Studio sulla Declaratio di BXVI. Parte Quarta. Sergio Russo.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, ecco a voi la quarta puntata del saggio di Sergio Russo a cui va il nostro grazie sulla Declaratio di benedetto XVI. Le puntate precedenti le trovate a questo collegamento ,a questo  e a questo. Buona lettura e diffusione.

§§§

LA DECISIO (DECLARATIO) DI BENEDETTO XVI

È L’ATTO ESCATOLOGICO PIÙ GRANDE

MAI COMPIUTO NELLA CHIESA

DAI TEMPI DELLA REDENZIONE DEL CRISTO…

E VI SPIEGHIAMO IL PERCHÉ – 4ª

 

«Ecco, faccio una cosa nuova:

proprio ora germoglia,

non ve ne accorgete?»

(Is 43,19)

 

Nella puntata precedente avevamo sottolineato il fatto di come Benedetto XVI, secondo sua stessa affermazione, con la Declaratio/Decisio avesse compiuto un gesto senza precedenti, che ha cambiato il corso della storia…

Benedetto XVI infatti, dichiara esplicitamente (nel libro Ultime Conversazioni, a pag. 31) che “nessun papa si è dimesso per mille anni”, cioè nessun pontefice ha ‘rinunciato’ nel secondo millennio – eppure tre lo hanno fatto! – lo riportano gli Annali di Storia della Chiesa e sono:

Gregorio XII, abdicò nel 1415, durante lo Scisma d’Occidente; ma prima di lui:

Celestino V, si dimise nel 1294 (immortalato da Dante Alighieri, nella Divina Commedia); e ancora prima:

Benedetto IX, abdicò nel 1045.

È ovvio allora che papa Ratzinger, con il termine “dimissioni” (fra l’altro riferito alle… proprie dimissioni!) intenda ben altro.

E sempre Benedetto continua dicendo che “anche nel primo millennio ciò ha costituito un’eccezione”. Ma anche in questo caso ci dicono gli Annali che:

Clemente I rinuncia al pontificato nell’anno 97 (pur se gli storici su ciò non sono tutti concordi);

Ponziano lo fa nel 235;

Siverio fu costretto nel 537.

Pertanto, ancora nel corso del “primo millennio”, poiché, come si suol dire carta canta, tali ‘dimissioni’ non sono affatto un’eccezione…

 

Se poi invece, prendiamo in ipotesi che Benedetto XVI sia entrato in sede impedita, della cui questione lodevolmente ha parlato il dr. Cionci, scoprendo che Benedetto VIII, quasi mille anni prima, passò attraverso una situazione simile a quella appunto del suo successore: quando a tale pontefice fu dato il munus petrino, però gli venne trattenuto il ministerium e, solo in seguito e grazie all’intervento dell’imperatore Enrico II, poté ricongiungere carisma ed ufficio, e così esercitare in pienezza la propria potestà pontificale. Eppure, anche in questo caso di ‘sede impedita’, gli Annali parlano chiaro:

Vigilio la subì, costretto dalla sua permanenza forzata a Costantinopoli, nel VI secolo;

Pio VI, fu deportato in Francia nel 1799;

Pio VII, fu tenuto prigioniero dal 1809 al 1814.

 

Ricordiamo ancora una volta che, in questo studio sulla Declaratio/Decisio, noi stiamo operando su tre livelli: quello filologico-letterale, che ci consente di esaminare ogni singolo termine sotto la lente di una traduzione accurata, che predilige però la terminologia latina di uso ecclesiastico, piuttosto che il latino classico e letterario; sul livello strettamente giuridico, per cui – in tal caso ben consci nei riguardi della precisione ed esattezza che possiedono i Canoni del Diritto Canonico – pur tuttavia, quelle stesse dichiarazioni pontificie vengono assunte ed analizzate in tutta la loro portata spirituale, vale a dire tenendo in conto del “potere delle chiavi”, che è quello di “sciogliere e legare”; ed infine, con il livello profetico-escatologico, poiché tale livello, ben lungi dall’essere una sorta di “sabbie mobili” (come taluni erroneamente credono) esso è, viceversa, quasi una immateriale “cartina al tornasole”, in grado di rivelare la meravigliosa concordanza fra i grandi accadimenti, sia a livello ecclesiale che a livello geopolitico, con le più famose profezie, gelosamente custodite nel tesoro di santa madre Chiesa. Di modo poi, che non ci accada di udire quanto il Signore Gesù ebbe a dire – a noi oggi ce lo dice nell’intimo della coscienza – ai discepoli di Emmaus: «Stolti e duri di cuore a non aver creduto alla parola dei Profeti

 

Siamo quindi giunti alla penultima puntata e, ringraziando una volta di più Marco Tosatti, per la cortese ospitalità che ci ha fornito sul suo blog (per cui vi è un tacito accordo di non superare la serie di cinque articoli), adesso dobbiamo necessariamente tirare i remi in barca, lasciando all’ultima puntata la segnalazione di un libro che conterrà l’intero studio sulla Declaratio/Decisio, di cui Benedetto XVI ha costantemente affermato essere questa: un fatto senza precedenti, in grado di cambiare per sempre il corso della storia…

 

Facciamo tuttavia precedere la nostra traduzione dal testo latino, così com’è nella sua formulazione originale, ossia quello enunciato il giorno 11 Febbraio 2013 da Benedetto XVI, ai cardinali riuniti in Concistoro per il voto di alcune cause di canonizzazioni, allegando ancora una volta il video originale del discorso di quel memorabile giorno, video oramai quasi introvabile in internet:

https://www.youtube.com/watch?v=tuuUcIrd2AU&ab_channel=FamigliaCristiana

 

Fratres carissimi

Non solum propter tres canonizationes ad hoc Consistorium vos convocavi, sed etiam ut vobis decisionem magni momenti pro Ecclesiae vita communicem. Conscientia mea iterum atque iterum coram Deo explorata ad cognitionem certam perveni vires meas ingravescente aetate non iam aptas esse ad munus Petrinum aeque administrandum.

Bene conscius sum hoc munus secundum suam essentiam spiritualem non solum agendo et loquendo exsequi debere, sed non minus patiendo et orando. Attamen in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et quaestionibus magni ponderis pro vita fidei perturbato ad navem Sancti Petri gubernandam et ad annuntiandum Evangelium etiam vigor quidam corporis et animae necessarius est, qui ultimis mensibus in me modo tali minuitur, ut incapacitatem meam ad ministerium mihi commissum bene administrandum agnoscere debeam. Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, mihi per manus Cardinalium die 19 aprilis MMV COMMISSUM RENUNTIARE ita ut a die 28 februarii MMXIII, hora 20, sedes Romae, sedes Sancti Petri vacet et Conclave ad eligendum novum Summum Pontificem ab his quibus competit convocandum esse.

Fratres carissimi, ex toto corde gratias ago vobis pro omni amore et labore, quo mecum pondus ministerii mei portastis et veniam peto pro omnibus defectibus meis. Nunc autem Sanctam Dei Ecclesiam curae Summi eius Pastoris, Domini nostri Iesu Christi confidimus sanctamque eius Matrem Mariam imploramus, ut patribus Cardinalibus in eligendo novo Summo Pontifice materna sua bonitate assistat. Quod ad me attinet etiam in futuro vita orationi dedicata Sanctae Ecclesiae Dei toto ex corde servire velim.  

 

NOSTRA TRADUZIONE:

Fratelli carissimi,

vi ho convocati a questo Concistoro non solo a causa delle tre canonizzazioni, ma anche per comunicarvi LA DECISIONE SULLA GRANDE ORA per la vita della Chiesa. Dopo aver esaminato più e più volte la mia coscienza davanti a Dio sono giunto alla cognizione certa che aggravandosi l’età le mie forze non sono più adeguate ad amministrare il munus petrino secondo giustizia (aeque).

Sono ben consapevole che questo munus deve procedere [exequi è un verbo deponente quindi ha un significato attivo e non passivo, significa procedere, seguendo secundum, ossia rimanere attinente alla propria essenza; in diritto poi significa anche: perseguire penalmente] in conformità alla sua essenza spirituale non solo con l’esercitare  la giurisdizione [agendo indica l’esercizio dello ius agendi, ossia del diritto di governo e di azione penale] e la proclamazione della parola [loquendo indica la Parola che ha autorità, ossia informa e trasforma in sé la realtà, anche la pronuncia della sentenza], ma altresì con la sofferenza e la preghiera (la Croce e l’intercessione, il munus santificandi). Tuttavia, nel mondo della nostra epoca soggetto a violente [rapidus contiene al proprio interno tutte queste sfumature di: veloce, ma anche impetuoso, travolgente, cocente, e può anche riferirsi a qualcosa di efficace, ardente, pronto o violento] trasformazioni [la rerum mutatio è la rivoluzione: Benedetto XVI sta chiaramente alludendo al concetto di rivoluzione permanente, cui si oppone quello della controrivoluzione; la rivoluzione permanente è tale che ad una ne segue un’altra, in rapida e violenta successione: è un moto trasformativo veloce ed inarrestabile] e messo sottosopra da rivendicazioni (teologiche) soverchianti [magni ponderis, ossia cariche di gravi, pesanti conseguenze] per la vita di fede, per comandare la barca di San Pietro [quindi per esercitare il potere di governo, l’autorità] e per annunciare il Vangelo [quindi per esercitare il munus docendi] è necessario anche UN CERTO VIGORE DI CORPO [occorre un ‘equipaggio’ che ubbidisca) E DI ANIMA [necessuta una fedele catena di trasmissione dei comandi], vigore che negli ultimi mesi in me (ossia: nel Pontificato) viene indebolito al punto tale che devo riconoscere la mia incapacità ad amministrare bene il ministerium che mi è stato affidato. Per questi motivi, ben consapevole della portata (ecclesiologica, giuridica, escatologica) del presente atto, in piena libertà dichiaro [me renuntiare regge: mihi commissum ita ut… et conclave convocandum esse] di svelare/annunciare/denunciare:

– il compito (commissum)* assegnato per mano di cardinali il 19 aprile 2005 all’esecuzione (ministerio) del Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me che dal 28 febbraio 2013, ora ventesima, la sede di Roma, la sede di San Pietro sia vuota [vedi il n. 675 del Catechismo della Chiesa Cattolica];

– e che sia da convocarsi un conclave con la finalità di eleggere un nuovo Sommo Pontefice da parte di questi cui si addice [cioè quelli a cui si applica la Declaratio, vedi il canone 1329 del CJC, che estende gli effetti della dichiarazione a tutti i concorrenti nel delitto].

Fratelli carissimi, vi ringrazio di tutto cuore per tutto l’amore e l’impegno con cui avete portato con me il peso del mio servizio e vi chiedo perdono per tutte le mie mancanze. Ora, però, affidiamo la Santa Chiesa di Dio alla cura del suo Sommo Pastore, nostro Signore Gesù Cristo e imploriamo la sua Madre Maria che assista con la sua materna bontà i padri Cardinali nell’elezione/estirpazione del nuovo [ed abbiamo già visto cosa debba intendersi per “nuovo”] Sommo Pontefice**. Per quanto mi riguarda, anche in futuro, vorrei servire di tutto cuore la Santa Chiesa di Dio con una vita dedicata alla preghiera.

 

ALCUNE BREVI NOTE DI APPROFONDIMENTO:

(*) Commissum nobis divinitus è una formula che indica il titolo di alcune encicliche:

  • Commissum divinitus,di Gregorio XVI (17 maggio 1835): tutela la Sede dalla volontà di penetrazione della società civile nelle materie di Fede.
  • Commissum nobis,di San Pio X (20 gennaio 1904): abolisce lo ius exclusivae (ovvero il diritto di veto concesso da alcuni stati cattolici all’elezione di un Papa): «A questa piena libertà nell’eleggere il Sommo Pastore si oppone soprattutto quel veto civile, più di una volta preteso dalle supreme autorità di alcune Nazioni, con il quale si tenta di chiudere a qualcuno l’accesso al Supremo Pontificato. Se ciò è avvenuto qualche volta, la Sede Apostolica però non lo ha mai approvato.»

Questi due atti rivendicano l’appartenenza al Sommo Pontefice di ogni potere in materia di Fede e condannano ogni tentativo della società civile di penetrare nelle sacre mura per condizionarne gli esiti, nella sua giurisdizione o nello stesso conclave. Essi sono a tutti gli effetti atti di tutela della Sede, ed essendo quindi un “commissum nobis divinitus”, esso si qualifica quale: compito divinamente assegnato.

Nel testo in questione pertanto, il compito non è tanto “divinitus”, quanto piuttosto “per manus cardinalium”. Cosicché la differenza fra i due ‘compiti’ appunto, è addirittura ontologica, poiché il mandato divino è di tutelare la pienezza della Sede, mentre, viceversa, quello umano avviene per mano di cardinali – la cosiddetta “Mafia di San Gallo”! –  e ne viene a costituire, rispetto al primo, l’esatto contrario, proprio per il fatto che quest’ultimo consiste non “nella pienezza della Sede”, bensì nel suo svuotamento!

(**) È bene ricordare che, secondo l’art. 83 della UDG, l’elezione si svolge solo dopo aver implorato il divino aiuto (divino auxilio implorato). Ma qui la imploratio – e si noti l’uso dello stesso verbo ‘implorare’ – è come “deviata” dallo Spirito Santo, verso la materna bontà di Maria. Tale “deviazione” ha un chiaro significato teologico e canonico, poiché si tratta di un Conclave senza l’assistenza dello Spirito Santo (ma adsistere è anche il verbo correlato all’assistenza legale, e proprio Maria, nel giudizio dinanzi a Dio, è per noi Avvocata), dunque i Cardinali avranno bisogno della misericordia – la materna bontà – di Maria appunto, a motivo della colpa, commessa da questi, nell’atto elettivo. Pur tuttavia, in senso anfibologico, Maria e la sua materna bontà, possono anche essere chiamate in causa per estirpare l’eletto, vale a dire nell’azione di ripristino della legalità, tramite l’estirpazione del neo eletto. Sul punto della traduzione del termine eligere con ‘estirpare’ si fa integrale rinvio alle discussioni linguistiche del prof. Corrias e ai podcast del dt. Cionci:

https://www.youtube.com/watch?v=cknjxlZCQqc&ab_channel=AndreaCionci-CodiceRatzinger.

 

Tentiamo ora, in conclusione di questa penultima puntata, di capire le parole nel loro spessore linguistico e teologico. E lo facciamo attraverso il discorso che l’8 Febbraio 2013 Benedetto XVI fece ai seminaristi (del Pontificio Seminario Romano Maggiore, in occasione della festa della Madonna della Fiducia), spiegando loro proprio cosa significhi “il parlare di Pietro”.

 

«PARLA PIETRO!»

L’8 febbraio, ossia il giorno dopo aver fatto notificare per mezzo di mons. Ganswein alla Segreteria di Stato il testo della Declaratio, ora si accinge a dare di essa le chiavi di lettura. E lo fa con i seminaristi. Sono essi i discepoli, coloro a cui Gesù spiegava ogni cosa…

Ed ecco come Benedetto spiega ai discepoli il significato del parlare di Pietro, di cui commenta alcuni passaggi, scelti appositamente della Prima Lettera.

«[…] In ogni caso, possiamo concludere che la Lettera stessa ci indica che Pietro non è stato solo nello scrivere questa Lettera, ma esprime la fede di una Chiesa che è già in cammino di fede, in una fede sempre più matura. Non scrive da solo, individuo isolato, scrive con l’aiuto della Chiesa, delle persone che aiutano ad approfondire la fede, ad entrare nella profondità del suo pensiero, della sua ragionevolezza, della sua profondità. E questo è molto importante: non parla Pietro come individuo, parla ex persona Ecclesiae, parla come uomo della Chiesa, certamente come persona, con la sua responsabilità personale, ma anche come persona che parla in nome della Chiesa: non solo idee private, non come un genio del secolo XIX che voleva esprimere solo idee personali, originali, che nessuno avrebbe potuto dire prima. No. Non parla come genio individualistico, ma parla proprio nella comunione della Chiesa. Nell’Apocalisse, nella visione iniziale di Cristo è detto che la voce di Cristo è la voce di molte acque (cfr Ap 1,15). Questo vuol dire: la voce di Cristo riunisce tutte le acque del mondo, porta in sé tutte le acque vive che danno vita al mondo; è Persona, ma proprio questa è la grandezza del Signore, che porta in sé tutto il fiume dell’Antico Testamento, anzi, della saggezza dei popoli. E quanto qui è detto sul Signore vale, in altro modo, anche per l’apostolo, che non vuole dire una parola solo sua, ma porta in sé realmente le acque della fede, le acque di tutta la Chiesa, e proprio così dà fertilità, dà fecondità e proprio così è un testimone personale che si apre al Signore, e così diventa aperto e largo. Quindi, questo è importante. […]»

 

Pietro dunque parla con il linguaggio della Chiesa, cum Ecclesia (commissum va capito con il linguaggio del Magistero), parla ex Persona Ecclesiae, parla in persona della Chiesa, come si legge in incipit – pro Ecclesiae vita. Ciò che, pertanto, è da escludersi categoricamente è che Pietro parli di sé stesso come entità biologica, il che lo assimilerebbe a quel genio privato che intende compiere un atto originale e personale, riferito soltanto alla propria sfera privata.

No! Risponde Benedetto XVI: “No. Non parla come genio individualistico, ma parla proprio nella comunione della Chiesa.” E neanche Benedetto, da pontefice, può sottrarsi a questa modalità di espressione di Pietro: il parlare in prima persona di Pietro, come il mancare delle forze, non sono dunque riferiti né a Joseph Ratzinger né alla sua vecchiaia, ma sono riferiti alla Sede, al Pontificato.

Tale modalità comunicativa di papa Benedetto, in cui si riferisce al Pontificato parlando in prima persona, permette anche di giungere a conclusioni che non ribaltano il parere del canonista Fagiolo, il quale, in occasione del 75° anno di età di Giovanni Paolo II, aveva escluso la legittimità delle dimissioni del pontefice per età, e dunque è in linea con quell’ermeneutica della continuità, di cui proprio Benedetto si era reso portavoce. Giova pure ricordare che, nella lettera a mons. Bux, Benedetto XVI ha cura di precisare che la decisione di Giovanni Paolo II di non dimettersi per età, ispirata a quel parere, era giusta. Se Benedetto invece, lo avesse contraddetto, si sarebbe allora posto in netta discontinuità con esso.

 

Questo discorso è stato pronunciato l’8 febbraio, all’indomani della consegna della Decisio sigillata.

Benedetto spiega dunque in che consista la prima persona del parlare di Pietro, che non è mai riferita alla propria entità biologica, ma è solo e soltanto il parlare della Storia di tutta la Chiesa: nel parlare di Pietro risuona il Deposito della Fede e risuona anche la Storia di tutti i tempi, dentro vi è la voce dei Santi, dei Profeti, dei Martiri… ma su tutte la voce di Gesù, di cui egli è Vicario.

Pertanto – lo ribadiamo ancora una volta! – non tragga allora in inganno l’uso della prima persona singolare fatta nella Decisio, poiché essa è un atto di Pietro, ed in sé racchiude il senso e la sapienza della storia.

Oltre a ciò Benedetto, attraverso questo discorso, fa capire in filigrana il significato profondo di tutta la vicenda in svolgimento: cosa significa l’andare di Pietro a Roma?

Significa due cose, il martirio dell’Apostolo e la nascita a Roma del Cattolicesimo: il fatto giudaico messianico cioè, si apre all’universalità della fede cattolica, sulla tomba di Pietro e Paolo.

Il martirio, che è segnato dalla vecchiezza di Pietro (in Gv 21,18: ingravescente aetate) è per dare gloria a Dio. E la vecchiaia di Pietro – quella misteriosa ingravescente aetate – indica pertanto il momento del martirio della Chiesa.

Tuttavia Benedetto non dice a cosa debba portare il suo martirio – dopo due millenni, per cui: «davanti al Signore un giorno è come mille anni e mille anni come un giorno solo (2Pt 3,8)» – oggi quello della Chiesa impedita e resa ostaggio di una “altra” Chiesa, la quale dilapida il patrimonio ricevuto (la “nuova” Chiesa, grande, strana e stravagante, secondo le visioni della beata Emmerich), cercando ricette di salvezza intramondane (cfr CCC al n. 675).

È l’Anno della Fede, ma è pure la prova della fede della Chiesa.

La Fede è sì il gendarme che non fa entrare le eresie, è il custode dell’anima, sta sulla porta e vigila, e tuttavia la Fede è molto di più, non è solo un presidio… la Fede, a spiegarlo è sempre Benedetto XVI ai seminaristi, lo riporta con la mente al racconto evangelico dell’emorroissa, la donna che soffriva di crisi emorragiche da 12 anni e che aveva dilapidato un intero patrimonio, per cercare di guarire, e non vi era riuscita…

L’emorroissa riflette l’immagine di una Chiesa che dilapida tutto il Deposito della Fede per trovare una soluzione alla propria condizione emorragica. Il sangue dell’emorroissa simboleggia, nella tradizione ebraica, il sacro e l’anima. La perdita di sangue rappresenta la perdita di sacralità, il secolarismo che avanza e cancella ogni tensione soprannaturale.

L’emorroissa ha provato tutte le modalità umane note per guarire, ed alla fine si è arresa e ha capito che non esiste una soluzione per mano d’uomo: essa può solo attingere al lembo del mantello di Gesù, poiché nella Scrittura al lembo del mantello sono associate le lettere aleph e tau, ossia il principio e la fine, l’Eterno, l’Altissimo, Dio stesso…

L’emorroissa dopo 12 anni tocca il lembo del mantello di Gesù di nascosto, con la propria malattia forse teme di renderlo impuro, le basta il lembo del mantello però, ma il gesto non rimane ignoto a Gesù, che le chiede di dichiararlo, di confessarlo pubblicamente….

La scena successiva riguarda la figlia di Giairo, che rappresenta anch’essa la Chiesa, una bambina di 12 anni: la Chiesa bambina, in procinto di diventare adulta, viene resuscitata, riceve la sua confermazione: “non è morta, dorme”, e le viene comandato di mangiare (la sacra Eucaristia). E 12 anni erano anche la durata dell’emorragia…

«[…] Parlando della fede devo sempre pensare a quella donna malata, che, in mezzo alla folla, trova accesso a Gesù, lo tocca per essere guarita, ed è guarita. Il Signore dice: “Chi mi ha toccato?”. Gli dicono: “Ma Signore, tutti ti toccano, come puoi chiedere: chi mi ha toccato?” (cfr Mt 9,20-22). Ma il Signore sa: c’è un modo di toccarlo, superficiale, esteriore, che non ha realmente nulla a che fare con un vero incontro con Lui. E c’è un modo di toccarlo profondamente. E questa donna lo ha toccato veramente: toccato non solo con la mano, ma con il suo cuore e così ha ricevuto la forza sanatrice di Cristo, toccandolo realmente dall’interno, dalla fede.»

 

Ci chiediamo se Benedetto, nel citare il brano dell’emorroissa, non sapesse già anche il tempo dell’epilogo: perché ha citato l’emorroissa e non anche la figlia di Giairo, sebbene i due miracoli siano legati l’uno all’altro?… Ma la risposta forse è che la guarigione della figlia di Giairo attende il gesto dell’emorroissa ed attende anche che esso si manifesti pubblicamente, ed una volta avuto il segno e la sua pubblica manifestazione, la resurrezione della figlia di Giairo si lega ad esso in una sequenza necessaria…

La confermazione della nuova vita della figlia di Giairo attende Gesù ed anche che l’emorroissa venga sanata e dichiari la propria fede in Gesù Cristo.

Si tratta infatti della confermazione della Chiesa, della sua rinascita: tutto avviene in una camera in cui è morta, come per esempio in un conclave ristretto a pochi intimi, con la bambina, i genitori, Gesù, Pietro, Giacomo e Giovanni. E ne esce la Chiesa rinata e confermata in Gesù. E ciò è talmente grande che avviene a porte chiuse, in un modo incomprensibile ed indicibile…

«Questa è la fede: toccare con la mano della fede, con il nostro cuore Cristo e così entrare nella forza della sua vita, nella forza risanante del Signore. E preghiamo il Signore che sempre più possiamo toccarlo così da essere risanati. Preghiamo che non ci lasci cadere, che sempre anche essa ci tenga per mano e così ci custodisca per la vera vita. Grazie.»

 

Sergio Russo

(4. continua…)

 

P.S. Nella prossima puntata esamineremo il livello propriamente escatologico, che ne ha fatto della Declaratio un “gesto senza precedenti”, e di come essa abbia “cambiato il corso della storia.”

 

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16 commenti su “Studio sulla Declaratio di BXVI. Parte Quarta. Sergio Russo.”

  1. Tutte queste surreali elucubrazioni canonistico-escatologiche sulla Declaratio nascono dal fatto che, voi Cattolici Romani, non volete accettare l’idea che un papa, dichiarato “infallibile” per dogma, possa essere un eretico. E dire che un ultrapapista come Bellarmino il problema se l’era posto e ne aveva dato anche una soluzione giuridicamente razionale. Un Papa, che nessun tribunale può giudicare o deporre, se cade in eresia deve essere considerato IPSO FACTO deposto da Dio stesso e la Chiesa ha il DOVERE solo di constatarlo (non di giudicarlo) e d’indire un nuovo conclave. Purtroppo, nelle condizioni in cui si trova attualmente la chiesa, la gerarchia non lo farà mai, perchè è essa stessa eretica, ed un tizio come l’Argentino è stato eletto, non per un errore non voluto, ma PROPRIO PERCHE’ eretico. Da questo cul-de-sac è possibile uscirne solo in un modo: con lo SCISMA. Mettetevi l’anima in pace: lo scisma è sempre preferibile all’apostasia, nella quale finirete inevitabilmente per cadere se continuate a seguire questa gerarchia.
    Ringraziate il Signore di avervi dato un Papa come Bergoglio che con il suo comportamento vi ha obbligato ad aprire gli occhi su un processo di degrado che dura da molti secoli.

  2. Il principe del mondo produce guerre avendone bisogno per conservare il potere. Usa diverse leve, apparentemente indipendenti eppure tutte collegate, sapientemente coordinate dall’unica regia.

    Fenomeni o fattori come la questione climatica, il debito, i mercati, la guerra, l’infoteinment, la droga, le fonti energetiche, l’alimentazione, la salute, il vizio, le migrazioni, la demografia… sono usati per determinare frizioni, schieramenti, amici e nemici e qualcuno che ci guadagna sempre e comunque.

    Nella Chiesa i modernisti gongolano per Francesco dopo aver detestato Benedetto, mentre i tradizionalisti detestano Benedetto dopo aver detestato Francesco, ma entrambi fanno il gioco di chi detesta la Chiesa e ha voluto Francesco a distruggerne la vigna. I tradizionalisti stimano mons. Lefebvre che scelse una via inedita, ma odiano Benedetto che la ripropose valida e poi a sua volta percorse coraggiosamente l’inedito, riprovato dai seguaci di mons. Lefebvre… i tradizionalisti sono ottusi quanto i modernisti sono protervi.

    Dietro c’è sempre l’interesse dell’impresario del mondo, quello che ha fretta e che determina i tassi a scadenza, puntuale nel transeunte ed immanente, a mal partito e impreparato nel trascendente.

    Nel breve le oscillazioni climatiche di un ciclo di attività solare possono essere rivendute come un fattore antropico… nel breve una ricerca pilotata può nascondere effetti collaterali negativi e sbandierare un’efficacia che non c’è… nel breve si può credere all’Euro come un miglioramento… manovre di assassini che si presentano sorridenti con i loro spot accattivanti e prendono applausi dalle vittime.

    Poi c’è l’eternità, dove non si imbroglia e il giudizio è giusto. Le menzogne diventano manifeste e la verità rende liberi. Liberi di andare dove si è scelto di stare. Per molti questa vita può diventare un inferno, altri portano la croce sentendosi beati. L’altra vita distribuirà giustizia, anche per tanti falsi buoni, i Gatekeeper di quelli che buoni non sono.

    1. I tradizionalista sono I veri seguaci di Cristo e non hanno mai deviato di uno jota dalla legge del Vangelo, com invece hanno fatto quei traditori che hanno sconvolto tutta la Chiesa con le famose riforme conciliare a cominciare dalla distruzione della vera Messa cattolica voluta da quel dannato massone di Bugnini e da quell’ omosessuale di Paolo vi. Vergogna!….. Vergogna!……. Vergogna! Si legga il libro del Padre wiltigen : ” il Reno si getta nel Tevere”, per conoscere tutti i sotterfugi messi in atto per distruggere la fede e la vera dottrina cattolica!

  3. Atto di umiltà: l’uomo deve smettere di pensare di avere tutto sotto controllo. Non sappiamo nemmeno se ci saremo domani! Compreso il Papa? Certo, pure lui.

    L’umile operaio della vigna questo lo sa bene e se sta, a dispetto di certi benpensanti, lo fa senza pretendere di aggiustare tutto e di rimuovere la sporcizia che vede.

    Messo alle strette però non si limita a subire, perchè il suo compito è di non disperdere il gregge che ha condotto. Allora dona la vita in un modo che sfugge a chi grida che “non si scende dalla croce”, quando -standoci qualcun altro- intanto faceva i comodi suoi.

    L’esperienza all’umile operaio è stata sufficiente e ha visto che cosa succede… così rimette tutto in mano al Padrone della vigna. Senza controllo suo, se non nel segnalare che ci sarà un redde rationem. Non è lui l’incaricato, ma è incaricato di fare arrivare tutti come è giusto che ci arrivino.

  4. Simone Torreggiani

    Da ‘Ultime Conversazioni’ [il cui testo fu approvato e autorizzato dal papa emerito prima della pubblicazione, come specificato nell’introduzione a pag. 17]:

    Peter Seewald: “Veniamo alla decisione che già di per sé fa apparire storico il suo pontificato. Con le sue dimissioni, per la prima volta nella storia della Chiesa, un pontefice nel pieno ed effettivo esercizio delle sue funzioni si è dimesso dal suo ufficio. Con quest’atto rivoluzionario lei ha cambiato il papato come nessun altro pontefice dell’epoca moderna. L’istituzione è diventata più moderna, in un certo senso anche più umana, più vicina alla origine petrina. Già nel 2010, nel nostro libro ‘Luce del mondo’, lei spiegò che quando un papa non è più in grado fisicamente o psichicamente di svolgere l’incarico affidatogli, ha il diritto e in alcune circostanze anche il dovere di dimettersi. C’è stato un aspro conflitto interiore per giungere a questa decisione?”

    Benedetto XVI: [Inspira profondamente.] “Non è così semplice, naturalmente. Nessun papa si è dimesso per mille anni e anche nel primo millennio ciò ha costituito un’eccezione: perciò una decisione simile non risulta facile e la si deve ponderare a lungo. Per me, tuttavia, è parsa talmente evidente che non c’è stato un doloroso conflitto interiore. La consapevolezza della responsabilità di questa scelta e della sua gravità, che esige l’esame continuo e scrupoloso, anche davanti a Dio e se stessi, questo sì, ma non nel senso che mi avrebbe, per così dire, lacerato.”
    […]

    Seewald afferma che le dimissioni di Benedetto XVI costituirebbero un precedente assoluto nella storia della Chiesa. Benedetto risponde specificando invece che da mille anni non accadeva un tale evento… sottintendendo simile, paragonabile alle SUE dimissioni, dato che altre ‘generiche’ dimissioni di Papi ve ne furono eccome nel passato millennio, come giustamente evidenziato nell’articolo di Sergio Russo.

    A questo punto dovremmo ragionevolmente chiederci: ci fu un Papa che lasciò il pontificato mille anni prima rispetto al pontificato (2005-2013) di Benedetto XVI?

    Sì: ci furono le dimissioni di Papa Giovanni XVIII nell’anno 1009 [1009+1000= 2009: circa mille anni dopo quindi ‘la storia di ripete’]:

    https://it.wikipedia.org/wiki/Papa_Giovanni_XVIII

    Qual è la caratteristica fondamentale delle dimissioni di Giovanni XVIII?
    L’incertezza, tanto più che lo stesso articolo di wikipedia ne parla in questi termini: ‘Dopo cinque anni e mezzo di pontificato, a giugno [del 1009], forse abdicò.’

    Da cosa dipende tale incertezza, quel ‘forse’?

    Dal fatto che mancano le fonti storiche dell’epoca in cui la rinuncia (presumibilmente…) avvenne. Solo fonti storiche successive attestarono tale rinuncia. Una differenza tra ‘ieri e oggi’ è che tale incertezza non fu ‘problematica’ perché poco dopo la stessa seguì la morte del rinunciatario, quindi (in un modo o nell’altro) il conclave che elesse il successore fu legittimo.

    Che cosa rende (similmente) incerta la rinuncia di Benedetto XVI?

    Proprio il fatto che mancano ad oggi le fonti e/o gli elementi per dichiararla legalmente certa, anche se ciò non ‘salta all’occhio’, per il fatto che la sua rinuncia è stata prima annunciata tramite la declaratio, poi è stata confermata dallo stesso Benedetto XVI:

    “Non c’è il minimo dubbio circa la validità della mia rinuncia al ministero petrino”.
    “Unica condizione della validità è la piena libertà della decisione. Speculazioni circa la invalidità della rinuncia sono semplicemente assurde”.

    https://www.rainews.it/archivio-rainews/articoli/Benedetto-XVI-rinuncia-valida-nessun-dubbio-lettera-stampa-308a5bdb-44aa-4ddc-9f8a-4a788cde3d07.html

    Tale annuncio l’11 febbraio del 2013 seguito dalla conferma della validità della stessa nel 2014, con la rinuncia (presumibilmente…) avvenuta tra le 19:00 e le 20:00 del 28 febbraio 2013, ci danno dunque la certezza legale della validità della rinuncia e/o della Sede vacante dichiarata il 1 marzo 2013?

    No.
    Perché?
    L’ho già spiegato, ma lo ripeto: perché mancano (ad oggi) elementi essenziali per considerarla giuridicamente valida.

    Can. 332 – §1. Il Romano Pontefice ottiene la potestà piena e suprema sulla Chiesa con l’elezione legittima, da lui accettata, insieme con la consacrazione episcopale. […]

    §2. Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti.

    Can. 189 – §1. La rinuncia, perché abbia valore, sia che necessiti di accettazione o no, deve essere fatta all’autorità alla quale appartiene la provvisione dell’ufficio di cui si tratta, e precisamente per iscritto oppure oralmente di fronte a due testimoni.

    Perché la rinuncia a un ufficio ecclesiastico ‘abbia valore’ occorre che la stessa venga debitamente manifestata.
    Ad oggi non è stata pubblicata né la registrazione video di una valida rinuncia, né l’atto scritto che certifichi la rinuncia e neppure il resoconto di due testimoni oculari che vi assistettero.

    Dunque la rinuncia può effettivamente essere valida, MA SOLO PER BENEDETTO XVI, I TESTIMONI E/O I CUSTODI DELL’ATTO DI RINUNCIA, ad oggi.
    Per il resto della Chiesa la questione rimane in sospeso… e lo rimarrà fintanto che non verrà rimosso il sigillo del segreto pontificio che lo stesso Benedetto XVI deliberatamente appose:

    https://sfero.me/article/-scherzo-prete-benedetto-xvi-nome

    alla sua rinuncia al pontificato.

    In questo senso davvero erano mille anni che non si verificava un simile ‘enigma’. Non si può trattare di una semplice svista da parte di Benedetto perché l’intervista è stata revisionata e approvata dal Papa emerito prima della pubblicazione, dunque eventuali errori e/o imprecisioni avrebbero potuto essere corrette sia da Seewald che da Benedetto XVI, cosa che invece non avvenne… quindi dobbiamo prendere per buone le sue parole alla luce degli elementi di cui abbiamo certezza.

    Una rinuncia segretata che celasse il trasferimento del munus a un successore legittimo spiegherebbe il ‘trionfalismo’ di Seewald, che parla di una sorta di unicum, di un ‘atto rivoluzionario’ moderno ma al tempo stesso antico, con l’istituzione che è diventata più ‘umana’ e ‘vicina alla origine petrina’.

    In che senso?

    Cito [da https://it.wikipedia.org/wiki/Conclave ]:

    “Nei primi anni del cristianesimo, l’elezione del nuovo pontefice avveniva nell’assemblea dei cristiani di Roma, a volte su indicazione stessa del predecessore: è il caso ad esempio di papa Lino, successore di Pietro apostolo.”

    Dunque se Benedetto XVI di fronte a un conclave selettivo avesse sospeso la Universi Dominici Gregis poi designato un successore [secondo l’antica usanza] prima di abdicare a suo favore, ciò sarebbe un atto rivoluzionario che richiama fortemente il governo più libero e ‘umano’ (legale ma al contempo meno ‘legalista’) della Chiesa delle origini, proprio come l’ha descritto il biografo di Benedetto XVI.

  5. Faccio notare che papa Benedetto XVI ha scelto di morire dentro le mura VATICANE, pur sapendo che potevano ammazzarlo, proprio per rappresentare la vera Chiesa di Cristo che, per DOGMA, rimane in eterno UNAM ET SANCTAM.

    (Quella che dal 2013 occupa il VATICANO è la chiesa di Satana).

    Ma Benedetto XVI, dal “VATICANO” ha dato chiare direttive ai Suoi figli: seguire il suo esempio nell’abbandonare la STRUTTURA occupata dalla massoneria ecclesiastica e spiegando che la futura CHIESA sarebbe stata povera e SPIRITUALE, perché costretta ad uscire dalle “strutture” occupate, per andare a celebrare la messa nelle case dei fedeli …
    😭 Ma quanti sono oggi i veri vescovi, sacerdoti e fedeli cristiani che ascoltano e obbediscono all’ultimo vicario di Cristo BXVI ? ⬇️

    https://youtu.be/rnrFDmuFe2M?si=q4GgMdQ99LlbMmbD

  6. Altri quesiti per l’autore, ringraziandolo per il lavoro.

    Una premessa: una Chiesa Cattolica goffamente appiattita sullo spazio-tempo concede all’escatologia solo qualche lezioncina del Catechismo, che non impegna la vita presente e relega quella eterna tra le varie ed eventuali. L’assemblea di condominio ha ben altre priorità all’OdG.

    Benedetto XVI avrebbe potuto sanzionare e scomunicare, ma sapeva che sarebbe stato sbeffeggiato, come poi è avvenuto: un vecchietto indebolito, debole e confusionario, un pasticcione scadente in latino e carente in diritto canonico… lo derisero dicendolo un cane (il pastore tedesco), ma lo derisero i tedeschi trattandolo come un cane; molti tradizionalisti lo lasciarono solo come un cane, mentre i modernisti lo tenevano al guinzaglio; lui calmo, non cerca gloria prima di morire, perchè per lui la vita è eterna e nell’eternità tutto s’aggiusta per i buoni.
    Quindi decide ed agisce facendosi beffe della mentalità e dei tempi di chi è tutto impastato di mondo.
    Un Papa con il munus che agisce da Papa, forte dell’assistenza di Dio, che manca alla controparte.

    Le domande

    Benedetto XVI non ha mai rinunciato al munus (“ufficio”): dunque il canone 3.3.2 non c’entra nulla (cfr. Padre Farè che cita don Stefano Violi)?

    Benedetto XVI sa benissimo che è un monstrum canonico separare munus e ministerium: l’ha detto. Dunque ha detto di aver dichiarato uno stato eccezionale, però propalato dal mainstream per quello che non era. Il vero eterno pasticcione (e ignorante) ha abboccato per la fretta di arraffare la Sede (impedita)?

    La trascrizione infedele delle parole pronunciate è certa. La traduzione infedele in tedesco (con inversione dei termini per munus e ministerium) è un fatto: “anche se tutti taceranno grideranno le pietre”?

    La Chiesa è di Cristo e l’Anticristo è l’anti-chiesa: più escatologico di così… c’è anche nel Catechismo (alla cui stesura concorse Benedetto XVI). L’autore di Dominus Iesus sa bene che avrebbero cercato di confondere le acque sul ruolo di Cristo. Li ha smascherati o ha cercato un ultima volta di salvarli, permettendo -come al ladrone pentito- di riconoscere l’autorità del Papa proprio mentre era crocefissa e insolentita?

  7. Quindi non avendo intorno nessuno di cui fidarsi è stato obbligato a ritirarsi però con abito Papale sempre indossato in un convento in Vaticano, chi ha orecchi per intendere…

  8. Don Pietro Paolo

    Illustre sig. Russo,
    forse su alcuni punti sarò ripetitivo, ma non importa: repetita iuvant.

    leggere la sua lunga disamina è come assistere a un funambolo che si muove con disinvoltura sul filo… ma con il vuoto sotto i piedi. Lei costruisce castelli di parole, sofismi, citazioni forzate, eppure ignora il dato più semplice e decisivo: la Chiesa non ha mai interpretato la Declaratio come “atto escatologico senza precedenti”, bensì come una rinuncia al ministero petrino.
    1. Le “dimissioni” storiche.
    Lei sostiene che Benedetto XVI non poteva riferirsi a Gregorio XII, Celestino V e Benedetto IX perché, in Ultime conversazioni, avrebbe negato “dimissioni” nel secondo millennio. In realtà, è evidente che Ratzinger non stesse redigendo un manuale di storia, ma esprimesse in forma colloquiale una sua impressione.
    Non dimentichiamo che un Papa, al di fuori degli atti dottrinali e magisteriali, non è affatto “infallibile” quando parla di storia o di cronaca. Anche lui, come ogni uomo, può sbagliarsi o esprimersi in modo impreciso su fatti storici. Ma questo nulla toglie alla chiarezza dell’atto compiuto l’11 febbraio 2013: una rinuncia valida, che ha reso vacante la Sede e convocato il conclave.

    2. Munus e ministerium.
    Lei insiste sulla separazione “ontologica” tra munus e ministerium, come se uno potesse restare “papa mistico” mentre l’altro esercita la giurisdizione. Partendo
    Dalla dichiarazione,
    «…dichiaro di rinunciare al ministero del Vescovo di Roma, Successore di San Pietro, a me affidato per mano dei Cardinali il 19 aprile 2005, in modo tale che dal 28 febbraio 2013, alle ore 20, la sede di Roma, la sede di San Pietro, sia vacante e debba essere convocato, da coloro a cui compete, il Conclave per l’elezione del nuovo Sommo Pontefice.»
    È vero,
    • Il termine usato è ministerium, non munus.
    • Tuttavia, Benedetto collega subito questa rinuncia al fatto che la sede diventi vacante (sedes… vacet) e che si debba convocare il Conclave. Questo è l’effetto proprio della rinuncia al munus, come richiesto dal can. 332 §2.
    • In diritto, dunque, conta l’effetto giuridico dichiarato: egli ha reso vacante la sede, cioè ha rinunciato realmente al munus.
    Ergo, egli ha inteso rinunciare in modo valido e conforme al canone.

    L’autodefinizione di “Papa emerito”.

    Benedetto ha assunto il titolo di “Papa emerito”. Al di là della discutibile novità di questo appellativo – che non poteva avere alcun valore giuridico ma soltanto nominale – resta il principio fondamentale: di Papa ce n’è uno solo. Dunque, quando Benedetto, che si definiva “papa emerito”, dichiarava: «Il Papa è uno solo», non poteva certo riferirsi a se stesso (“papa emerito”), ma esclusivamente a uno che non era Papa emerito , cioè a Francesco. Quindi, l’ex pontefice, ormai ritirato, continuava a essere onorato come vescovo e padre, senza però alcuna potestà di governo, cosa che fedelmente ha fatto.

    3. La sede impedita.
    Lei paragona la vicenda di Benedetto XVI a papi deportati o ostacolati (Vigilio, Pio VI, Pio VII). Ma la “sede impedita” non è un gioco di parole: è una situazione descritta dal can. 335, quando il papa non può liberamente comunicare. Benedetto XVI non era impedito: ha convocato il concistoro, ha letto la Declaratio, ha stabilito la data della vacanza della sede. Un impedito non convoca, non governa, non dispone.
    4. Traduzioni manipolate.
    Lei arriva a reinventare il testo latino, trasformando commissum renuntiare in un “svelare/denunciare” (!). È un abuso palese: renuntiare in latino ecclesiastico significa rinunciare, non “denunciare”. È la stessa parola usata nei secoli da papi e vescovi nelle rinunce ufficiali. Alterare i verbi per forzare una tesi non è esegesi, è manipolazione.
    5. Livello escatologico.
    Lei pretende di leggere la Declaratio come “atto apocalittico” che avrebbe aperto l’epoca della Chiesa martire. Ma questo è puro arbitrio, non dottrina. Il Magistero non si piega ai suoi voli mistici: la Chiesa si regge su atti giuridici chiari e sulla successione apostolica, non su interpretazioni esoteriche. Se la fede si riducesse a decifrare enigmi linguistici, diverrebbe una gnosi riservata a pochi “iniziati”, non la fede cattolica, universale, aperta a tutti i semplici.

    In conclusione: Benedetto XVI ha compiuto un gesto straordinario, certo, ma non “escatologico” nel senso che lei gli attribuisce. Ha rinunciato al ministero petrino, ha reso vacante la Sede, ha permesso l’elezione del suo successore. Tutto il resto – munus separato, atto profetico, “nuova Chiesa impedita” , costruzioni illusorie, visionarie ,…– non è teologia, è fantasia, tanta fantasia che tocca la ridicolaggine

    E se lei continua a dipingere Ratzinger come un criptico demiurgo che lancia segnali in codice, non rende onore né alla sua chiarezza di pensiero né alla sua obbedienza alla Chiesa. Benedetto XVI non ha mai detto “resto io il Papa”. Che bisogno aveva di dire e ripetere che “Il Papa è uno solo” se fosse stato lui il Papa?
    E questo, per un cattolico, dovrebbe bastare.

    1. Caro Don Pietro, il suo sforzo è ammirevole ed è di aiuto per chi vuole capire. Per il resto è parallelo a quello di Sisifo. Non servirà perché chi sostiene questa narrazione, vuole che sia così, non ha interesse ad altro. È un moto di ribellione ma siccome dire “non serviam” per uno che si dice e si pensa cattolico non è praticabile allora deve trovare il pacchetto giusto per poterlo fare. E per alcuni è questo. Che Benedetto XVI ne esca come uno dei peggiori Papi della storia, contorto e bugiardo, che fa giochetti ai danni dell’ intero gregge che non ha – né è tenuto ad avere – una laurea in teologia e una in diritto canonico, che fino all’ ultimo ribadisce che Francesco è Papa mentendo (secondo queste idee che tanto piacciono) , a questa gente non importa anzi sono convinti di farne l eroe. In realtà ne fanno il cattivo della storia. Ma in tutto ciò mai viene fuori la verticalizzazione verso Dio. Di Dio si parla per dire che lo si ama disobbedendo alla Chiesa proprio per zelo verso di Lui. Non si prende davvero in considerazione che Dio non si sta facendo una maratona di telefilm e si è distratto; non si considera che volge sempre tutto al bene anche quando l orrore avanza; che sempre assiste la Sua sposa. E non si considera mai seriamente che ci ha già detto che aria tira in base a come noi ci comportiamo e che per fare girare aria buona dobbiamo fare come ci dice Lui, con fiducia. Ci diciamo cattolici, ci riempiamo la bocca di tante belle parole di Dio e su di Lui e poi nei fatti ci sconfessiamo, perché non sappiamo praticare la nostra fede e forse nemmeno la sappiamo la nostra fede ma sappiamo ciò che ci pare suoni come la nostra fede. Qui siamo a un dilagante cattolicesimo fai-da-te che non può generare chissà che frutti validi. E finché non apriamo le orecchie a Cristo le cose non andranno bene per nulla. Ma confido che Dio ci farà scendere a più miti consigli , per farci ragionare.
      Ovviamente è solo la mia opinione , che lascia il tempo che trova e se non mi approvano il commento non lascia nulla ! 😂

    2. Esiste l’annuncio di un atto (la cosiddetta declaratio) ma non l’atto concreto, un documento firmato, sigillato e protocollato che attesti che il Papa si è dimesso davvero. Se tale documento esiste, che venga tirato fuori. Ogni altra discussione è questione di lana caprina oppure del sesso degli angeli. Punto.

    3. Per la traduzione della declaratio dal latino si faccia riferimento al prof. Corrias, forse capirà meglio la situazione.
      Per la distinzione tra munus e ministerium faccia riferimento a don Fernando Cornet.

      Avrà il coraggio di farlo?

      Una semplice domanda: La fonte della sua traduzione della declaratio qual’è?

      grazie
      francesco M.

      1. Don Pietro Paolo

        Munus e ministrrium nel Papato: chiarimenti e confutazioni

        Nel papato il ministerium non può mai essere disgiunto dal munus.
        • Il munus petrinum è l’ufficio che Dio affida a Pietro e ai suoi successori.
        • Il ministerium è l’esercizio concreto di quel munus, nelle forme del governo, del magistero e della santificazione.

        Essere Papa non comporta un sacramento nuovo o un carattere sacramentale distinto: il Papa è un vescovo (ordinato nell’Ordine sacro) che, accettando l’elezione, riceve da Dio il munus Petrinum.
        • Il conclave elegge, ma non “conferisce” il ministerium come se fosse un’entità separata: elegge chi riceverà da Dio stesso il munus e, con esso, il ministerium inseparabile.

        1. La fallacia di Cornet

        Don Fernando Cornet sostiene che Benedetto XVI abbia rinunciato solo al ministerium e non al munus, restando quindi “Papa mistico” mentre Francesco sarebbe Papa “pratico”.
        • Ma questa è un’astrazione contraria alla fede cattolica: non possono esistere due papi simultanei, uno col munus e l’altro col ministerium.
        • Un ministerium senza munus non sarebbe nulla: sarebbe l’esercizio del potere senza l’autorità.
        • Un munus senza ministerium sarebbe inutile: un Papa “inerte”, incapace di compiere ciò che costituisce la sua missione.

        In realtà, quando un Papa rinuncia liberamente al ministerium, perde automaticamente anche il munus. Non perché lo richieda un sacramento (che non c’è), ma perché l’ufficio papale non è scindibile.

        Cornet, basandosi su un iperformalismo linguistico, ignora la sostanza: l’atto di Benedetto ha prodotto la vacatio sedis, come lui stesso ha esplicitamente dichiarato.

        2. La debolezza di Corrias

        Il prof. Gian Matteo Corrias insiste su traduzioni alternative della Declaratio: interpreta parole come ministerium, commissum, vacet, mihi, cercando di mostrare che Benedetto avrebbe fatto un “gioco di parole” per rinunciare solo in parte.
        • Ma il latino ecclesiastico e canonico non si piega a simili acrobazie filologiche: ministerium e munus sono usati spesso come equivalenti dai Papi stessi (Paolo VI, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI).
        • Benedetto, con la frase “ita ut Sedes Sancti Petri vacet et Conclave convocandum esse”, dichiara l’effetto giuridico decisivo: la Sede vacante e il Conclave.
        • Qualunque sofisma traduttivo cade davanti a questa chiarezza: Benedetto voleva dimettersi e lo ha fatto.

        Le varianti proposte da Corrias non cambiano nulla: l’intenzione di Benedetto è stata chiara, pubblica, libera e riconosciuta da tutta la Chiesa.

        3. La realtà dei fatti
        • Benedetto XVI si è dimesso liberamente, dichiarando la Sede di Roma vacante a partire dal 28 febbraio 2013.
        • Ha invitato i cardinali a riunirsi in Conclave per eleggere un ALTRO SOMMO PONTEFICE , al quale egli stesso prometteva obbedienza.
        • Ha sempre affermato che il Papa è uno, e non ha mai detto di essere lui. Difatti Ha assunto il titolo di “Papa emerito”, titolo solo nominale, per analogia con i vescovi emeriti ( lui vescovo emerito di Roma= Papa emerito) un titolo di cortesia, non di giurisdizione.
        • L’elezione di Francesco è stata accettata dalla Chiesa universale, e Francesco ha governato come vero Vescovo di Roma e Sommo Pontefice.

        Quindi sì: non si tratta solo di diritto, ma di teologia viva.
        .

        4. Conclusione

        Munus e ministerium, nel Papa, sono inseparabili: non si danno l’uno senza l’altro.
        Benedetto XVI ha rinunciato realmente al papato. Tutto il resto – le letture di Cornet, Corrias, Minutella, Cionci, Russo e compagnia – valgono meno di un fico secco: sono sofismi che non intaccano la sostanza della fede e della realtà giuridica.

        La Chiesa ha riconosciuto Francesco come unico Papa. Questo chiude la questione.

        1. Si è verissimo che munus e ministerium non possono essere mai disgiunti e nella sede totalmente impedita dell Papa cosa succede? Tale era la condizione di Benedetto XVI, totalmente impedito?
          Allora nella Declaratio a che cosa ha rinunciato?
          Vede caro don Pietro Paolo, io sono padre di famiglia con pochi studi e queste cose le sto apprendendo studiando , leggendo, pregando, amando profondamente la S. Chiesa Corpo Mistico e ragionando…quello che è sospetto da parte vostra, che ne sapete, è che non volete fare un confronto sereno e serio con gli altri che ne sanno come Lei, principalmente il dott. Cionci che lo avete massacrato e ostraciato. Come se lo Spirito Santo fosse limitato; persino l’asina di Balam profetò! e Sansone fece una strage con una mandibola d’asino…chissà cosa riesce a fare con un Asino intero.
          Io non sono contro nessuno, ma noi dal basso abbiamo bisogno di Pastori che ci confermino nella fede.
          Allora, ripeto, Benedetto XVI a cosa ha rinunciato? Era in sede impedita? Ha compiuto il canone 332.2 e le disposizioni della UDG?
          Grazie
          Francesco M.

          P.S. Allora se è tutto regolare che problema c’è a pubblicare gli atti ( non so se si chiamano così) o rogiti dove il popolo laico riceve una parola definitiva sul papato di Francesco e Leone XIV. Ne avremmo diritto, o no? Oppure dobbiamo accettare per fede le sue conclusioni?
          A maggior ragione, come facevano i nostri Padri, si può affrontare un dibattito pubblico con persone preparate. O no?

          1. Don Pietro Paolo

            Caro Francesco,

            la ringrazio per le sue parole sincere, soprattutto per l’amore con cui dice di studiare, pregare e cercare di comprendere la Chiesa. Questo è già un grande atto di fede e di responsabilità cristiana. Provo a rispondere con chiarezza.

            1. Munus e ministerium

            È verissimo che munus (l’ufficio, il dono divino del papato) e ministerium (l’esercizio concreto di quell’ufficio) non possono essere separati a piacere. Non esistono due papi: uno con il munus e uno con il ministerium.
            Il can. 332 §2 è chiarissimo: perché la rinuncia sia valida, il Papa deve rinunciare al suo munus e manifestarlo liberamente.

            2. Sede totalmente impedita

            La “sede impedita” (can. 335) si verifica quando il Papa non può comunicare liberamente, ad esempio per malattia grave o prigionia. Benedetto XVI non era in questa condizione: parlava, scriveva, celebrava. Non era “impedito”, ma ha scelto di rinunciare liberamente.

            3. La Declaratio

            Nella Declaratio del 2013 Benedetto rinuncia al “ministero del vescovo di Roma… a lui affidato”. È vero che usa la parola ministerium, ma l’atto ha prodotto la conseguenza canonica della sede vacante e della convocazione del conclave. Quindi non c’è dubbio che intendesse rinunciare al papato, cioè al munus. Le sue parole e i suoi gesti lo confermano, come anche il fatto che da allora non abbia mai preteso di governare la Chiesa.

            4. Cionci e altre ipotesi

            Capisco che certi autori abbiano affascinato alcuni fedeli con ipotesi di complotti, codici nascosti e “papi impediti”. Ma la Chiesa non funziona così: non si governa con enigmi, ma con atti pubblici e manifesti. E l’atto di Benedetto è stato chiaro, ricevuto dalla Chiesa universale e confermato dalla sua obbedienza a Francesco.

            5. Atti o rogiti

            Non ci sono “rogiti” segreti. L’atto ufficiale è la Declaratio, letta pubblicamente e pubblicata negli atti della Santa Sede. Poi c’è stato il Conclave, con l’elezione di Francesco, accettata pacificamente dalla Chiesa universale. È proprio questa accettazione universale che costituisce, teologicamente, la garanzia dello Spirito Santo: nessun fedele è lasciato nell’incertezza.

            6. Diritto e fede

            La fede non è cieca fiducia nell’uomo, ma nel Signore che guida la Chiesa. Non possiamo pretendere sempre “prove notarili” oltre ciò che la Chiesa stessa ci consegna ufficialmente. La promessa di Cristo è che le porte degli inferi non prevarranno. Questa è la nostra sicurezza.

            Conclusione
            Capisco i suoi dubbi e li rispetto, ma la risposta è semplice: Benedetto XVI ha rinunciato liberamente al papato, la Chiesa intera lo ha riconosciuto, Francesco era il Papa.
            Il compito nostro, da pastori e da fedeli, è non alimentare divisioni, ma confermarci nella fede di sempre, uniti attorno a Cristo attraverso Pietro, anche quando questo ci costa fatica.

            Con amicizia e stima,
            don Pietro Paolo

          2. si dice OSTRACIZZATO (errore di battitura).
            però mi ha dato modo di vedere alcuni sinonimi…interessante.

            Alcuni sinonimi di “ostracizzare” sono:
            bandire, escludere, emarginare, proscrivere, isolare, marginalizzare, allontanare, cacciare, espellere, boicottare, osteggiare, avversare, contrastare e ostacolare.

            A seconda del contesto, si può scegliere il termine più adatto, come “bandire” o “esiliare” per l’antico uso ateniese, o “escludere” e “boicottare” per un uso figurato.

            Ecco un elenco più dettagliato con alcune sfumature:
            Bandire/Esiliare/Proscrivere: Questi termini implicano l’allontanamento o la messa al bando di qualcuno, spesso con una connotazione di condanna ufficiale.

            Escludere/Emarginare/Isolare/Marginalizzare: Si riferiscono all’atto di tenere qualcuno fuori da un gruppo o da una comunità, rendendolo partecipe di uno stato di emarginazione.

            Allontanare/Cacciare/Espellere: Hanno un significato più generico di far andare via qualcuno o di toglierlo da un luogo.

            Boicottare/Ostacolare/Osteggiare/Avversare: Questi sinonimi descrivono l’azione di contrastare o impedire attivamente le attività o le idee di qualcuno.

            Capite cosa si sta facendo?
            Secondo la morale cattolica sembra sia una mancanza grave.
            Un abbraccio a tutti, pace e bene.
            Francesco M.

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