“Caro ‘Avvenire’, l’amore non si insegna a scuola: si impara in famiglia” di IB

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Luciano Moia, su Avvenire (qui Affettività e sessualità: manca un’alleanza scuola-genitori | Avvenire, scrive che «la maggior parte dei genitori, a loro volta confusi e disorientati dal clima culturale in cui siamo immersi, fanno una gran fatica a comprendere ciò che è meglio dire e ciò che è meglio non dire» a proposito dell’affettività e della sessualità. Egli teme che il silenzio, il pudore, l’imbarazzo di molte famiglie lascino i ragazzi soli, esposti al linguaggio crudo e deformante della rete. È un’osservazione acuta, che tocca una ferita reale. E tuttavia credo che la risposta non sia quella di spostare altrove, nella scuola o in altri ambiti, il cuore dell’educazione, ma di tornare al luogo originario dove ogni parola d’amore trova radici: la famiglia.

La scuola può e deve collaborare, ma non può assumere il ruolo di madre e di padre. Non può sostituire il respiro di un dialogo vissuto tra le pareti di casa, dove la vita quotidiana diventa insegnamento e testimonianza. È nella casa che i figli apprendono cosa significa amare e lasciarsi amare, rispettare e rispettarsi, custodire il proprio corpo come dono e non come oggetto. «Insegnale ai tuoi figli, e parlane quando ti troverai seduto in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai» (Dt 6,7). Questa è l’immagine più alta e più semplice dell’educazione: una parola che nasce dalla vita e che accompagna il cammino.

Moia osserva che l’alfabeto della sessualità e dell’affettività «non c’entra nulla con la ginnastica erotica della pornografia», e in questo ha pienamente ragione. Ma ciò che viene proposto nei programmi scolastici o nei progetti educativi non è mai neutro. Ogni curricolo, ogni laboratorio, ogni intervento esterno porta con sé una visione dell’uomo, del corpo, della libertà. E non sempre questa visione coincide con quella cristiana.

In alcune scuole italiane sono stati introdotti percorsi ispirati alla cosiddetta “gender theory”, che intendono educare i bambini alla fluidità dell’identità di genere e alla possibilità di scegliere il proprio orientamento come un atto di autodeterminazione assoluta (The case of gender theory in Italian elementary schools, ResearchGate). In un istituto pugliese si sono proposti grembiuli “unisex”, con il dichiarato intento di “superare gli stereotipi di genere”, suscitando un acceso dibattito (Reuters, 30 agosto 2024). E più in generale, diversi studi hanno evidenziato una crescente distanza tra i valori promossi dalla scuola e quelli vissuti nelle famiglie italiane (SAGE Journals).

Questi esempi non vogliono accusare, ma ricordare che nessuna istituzione educativa è neutra. Se la famiglia e la comunità cristiana non restano protagoniste e vigili, modelli estranei possono entrare nel cammino formativo dei nostri figli, sostituendo il linguaggio del dono con quello dell’autodeterminazione assoluta, e la dignità del corpo con la sua riduzione a strumento di piacere. «Istruisci il fanciullo secondo la via che deve seguir, e anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà» (Pr 22,6). È compito dei genitori — sostenuti dalla comunità ecclesiale — discernere, accompagnare, custodire.

La Chiesa, che Moia non menziona, non è spettatrice di questo compito, ma madre e maestra. Essa ricorda che «il corpo non è per l’impurità, ma per il Signore, e il Signore è per il corpo» (1 Cor 6,13). Nella tradizione cristiana, la sessualità è linguaggio di comunione, non di consumo; è chiamata a esprimere l’amore che sa donarsi e accogliere, non a inseguire il piacere come fine. In un mondo che confonde libertà con desiderio e desiderio con possesso, la Chiesa è chiamata a proporre una parola che unisca verità e tenerezza, senza condanna ma senza cedimenti.

Forse oggi, come ai tempi dei profeti, il compito più urgente non è moltiplicare i progetti, ma riaccendere il cuore delle famiglie. «Io ti condurrò nel deserto e parlerò al tuo cuore» (Os 2,16): così Dio educa, non con teorie o programmi, ma con la vicinanza, la pazienza, la fedeltà. Così dovrebbero fare i genitori: non con lezioni o regole soltanto, ma con la testimonianza di una vita capace di perdonare, di accogliere, di custodire.

Educare all’affettività significa insegnare la bellezza della relazione, la dignità del corpo, la fedeltà dell’amore. Non c’è scuola che possa sostituire l’abbraccio di un padre, lo sguardo di una madre, la presenza di una comunità che accompagna. La famiglia non è un residuo del passato, ma il luogo dove ogni generazione impara a dire “tu” senza paura. Se oggi molti genitori sono smarriti, non devono essere esonerati, ma sostenuti, illuminati, resi consapevoli che la loro missione è insostituibile.

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