“Diamogli tempo”. Slogan Psicologico che si Autodissolve con il Tempo che Passa. Massimo Viglione.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, il prof. Massimo Viglione offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla stagione di Chiesa che stiamo vivendo. Buona lettura e diffusione.

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“Diamogli tempo”

Uno slogan psicologico che si autodissolve con il tempo che passa

 

“Diamogli tempo” è lo slogan ufficiale degli ingenui e dei conservatori, sempre pronti a posporre la verità fattuale e il bene della Chiesa e delle anime dinanzi ai propri bisogni di tranquillità psicologica o dinanzi ai propri concreti interessi personali.

È stato coniato qualche settimana dopo l’elezione di Leone XIV al papato, dinanzi ai suoi primi atti non convincenti, dinanzi ai primi provvedimenti discutibili e, soprattutto, dinanzi ai “non provvedimenti”, ovvero dinanzi a ciò a cui avrebbe dovuto porre rimedio mentre ha lasciato che fosse.

Il tempo inizia a passare. E pochi giorni orsono abbiamo dovuto scrivere un articolo su quanto di incredibilmente scandaloso è avvenuto con il mondo sodomitico e genderista nelle sole due prime settimane di settembre (https://www.aldomariavalli.it/2025/09/13/la-rivoluzione-anticristica-e-dentro-la-chiesa-ma-il-gioco-ormai-e-scoperto-e-non-ci-sono-piu-scusanti/): il ricevimento, fotografato con tanto di sorriso suadente, del prete attivista omosessualista e impenitente Martin; il cosiddetto “giubileo” dei genderisti, ovviamente anch’essi impenitenti, che hanno portato la “croce arcobaleno” dinanzi e dentro la Basilica di San Pietro; e, cosa più assurda (al punto tale che i conservatori non ne fanno parola) fra tutte, la sconvolgente nomina di una donna atea attivista, promotrice di arte pornografica, onanista e omosessualista, alla presidenza dell’Accademia delle Belle arti in Vaticano! E, quest’ultima cosa, è talmente incredibile, ingiustificata, pazzesca, da lasciare senza parole adatte a ogni commento.

Il tempo continua a passare e ora, solo dopo pochi giorni, dobbiamo rendere evidente lo sconcerto che si deve provare dinanzi ad alcune affermazioni che trapelano della prima intervista rilasciata dal pontefice.

Al di là di una condivisibilissima nota («Non vedo il mio ruolo principale come quello di cercare di risolvere i problemi del mondo»), che in realtà lo pone in netta rottura con il suo sempre tanto osannato predecessore (e, in qualche modo, con la visione vaticansecondesca del papato), ma in continuità con la concezione tradizionale del ruolo del papa; e al di là di altre oggettive verità che ribadisce; occorre ammettere che alcune affermazioni sono a dir poco inquietanti, e quanto appena detto è assolutamente fuor di dubbio e contraddizione, come ora vedremo. A meno di voler mentire sapendo di mentire.

Veniamo subito alla seguente affermazione ufficiale:

«Trovo altamente improbabile, certamente nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa [cambierà] in termini di ciò che la Chiesa insegna sulla sessualità, ciò che la Chiesa insegna sul matrimonio».

E altrove: «Penso che l’insegnamento della Chiesa continuerà così com’è, ed è tutto ciò che ho da dire al riguardo per ora».

Ovviamente, la stoltezza del popolino ha subito presentato queste affermazioni con grandi grida di giubilo, addirittura qualcuno “schiaffandole in faccia” (mi si passi la metafora violenta ma molto idonea della loro intenzioni) ai soliti “denigratori” del papato, come dimostrazione della “purezza tradizionale” dell’attuale pontefice.

Senza nemmeno rendersi conto di quanto queste affermazioni siano di contro sovversive e lambiscano pericolosamente la propagazione dell’eresia, e vadano oltre perfino le più oltranziste posizioni di Bergoglio.

Vediamo perché.

Bergoglio, durante la sua permanenza al potere in Vaticano, ha professato varie eresie manifeste in maniera pervicace. Nel mio libro Habemus papam? Papa eretico, rinuncia, sede vacante (Maniero del Mirto, 2024), ne ho elencate e dimostrate almeno quattro (ma sono di più). Eppure, il suo modo di esser eretico era, come dire, “pratico”. Ovvero: insegnava l’eresia ma astutamente non metteva in discussione, almeno formalmente, la dottrina di sempre della Chiesa, la dommatica. Semplicemente non se ne curava affatto, non poneva problemi di incompatibilità dottrinale.  Si limitava a insegnare il contrario di quanto la Chiesa ha sempre insegnato (vedi Amoris Laetitiae o il Discorso di Abu Dabi). Magari pure aggiungendo, al contempo, in altra occasione, il contrario di quanto aveva appena affermato, in modo che ognuno poteva vedere ciò che voleva vedere (usuale tattica modernista in vigore fin dai documenti del Concilio Vaticano II).

Qui, invece, Leone XIV ha fatto un altro genere di affermazione, o meglio, ha cambiato la natura stessa della politica sovversiva conciliare. Ha infatti detto, apertis verbis, “Trovo altamente improbabile” che l’insegnamento della Chiesa in materia morale e sessuale possa cambiare, almeno non potrà mutare “certamente nel prossimo futuro”.

A ben vedere e con cuore retto, qui non si tratta solo di lasciar chiaramente intendere che non sarà lui a fare chissà quali modifiche; ma si lascia intendere che queste modifiche comunque, prima o poi, potrebbero anche avvenire, come si evince inevitabilmente dalle sue parole. Ovvero, si tratta della pericolosa propagazione (vogliamo credere e sperare involontaria, ingenua) della normalizzazione di due idee in sé eretiche:

1)    Che la dottrina morale evangelica potrebbe comunque, un giorno magari lontano (e che vuol dire, oggi, “lontano” nel tempo?), essere cambiata (anche se per ora no);

2)    Che il papa possa avere il potere di cambiare la dottrina.

Anche l’aggiunta “Penso che l’insegnamento della Chiesa continuerà così com’è” è riprova, sempre altamente sconcertante, di quanto stiamo affermando. E lo sconcerto dimora in quel “penso”, che lascia chiaramente intendere che lui pensa, crede, ma poi si vedrà…

Come dire: “penso che domani piova”. Probabilmente lo farà, ma non è sicuro.

Come detto prima, nemmeno Bergoglio era giunto a tanto. Egli, vecchio volpone gesuita, mai e poi mai avrebbe fatto (e infatti non l’ha fatto) uno scivolone del genere. Scriveva e diceva esattamente il contrario della dottrina cattolica, ma mai lo avrebbe ammesso. Non scordiamoci che non diede risposta alcuna ai legittimi Dubia dei cardinali (la seconda volta che furono presentati, ribadì semplicemente quanto aveva scritto e punì direttamente il cardinale Burke che aveva osato “sfidarlo”, almeno nella sua ottica perversa).

Prevost, invece, non esclude in assoluto (e quindi ammette), come se nulla fosse, la possibilità – ora molto remota, ma domani chissà – di modificare l’insegnamento di Cristo e il magistero e la Tradizione bimillenaria della Chiesa Cattolica.

Ovvero, la dogmatica. Morale, in questo caso, ma sempre dogmatica.

Il che comporta la morte stessa della dommatica, che si fonda invece sulla perenne immutabilità delle verità rivelate e delle verità che la Chiesa ha definito tali e universalmente accettate nel corso dei secoli.

Si chiama tecnicamente: “l’evoluzionismo dei dogmi”, antico sogno modernista ereticale già condannato da san Pio X nella Pascendi Dominici gregis” nel 1907.

Sarebbe come dire: “Trovo altamente improbabile che in tempi brevi si possa affermare che Maria Ss.ma non è vergine” (in realtà, essendo stata presentata come “la ragazza della porta accanto” da Bergoglio e soci, ci si è già messi su quella strada); oppure: “Trovo altamente improbabile che in tempi brevi si possa affermare che Gesù Cristo non era Dio”. E così via.

Avanzo questi esempi assurdi (ma davvero sono così assurdi? Davvero non esistono cardinali, vescovi, teologi, sacerdoti e suore, e un esercito immenso di laici, che non credono più a questi dogmi? Oppure in realtà sono legione oggi?) non per mera e spicciola polemica, ma semplicemente per far capire agli ingenui entusiasti che il solo ipotizzare il fatto che un dogma evangelico o di legge naturale possa in futuro mutare (“è altamente improbabile” vuol dire che non è impossibile, come ognuno può capire), costituisce un’apertura alla concretizzazione della mutazione dottrinale e dommatica, ovvero, all’eresia e alla distruzione del Depositum Fidei.

Viene da pensare che Prevost sia molto più ingenuo di Bergoglio. Oppure è più astuto ancora? O semplicemente non pensa quando parla? O pensa lucidamente?

Ma come si può dire “Trovo altamente improbabile” (“penso che non”) che un dogma possa mutare? Ma quale papa del passato ha mai detto, o ha solo lasciato intendere, una cosa simile? Quale padre? Quale dottore? Quale fedele teologo (oggi merce pressoché esaurita)? Quale santo?

Affermare che “certamente nel prossimo futuro” una cosa non accadrà, altro non significa – come è evidente – che potrebbe accadere in tempi più lunghi.

Il compito precipuo del papa non è rallentare ora la Rivoluzione nella Chiesa, lasciando però uno spiraglio aperto per il futuro, al fine di mantenere calmi i ribelli sovversivi; il compito del papa è la conservazione e la difesa senza remora, ambiguità e cedimento alcuno del Depositum Fidei ricevuto dai suoi predecessori, tra cui, in primis, ciò che viene insegnato direttamente nel Vangelo.

La morale sessuale non è questione “trattabile”. Come si suole dire oggi, non è “disponibile”. Ancora Giovanni Paolo II e Benedetto XVI (che parlava di “valori non negoziabili”) su questo sono stati fermi. Nemmeno loro, occorre ammettere, hanno mai detto: “penso che”… “non nel prossimo futuro”, “Altamente improbabile oggi”. Figuriamoci tutti a papi del passato.

In pratica, per chi non è cieco, per chi non si fa cieco, per chi non finge di essere cieco, è chiaro che ciò che conta in questa intervista non è il fatto che si rimanda il cambiamento in materia dommatica morale, ma il fatto che lo si ammette possibile in linea di principio, nero su bianco, anche se “altamente improbabile” (per ora).

È come quando, in un’intervista del solito Biagi al solito cardinale Martini, alla domanda se la Chiesa avrebbe mai ammesso le donne al sacerdozio, il secondo rispose lapidariamente e ironicamente: “Non in questo secolo”. Era il 1999.

Nemmeno Bergoglio ha usato “altamente improbabile”. Questa è la verità.

Inutile controbattere che deve barcamenarsi tra progressisti e conservatori per mantenere la pace, “costruire ponti”, ecc: lo facesse pure, ma non cedendo a un’impossibile apertura all’evoluzione della dottrina immutabile della Rivelazione, della dommatica e della legge naturale.

E veniamo ora alla seconda questione, quella che tutti noi aspettavamo da tempo: il rapporto con il mondo della Tradizione e del Rito Romano antico.

Fin dal giorno seguente la sua elezione, dicemmo, messo per iscritto, che il tavolo di prova di Leone sarebbero stati la sua posizione in campo morale, quella sul trans-umanesimo e ciò che avrebbe fatto e deciso appunto riguardo la scellerata politica di persecuzione bergogliana alla Tradizione e al Rito di sempre (vedi https://www.aldomariavalli.it/2025/05/09/leone-xiv-le-impressioni-del-giorno-dopo/). Un problema di cui Prevost non era direttamente responsabile, ma di cui inevitabilmente avrebbe portato il peso e avrebbe dovuto affrontare in qualche modo.

Sono passati quattro mesi e ora, quanto facilmente previsto si avvera. Per la prima volta, Leone XIV ammette l’esistenza del “problema” (come lui stesso lo ha definito). E lo fa con evidente fatica: si capisce dalle sue parole che, fosse per lui, ne farebbe volentieri a meno di questa “patata bollente”, che dovrà però in qualche modo gestire suo malgrado, perché causa di “polarizzazione” (questo è il termine, che spesso usa, per stigmatizzare le divisioni; a nostra umilissima opinione, la polarizzazione di una questione teologica o spirituale o ideale o politica è la prima condizione verso la ricerca della Verità).

Se la prende con il mondo tradizionalista, perché, a suo dire, avrebbe politicizzato il problema (?) Mah… e non sarebbe disposto al dialogo. Su questa ultima affermazione, v’è da restare basiti veramente, essendo esattamente il contrario della verità dei fatti. Quanti vescovi in questi sessant’anni sono stati pronti al dialogo con i fedeli che chiedevano il ripristino del rito di sempre? Quanti papi, Benedetto XVI a parte? Quale dialogo si è avuto? O per caso il “dialogo” offerto è stato quello delle scomuniche e delle sospensioni a divinis a pioggia?

Davvero stupefacente il pontefice americano!

Anche il riferimento al rito nuovo montiniano in latino è inaccettabile. Come se il problema fosse la lingua! Certo, la spirituale maestosità del latino è insostituibile (greco a parte); ma la questione non è solo e tanto linguistica (altrimenti andremmo tutti al rito nuovo in latino: al quale invece non va nessuno, essendo un ibrido “spiacente a Dio e agl’inimici suoi”): la questione è spirituale, dommatica, dottrinale. Liturgica, appunto.

Avendo lui il compito di “de-polarizzare” gli scontri, non potrà tout-court seguire la scellerata politica persecutoria del predecessore, e, prima o poi, dovrà affrontare la problematica con il mondo della tradizione (si sa che ha incontrato il cardinale Burke e che questi celebrerà in Vaticano la Messa a fine ottobre), come del resto ha apertamente dichiarato: ma è evidente che le illusioni dei primi tempi sono ormai svanite.

Detto in un concetto breve: se il mondo della Tradizione non ha più il nemico di prima, non ha però nemmeno l’amico che molti attendevano. Almeno, questo si evince chiaramente dalle sue parole. Poi, saranno i fatti a parlare.

Ciò che traspare da queste parole è il fatto che non vi si riscontra alcuna vera comprensione del problema, anzi: il problema è sentito solo come un “problema” che grava, come un dente da cavare. Non come l’occasione aurea per aiutare l’immensa celestiale unica e insostituibile eredità della venti volte secolare liturgia della Chiesa di sempre.

Una sorta di… “Ma guarda un po’ che mi doveva capitare!”.

“Diamogli tempo”. Ecco cosa sta facendo nel tempo che gli stiamo dando: fra sodomiti accolti con il sorriso, fra donne atee ed erotomani messe a dirigere l’Accademia delle Belle Arti del Vaticano, fra “giubilei” genderisti e ora fra “altamente improbabili” (e quindi non teologicamente e praticamente impossibili) mutamenti della dommatica morale della Chiesa Cattolica.

Essendo il papa, preghiamo per lui. E per la Chiesa. E per noi. Per il resto, restiamo fermi sull’insegnamento del Dottore Angelico: “Essendoci pericolo prossimo per la fede, i prelati devono essere ripresi, anche pubblicamente, dai sudditi» (Sum. Th. II-II, a. XXXIII, IV, ad. 2).

Il Depositum Fidei della Chiesa Cattolica non può essere mutato da nessuno al mondo, nemmeno dal papa, chiunque sia. Perché la Rivelazione, la Tradizione e la legge naturale sono eterne e immutabili, e superiori al papa, di cui invece egli è servo. Perché «Nessun servo è più del suo Padrone» (Gv 13, 16). E il compito del servo è quello di fare e tramandare ciò che il Padrone ha creato, detto, insegnato, voluto, comandato. E ciò che la Chiesa ha infallibilmente stabilito nel corso della sua storia. Ciò che è di legge divina e naturale e ciò che è dommatico nella Chiesa è immutabile per sempre, ieri, oggi, domani, fino alla fine dei tempi.

Questa eredità immutabilmente oggettiva è proprio il grande scoglio da superare per la realizzazione della religione universale globalista. Leone XIV ha fatto capire ai progressisti incalliti che occorre ancora tempo.

E qui ognuno dovrebbe trarne le logiche conseguenze. Ciò che pochissimi però faranno. Come sempre.

Massimo Viglione

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43 commenti su ““Diamogli tempo”. Slogan Psicologico che si Autodissolve con il Tempo che Passa. Massimo Viglione.”

  1. “Comprendo la sua indignazione per certi scandali: certamente il cosiddetto “giubileo lgbt” nel calendario è discutibile, e alcune nomine lasciano perplessi. Ma attenzione a non deformare i fatti: nessuno ha ufficialmente accolto in San Pietro sodomiti o genderisti, né la Chiesa ha benedetto la “croce arcobaleno”. La Porta Santa è Cristo: chiunque può varcarla, e grazie a Dio, perché se fosse riservata ai puri, nessuno di noi — che tutti siamo peccatori — potrebbe entrarvi”.

    Insomma, caro don P.P., lei fa quadrare sempre i conti, ma in modo maldestro.

    Ma si rende conto di quello che ha scritto?

    Ma ha letto l’omelia di Savino agli lgpt?

    “Attenzione a non deformare i fatti”? E lo dice proprio lei
    che si arrampica sugli specchi?

    1. Don Pietro Paolo

      Caro Nippo, lei che mostra tanto di conoscere e apprezzare la filosofia nipponica, mi tolga una curiosità: che cosa dice davvero quel mondo riguardo all’LGBT e alle relazioni omosessuali? Perché io conosco bene la dottrina della Chiesa cattolica — e anche le sue applicazioni a volte confuse e discutibili — ma mi chiedo: il “suo” mondo, che lei esalta a ogni occasione, cosa sostiene? È davvero un modello da proporre, o anche lì le cose non sono così idilliache come l’uno può intendere dai suoi interventi?

  2. Vi sono molte buone ragioni, dal Prof. Viglione a Don PP, passando per molti commentatori. Il problema grosso è il vascone Vaticano, profondamente infiltrato e soggetto ad accurato rinforzo onde evitare passare in minoranza. Certo è che se Leone facesse il guascone non so come finirebbe. Per valutare bene l’ indole collaborativa o di rottura Sua, bisogna ancora attendere e pregare lo Spirito Santo lo guidi verso la seconda ipotesi.

  3. stefano raimondo

    “La democrazia non è necessariamente la soluzione perfetta per tutto.” (Papa Leone XIV)

    “A questa forma distorta di sinodalità, che cerca un cambiamento democratico della dottrina, dobbiamo dire no.” (Papa Leone XIV – DDF, 1 settembre 2025)

  4. Don Pietro Paolo

    Certo, le invettive e le accuse che mi vengono rivolte in questo blog, quasi fossi un “avvocato del diavolo”, non reggono in piedi. Se per “Gatekeeper” si intende “custode della dottrina della Chiesa” – e non nel senso denigratorio che le dà la “signora” minutelliana – ebbene, lo considero un onore.

    Quanto all’“altamente improbabile” pronunciato dal Papa, non va interpretato nel modo grossolano che la stessa “signora” propone: è un modo sbrigativo per dire che nessun mutamento dottrinale è all’orizzonte.

    In questi mesi abbiamo assistito a una sorta di benevola convergenza: prima Nippo verso Minutella, ora Minutella verso Nippo. Ma la domanda è: che cosa hanno davvero in comune questi due? L’avversione alla Chiesa di Cristo fondata su Pietro. E qui sta il paradosso: lupi travestiti da agnelli che, nel loro furore pseudo-profetico, applicano ad altri ciò che in realtà Cristo applica a loro. Sono proprio loro, con sofismi e manipolazioni, ad ingannare il popolo di Dio, proclamando che la Chiesa fondata da Cristo su Pietro non esiste più, e che la “vera” Chiesa sarebbe quella che loro stessi hanno fondato.

    Quanto a me, se qualcuno mi vuole definire “moderno”, non mi turba. È una parola che non incide minimamente nella mia vita. Ma se per “modernità” si intende semplicemente vivere e mettere in pratica il Vangelo, allora sì: sono moderno, perché non vi è nulla di più nuovo e sempre attuale del Vangelo di Cristo.

    Riguardo alla misericordia – parola abusata, logorata e spesso ridotta a slogan – essa resta centrale nella rivelazione di Cristo. Giacomo ammonisce: «Il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio» (Gc 2,13). È davvero curioso che alcuni laici pretendano di impartire lezioni di misericordia a un sacerdote, il quale è stato reso ministro di misericordia. Né è serio accusare sbrigativamente di “misericordismo” un prete, solo perché si è avuto qualche cattivo incontro personale con altri sacerdoti.

    È stata cambiata la dottrina della Chiesa? Rispondo: no. Quello che predicavo quarant’anni fa lo predico oggi. Qualcuno potrà pensare che io, ipocritamente, mi ergerei a paladino del “sistema”. Non è così. Io soffro nel vedere derive e infedeltà – da parte di preti e vescovi – che non custodiscono la fede ricevuta, ma la storpiano e la deturpano con la loro vita licenziosa e con sciatterie liturgiche, talora persino sacrileghe, direttive pastorali discutibili e pericolose, ma la dottrina della Chiesa non è stata cambiata. Ma non è meno grave che, in nome della “dottrina immutabile”, molti proclamino fedeltà a Cristo e poi siano i primi a vivere in maniera eterodossa la loro stessa cattolicità.

    Ai Minutella alias “signora”, Cionci, Russo e compagnia, pongo una domanda semplice: se Cristo ha fondato la sua Chiesa su Pietro (Mt 16,18) e sugli apostoli (Ef 2,20), chi è oggi il vostro Papa e chi il vostro vescovo? Perché, a forza di cavilli pseudo-canonici, siete arrivati alla conclusione che non ci sia più un Papa autentico e che, da Benedetto XVI in poi, ci siano soltanto “antipapi”.

    Ma allora? Se non c’è un Papa, Cristo avrebbe forse sbagliato promessa? Se la vostra cosiddetta “dottrina immutabile” conduce a simili assurdità, allora non è dottrina cattolica: è contraddizione, è protestantesimo, e è setta . Altro che Tradizione!

    La Chiesa, per sua stessa costituzione divina, non può esistere senza il Papa e i vescovi in comunione con lui.

    Attaccato da ogni parte, non mi scompongo e non demordo. Giornalmente devo confutare le posizioni di pentecostali e testimoni di Geova che infestano la città dove svolgo il ministero; qui, invece, mi trovo davanti a persone che si ritengona cattolici “puritani” che, se davvero amassero la Chiesa, eserciterebbero con prudenza il loro ufficio profetico senza danneggiarla.

    La storia è chiara: Lutero e san Francesco d’Assisi avevano entrambi a cuore la riforma della Chiesa. Il primo, con orgoglio, scelse di uscirne, fondandone un’altra che generò frutti amari; il secondo, con umiltà, rimase dentro la Chiesa, risanando le sue ferite e generando un fiume di santità. Io non sono san Francesco, e purtroppo neppure santo; ma, con tutto il cuore, scelgo di seguirne l’esempio.

    Dio vi benedica.

    1. “lupi travestiti da agnelli”: siamo daccapo: chi fra gli umani stabilisce chi sono i lupi e chi sono gli agnelli? Ovvero, chi tra gli umani stabilisce cos’è grano e cos’è zizzania?

    2. Lei dice che l’elezione di Papa Francesco è perfettamente valida. In questo blog però diverse volte è stata prospettata da un commentatore l’ipotesi che il problema fosse a monte, in quanto non risulterebbe dai documenti, né da altre testimonianze, che Bergoglio sia mai stato ordinato diacono, ma sia passato direttamente dal suddiaconato al sacerdozio. In un caso come questo, diceva il suddetto commentatore, l’ordinazione sacerdotale non è valida (per cui ovviamente non lo sarebbe neanche la consacrazione episcopale). Lei è in grado di smentire questa affermazione? Grazie.

      1. Don Pietro Paolo

        Caro Alfa,

        l’affermazione che lei riferisce è totalmente infondata.
        Perché? Per almeno tre motivi:
        1. Il suddiaconato non è mai stato un grado del sacramento dell’Ordine. Era un ordine minore (poi soppresso da Paolo VI con Ministeria quaedam, 1972). Gli ordini sacri veri e propri sono tre: diaconato, presbiterato ed episcopato (cf. Lumen gentium 28, can. 1009 §1). Quindi non esiste alcuna necessità “sacramentale” di passare per il suddiaconato.
        2. Bergoglio è stato regolarmente ordinato diacono. Ci sono documenti ufficiali che attestano la sua ordinazione diaconale il 13 dicembre 1969, seguita dall’ordinazione presbiterale il 13 dicembre 1969 (da mons. Ramón José Castellano) e da quella episcopale il 27 giugno 1992 (da card. Quarracino). Tutto è pubblico e verificabile negli annuari pontifici e negli archivi della Compagnia di Gesù.
        3. Un vescovo non ordinato validamente non potrebbe mai essere riconosciuto come tale dalla Chiesa. La validità sacramentale non è un’opinione: è garantita da atti liturgici pubblici e da testimoni. Se fosse mancata la diaconia, la sua ordinazione presbiterale sarebbe stata nulla e tutta la Chiesa se ne sarebbe accorta subito. Non staremmo certo parlando dopo decenni di episcopato e di cardinalato di una “anomalia segreta”.

        Quindi: l’ipotesi di cui parla non ha alcun fondamento storico né teologico.
        L’elezione di Papa Francesco è valida non solo giuridicamente, ma anche sacramentalmente, perché Jorge Mario Bergoglio è stato ordinato validamente diacono, sacerdote e vescovo.

        Le teorie diverse sono solo illazioni senza prove, utili solo a seminare sfiducia e divisione.

        Con cordialità,
        don Pietro Paolo

    3. Non ho trovato invettive tra i commenti ma precise accuse alle quali don Paolo e Pietro ti sottrai rendendo dura la tua faccia; sei sconfessato ma pur gridando la tua innocenza non la dimostri. Non puoi mai dimostrarla perchè difendi dei malfattori manifesti. Le accuse restano perchè non sono state confutate e restano assieme le certezze che sei l’avvocato del Diavolo, non per obbligo gratuito di legge ma per tua decisa scelta. In questo caso il Giudice condannerà i rei e i loro avvocati consapevoli, colpevoli dei loro stessi peccati mortali.

      1. Don Pietro Paolo

        Fritz, le tue parole puzzano di zolfo: non edificano, distruggono. vomiti rancore. E questo parla più di te che di me.

  5. I virgolettati citati dal prof. Massimo Viglione rendono plasticamente il travaglio dei nostri tempi e della Chiesa. Viviamo in un contesto politico, economico e sociale che promuove l’agenda del “Piano inclinato”, che evidentemente porterà alla riduzione delle libertà fondamentali, sulla base del principio “in fondo alla libertà si può anche rinunciare se ciò avviene in favore di un Bene più grande”, come ha insegnato “l’emergenza Covid” e parallelamente, pure del tenore di vita. In questo quadro compito di ciascun cristiano è quello di confermare se stesso e i fratelli nella verità, spiegando che il Vangelo è parola di Dio, pertanto non richiede aggiornamenti frequenti e non contiene malfunzionamenti imprevisti a differenza dei software che quotidianamente utilizziamo.

  6. L’ argentino applicava il banale ma efficacissimo “divide et impera”, dicendo oggi una cosa e domani il suo contrario, in modo che i tiepidi, gli ingenui e gli sciocchi tra i suoi oppositori sprecassero le loro energie ad arrampicarsi sugli specchi con discussioni sterili del tipo: “L’ha detto ma…”; “Non è ex cathedra…”; “Non è Magistero…” E che i radicali tra i suoi oppositori sprecassero le loro energie a confutare queste tesi e a ribadire che dalla sua bocca uscivano comunque eresie… E lui potesse regnare indisturbato mentre i suoi oppositori si facevano la guerra fra di loro.
    Oggi con Leone la musica non è sostanzialmente cambiata, anche se la facciata è meno tirannica e più sorridente. Il divide et impera si ripropone tra chi è attendista (“Vediamo come procede…”) e chi invece ha lucidamente capito che la sostanza è sempre ugualmente negativa.
    Ma se un esercito va in battaglia ed è diviso tra generali che optano per una strategia e altri generali che optano per la strategia opposta, è sicuramente destinato alla sconfitta, nella fattispecie fuor di metafora il tanto temuto “cambiamento della dottrina”. Che di fatto è già avvenuto in modo pastoralmente strisciante. Strisciante perché viene in definitiva dall’antico serpente.
    Non ci può essere contraddizione tra pastorale e dottrina, perché sono intrinsecamente legate. La pastorale dovrebbe riflettere la dottrina e se non lo fa anche la dottrina è implicitamente cambiata, in quanto la pastorale afferma implicitamente una dottrina diversa.
    Andando più a fondo, il male comincia quando si divide la teologia in branche autonome specialistiche, quali vengono insegnate nelle università pontificie e nei seminari: teologia dogmatica, teologia sacramentaria, teologia pastorale, teologia scritturale, teologia patristica, teologia “liturgica” e così via. Che siano autonome è una falsa credenza menzognera, una falsa credenza che giustifica ogni nefandezza e castroneria.
    Con questa premessa si arriva anche all’eretico possibilismo leoniano, che afferma che la dottrina “non ora (così rassicuro gli esagitati tradizionalisti) ma in futuro (così rassicuro anche i progressisti) possa cambiare”. E la pacificazione del corpo ecclesiale nella sua testa vaticansecondista è assicurata, derivando non dall’affermazione dell’unica Verità di Cristo ma voilà dalla convivenza nell’unica Chiesa del diavolo e dell’acqua santa, convivenza di fatto impossibile.

  7. Ma cosa va cercando Viglione? Nel suo libro ha elencato una serie di possibilità per cui Bergoglio poteva non essere papa (ovviamente la sede impedita ultima ruota del carro) e adesso si è convinto che Prevost è papa. Perché abiura costantemente al principio di successione legittima? DI COSA VI LAMENTATE? Ve lo sto dicendo da 5 anni che Bergoglio non era papa, Prevost è stato eletto da 108 falsi cardinali e ora vi lamentate? No comment.

    1. Lei signor Cionci da 5 anni fa danni ergendosi a Chiesa, quando forse è a malapena un suo membro. E se lo è, cattolico, allora è partito per la tangente tronfio e scapestrato. E ha fatto un danno enorme alla Chiesa, e ai suoi fratelli in Cristo, sempre partendo dal presupposto che le sue azioni siano scaturite da un cuore che ama Cristo e la Sua sposa ma che è travagliato. Non era e non è nella posizione di pontificare. È solo nella posizione di formarsi bene come cattolico e aiutare la Chiesa secondo le regole , non a testa matta. Si rimetta in carreggiata, quella vera e torni all’ ovile invece di coltivare zizzania e maldicenza.

  8. A me sembra così evidente che non possiede il munus, come d’altronde il suo predecessore. La vera questione allora é: data l’indefettibilità della Chiesa, dov’é finito il munus?

  9. La Signora di tutti i popoli

    Rileggiamo assieme le parole di Prevost:
    «trovo altamente improbabile, nel prossimo futuro, che la dottrina della Chiesa,[…], ciò che la Chiesa insegna […], cambierà» «Al momento non ho intenzione di cambiare l’insegnamento della Chiesa».
    L’articolo del prof. Viglione ci presenta un cattolico disorientato dalle affermazioni di un papa ma anche noi dovremmo rifletterci (e poi fatemi sapere se non vi e venuto in mente il bipensiero di Orwell! A Nippo sicuramente sì).
    Dunque lo sentite lo stridore delle parole di Prevost con ciò che all’opposto ribadiscono i punti 1 e 2 dell’articolo di Viglione?
    La DOTTRINA della Chiesa è IMMUTABILE dal momento che Dio stesso è immutabile e ne è prova l’assistenza del Cristo alla sua Chiesa, col suo insegnamento coerente, identico e costante di 2000 anni.
    Anche il più ignorante dei preti, e ce ne sono tanti, figuriamoci un papa saprebbe che non ci possono essere mutazioni o capovolgimenti dottrinali perchè la Dottrina essendo equiparata alla Parola di Dio è intangibile e se mai lo fosse porterebbe a considerare possibile la mutabilità della Parola stessa. Ma Prevost è un papa? Viglione non se lo vuole chiedere e si ferma qui: non sa da cosa derivi questo ardire di Prevost e cosa lo provochi in una persona che dicono sia papa.
    Con quelle frasi Prevost dichiara quindi di arrogarsi il diritto di poter mutare al momento opportuno la Dottrina in una dichiarata capacità, la sua, che sarebbe superiore a quella di Dio. Qualità che, essendo Dio stesso immutabile, non ha non adattandosi al volere del Mondo e del suo Principe, come invece Prevost già fa.
    Peraltro è evidente in lui la volontà di dare contentini al mondo tradizionalista, che non userà subito questo suo super-potere di modificare la Dottrina, ma sa di poterlo fare e lo farà (!)… ma i fessi per il momento possono stare tranquilli ma già non vedono che Prevost, non toccando oggi la Dottrina, di fatto lascia in piedi -sempre vigenti- le modifiche dottrinali operate da Bergoglio. Nè si accorgono che Prevost ha già modificato la dottrina attestando che il domma della immutabilità dei principi di fede può essere mutato.
    Ho letto i commenti (a parte quello confundista di don pipì il cui compito é fare gatekeeper per fregare di fatto le “sue”amate anime ) e l’unico concreto, peraltro senza tendenze masochistiche, di fronte alla evidenza dei fatti di 4 mesi di “pontificato” sia quello di Nippo… l’unico che ha ricordato la Parola (per il momento) immutata:
    “Fate attenzione e non lasciatevi ingannare da nessuno! Perché molti verranno e cercheranno di ingannare molta gente.” (Mt.24)
    Ps. per chi non si chiede il perchè delle luciferine parole di Prevost: quando Bergoglio viveva e guastava ogni domma di fede dicevate che era eretico, un papa eretico ma sempre papa. Ora che avete Prevost vedete che dargli eretico è dir poco: direte che la parola giusta è “diabolico”. Dunque vedete in lui un papa diabolico ma sempre papa??
    Io vedo tecnicamente un (altro) anti-papa, perchè di fatto lo è, e poi vedo la sua prediposizione diabolica a distruggere tutto ciò che si chiama Chiesa e le anime… lui si appresta di dare la morte e già lo fa: fa a noi cattolici ciò che si fa a Gaza ai palestinesi; come per la Terra Santa nessuno alza un dito perche la morte sia fermata, e così un falso papa sia scacciato: …ah già, “diamogli tempo”!

  10. Il volpone Bedoglio con il suo fare tra il raffazzone e l’orgoglioso ha sfasciato fuori molto; dobbiamo pure essere consapevoli che la vicenda della mala gestione delle anime da parte di molti pastori a vari livelli gerarchici e’ vecchia di qualche decennio (la data mettetela voi) e si trascina quindi anche dai pontificati precedenti.
    Adesso e’ arrivato Prevost: confidavo, in un mio precedente intervento, che, chiuso il giubileo,
    il nuovo Capo della Chiesa, iniziasse una potatura dei tralci affetti da peronospora; vorrei rimanere della medesima idea; pero’,
    il fatto nuovo di cui sono venuto a conoscenza or ora, leggendo qui il dott. Viglione, e cioe’ la frase attribuita al nuovo papa circa una possibilita’ remota (ovvero non prossima) (la metto scambiando l’ordine concettuale) di mutazione di un dogma mi ha molto deluso e vorrei tanto capire se ci fosse stato un errore di espressione.
    Se altrimenti devo pensare che la catastrofe finale sia in avvicinamento, perche’ , parlare cosi’ (detto da un papa), equivale a disintegrare tutto come fa’ un ordigno termonucleare, altro che Borgoglio … !

  11. Bravissimo Viglione, hai colto nel segno! C’è più eresia in quel probabilismo leoniano che nelle eresie manifeste del pasticcione Bergoglione.
    Leone dimostra di non avere chiaro qual è il suo compito e la divina missione affidata da Gesù Cristo a San Pietro, così come ai suoi successori. Ma questo papa è veramente tale? Le sue uscite lascerebbero pensare il contrario, ovvero eletto invalidamente contro UDG e senza grazia di stato.

  12. Oggi sono entrato nella chiesa parrocchiale per un momento di raccoglimento e, dopo un Padre Nostro, mi sono fermato sulla richiesta di rimettere i nostri debiti.

    Il debito schiaccia. Sapere/temere di non poterlo estinguere è ancora più pesante, un tarlo: nessuna gioia può essere piena.

    Il debito da rimettere non è quello di un altro o verso un altro, ma è il nostro verso Dio Padre.

    Il “come” che segue (seguito dell’altro, come in cielo così in terra) è un movimento che ci fa partecipi di qualcosa che umanamente ci supererebbe, per tante ragioni.

    Rimuovendo i debiti viene meno la giustizia?

    Intanto viene interrotta una spirale che è (nelle intenzioni di chi indebita e gestisce il debito) sempre più infernale: basta guardarsi attorno.

    Poi, più importante: a Dio manca qualcosa?
    L’uomo (creatura peccatrice) aggiunge qualcosa a Dio?
    La risposta alle domande è no (vale anche per i santi).

    Il male esistente è causato di un no a Dio; è il bene che manca provocato dal rifiuto della volontà di Dio: lo patiamo noi. Quindi quel debito è verso noi stessi!
    Dio si incarna per compatire, caricandosi della croce per saldare lui il conto.

    Riusciamo a entrare in quella logica, pregando il Padre?
    Ci cibiamo del pane epiousion (soprasostanziale)?

    La giustizia di Dio c’è tutta: dà a ognuno il suo.
    Pentimento, conversione, abito lavato nel sangue dell’Agnello, purezza di cuore, affidamento…

    Beati gli afflitti (gravati dal debito) perchè consolati!
    Dio giudica l’assenso o il rifiuto a questa possibilità.
    Giudica la riconoscenza (che è giustizia) o l’ingratitudine.
    Giudica speranza e timor di Dio o la paura/disperazione.
    Giudica l’umiltà o la presunzione e la superbia.
    Giudica la mitezza o la spietatezza senza compassione.
    Giudica la sapienza della libertà dal peccato, in verità che svela la menzogna del disprezzo per la ragione (pecca fortiter sed crede fortius, nell’assenza di logos).
    La menzogna toglie verità, perciò libertà: il debito resta.

    Insomma Papa Leone XIV ha davanti una Chiesa le cui pecore stanno vagando senza pastori e tutte queste cose stanno clamorosamente venendo fuori.

    Allora soprattutto lui prega il Padre: non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.
    La prova è ineludibile, ma chiediamo di reggerla. E’ Dio a permetterla. Il problema è superarla, senza cadere in peccati sempre peggiori e un po’ più di inferno per tutti.
    E’ pacifico che non siamo abbandonati (è quasi una bestemmia affermare o lasciar intendere il contrario).
    Non rendiamoci presuntuosi nel vantarci pronti a tutto, mettendo mano alla falce. Quello è compito degli angeli.

    Liberaci dal male: eravamo partiti da lì e ci siamo dentro fino al naso. Aprendo la bocca entra!

    Prima o poi il disastro del dodicennio trascorso andrà ammesso, ma sarebbe inutile bruciarlo come unico male, visto che attorno e sua radice ce n’è dell’altro.
    La sporcizia nella Chiesa è tanta. Non ci sono pattumiere a sufficienza, ma la croce è il trono di gloria.

  13. Analisi, purtroppo per noi, impeccabile. Unica nota positiva è che la strada per i progressisti è ancora in salita e mantenerla così dipende dipende solo da noi sudditi.

  14. E niente, qualche mese di sollievo, illusorio. Un cireneo. Ma la nostra generazione deve santificarsi attraverso questa penosissima e pesante Croce.

  15. Ineccepibile. Solo eviterei di usare il termine, peraltro abusato, “mondo della tradizione”, perché questa terminologia l’hanno inventata loro, nel post CVII. Infatti sicuramente verrà dato a breve il contentino a “quelli della tradizione”, così stanno buoni buoni, come gli indiani con pickup e telefonino, nella riserva innaturale proprio perché eccezionale. Bisognerebbe cominciare ad usare il termine “normale”, proprio da “norma” dettata da NS, sulla linea retta verso l’infinito che non può mai essere interrotta, di “fedeli alla Chiesa di sempre” e di “Messa di sempre”.
    Claudio Gazzoli.

  16. Don Pietro Paolo

    Caro Massimo,

    mi perdoni, ma leggendola confesso che il suo atteggiamento mi ricorda più quello dell’Accusatore che quello di un padre cristiano. L’Accusatore è colui che brandisce la legge senza misericordia, invoca la condanna immediata e non lascia spazio al tempo di Dio. Ma se il Signore avesse usato il suo metodo, l’umanità sarebbe già finita nell’Eden: “Se mangerete, morirete”. E invece Adamo ed Eva non furono annientati, ma rivestiti e accompagnati, perché Dio non è un giustiziere, bensì un Padre che educa, attende e salva.

    Comprendo la sua indignazione per certi scandali: certamente il cosiddetto “giubileo lgbt” nel calendario è discutibile, e alcune nomine lasciano perplessi. Ma attenzione a non deformare i fatti: nessuno ha ufficialmente accolto in San Pietro sodomiti o genderisti, né la Chiesa ha benedetto la “croce arcobaleno”. La Porta Santa è Cristo: chiunque può varcarla, e grazie a Dio, perché se fosse riservata ai puri, nessuno di noi — che tutti siamo peccatori — potrebbe entrarvi.

    Certo, questo “giubileo” qualcuno può leggerlo come uno sdoganamento del mondo lgbt. Ma proprio le parole del Papa, che lei interpreta in modo ambiguo, lo smentiscono chiaramente: nessun cambiamento dottrinale è all’orizzonte.

    Quanto all’atteggiamento di Leone XIV, forse lei dimentica che in teologia morale si parla della legge della gradualità. La legge morale di Dio è unica e immutabile. Con “legge della gradualità” si intende il principio per cui la Chiesa accompagna il peccatore passo dopo passo, senza giustificare il peccato, ma senza pretendere che tutto cambi all’istante. Lei potrà forse leggerla come un’apertura a futuri cambiamenti della dottrina; io invece la intendo diversamente: è il non spegnere il lucignolo fumigante e il non spezzare la canna incrinata (cf. Is 42,3). In altre parole: la verità resta immutabile, ma viene annunciata con la pazienza di Dio, che sa educare senza cancellare.

    Eh sì, caro amico, povero Papa Leone: di gatte da pelare ne avrà parecchie, e da tutti i lati. Ma non è forse questo il destino di ogni Successore di Pietro? Ricevere colpi dall’esterno e dall’interno, dai nemici dichiarati e dai “fratelli” impazienti? Il Papa, però, non è chiamato a fare lo “spazzino” della storia o il “giustiziere” che taglia netto: il suo compito è custodire la fede, confermare i fratelli e guidare la Chiesa nella tempesta, anche a costo di essere criticato da tutti.

    Qualcuno potrebbe anche definire la legge della gradualità “politicamente corretto”. Io lo chiamo semplicemente Vangelo: verità che non cambia, proclamata nello stile di Cristo che non umilia, non allontana, ma salva. “Neanch’io ti condanno, va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11).

    In ogni caso, san Tommaso ricorda che i fedeli possono ammonire i prelati quando c’è pericolo per la fede. Ma non dice che debbano trasformarsi in accusatori inflessibili, pronti solo a colpire. Il moralista inflessibile, colui che conosce la legge e la usa senza amore, è proprio il demonio. La Chiesa ha bisogno di figli che sappiano custodire la verità nella carità, non di nuovi accusatori.

    E qui sta il punto decisivo. Vedo con dolore che vanno moltiplicandosi gli attacchi contro Papa Leone, spesso animati da una certa impazienza: come se ci si aspettasse da lui gesti rapidi, decisioni nette, quasi una rottura immediata con tutto ciò che nel magistero del suo predecessore appare discutibile o ambiguo. Ma la Chiesa non vive di scosse rivoluzionarie. Le parole e gli atti di un Papa, quando non si collocano sul piano dogmatico e infallibile, non obbligano per sempre i successori: la storia dimostra che tanti Pontefici hanno corretto, chiarito o superato, con misura e senza clamore, orientamenti non definitivi dei loro predecessori.

    Per questo Papa Leone non ha motivo di lasciarsi trascinare in polemiche o in atti affrettati. Il suo compito non è cancellare con un colpo di spugna, ma discernere, vagliare, rimettere al centro con pazienza ciò che appartiene alla verità perenne della fede. La Chiesa non si governa con la furia degli slogan, ma con l’equilibrio che sa distinguere, correggere e confermare nella fede.

    Il vero servizio al Popolo di Dio non consiste nel demolire, ma nel ricostruire sulle fondamenta sicure della Tradizione. E questo richiede tempo, ascolto, preghiera, discernimento. È così che la Chiesa ha sempre superato le sue crisi: non con impazienza, ma con fedeltà e perseveranza.

    San Giacomo ci ricorda: “La pazienza compia in voi un’opera perfetta” (Gc 1,4). Papa Leone sta camminando proprio su questa via, e il nostro compito di fedeli è sostenerlo, non incalzarlo.

    Accogliamo l’invito che la nostra Madre Celeste e Madre della Chiesa ci ha tomo il 1l 13 ottobre 1917, dopo il cosiddetto “miracolo del sole”,: recitate il Rosario per la pace e per il Papa.

    1. Solo una domanda Padre : lei che pensa del pontificato di Papa Bergoglio ? E’ stato rivoluzionario o evangelico ? Grazie

      1. Don Pietro Paolo

        Caro “Figlio”,

        certo, una domanda di chi si firma “figlio” a uno che si firma “padre” non mi sembra poi così tanto filiale… mi ricorda piuttosto quelle che venivano rivolte a Nostro Signore: «È lecito… tu che ne dici?» (cf. Mt 22,17). Gesù, Sapienza divina incarnata, poteva rispondere in modo lapidario e spiazzare subito. Io, purtroppo, non sono né divino né sapiente .

        Potrei anche replicarle con un’altra domanda: perché mi fa questa domanda?
        E, soprattutto: cosa intende lei per “rivoluzionario” e cosa per “evangelico”? In un certo senso, essere veramente evangelici significa anche essere rivoluzionari, perché il Vangelo ha sempre sconvolto logiche mondane e ribaltato criteri umani.

        Se invece desidera conoscere nel dettaglio come penso del pontificato di Papa Francesco, la invito semplicemente a leggere i miei precedenti interventi qui sul blog: lì troverà già ampia risposta. In ogni caso, se in futuro vorrà rivolgermi domande che siano di edificazione e non di sterile polemica su Papa Francesco – che non giova alla Chiesa ma solo la indebolisce – sarò sempre pronto a rispondere.

      2. è stato uno dei tanti massoni presenti nella chiesa.per essi kristos e yawè sono la stessa cosa,,alleluya significa lodiamo yawè

    2. Luca Francesco PERSICO

      Le sue parole, reverendissimo Padre, non potevano dare conferma migliore alla correttezza di quanto espresso dal Prof. Viglione, dimostrano fino in fondo quanto egli abbia ragione.

    3. Caro don Pietro Paolo,
      ero tentato di rispondere a molte delle sue affermazioni, elaborate in contrasto con le verità oggettive espresse dall’articolo di Viglione. Umilio questa tentazione perché cadrei nella stessa verbosa, farraginosa e persino completamente inutile dissertazione che è la cifra del suo scritto e dalla quale si possono ricavare soltanto delle belle citazioni. È tipico del mondo modernista toccare con un linguaggio sentimentale temi che hanno invece una verità oggettiva, la quale non può soggiacere al sentimento. Le faccio comunque i complimenti per questo suo bellissimo esercizio di PNL ricordandole che la PNL non è nient’altro che lo stesso identico linguaggio del Tentatore, il quale è manipolatore e menzoniero.
      Veniamo al punto, ovvero del perché sono così irritato: voi , sacerdoti della misericordia a buon mercato – lei la indica con altre parole nel suo scritto ma la sostanza è quella – e non della giustizia, avete distrutto tutto, compresa la mia famiglia, che voi, preti macellai, avete contribuito massimamente a dividere. Le ricordo che la misericordia si esercita a seguito del pentimento, il quale è una sofferenza vissuta interiormente dalla persona che comprende il suo peccato e non si ritiene neppure degna di riceverne il perdono… Se qualcuno avesse provato il dolore del pentimento, potrebbe capire esattamente anche la dimensione della misericordia ma, a quanto sembra, non comprendendo la vera dimensione della misericordia, sembra che lei sia ben lontano dall’aver vissuto il dolore del pentimento e quindi parla improvvidamente di “educare senza cancellare” di “attendere” di “salvare” di “custodire la verità nella carità” et similia, tutti slogan modernisti, almeno usati con le sue intenzioni. Parafrasando modi espressivi modernisti, si dovrebbe dire che siamo davanti alla privazione della spiritualità di una “esperienza” di pentimento.
      Mi permetta solo l’ultima affermazione: in morale non è permesso agire secondo la probabilità di una verità o di una giustizia ma solo secondo la certezza di una verità e di una giustizia. Qualsiasi discernimento ondivago, per quanto possa essere probabile, va assolutamente cassato. Allora, dove sono le certezze e le verità, in materia di queste questioni di morale, dichiarate in modo inequivocabilmente definitivo e fermo da Leone?
      Già, dimenticavo, le parole hanno bisogno di essere sempre pronunciate con “misericordia”; continuate così, macellai.

      1. Don Pietro Paolo

        Caro Nando,

        vedo che preferisce l’insulto al ragionamento. Se la Chiesa e i suoi sacerdoti sono solo “macellai”, forse il problema non è la Chiesa, ma lo sguardo con cui lei la guarda.

        Lei dice di odiare il “linguaggio sentimentale”: peccato che fosse lo stesso di Cristo quando parlava del Padre misericordioso e del figliol prodigo. Forse per lei anche Gesù era un “modernista” manipolato dalla PNL?

        Lei invoca la giustizia senza misericordia: ma questa non è giustizia cristiana, è giustizialismo. La vera giustizia di Dio non è la sua rabbia, ma la Croce, dove misericordia e verità si baciano.

        Invece di accusare i preti di averle distrutto la famiglia, si domandi se non sia stata proprio l’assenza del perdono — quella misericordia che disprezza — a dividerla.
        E poi: sono stati davvero “i preti”, o un singolo prete? Se è uno, non può accusare tutti.
        E se accusa tutti i preti di averle distrutto la “famigliola”, allora mi viene un sospetto: che lei parli come il diavolo, perché i preti — quelli veri — non distruggono le famiglie, ma solo quella infernale.

        Insomma: lei parla di certezze, ma quelle del Vangelo non le ha ancora incontrate. Vuole condannare in nome di Cristo, ma così facendo finisce per schierarsi dalla parte dell’Accusatore, non del Redentore.

        1. Caro don Pietro Paolo,
          ho sbagliato a lasciarmi andare a una nota autobiografica relativa alla mia famiglia perché per lei è diventata il punto focalizzante. No, stia tranquillo, lei ha ragione, non ho mai usato misericordia nei confronti dei miei numerosi figli; semplicemente non c’era bisogno di alcun perdono misericordioso perché erano davvero bravi ragazzi che pregavano tutti i giorni e che credevano davvero in nostro Signore; erano persino migliori di me. Poi, tra i sedici e i vent’anni, le così dette “agenzie educative esterne” si sono messe a grufolare nella mia famiglia e massimamente alcuni preti; certo, non tutti i preti ma quelli che non hanno fatto danno non si sono sentiti, li ha visti lei? ecco neanch’io.
          Comunque sia, non era questo il centro del mio dire; le ricordo solo che “macellai” mica me lo sono inventato io: , sta nell’agiografia di Padre Pio.
          “…Si trovava a letto quando gli apparve Gesù, tutto malconcio e sfigurato. Il Signore volle mostrare al frate di Pietrelcina “una grande moltitudine di sacerdoti regolari e secolari, fra i quali diversi dignitari ecclesiastici“; di questi, chi stava celebrando e chi si stava svestendo delle sacre vesti. Nella lettera, che scrive a Padre Agostino, racconta che la vista di Gesù in angustie gli dava molta pena, perciò volle domandargli perché soffrisse tanto. Non ebbe risposta, però lo sguardo del Signore si riportò verso quei sacerdoti: “ma poco dopo, quasi inorridito e come se fosse stanco di guardare, ritirò lo sguardo ed allorché lo rialzò verso di me, con grande mio orrore, osservai due lagrime che gli solcavano le gote. Si allontanò da quella turba di sacerdoti con una grande espressione di disgusto sul volto, gridando: “Macellai!”
          Ecco come vede non sono io l’accusatore ma Cristo stesso.
          Lei, che è insignito della grandissima dignità di Melchisedek, sapendo quello che ebbe a vedere Padre Pio in relazione ai nostri tempi, dorme sonni ancora tranquilli?

          1. Don Pietro Paolo

            Caro Nando,

            la sua domanda finale merita una risposta chiara e diretta: sì, dormo sonni tranquilli. Ma non perché ignori o sottovaluti il grido di Cristo che lei richiama — quello che Padre Pio udì con dolore e tremore — bensì perché so che il mio giudice non sarà il tribunale delle opinioni, ma il Signore stesso davanti al quale ogni sacerdote dovrà rendere conto della propria vita e del proprio ministero.

            Non c’è giorno in cui non porti nel cuore il peso di quel “macellai” gridato dal Crocifisso, e non c’è notte in cui non affidi a Dio le mie miserie e le mie infedeltà. Ma proprio per questo, non confondo la responsabilità personale con la condanna universale. Il Signore non ha mai detto che tutti i sacerdoti sono macellai, così come non ha mai detto che tutti i padri sono santi. Egli giudica ciascuno secondo la verità della sua coscienza e la sincerità del suo servizio.

            Capisco la sua amarezza, e non la giudico: troppe volte ministri indegni hanno ferito anime e famiglie. Ma non dimentichi due cose. Primo: il Vangelo stesso ci avverte che il campo della Chiesa è sempre misto, con grano e zizzania che crescono insieme fino alla mietitura (Mt 13,24-30). Secondo: il male dei pochi non può cancellare il bene silenzioso dei molti, che ogni giorno celebrano, pregano, visitano malati, educano, consolano, cercano di portare la pace nelle famiglie senza clamore e senza apparire.

            Perciò sì, dormo sonni tranquilli, ma con il cuore desto: vigile davanti alla mia responsabilità e consapevole che il Signore potrà chiedermi conto anche di una sola anima smarrita. Se la sua parola vuole essere un monito, lo accolgo con umiltà. Ma se vuole trasformarsi in condanna indiscriminata, le rispondo che non le appartiene: quel giudizio spetta solo a Dio, e Dio — che è giusto — è anche misericordioso. la Scrittura ammonisce: «Non toccate i miei consacrati, non fate male ai miei profeti» (Sal 105,15). Questo non significa che i preti siano intoccabili o immuni dal giudizio morale, ma che non spetta all’uomo ergersi a giudice assoluto del loro ministero, né trasformare le cadute di alcuni in un’accusa contro tutti.

            Don Pietro Paolo

  17. L’articolo è molto bello e merita attenzione: il mio commento non contesta le perplessità espresse, ma vorrebbe cristianamente compatirle e consolarle.

    La sofferenza di un cattolico in questa Chiesa cattolica è tanta, ma in un certo senso è congenita: non ha forse chiesto Gesù di prendere la croce e di seguirlo? Non è forse scritto a più riprese nella Rivelazione che le cosse debbono andare così? Non dice forse il Catechismo che la Chiesa deve affrontare una terribile prova per la fede? Non ci sono notissime apparizioni, approvate, a dire che sarebbe stata questa la piega degli eventi?
    Pregando il Padre Nostro Gesù insegna a chiedere di essere liberati dal male e che la prova non sia “troppa” (non che non ci sia). Lui non si è affatto sentito abbandonato, come leggiamo nel Salmo 21(22) che Gesù ha detto in croce per poi dire “Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito” (non si sentiva affatto abbandonato per rivolgerglisi così).

    Dunque la prima compassione è una lettura sub specie aeternitatis e non invece schiacciata sulla cronaca.

    Poi c’è un altro punto importante: evitare la papolatria. Pietro è la roccia, ma una roccia vicaria della Pietra d’Angolo, che poi è un mite Agnello che regna dal trono di gloria della croce. Lo fa dalla fondazione del mondo e come Agnello celebrerà le nozze definitive con la Sposa nella Gerusalemme celeste. Evidentemente a queste nozze sono potenzialmente tutti invitati, ma molti non avranno l’abito adatto e resteranno fuori dalla festa.

    Leone XIV subentra al disastro bergogliano, che non è la fuga solitaria di un soggetto misteriosamente giunto dov’è giunto, ma il plastico risultato di una complessa macchinazione ordita da molti dentro e fuori le Sacre Mura, ecclesiastici e laici. Ho le mie idee sull’accaduto e non è qui il momento di ribadirle, tanto più che il prof. Viglione le scarterebbe aprioristicamente.

    Leone XIV, ammesso che sia legittimamente il Papa (cosa che ritengo probabilissima), è letteralmente immerso nello stesso clima e magma che ha partorito lo pseudo-pontificato bergogliano. Il suo compito è quello di annunciare Cristo unico Salvatore e di salvare anime; deve evitare per quanto possibile di disintegrare ulteriormente una Chiesa che è già pastoralmente e dottrinalmente disintegrata in larga misura. Il tempo che ha Leone XIV non è “suo”, ma un dono di Dio. Un dono non solo a lui, ma a tutti noi. Un tempo per riallacciarci non a “un’idea di Chiesa”, nemmeno a un “modo di esserlo” e neppure a un tentativo di “imporlo”.

    Siamo servi inutili e senza Cristo non possiamo fare nulla: polarizzando le tensioni impazziremo, da bipolari (non come singoli, ognuno della sua idea, ma come Corpo Mistico, che è Uno con il Suo Signore e Sposo).

    Quindi bisogna stare in croce e portarla. C’è troppa melma, per così dire, attorno a Leone XIV. Un’eredità pesantissima che non è solo degli ultimi dodici o sessant’anni, ma viene da prima, tra scismi ed eresie e santi impediti di celebrare la Santa Messa (es. San Pio), invasioni in Vaticano (il XX settembre), cripto-massoni incaricati di riformarne il rito (Bugnini).

    Sub specie aeternitatis possiamo compatire: chi compatisce si aiuta, senza il protagonismo di chi agisce misericordia vedendo misero l’altro. Siamo tutti immiseriti e verremo tutti salvati se entreremo vestiti come si conviene alle nozze dell’Agnello. E’ tutto già pronto e questa è la grande novità di questo tempo che ha i crismi di essere davvero speciale. Molti avrebbero voluto viverlo, ma ci aiuteranno dal cielo, dove sono già, nella comunione dei santi, con noi militanti e pellegrini nella valle di lacrime.

    Beati gli afflitti perchè sono consolati. Il Consolatore è lo Spirito santo. Preghiamo perchè Leone XIV ne riceva a sufficienza in ragione del munus divino che ha ricevuto.

  18. “Diamogli tempo” per proseguire nell’attuazione del programma di Bergoglio (con furbeschi zuccherini concessi per tenere buoni certi “tradizionalisti”).

    Svegliaaaaaaaaaa!!!!!!!!!!!

    1. “Svegliaaaaaa”…., «Quel disgraziato (il demonio) non ha altro da fare che disturbarmi; non dorme mai!» (Santo Curato d’Ars)

      1. Le parole del Curato possono essere intese in modo diametralmente opposto.

        Il diavolo non dorme mai e sta soffiando DENTRO l’Istituzione. Lo disse perfino Paolo VI già tanti anni addietro.

        1. Don Pietro Paolo

          ENRICO,
          sì, il demonio fa il suo lavoro.
          Ma fa peggio chi gli presta la voce con i suoi sofismi: così non si attacca solo la struttura della Chiesa, ma perfino la sua dottrina evangelica.

    2. Sa Nippo , noi siamo svegli . Se l’attuale Papa attuerà con malizia il programma Bergogliano , ci iscriviamo nella massoneria e dal di dentro la convertiamo , poi andiamo all’inferno e convertiamo i demoni. Poi ci svegliamo davvero e torniamo in chiesa e andiamo a pregare la Vergine . Come avremmo dovuto fare negli ultimi 13 anni di incubi . Ma i preti come questo don PP si limitavano a abbassare la luce e spegnere le candele , si son divertiti 13anni a confonderci . Però.
      Però, se lei conoscesse la curia vaticana , saprebbe quanto costerebbe, oggi , post Bergoglio , cancellarla , come si dovrebbe fare . Questo blog di Tosatti si chiama Stilum Curiae , non per nulla .
      Affidiamo papa Leone alle sapienti cure di Maria . E a quelle del santo curato d’’Ars , visto che don PP lo cita , impropriamente , come fa sempre

  19. Caro Viglione , è vero molti di noi pensano che Leone stia temporeggiando e necessiti tempo per capire , ecc.
    mettiamo che faccia quello che tutti noi
    aspettiamo . Lei Viglione pensa che farebbe la fine di Papa GP I ? O quella di Benedetto costretto a rinunciare ? Forse dovrebbe sapere , capire, meditare , su cosa è un Papa , oggi e conseguentemente che fare . Certo.
    Ma lei Viglione è mai stato dietro le sacre mura a lavorare ? Ha mai conosciuto la curia ?

    1. Luca Francesco PERSICO

      Ma allora come è da intendersi il detto: “usque ad effusionem sanguinis”? Molti, troppi vescovi e consacrati tradiscono questo impegno sollennemente assunto, poi arrivano persone come Charlie Kirk, che nemmeno era cattolico, a rammentarlo loro, a rammentarlo a ciascuno di noi, a mostrare che si può e che, se le circostanze lo richiedono, si deve…

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