Marco Tosatti
Carissimi StilumCuriali, il Matto, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla coscienza. Buona lettura e condivisione.
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NULLA PUÒ DARSI FUORI DELLA COSCIENZA
PARTE PRIMA
«Dio è una sfera infinita il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo».
Libro dei ventiquattro filosofi
«L’uomo ha in sé tutte le essenze del cielo e della terra […] L’universale è paradisiaco e il Cristo non è disceso nell’umanità che per schiudere e manifestare il Paradiso nell’uomo».
Jacob Böhme
«Il Signore dimora nei cuori di tutte le creature […]
Corri da lui in cerca di rifugio con tutte le tue forze,
e la pace profonda sarà tua per la sua grazia».
Sembra un Salmo e invece è la Bhagavad Gita (Il Canto del Beato)
* * *
«REGNUM DEI INTRA VOS EST»
Intra vuol dire dentro, all’interno, in mezzo, al centro.
Vos indica la Coscienza, da scio, scire, da cui:
conscio, conscire composto da con + scire, corrispondente a essere conscio, avere coscienza di,
e
scientia, scienza, conoscenza, dottrina, sapere teorico, conoscenza scientifica, erudizione, sapienza.
Senza la Coscienza nessun apprendimento orale e scritto sarebbe possibile, come pure ogni insegnamento, quest’ultimo a sua volta possibile poiché proveniente dalla Coscienza di chi parla e/o scrive, il quale a sua volta lo ha appreso da un’altra Coscienza che ha parlato e/o scritto e così via.
Pertanto, la trasmissione di qualsiasi conoscenza positiva, come di qualsiasi fede positiva, può attuarsi soltanto grazie alla Coscienza, che è necessariamente prima di ogni conoscenza e di ogni fede e perciò le trascende: la comunicazione discorsiva e scritta presuppone la Coscienza. Quel che viene comunicato è un contenuto che si accumula e scorre, va e poi ritorna e così via, mentre la Coscienza permane, come il lago che resta mentre il fiume continuamente vi entra e ne esce.
I ricordi di ogni specie, giacché conoscere e credere non sono che un incessante ricordare ciò che si è appreso anche soltanto un’istante prima, sono la prova degli eventi psichici e fisici che temporalmente e spazialmente accadono nell’ultra-spazialità e ultra-temporalità della Coscienza. Il tempo e lo spazio appaiono nella Coscienza. La memoria è Coscienza che in varie forme affiora a sé da sé.
Se il Regno di Dio è nella Coscienza («intra Vos»), e se, come riferisce il Libro dei ventiquattro filosofi, Dio è una sfera infinita, NULLA PUÒ DARSI FUORI DELLA COSCIENZA; nessun essere, di qualsiasi specie, può autonomamente sussistere (sub-sistere: sostenersi) senza di essa.
Max Plank:
«Io considero la coscienza come fondamentale. Non possiamo andare oltre ad essa. Tutto ciò di cui parliamo, tutto ciò che consideriamo esistente, postula la coscienza».
Senza la Coscienza, nell’uomo la terra e l’universo spariscono. Senza la Coscienza spariscono le nozioni, quindi anche “Dio”: la nozione, si badi, non Dio-in-sé, l’Ineffabile che è nella Coscienza infinitamente prima della nozione, prima del discorrere, prima dell’interpretare, prima delle Scritture umanamente vergate, seppur ispirate, nella dimensione relativa temporale.
Tutto ciò che vediamo, ascoltiamo, odoriamo, tocchiamo, gustiamo, pensiamo e immaginiamo accade nella Coscienza, acquista consapevolezza nella Coscienza, diventa Coscienza senza che questa ne sia in sé modificata, cioè senza che ne assuma definitivamente un determinato modo, ovvero una determinata forma.
Anche tutte le locuzioni e le apparizioni accadono nella Coscienza e non possono che affiorare da essa in essa.
La Coscienza è uno specchio, del quale Efrem il Siro dice:
«quando gli sono messi di fronte oggetti colorati, cambia di aspetto, senza in verità cambiare».
Riguardo alla Coscienza, come si vedrà più oltre, gli oggetti non le sono soltanto “esteriori” ma anche “interiori” poiché sorgono in essa. Non possono che sorgere in essa.
Lo specchio cangiante d’aspetto – ma senza cambiare – richiama Proteo, la materia primordiale, la divinità primigenia secondo alcune cosmogonie, che è in potenza tutte le forme, la cui facoltà metamorfica concerne anche la materia dei corpi (in essa contenuti).
Angelo Guglielmo Artegiani, agostiniano (1661- 1730):
«[…] e senza dubbio la Materia de’ corpi siffattamente considerata è il favoloso Proteo de’ Poeti […] dalla divina Providenza fatta, per eterno consiglio».
Da ciò ne deriva che ogni modo-forma con cui si insegna (in-segnare, porre segni nella Coscienza) con pretesa di esclusività, quindi con impedimento di «cambiare aspetto ma senza cambiare», è un abuso perpetrato da Coscienza a Coscienza, per il quale ogni educare (ex-ducere condurre, trarre fuori) scade facilmente in un inculcare (in-calcare premere col piede). Educare significa aiutare a far venire alla luce – con platonica ostetricia – ciò che uno già è nella sua essenzialità spirituale sepolta nell’individuo storico (l’ego costruito, nozionato), e che giammai può confondersi con l’inculcare forme per la fabbricazione – alla lettera – di un inviduo artefatto grazie ad una rigida, riducente “formazione della Coscienza”, ad una modalità imposta.
Il Regno di Dio è quindi la Coscienza Universale quale scaturigine distinta ma non separata della Coscienza Individuale quale vera identità di ciascun essere umano: identità teandrica, pura, super-egoica, vuota in quanto precede e suscita qualsiasi contenuto. Nel Convivio, Dante chiama «mente» tale identità:
«Onde si puote omai vedere che è mente: che è quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade».
Erwin Schrödinger va addirittura oltre:
«La molteplicità apparente delle coscienze è solo un’illusione; in verità esiste una sola Coscienza».
Quindi ancora una volta può affermarsi che NULLA PUÒ DARSI FUORI DELLA COSCIENZA.
La Coscienza Individuale essendo la vera identità, l’arcaica sicceità di ciascuno, non necessita di alcun apporto culturale, di alcun insegnamento, di alcun inculcamento, dato che essi sono utili – ma anche ingombranti e forieri di conflitti – per barcamenarsi nella decaduta ed effimera condizione temporale-terrestre, ciò che esclude a sua volta l’identificarsi con qualsivoglia apporto-forma-modo imposto da Coscienza a Coscienza e che cosituisce un condizionamento: non più la Coscienza domina – signora – dei suoi contenuti bensì i contenuti dominatori illusorii e quindi inferi della Coscienza.
In altri termini, nulla può darsi fuori dell’Alfa-Omega, l’immensa Sfera di cui l’essere umano è intimo partecipe per «immagine e somiglianza». Sfera infinita che in quanto tale non ha un “dentro” e un “fuori”, ragion per cui l’«intra Vos» non va inteso come esclusivamente interiore, posto che l’interiorità è la Coscienza che non ha confini essendo intrinseca e simultanea con-centrazione e de-centrazione, ossia restringimento ed espansione. L’albero che si vede là è anche qui. L’albero è inseparabilmente qui è là. La Coscienza teandrica è qui dentro e là fuori.
Edith Stein conferma (il grassetto è mio):
«Chi sei tu, dolce luce, che mi riempie, e rischiara l’oscurità del mio cuore? Tu mi guidi con mano materna, e se mi abbandonassi, non saprei fare più nessun passo.
Tu sei lo spazio che circonda il mio essere e lo racchiude in sé.
Da te lasciato, cadrebbe nell’abisso del nulla, dal quale tu lo hai elevato alla luce.
Tu, più vicino a me di me stessa, e più intimo del mio intimo, e tuttavia inafferrabile e incomprensibile, che oltrepassi ogni nome: Tu, amore eterno!».
L’«intra Vos» è tuttavia prezioso in quanto invito al raccoglimento dalla dispersione, al tornare al puro Se stessi, cioè alla pura, ignorante Coscienza pre-nozionistica, pre-razionale e pre-discorsiva con l’abbandono di tutto il saputo in favore della Contemplazione che si eleva – universalmente – al di sopra di qualsiasi modo-forma, di qualsiasi contenuto, di qualsiasi cultura. Coscienza che, alla stregua della Sfera infinita, ha un centro che è ovunque e la circonferenza in nessun luogo, sicché il pellegrinaggio verso il Regno di Dio è un percorso apofatico-catartico della Coscienza nella Coscienza, che non ha un “dentro” e un “fuori” – si tratta quindi di un percorso immobile – e si distacca dai contenuti-forme, cioè dai modi terrestri tendenti (in genere riuscendovi alla grande) a raggrumarsi oscurandone l’originaria pulchritudo, ossia la sua bellezza e vera identità, o anche la shaphya, termine che Efrem il Siro impiega per indicare la luminosità, la purezza e la limpidezza, insomma l’identità mariana, la verginità-maternità.
«Tota pulchra es Maria».
«Umile a alta più che creatura», perciò … maestra dell’inchino!
«Tutta la legge dell’umana esistenza consiste nell’inchinarsi all’infinitamente grande», dice Dostoevskji.
«Fiat mihi secundum Verbum tuum»: l’eccelso inchino.
Perciò, soltanto la Coscienza libera da ogni forma può accogliere in sé ogni forma restandone libera. Soltanto la Coscienza pura – mariana – può concepire il Divino Infante (infante: muto, non parlante).
E questo inchino, questo «fiat mihi» – gesto formale ed animico gravido di significato – lo possiamo praticare in ogni luogo poiché ogni luogo “esteriore” è nella Coscienza.
Anche il corpo dell’homo viator è nella sua Coscienza. Si sta fermi o ci si muove nella Coscienza. Il tempo scorre nella Coscienza che stà. Ogni studio si attua nella Coscienza. La contemplazione di un paesaggio come dell’Ineffabile si attua nella Coscienza. Siamo Coscienza, e quindi, in via di principio, non possiamo essere altro che Noi stessi, il puro Noi stessi, il libero Noi stessi già prima di ogni contenuto, dottrina, cultura, scienza, modo-forma. Siamo Pura Arcaicità quale «immagine e somiglianza» dell’Archè Supremo. Ossia, per usare della terminologia indù, siamo l’Atman (la Coscienza Individuale) a «immagine e somiglianza» del Brahman (la Coscienza Universale).
Di conseguenza, non esiste l’ex-novo giacché il nuovo non potrebbe non essere già in nuce nella Coscienza, per affiorare in Essa a costituire un’invenzione, cioè una trovata, un rinvenimento, una scoperta. L’invenzione della stampa e del microscopio, per fare soltanto due esempi, sono il risultato di un affiorare alla Coscienza – un invenire – delle idee di stampa e di miscroscopio già presenti nel fondo senza fondo della Coscienza Individuale poiché a loro volta già presenti nell’infinita Coscienza Universale. Insomma, l’inventore non “inventa” nulla. L’Eureka! è già in nuce nel fondo della sua Coscienza, è la Coscienza Individuale che s’illumina per impulso della Coscienza Universale.
Non a caso, infatti, è scritto di «un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
E cos’altro è questo tesoro se non la Coscienza?
A proposito, ecco affiorare alla mia Coscienza i versi profondissimi, direi francescani, dell’eremita poeta giapponese Musō Soseki (1275-1351):
«In questa piccola capanna
ci sono mondi infiniti.
Vivo da solo ma ho
un’infinita compagnia.
Ho già raggiunto l’essenza,
non oso desiderare
qualcosa di più elevato».
«Mondi infiniti» – cose nuove e cose antiche – in una «piccola capanna»!
«Solitudine e infinita compagnia»!
«L’essenza raggiunta»: massima perfezione, purissimo distillato ottenuto per iniziativa del cercatore con jiriki: la forza personale, con l’apporto di tariki: la forza dell’Altro!
Eido Shimano Roshi, direi cattolicamente, cioè universalmente:
«Nella nostra vita lo sforzo è importante, è molto importante il nostro personale impegno e sforzo ma, arrivati ad un certo punto non è più sufficiente e allora qualcosa, altro da noi, possiamo chiamarlo Dharma, Dio, interviene e ci sostiene».
La forza personale, jiriki, e la forza dell’Altro, tariki, sono entrambe nella Coscienza quale connubio fra Coscienza Individuale e Coscienza Universale (ricordiamo «quella fine e preziosissima parte de l’anima che è deitade»). Connubio che mai venne meno, ma la cui dimenticanza comporta per la Coscienza Individuale il dover esercitare un lavorìo su se stessa (jiriki) per ritrovare – inventare! – la sua «immagine e somiglianza» alla Coscienza Universale (tariki).
Gutta cavat lapidem: la goccia della Coscienza che scava e consuma la parte di sé impietrita nel nozionismo, nel concettualismo, nelle idee fisse, nelle passioni e … nelle virtù (farisaismo). Ascèsi costante e instancabile del silenzio quale denudamento apofatico («Spogliati di tutto» dice Plotino), incomprensibile senza una prassi sincera e costante.
Riguardo all’Arte e alla Rivelazione, le rispettive espressioni affiorano alla Coscienza Individuale in quanto ispirazione o illuminazione della Coscienza Universale (quindi non soltanto di pertinenza ecclesiatico-giudeo-cristiana), soltanto dopo le quali possono impiegarsi le relative modalità intellettuali e manuali atte alla comunicazione, che sono anch’esse già nella Coscienza ma che non possono che alludere al Superiore Sommo circa (intorno a) cui si esprimono.
Anche l’intuizione, l’intus-ire, «il guardar dentro attentamente, specialmente con l’occhio della mente, che ratto apprende» (etimo.it) non può darsi che nella Coscienza e perciò entro-verso l’orizzonte infinito della Sfera, dell’Immenso Specchio Proteiforme che «cambia di aspetto, senza in verità cambiare» (connubio fra Trascendente e Immanente, fra Eternità e Tempo).
Alla Sfera infinita si collega l’omologo Ensō, parola che nello zen significa cerchio, simbolo dell’illuminazione, dell’infinito, che rappresenta il tutto e il niente, ovvero l’universo assoluto e il vuoto assoluto. Il pieno nel vuoto. Le forme nella non-forma. Il mobile nell’immobile. Il tempo nell’eternità: il pendolo e le lancette si muovono nella Coscienza che è ferma.
L’aureola e il nimbo che l’iconografia mostra intorno alla testa o al corpo del personaggio venerato (non solo nel Cristianesimo) altro non è che la luce della Coscienza Individuale risvegliata alla Coscienza Universale, e mostra come il corpo umano, come ogni altra entità fisica e psichica sia nella Coscienza. Dal che derivandone che la cosiddetta “morte” non può riguardare che il corpo fisico quale coaugulo residuo della Coscienza Individuale che nasce nel tempo, cresce, si consuma e scompare, ma che lascia intatta la Coscienza stessa con la sua atemporalità-immortalità.
In questo preciso momento, gentile Lettrice e gentile Lettore, tu ed io siamo Coscienze Individuali in comunicazione, siamo un Noi in solidale semplicità-marianità, quindi aperto alla Coscienza Universale, ed il contenuto del presente articolo, condiviso o meno che sia, non è che uno strumento sensibile che in ogni caso conferma il nostro esserci, le nostre rispettive Coscienze quali pure e simili identità spirituali che comunicano non per affermare i rispettivi e relativi contenuti, ma per risvegliarsi a se stesse, quindi all’Assoluto, alla Coscienza Universale, all’Alfa-Omega, alla Sfera infinita, all’Ensō del quale e nel quale … già godono senza saperlo.
Storiella zen:
«Hui Neng chiese a Hui Ming: “Senza pensare al bene o al male, mostrami il tuo volto originale prima che tua madre e tuo padre nascessero”».
Proprio così! Tu ed io (e tutti) abbiamo un «volto originale» a «immagine e somiglianza» del Volto Supremo!
Non ti fa sorridere il fatto che bisticciamo usando lo strumento imperfetto del parlare e dello scrivere, che ci fa dimenticare il nostro Volto originale supremamente pacifico e benevolo?
Per finire, tolti il comunicato e il recepito, cioè tolto lo strumento sensibile che è di natura umana e perciò imperfetto, e ovviamente tolti i dati anagrafici e ogni altra etichettatura, la domanda essenziale che ti pongo è:
in questo momento, CHI è in relazione con CHI?
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3 commenti su “Nulla Può Darsi Fuori della Coscienza. Parte Prima. Il Matto.”
IL REGNO DI DIO NON È LA COSCIENZA, MA IL DIO DELLA COSCIENZA
«Regnum Dei intra vos est» (Lc 17,21).
Da questa frase, molti hanno tratto la conclusione che il Regno di Dio coinciderebbe con la coscienza, o addirittura che nulla esista al di fuori della coscienza. È un pensiero antico — lo ritroviamo nel neoplatonismo, nel vedānta e, in epoca moderna, nelle correnti idealiste — ma estraneo alla fede cattolica.
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La coscienza non è l’origine, ma il luogo dell’incontro
È vero: senza coscienza non ci sarebbe esperienza del mondo, né conoscenza, né fede.
Ma la coscienza non è la sorgente dell’essere, bensì la finestra attraverso cui l’essere ci raggiunge.
Essa non crea il reale: lo riceve, lo riconosce, lo interpreta.
San Tommaso d’Aquino insegna che la coscienza è “applicatio scientiae ad actum”, l’applicazione della conoscenza al giudizio morale: essa presuppone sempre una verità che la precede.
Non è la luce, ma ciò che viene illuminato dalla luce.
Il credente non dice: “Tutto è nella mia coscienza”, ma piuttosto:
“Tutto è nel Verbo, e la mia coscienza è viva solo perché in Lui sussiste” (cf. Gv 1,3-4).
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L’“intra vos” evangelico
Quando Cristo dice “Il Regno di Dio è dentro di voi”, non annuncia un monismo spirituale, ma un mistero di presenza personale.
Il Regno non è l’autocoscienza che si espande, ma Dio che si comunica.
“Dentro di voi” significa: nel cuore che crede, nella persona che accoglie.
Il Dio cristiano non è una “sfera infinita” impersonale, ma un Tu che chiama l’io a uscire da sé.
Se tutto fosse già Dio, non esisterebbe la preghiera, né la redenzione, né il dolore del peccato.
E invece, proprio perché Dio è Altro, possiamo amarlo, invocarlo, e riceverlo.
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Il pericolo del “cristianesimo della coscienza”
Ogni spiritualismo che fa della coscienza il centro assoluto finisce per annullare l’Incarnazione.
Se “tutto è nella coscienza”, allora Cristo non è più il Verbo fatto carne, ma una proiezione dell’interiorità umana.
L’Eucaristia diventa simbolo psicologico, non presenza reale.
La Chiesa non è più Corpo mistico, ma “coscienza collettiva”.
È il ritorno — elegante ma pericoloso — dell’antica gnosi, che dissolve il mistero in filosofia.
Il cristiano, invece, sa che la salvezza non viene da una coscienza che si illumina, ma da una Grazia che discende.
Il Figlio di Dio non è risorto “nella mente dei discepoli”, ma nella realtà del suo Corpo glorioso.
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La coscienza illuminata dalla Grazia
Tuttavia, la coscienza resta il luogo dell’incontro.
È lì che la Parola bussa, che lo Spirito parla, che la grazia trasfigura.
Ma essa non si salva da sé: è redenta.
San Giovanni Paolo II lo disse con chiarezza in Veritatis splendor (n. 62):
«La coscienza non crea la norma morale, ma ne riceve la luce».
La coscienza, dunque, non è “sfera infinita”, ma cuore finito che Dio abita.
È come la Vergine Maria: vergine vuota di sé, madre perché piena di Dio.
Ecco il vero “intra vos”: non la dilatazione cosmica dell’io, ma l’accoglienza mariana del Verbo.
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Il Dio della Coscienza
Quando si comprende questo, tutto si ribalta:
non è la coscienza che contiene Dio, ma Dio che contiene la coscienza.
E noi, immersi in Lui, non siamo scintille della sua sostanza, ma figli adottivi della sua volontà.
Il Regno di Dio non è un lago immobile di coscienza universale: è la comunione dei santi, la vita trinitaria che si riflette nel cuore umano.
È una realtà viva, personale, relazionale:
“Non vi lascerò orfani, verrò da voi” (Gv 14,18).
Ecco il cristianesimo: non coscienza che si risveglia, ma Presenza che si rivela.
Non il cerchio chiuso della mente, ma l’abbraccio aperto della Grazia.
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Conclusione
Il mondo antico cercava l’unità dell’essere,
l’uomo moderno cerca l’unità del proprio io.
Il cristiano invece trova l’unità nell’Amore di Dio.
Perché, al di là di tutte le teorie e le filosofie,
la verità è semplice:
non esiste nulla fuori di Dio,
e dentro il suo cuore nulla va perduto.
don Pietro Paolo
“In lumine Tuo videbimus lumen.” (Sal 35,10)
Caro Matto,
ricordo il Museo d’Arte Orientale di Venezia…prima che lo “sistemassero” impoverendolo. Scacchiere, maschere, draghi, armature, sculture, immagini del teatro d’ombre…una straordinaria tempesta che ti aggrediva offrendoti il mondo come è: potente, spietato, angoscioso…tutto, ad eccezione di un dipinto che rappresentava il Buddha tra le nubi,- aureolato- come gli angeli che lo ventilavano con le loro ali variopinte e come i discepoli che lo veneravano dal basso, tutti rivolti a lui.###
“Un attimo dura la vita dell’uomo, e un fluire continuo la sua essenza, indistinta la sua percezione, corruttibile il suo intero corpo, un turbine l’anima, imprevedibile il destino, incerta la fama. Che cosa, dunque resta che ci dia protezione? Unica e sola la coscienza. E questa consiste nel serbare puro e intatto il proprio “daìmon” interiore, trionfante sui piaceri e sui dolori, incapace di agire a caso o con falsità e ipocrisia, indipendente dal fatto che altri compiano o no tale azione.” ( Marco Aurelio ). ###
“Soltanto conservando la coscienza si può conservare tutto quello che costituisce il valore reale di un essere umano.” ( Vito Mancuso). ###
Un caro saluto, Adriana.
Ti ringrazio per questo bel contributo. Gli spunti per un mio ulteriore intervenro sono parecchi ma il daimon mi consiglia: “non esagerare”. Ed io (io chi?) obbedisco. Ciao.
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