Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Miserere Mei, a cui va il nostro grazie, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla Santa Croce. Buona lettura e meditazione.
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Il Signore Gesù la croce l’ha portata tutta intera (non solo il patibulum).
Gliela hanno caricata addosso uscendo dal pretorio, dopo una condanna voluta a furor di popolo (Crucifige!)
Il pretorio, residenza di Ponzio Pilato durante la festa, era presso il Litostroto, posto davanti al Palazzo degli Asmonei.
La Via Crucis è un percorso di circa 500-600 metri dal pieno centro della città a pochi metri dall’uscita dalle mura.
Gesù affronta la fatica debilitato dai flagelli, piagato, coronato di spine.
Fu una Via Crucis in cui al dolore fisico si aggiungevano anche gli sputi e gli insulti, altre percosse e incontri commoventi.
Le piaghe rilevabili sul telo sindonico accreditano l’ipotesi che la croce fosse intera. Il patibulum della “pars crucis boni latronis” (oggi a Roma) misura 180 cm di lunghezza. Ne sono note le altre dimensioni.
Considerando la parte interrata e quella sopra la testa, lo stipes (il palo verticale) misurava 250-280 cm di lunghezza.
L’anello di pietra in cui inserirlo, rinvenuto dagli archeologi, ha un diametro di 12 cm.
Il legno della croce (di pino) ha una densità di 0,75 g/ml: Gesù sopportò, aiutato dal Cireneo, un peso di circa 35-40 Kg.
Punto di arrivo della Via Crucis è uno sperone roccioso elevato di circa 5-7 metri sulla cava di pietra circostante.
Detto Calvario o Golgotha era visibilissimo dalla strada principale che entrava in città da ovest.
La porta nelle mura da cui transitò la Via Crucis è oggi nel sottosuolo del Muristan, il quartiere cristiano.
La sommità del Calvario, ospitando tre croci, poteva avere un’area di una ventina di metri quadrati.
L’altura digradava ripida verso la città e con una pendenza più dolce verso il giardino.
Probabilmente le croci erano infisse in fori praticati nella roccia e venivano usati anelli di roccia per renderle stabili.
La croce venne issata dentro l’anello e il foro di sostegno, con Gesù che vi era stato inchiodato.
Il titulus crucis, redatto da Pilato per motivare la condanna, nella versione in ebraico presenta l’acronimo YHWH.
La reliquia è ancora oggi esistente, a Roma: in ebraico la frase va letta da destra a sinistra.
Ponzio Pilato si rifiuta di correggere l’iscrizione e così quel che è scritto è scritto! Le iniziali equivalgono a “Io sono”!
Chi era inginocchiato ai piedi della croce aveva il capo all’altezza delle ginocchia di Gesù.
I soldati stavano un po’ più lontani, circa un metro più basso, ma potevano raggiungere il volto del Signore con la punta delle loro lance (così fu avvicinata alla bocca del Cristo la spugna imbevuta di aceto).
Il santo sepolcro, di cui fu rotolata la pietra, è a 50 metri dal Golgotha verso ovest.
Il pozzo in cui Sant’Elena rinvenne la croce nel 326 d.C. è sotto il Golgotha nel versante più ripido, a est.
L’intera area del Golgotha, dalla base alla cima, non superava i 400 metri quadri.
Nella sopraggiunta oscurità solare Gesù resta sulla croce per circa 3 ore.
Dice pochissime parole, con l’incipit della preghiera (non disperata) del Salmo 21 (22).
E’ il Salmo dell’esaudimento del giusto: un resoconto di quanto sta accadendo lì, ora.
Il Salmo 21(22) fu scritto secoli prima ed è un salmo di speranza nel crescendo della fede e della lode di chi patisce. Riporta una dozzina (!) di dettagli circostanziati della crocefissione di Cristo.
Anche l’aceto è secondo le Scritture. Tutto sta dicendo Chi sta patendo in croce.
Infine il gemito inesprimibile dello Spirito che dice tutto nell’abbandono della vita.
L’Agnello di Dio viene immolato nell’ora esatta in cui si immolano gli agnelli per la Pasqua.
Tutto sotto gli occhi degli studiosi delle Scritture.
L’Addolorata e Corredentrice è lì: santa madre deh voi fate che le piaghe del Signore siano impresse nel mio cuore!
L’umanità di Cristo muore nel suo corpo e il velo del tempio si squarcia, dall’alto in basso.
In tanto sdegnato stracciarsi ipocritamente le vesti da parte del Sommo Sacerdote è inequivocabile Chi si straccia le vesti.
Al corpo morto di Cristo viene inferto un inutile colpo di lancia al costato, ma risparmiando le ossa, secondo le Scritture.
In aggiunta accadono una decina di fatti impressionanti e ci sono almeno altri sei o sette rimandi alla Scrittura (le ossa del Crocefisso sono slogate, ma non spezzate). Tutto è compiuto.Poi la deposizione del cadavere, strappata a Pilato, sconvolto dal buio, dal terremoto, dalle anime uscite dai sepolcri.
Il centurione incaricato di presidiare l’area ha già concluso che “veramente Egli è…”.
“Io Sono” ha detto tutto quello che c’è da dire.
Gli uomini no: strapperanno al potere imperiale il permesso di mettere una pattuglia di guardia per il sepolcro.
Strappano così di far lavorare guardie giudaiche nel giorno di Pasqua, contro quella legge di cui si dicono depositari.
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5 commenti su “La Santa Croce che Ha Redento il Mondo. Una Meditazione di Miserere Mei.”
Mi è piaciuta questa rilettura della Passione non con lagne pietistiche ma con religiosa e riverente ricostruzione storico-archeologica e teologico-interpretativa.
Sinceramente : bravo!
❤️🌹
Gentile miserere,
il suo testo ha il merito di richiamare con forza la concretezza della Croce e il compimento delle Scritture, specie nel riferimento al Salmo 21(22), che davvero illumina la Passione. Tuttavia, mi permetta di osservare che molte delle ricostruzioni che propone (peso, misure, dettagli tecnici) restano semplici supposizioni: suggestive, certo, ma non decisive per la fede, e finiscono col lasciare il tempo che trovano.
Il titulus crucis letto come acronimo del Nome divino è privo di fondamento storico e filologico. E’ un’invenzione tardiva: niente fonti, solo fantasie. È lo stesso metodo di Cionci: giochi di sigle e cavilli che non reggono. Il titolo riportava l’accusa, non un artificio teologico. La verità è semplice e più forte: Pilato scrisse “Gesù Nazareno, Re dei Giudei” per scherno, ma in realtà proclamò il Re vero.
Per questo, più che inseguire ipotesi che rischiano di distogliere, vale la pena restare sul livello che conta davvero: l’interpretazione evangelica. I Vangeli non sono cronaca “cristallina”, ma testimonianza viva, letta alla luce delle Scritture e dell’esperienza pasquale. È qui che la fede trova nutrimento; è qui che la Croce si mostra davvero come trono della gloria.
La croce di gloria di Cristo è eterna: l’Agnello è immolato fin dalla fondazione del mondo (Apocalisse=rivelazione).
La croce di Cristo è cruciale per dire che Cristo (Dio), che è il Creatore (fuori dal tempo) è l’unico Salvatore dell’umanità (lo è atemporalmente): perchè Cristo è l’alfa e l’omega, ieri, oggi e sempre. Sempre-adesso.
La consacrazione nella santa Messa ri-presenta (non ri-produce) l’evento cruciale della croce, il sacrificio che salva. Non la mensa, ma l’evento della croce e vittima.
L’evento storico-geografico esce dal suo ambito confinato per farne scaturire tutta l’eternità e mettere ogni anima in comunione di fede in quella visione di compassione. Ma l’evento storico dice anche di un rifiuto di tutto ciò che Dio ha rivelato: e non si scappa, piaccia o non piaccia. Rifiutare la grazia è una disgrazia.
L’inferno c’è e non è vuoto.
Caro Miserere mei,
la sua riflessione è intensa, ma merita qualche precisazione.
Anzitutto, l’espressione “Agnello immolato fin dalla fondazione del mondo” compare in Ap 13,8, ma per evitare interpretazioni errate va spiegata alla luce di 1Pt 1,19-20, dove Cristo è presentato come l’Agnello senza macchia, “predestinato prima della creazione del mondo, ma manifestato negli ultimi tempi per voi”. Questo non significa che Cristo fosse “immolato” già prima dell’Incarnazione — da chi, e in quale carne? — ma che nel disegno eterno del Padre il Figlio fosse destinato al sacrificio redentore, poi realizzato una volta per tutte nella storia sul Golgota. È la forza atemporale di quel sacrificio, concepito dall’eternità e attuato nel tempo, che lo rende valido per ogni uomo e per ogni epoca.
Quanto alla Messa, lei ha ragione nel sottolineare che la consacrazione ri-presenta l’unico sacrificio della Croce. Non si tratta di una riproduzione, ma della resa presente sacramentale di quell’evento salvifico. Tuttavia non possiamo contrapporre la Croce alla mensa. L’altare è insieme Croce e Mensa: è il luogo del sacrificio dell’Uomo-Dio, ma anche il banchetto di comunione in cui i fedeli si nutrono del suo Corpo e del suo Sangue. Ridurre l’Eucaristia solo a “mensa” significa smarrire la dimensione sacrificale; ridurla solo a “Croce” significa dimenticare che quel sacrificio è offerto “per voi” e diventa nutrimento di vita eterna. È proprio questa duplice dimensione a manifestarne la pienezza eterna.
Infine, concordo con lei: l’inferno non è vuoto. Non perché Dio lo voglia — Egli “vuole che tutti gli uomini siano salvati” (1Tm 2,4) — ma perché la libertà umana può rifiutare la grazia e chiudersi al dono della salvezza. Dire il contrario significherebbe illudere le coscienze e smentire le stesse parole di Gesù.
In questo mistero tremendo e glorioso, tra Croce e Mensa, tra sacrificio e convito, si manifesta la grandezza del Mistero eucaristico che salva.
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