienti. Da quel letto registra video in cui chiede corridoi umanitari, carburante per le incubatrici, protezione effettiva per le strutture sanitarie. In più interviste ribadisce che il Kamal Adwan è l’ultimo ospedale pediatrico operativo nel nord della Striscia e che la sua chiusura significherebbe condannare centinaia di bambini alla mancanza di cure.
La notte tra il 26 e il 27 dicembre 2024 segna il passaggio successivo. L’esercito israeliano circonda l’ospedale, bombarda le vicinanze, entra nei reparti. Testimoni raccontano corridoi pieni di fumo, ordini urlati in arabo e in ebraico, pazienti spinti all’esterno su sedie a rotelle o barelle improvvisate. Il Ministero della Salute di Gaza riferisce di più di duecento arresti tra personale sanitario, malati e familiari. Le forze armate israeliane presentano l’operazione come smantellamento di una «roccaforte terroristica di Hamas» all’interno dell’ospedale e diffondono immagini di presunti combattenti travestiti da pazienti e di depositi di armi.
Mentre queste versioni circolano, le testimonianze raccolte da giornali e organizzazioni palestinesi insistono su altri aspetti: uomini costretti a spogliarsi in pieno inverno, corpi stesi a terra, percosse, interrogatori sommari nel cortile, i pazienti con le flebo ancora inserite che prima erano in fila sono stati abbandonati al freddo, i più fortunati con un camice leggero.
In quella stessa scena si colloca il fotogramma che ha fatto il giro del mondo: un uomo in camice bianco, zoppicante, attraversa il cortile devastato, si avvicina a un carro armato, tende la mano a un soldato e sale sul veicolo. Quel gesto, interpretato da alcuni commentatori israeliani come segno di resa e da altri come tentativo di negoziare, diventa il velo che separa il medico dal suo ospedale e lo consegna alla macchina carceraria israeliana.
Da qui comincia una seconda storia, costruita attraverso frammenti di atti giudiziari e resoconti di ex detenuti. Per alcuni giorni, spiegano Physicians for Human Rights–Israel e altri gruppi, le autorità militari rifiutano perfino di confermare la detenzione di Hussam, mentre i pazienti vengono dispersi in strutture già sovraccariche e il Kamal Adwan smette di funzionare. Solo dopo le pressioni dell’Organizzazione mondiale della sanità, di Amnesty International e di più società pediatriche, l’esercito ammette che il direttore è in custodia, sospettato di avere un generico «grado» all’interno di Hamas. A Israele basta il sospetto, senza nessuna prova, per incarcerati a tempo determinato, con rinnovi continui ogni 6 mesi, senza nessun onere di dimostrare affiliazione. Basta il sospetto.
Nel frattempo il medico è già passato per Sde Teiman, base militare nel Negev trasformata in campo di detenzione per migliaia di palestinesi prelevati da Gaza. L’azione urgente di Amnesty International dedicata al suo caso riporta testimonianze di prigionieri costretti a rimanere per ore nudi sulla ghiaia, mani legate dietro la schiena, bendati, sottoposti a percosse e privazione del sonno. Alcuni dicono di aver riconosciuto Hussam tra i detenuti, colpito alla testa, trascinato via dopo un interrogatorio particolarmente violento.
Dopo Sde Teiman, il percorso di detenzione prosegue verso la Cisgiordania occupata. Hussam viene trasferito nel carcere militare di Ofer, vicino a Ramallah. Il centro per i diritti umani Al Mezan racconta che, al momento del primo colloquio con l’avvocata nel febbraio 2025, il medico ha perso tra venti e quaranta chili, presenta almeno quattro costole fratturate, lesioni alle gambe, segni di scabbia e denutrizione avanzata. Racconta dieci giorni di interrogatori quasi ininterrotti, venticinque giorni di isolamento, percosse con bastoni e manganelli elettrici, ripetuti rifiuti di cure adeguate per un’aritmia cardiaca preesistente.
Lo stesso organismo riferisce che un divieto di contatti con la difesa ha impedito per settimane qualunque accesso legale, mentre l’avvocata descrive celle sovraffollate, condizioni igieniche degradate, isolamento punitivo e timore concreto di un arresto cardiaco senza assistenza. Al Jazeera riprende queste informazioni in più articoli, dove si parla di perdita di circa quaranta chili, «condizioni estreme di fame, tortura e isolamento completo» e mancato accesso ai medicinali.
Il quadro giuridico che rende possibile questa detenzione prolungata è quello della legge israeliana sugli «unlawful combatants», approvata nel 2002, che permette di trattenere per periodi estesi persone considerate parte di organizzazioni ostili, con controlli giudiziari molto limitati. Nel caso di Hussam, diversi tribunali militari prorogano la detenzione amministrativa e nell’ottobre 2025 il fermo viene rinnovato di sei mesi, segnalando il carattere arbitrario e punitivo della misura nei confronti di un medico che ha svolto il proprio lavoro in condizioni estreme.
Fuori dalle celle il suo nome diventa catalizzatore di una riflessione più ampia sulla guerra contro la sanità palestinese. Una petizione lanciata da giuristi e accademici lo presenta come «la voce del sistema sanitario devastato di Gaza» e denuncia la sua detenzione come parte di una strategia di intimidazione contro chi documenta le violazioni in corso. Medici e infermieri in Europa, America Latina e Sudafrica organizzano sit–in, video di solidarietà, campagne social. Nei cartelli delle manifestazioni appare una domanda semplice, scritta a pennarello accanto a stetoscopi e camici: «Where is Dr Hussam Abu Safiya?», con la foto del pediatra stampata da un fermo immagine dell’ospedale.
Questa vicenda assume un peso ulteriore se la si colloca dentro la documentazione internazionale sul trattamento del personale sanitario a Gaza. La submission presentata alla Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite da Al-Haq, PHR-Israel e altre organizzazioni raccoglie prove di centinaia di operatori sanitari uccisi nei primi mesi di guerra, ospedali trasformati in basi militari temporanee, medici detenuti in strutture come Sde Teiman e Ofer, testimonianze coerenti di torture e maltrattamenti. Il caso di Hussam viene citato come esempio emblematico di direttore di ospedale arrestato durante un’operazione che ha reso la struttura inutilizzabile, tassello di una campagna contro la capacità stessa di curare.
Il rapporto di Physicians for Human Rights–Israel dedicato alle conseguenze sanitarie della guerra mostra come gli attacchi ripetuti contro ospedali, ambulanze, cliniche e stazioni di pronto intervento costruiscano un quadro coerente di distruzione di infrastrutture, sfollamento di personale, criminalizzazione dei direttori, imposizione di condizioni di lavoro in cui il giuramento professionale diventa quasi impossibile da onorare. Il documento parla di genocidio in termini sanitari, descrivendo una popolazione resa vulnerabile alla malattia, alla malnutrizione e alla disidratazione attraverso la demolizione deliberata delle barriere di cura.
In questo impianto, Hussam Abu Safiya occupa un punto di condensazione particolare. Dirigeva l’ultimo ospedale pienamente operativo nel nord, aveva scritto sui giornali internazionali, aveva parlato in diretta alle televisioni, aveva continuato a lavorare dopo l’uccisione del figlio e dopo il proprio ferimento. Rappresentava la possibilità che, dentro un assedio totale, la clinica restasse luogo di resistenza etica e professionale. La sua cattura, in questo senso, rovescia uno dei pochi tabù rispettati persino nelle due guerre mondiali, quando l’ospedale restava almeno in teoria uno spazio relativamente protetto, e invia un messaggio a chi resta a curare, il camice smette di essere una garanzia e l’ospedale diventa avvertimento e punizione, un ordine implicito che dice «non curare». Questo passaggio distingue una guerra, per quanto illegale e sproporzionata, da una politica genocidaria, perché prende di mira la possibilità stessa di sopravvivenza dei corpi.
Il diritto internazionale umanitario, a partire dalle Convenzioni di Ginevra, colloca personale sanitario e strutture mediche tra i soggetti più protetti. Colpire un medico in quanto medico, assaltare un ospedale in quanto ospedale, rappresenta un rovesciamento di quel quadro. I rapporti delle Nazioni Unite descrivono decine di attacchi contro ospedali e cliniche tra ottobre 2023 e la metà del 2024, con pazienti uccisi nei letti, ambulanze crivellate di colpi, personale sanitario ferito e sequestrato. Dentro questo scenario, il corpo del pediatra diventa un supporto su cui si iscrive la volontà di subordinare la medicina alla logica militare: chi cura feriti considerati «nemici» viene trattato come ingranaggio del nemico, ergo terrorista. La stessa logica che si applica ai bambini, che, in quanto nati a Gaza sono terroristi in potenza. Ti uccido perché potresti essere una “minaccia”.
Anche il linguaggio contribuisce a questo rovesciamento. Nelle dichiarazioni ufficiali, Hussam viene descritto come figura che «si nasconde dietro il camice» e che avrebbe un ruolo non precisato nella struttura di Hamas. Le accuse restano prive di dossier pubblico; al contrario, colleghi, ex pazienti e detenuti che lo hanno incontrato in carcere lo descrivono come medico che ha curato chiunque arrivasse in pronto soccorso, senza chiedere appartenenze politiche.
La storia personale di Hussam, il campo di Jabalia, gli studi in Kazakistan, il ritorno volontario a Gaza, la direzione del reparto pediatrico, il lutto per il figlio, si intreccia così con una genealogia collettiva che si intreccia a quella dei rifugiati che hanno scelto la medicina come forma di riscatto e si sono trovati davanti un sistema di dominio capace di trasformare anche il camice in motivo di sospetto. Racconta una sanità palestinese che, invece di ricevere protezione durante l’assedio, viene colpita in modo mirato.
Quando un direttore di ospedale pediatrico viene tenuto per mesi in una cella senza processo, con costole spezzate e peso corporeo ridotto in modo drastico, la posta in gioco va oltre la sua vicenda individuale. Viene erosa la fiducia di una comunità nella possibilità di trovare aiuto in ospedale, viene incrinato il patto minimo secondo cui un bambino ferito può almeno sperare in cure indipendentemente dalle scelte politiche di chi lo assedia. La figura di Hussam Abu Safiya rende visibile questa rottura e la concentra in un solo nome. Si fa simbolo. Suo malgrado.
Finché resterà detenuto sotto il regime degli «unlawful combatants», con rinnovi di detenzione amministrativa decisi da tribunali militari e senza capi d’accusa pubblicamente verificabili, la domanda legata alla sua storia resterà aperta. Che valore ha la vita dei bambini di Gaza per un sistema che sceglie di incarcerare il loro pediatra più esposto, quello che ha insistito fino all’ultimo perché gli ospedali restassero luoghi di cura e ha documentato giorno per giorno la morte evitabile di troppi piccoli pazienti? In quale idea di diritto internazionale può trovare posto un mondo in cui un camice bianco che attraversa un cortile verso un carro armato smette di rappresentare protezione e diventa, per chi detiene il potere delle armi, un bersaglio legittimo? Questa storia, la storia di Hussam Abu Safiya deve essere conosciuta.
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LA “PACE” UCCIDE COME IL GENOCIDIO, MA HA IL GRANDE “PREGIO” DI FARE MENO NOTIZIA.
di Lavinia Marchetti
Ieri un missile ha ucciso Mahmoud Abu Shab, nelle foto vediamo il suo corpo, la sua famiglia e i suoi amici che lo piangono, al complesso medico Nasser di Khan Yunis. Le foto sono di ieri, 26 novembre 2025. Il ragazzo è stato ucciso da un missile mentre si recava in un ufficio di telecomunicazioni. I familiari hanno raccontato che si stava preparando a partire per l’estero con una borsa di studio, prima che l’attacco mettesse fine ai suoi progetti. Un’altra vita buttata, l’ennesimo sogno distrutto.

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