Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, il Matto, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione la seconda parte delle sue riflessioni sulla contemplazione. La prima parte la trovate a questo collegamento. Buona lettura e diffusione.
§§§
OLTRE LA FEDE E LA RAGIONE C’È LA CONTEMPLAZIONE
PARTE 2/2
Cristo Creatore – Duomo di Monreale
«I cieli narrano la gloria di Dio,
l’opera delle sue mani annuncia il firmamento.
Il giorno al giorno ne affida il racconto
e la notte alla notte ne trasmette notizia.
Senza linguaggio, senza parole,
senza che si oda la loro voce,
per tutta la terra si diffonde il loro annuncio
e ai confini del mondo il loro messaggio».
Il Salmo è chiarissimo circa l’imperfezione congenita del pensiero e delle parole in merito al riferire dell’Armonia Cosmica e del Verbo Creatore. La narrazione non è affidata alla mediazione allusiva del pensiero e delle parole ma al fatto reale in sé: è il firmamento che annuncia l’opera divina; sono il giorno e la notte che parlano di sé «senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce»: qui risiedendo il segreto della Contemplazione in cui sfocia, ad una profondità (o altezza) insondabile l’Apofasi. Non è strabiliante? L’Universo – come la Verità – riferisce di sé attraverso sé: comunicazione immediata, silente, contemplativa appunto. Le parole s’interpongono e complicano, cioè piegano assieme l’Incomplicabile.
Le parole, tanto originali quanto interpretative, pretendono di esaurire Ciò che descrivono, con ciò ponendosi avanti al Descritto che è l’Immenso, mentre invece sono, e non possono che essere, dietro di Esso poiché non possono che inseguirLo senza poterLo mai raggiungere. La reppresentazione in parole si sovrappone al Rappresentato, e se per un verso Lo indicano, per l’altro Lo nascondono. Quinsi, se il sipario delle parole non si alza …
Angelo Silesio:
«Via ogni tramezzo: se devo contemplare la mia luce,
non deve ergersi nessun muro davanti al mio sguardo».
La confusione parolaia anti-armonica accade ovviamente anche nella sfera religiosa e non solo. Non c’è religione che nel proprio interno non sia afflitta da dicotomie di cui il linguaggio, quale riflesso del pensiero, è causa fatale. Di più, la faziosità interna si combina con quella esterna e le conseguenze disastrose non mancano, come l’attualità testimonia drammaticamente, malgrado l’impostura mediatica s’impegni a rappresentare una situazione satura di “restaurazione” e “speranza” (vedi l’inqualificabile trasmissione su Rai1 “A sua immagine”). Invece, per mancanza di contemplazione, l’«ut unum sint» è rimasto un chimerico ideale. Anzi, almeno sino ad ora, sembra non ci siano più gli elementi che dovrebbero ri-unirsi. L’individualismo, anzi gli individualismi travestiti da “verità” trionfano.
Le fazioni che si danno addosso o s’ignorano si avvalgono dei medesimi richiami scritturistici, dogmatici, catechistici, dirittocanonici e quant’altro per l’impazzare di un vortice confusionario in cui ognuno vede le cose a modo suo, si appropria dell’«ut unum sint» e minge (sì, minge!) la commiserazione verso gli “apostati”. Ogni fazione si ritiene nel giusto e vede le altre perdute nell’errore. Sicché sarebbe giunto il momento di chiedersi se Cristo non intendesse tutt’altra cosa da un’istituzione granitica e legalista che organizza (!) la fede e la ragione senza potersi sottrarre all’usura della secolarizzazione operata da un pensiero e da un linguaggio cristallizzati e opacizzati. E, gravissimo, dal comportamento decisamente anti-contemplativo.
Ecco perciò che l’Univoco Verbo non può che restare annichilito nell’uomo non appena il pensiero, anti-contemplativo per definizione, tenta faziosamente di impadronirsene per definirlo e quindi limitarlo in una forma linguistica che si pretende assoluta, esclusiva, con un contenuto anch’esso assoluto ed esclusivo e, all’occasione, un fulmine – esplicito o implicito – da scagliare sui non allineati, che ovviamente non stanno a guardare e ricambiano il favore.
Definire è circoscrivere, confinare, mentre il Verbo, lo Spirito, è indefinibile, incircoscrivibile e inconfinabile, perciò soltanto alludibile; per questo le allusioni possono essere infinite come il Verbo. L’allusione è il massimo che il pensiero ed linguaggio possono offrire. La Scrittura si fa così linguaggio ispirato che (non senza luci ed ombre) allude a Dio, e quindi non è Dio in Sè, ciò valendo ancor di più per la Dottrina e le debordanti esegesi che sono pur sempre elaborazioni scaturite dai fatali limiti della soggettività umana e per di più non scevre da “aggiornamenti”, anche questi ultimi, neanche a dirlo, oggetto di contesa.
La religione positiva (che non è detto corrisponda ipso facto alla spiritualità) pretende che il suo linguaggio, oltretutto non privo di complicazioni e controversie specialistiche in se stesso, sia univoco, ciò che è impossibile proprio per il fatto di essere pensiero espresso, linguaggio, forma, contenuto, insomma una relatività allusiva che mai potrà rendere esaustivamente l’IN-SÉ DIVINO, l’Incomplicabile, l’Ineffabile nascosto nel Tabernacolo Primordiale del Silenzio.
«Ma il Signore è nel suo tempio santo; tutta la terra faccia silenzio in sua presenza». (Abacuc 2, 20):
l’esatto contrario di ciò che si fa non solo sulla terra ma anche all’interno di un’Istituzione che si presenta come mediatrice tra Dio e l’uomo.
«Silentium tibi laus», recita il Salmo 65, 2 secondo il Testo Masoretico, cioè: «il Silenzio è la tua lode».
Si tratta di un silenzio vivo come indica la parola ebraica “doumia”. Un Silenzio scarno che dice:
«Io desidero Te, soltanto Te!» (Tagore, Gitanjali, 38) .
Dice «Te, soltanto Te», non ciò che è scritto e si dice “di” Te. E «Te, soltanto Te» è di pertinenza, stavolta sì esclusiva, della Contemplazione.
Desiderio che ha il “Te” come muta aspirazione al puro connubio, per il quale il soggetto, il Me che lo pronuncia, deve farsi da parte (apofasi) per essere rigenerato dal Te.
Dal che discendendone che l’aspirante a Dio ha da farsi egli stesso Silenzio, per conoscere Dio dall’interno (per assimilazione) e non soltanto dall’esterno tramite l’allusione linguistica relativizzante e perciò separante: si tratta dell’aspirazione insopprimibile per le anime che non si accontentano della separazione inerente al credere e al ragionare, e tendono all’unione del conoscere, ossia dell’essere. E, a ben vedere, proprio coloro che sottolineano come Gesù non sia una parola o un concetto bensì una Persona da incontrare, dovrebbero essere i primi a fare titale affidamento sulle parole ed i concetti che parlano “di” Gesù, alludono “a” Gesù. Una persona non è il pensiero che la pensa e il linguaggio che ne parla, è assai di più … è persona!
La persona – ogni persona – non è le parole che dicono di essa: il vero incontro fra persone è un’immediata risonanza, ovvero un contatto che è personanza, se “personare” significa “risuonare attraverso”. Infatti “persona” significa “maschera”, attraverso la quale ri-suona e per-suona, quindi fluisce, l’Essenza Spirituale che è Unica e quindi la medesima in tutti e per tutti, ciò costituendo il punto ostico per i religiosi ecclesiastici e laici, assolutisti ed esclusivisti, fondamentalisti gelosi del proprio pensiero e linguaggio col quale pretendono di mettere le briglie allo Spirito, cioè all’Infinito.
Pertanto, un qualunque sistema scritturale-dottrinale non cessa di essere tanto valido nel proprio ambito quanto relativo e propedeutico: esso non può presentare che una sfaccettatura del Diamante Divino, che proprio in quanto tale, non può essere determinato nelle sue umanamente sconosciute – imperscrutabili – sfaccettature. Ossia: ogni sistema scritturale-dottrinale è una delle Porte d’ingresso, umanamente sconosciute nel loro numero, nel Palazzo del Re.
Chi crede – legittimamente – ad una determinata Porta non può pretendere che sia l’unica, anche e soprattutto perché non può criticare ciò di cui non sa o non vuol sapere, cioè delle altre Porte (la Gerusalemme Celeste ne ha dodici! E per di più: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio»). Il campanilismo fondamentalista religioso in senso lato, per il quale, automaticamente, “poiché ciò che credo io è vero vuol dire che ciò che credono gli altri è falso”, è di un’arroganza inammissibile. Nessuno può impedire di bussare ad una determinata Porta, come nessuno può negare che vi siano altre Porte. Ciò che si osserva da un belvedere non è il Panorama bensì uno scorcio di esso, meraviglioso sì, ma parziale.
In altri termini, ogni Anima contempla il suo scorcio di Panorama, ogni Pellegrino segue il suo Sentiero per varcare la sua Porta. Nessun essere umano è dotato dell’Occhio onnivedente, senza palpebra – ognora aperto – né sinistro né destro, che permette la visione istantanea ed incorrotta del Vero a 360 gradi, tale Occhio essendo quello di Dio. Solo Dio ha l’occhio ciclopico! l’occhio nel triangolo che si trova anche sulle facciate o all’interno di chiese cattoliche! (che nulla ha a che vedere con quello usurpato e stampato sul plutocratico dollaro statunitense). E se l’essere umano vuole emanciparsi dal proprio punto di vista, deve «cavarsi il proprio occhio che è di scandalo» affinché si apra l’Occhio di Dio, e finalmente possa dire con Maestro Eckhart:
«il mio occhio e l’occhio di Dio sono un unico occhio, un’unica visione, una sola conoscenza, un solo amore».
È il Verbo che dice “Io sono la Porta”, non l’uomo che dice “il Verbo è la Porta”, e nessun essere umano – ricordiamo l’INSAPUTO di cui nel precedente articolo – può stabilire il luogo e la misura di tale Porta, la cui unicità non può dipendere da alcuna contestualizzazione umana. L’umano non può razionalizzare, cioè misurare, sistemizzare l’Infinito. Non può porvi paletti. La Porta è come l’acqua di cui nessun fiume può dirsi unico portatore. Come l’acqua, la Porta è dappertutto. Niente di più sconveniente della fede positiva e della ragione che non vogliono arrendersi a tale evidenza ed insistono, con i propri limiti, nel circoscrivere l’Infinito, nell’imporre (più che proporre) un mosaico al di fuori del quale, secondo esse, ci sono solo mucchi di tasselli insignificanti, tra i quali, al più, ne spicca qualcuno sufficientemente colorato. Chiaro che questa è la conseguenza della discutibilissima pretesa del “popolo eletto”; di un Dio che crea tutti i popoli della terra e poi ne sceglie uno per sé (!) abbandonando a se stessi gli altri che devono essere sterminati (!); un Dio egoista e geloso? (!) o megalomania vendicativa di un umano (un “eloha”) auto-elettosi Dio?
Il monaco giapponese Mumon (1183-1260) sintetizza magistralmente:
«La Grande Via è senza porta, avvicinata in mille modi.
Una volta oltrepassata la soglia, si volerà attraverso l’universo».
Quale maestosa, immensa possanza del Cristo-Via evocata da questi due versi!
Cristo è la Porta che non è una sola porta! Superbo koan!
La fede positiva è un limite di fronte a ciò che non si conosce, la ragione è un limite di fronte a ciò che non si può misurare: l’Immenso, il Verbo, la Porta, è immensamente oltre la fede positiva e la ragione, peraltro sufficienti per chi vi pone fiducia. E tuttavia c’è chi non rinuncia a sostenere che ci si può accostare a Dio soltanto secondo la fede positiva e la ragione che sono, è bene ripeterlo, due limiti.
Infatti, oltre la fede positiva e la ragione c’è la Contemplazione (la vera pace da cui ogni sozzura umana è bandita) di cui è impossibile stabilire i limiti.
La legittimità della fede positiva e della ragione assurge a coercizione allorché pretende di circoscrivere ed imporre «l’Essere perfettissimo» secondo il catechismo di Pio X, limitandolo alla rete della Dottrina positiva, insomma dell’Istituzione, quest’ultima essendo una delle Porte, e non certamente l’unica. Il visibile, cioè l’Istituzione, non può esaurire l’Invisibile, l’Essere perfettissimo. Esattamente come un pallone non può contenere tutta l’aria (che è aria tanto nel pallone quanto fuori di esso).
«Credo in un solo Dio creatore di tutte le cose visibili e invisibili. Credo in un solo Signore Gesù Cristo, nato dal Padre prima di tutti i secoli»:
alla ragione e alla fede positiva sfuggono tanto «le cose invisibili» quanto il «prima di tutti i secoli». L’in-visibile e l’ante-tempo sono irrazionabili (non misurabili), quindi intuibili ed inverabili nell’uomo soltanto grazie alla Contemplazione Pura, ossia nel Puro Silenzio. Non per nulla Eraclito afferma profondissimamente e attualissimamente:
«L’armonia invisibile è una sfera perfetta incontaminata. Quella visibile, invece, si deforma continuamente sotto il peso della realtà».
Sicché la Perfezione invisibile e incontaminata, cioè la Realtà prima e immutabile, non può essere direttamente accaparrata né dalla fede positiva che vi crede e perciò se ne mantiene separata, né dalla ragione poiché non misurabile, non sistematizzabile.
Il Rivelante non si esaurisce nel Rivelato che è a portata dell’umano. Il Rivelato non esaurisce il Rivelante (ricordiamo il finale del Vangelo di Giovanni). La Rivelazione è un linguaggio, e nessun linguaggio composto di parole può esaurire la Verità Nuda, il Verbo Uno e Universale, Creatore di sistemi solari e galassie in un’Immensità che rende la Terra pressoché inesistente ma sulla quale, pazzescamente, si continua a fare affidamento sul pensiero e sul linguaggio, non altro che un infima vibrazione rumoreggiante e turbante l’Armonia Cosmica, alla quale ci si può assimilare soltanto per via contemplativa.
Somnium Scipionis:
«Allora l’Africano disse: “Mi accorgo che contempli ancora la sede e la dimora degli uomini; ma se questa ti sembra così piccola, come è, contempla continuamente questo mondo celeste e non ti curare di quelle vicende umane. Tu infatti quale celebrità puoi mai raggiungere nei discorsi degli uomini, quale gloria che valga la pena di essere ricercata?».
Francis Thompson:
«Tutte le cose vicine e lontane,
da una forza immortale
segretamente
sono legate le une alle altre,
tanto che non puoi cogliere un fiore
senza disturbare una stella».
E se già cogliere un fiore disturba una stella, che infrazione cosmica può provocare il chiasso assordante che producono gli esseri umani in combutta?
Perciò il fiore non lo si coglie, bensì lo si contempla.
Nipponicamente Erich Fromm:
«Un haiku di Bashō suona all’incirca così: “Se guardo attentamente / vedo il nazuna che fiorisce / accanto alla siepe”. Egli non desidera coglierlo, anzi neppure lo tocca. Si limita a «guardarlo attentamente» per «vederlo». […] Ciò cui Basho aspira, è vedere e non soltanto guardare il fiore: essere tutt’uno con esso, « identificarsi » col fiore e lasciarlo vivere”».
Contemplare è “vedere per identificarsi” (Basho/Fromm), è “volare attraverso l’universo” (Mumon), è spaziare nel “campo immenso” (Rumi) cui il Verbo presiede nella stupenda rappresentazione del Duomo di Monreale.
Come può la iperminuscola mente dell’iperminuscola formica umana che si agita sull’iperminuscolo granello di terra sperduto nell’Immenso, pretendere di contenere e render conto del Medesimo attraverso le proprie iperformichesche elucubrazioni?
E se è vero che la Volontà divina è irriducibilmente imperscrutabile, Essa non eccederà infinitamemte la pretesa di esaurirla in formule e sillogismi?
§§§
Aiutate Stilum Curiae
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
BIC/SWIFT: UNCRITM1E35
ATTENZIONE:
L’IBAN INDICATO NELLA FOTO A DESTRA E’ OBSOLETO.
QUELLO GIUSTO E’:
IBAN: IT79N0 200805319000400690898
***


4 commenti su “Oltre la Fede e la Ragione c’è la Contemplazione. Il Matto, Parte Seconda.”
Il nostro Matto continua a ricadere nella medesima contraddizione: scrive migliaia di parole per convincerci che le parole non servono. Addirittura copia e incolla un Salmo che è fatto di parole per dimostrare che per capire la grandiosità del creato (e del suo creatore ) basta guardarlo. Mah, posso dire mah?
In quanto alla contemplatio, non mi sembra che abbia delle idee molto chiare.
Se la vedi così, poso dire mah?
Ciao.
La contraddizione va sempre di moda ai tempi del delirio…infatti come si verde, brucia mente e anima
🤩
I commenti sono chiusi.