Il Martirio di San Gavino, Martire Romano in Sardegna. Benedetta De Vito.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni di un grande santo della terra in cui ora si trova. Buona lettura e diffusione.

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Me ne stavo in giardino a bordo strada, combattendo contro il ceppo di una agave secca, quando m’appare, silenziosa e timida, un’automobile rossa con dentro un viso noto che però non faccio in tempo ad identificare. Strappo, zappo, recido e la macchina, in marcia indietro, mi viene incontro nuovamente e finalmente il volto prende un nome: è Gavino, l’amministratore del consorzio. Il resto è cosa mia e nostra di consorziati, ma io capisco subito che Gavino, San Gavino, romano di Torres è venuto a chiamarmi avendogli io promesso da giorni di scrivere di lui, senza poi, colpevolmente farlo.

E così comincio dicendo che Gavino è nome comune qui in Sardegna e non nel Continente, anche se è nome romano. Come romanissimo era San Gavino che ho incontrato per la via grazie a uno scrittore ligure che è vissuto tra l’Otto e il Novecento e che si chiama Paolo Mantegazza. Parto dalla coda per dire che il Mantegazza mi è affine, nel pensiero, come un adoratore della Pachamama. Fu gran sostenitore del darwinismo in Italia, provò a far la fecondazione assistita, era a favore del globalismo e scrisse un libro fantascientifico intitolato “L’anno Tremila” che pare la traduzione di un programma (che stiamo vivendo) e di cui il nostro autore pare conoscere fin le virgole…

Ma è stato il Mantegazza, nonostante tutto e devo confessarlo per onor di verità, a farmi conoscere San Gavino che ha lui stesso incontrato (e ammirato) giungendo nella città sarda ed ex romana di Porto Torres. E lo descrive tanto bene da farmelo ritrovar davanti vivo e lucente di coraggio e di fede. Si chiamava Gabinus Sabellus e suo padre Caius ed era stato nominato dall’imperatore Diocleziano comandante d’una coorte di cavalleria a Turris Libisonis. Fu lì che Gavino, soldato e coraggiosissimo, udì la predicazione di San Proto e di San Gianuario (arrestati e dati in custodia proprio a lui…) e si convertì.

Colpito dal coraggio dei due sacerdoti, Gavino li liberò e si presentò al governatore, chiamato Re Barbaro, dicendosi cristiano. Arrestato, fu subito portato sulla spiaggia di Balai (dove ora spicca la chiesa di San Gavino a mare mentre, inconsapevoli, schiumano tra le onde i bagnanti…) e fu decapitato, come era norma uccidere i cittadini romani. Era il 25 ottobre dell’anno 300. Fu ucciso e i resti gettati tra le onde. Fermiamoci a pregare e a chiedere la sua intercessione e poi giù, in letizia, per tanto amore a Dio.

E chissà che bello sarebbe andare nel giorno della festa di San Gavino a Porto Torres, dove tutto parla di lui, dalla basilica romanica magnifica ai resti della città romana (persino un bel ponte che ancora resiste alle intemperie e alle insidie del tempo che scorre, le terme, gli acquedotti…). Ma ora diamo la voce al Mantegazza che ci parla delle devozioni di allora e che sarebbe bellissimo fare anche oggi. Andiamo a capo e cominciamo, va bene?

“I divoti fanno in ginocchio il giro delle colonne della Chiesa e le baciano come pure baciano il piede del cavallo di San Gavino di legno dipinto come è la sua cavalcatura”. A festa finita poi, uomini e donne in costume, a cavallo “fanno entrare i loro cavalli nel mare sino al petto. Ciò fanno coll’idea che i loro cavalli restano benedetti all’uscir dall’acqua dove una volta vennero gettati i corpi dei Santi e dove San Gavino prese una colonna in mare e la portò con sé nella basilica”. E lì riposano i resti di questo grande santo e dove un giorno vorrò andare…

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