Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questo mini-reportage dal cuore della Gallura, un’escursione di fine estate. Buona lettura diffusione.
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Ogni anno, è oramai una piccola tradizione tra noi, Andreina e io, in compagnia di Luigina (la mamma dolce di Andreina) che ha 96 anni portati alla Robin Hood dedichiamo un pomeriggio, ritagliato tutto per noi e senza famiglia, alla scoperta della Gallura. L’anno scorso, eccoci a Berchidda e Oschiri, quest’anno il punto d’arrivo è Sant’Antonio di Gallura, ma le soste sono dedicate alle tantissime chiese campestri dell’entroterra e poi le edicole, i nuraghe, le tombe dei giganti. Ma basta cicinfrignascole e partite con me, se vi va, in questo viaggio di delizia in terra sarda, fuori dalle rotte marine che han perduto, e sospiro, la loro innocenza…
Prendiamo la strada vicinale che conduce a Tempio Pausania e mentre chiacchieriamo, Andreina e io, dei casi nostri, lei mi fa: “Ma tieni gli occhi aperti, mi raccomando, e se c’è una chiesina, andiamo!”. Bla, bla, bla, parlo parlo e mi perdo il bivio, proprio dalla parte mia, che indica la chiesa di Santa Maria in campo. Ma Andreina la vede, inchioda, conversione a u e siamo in un viottolo in saliscendi e d’un tratto dalla brulla Sardegna di fine estate, riarsa dal dardo del sole, eccoci… in Svizzera. Campi verdi, odore di fieno maturo, vacche al pascolo (e anche un toro sicché occhio…), acqua che gocciola in un bidone. E c’è la chiesiola, candida al sole, con il suo bel forno per la festa paesana, e un ulivo secolare che ci fa ombra e si fa bello.
Siamo di nuovo in pista e dirette, sempre avanti, al paese dedicato al Santo Abate Antonio che tanto amava gli animali. E sulla strada verso Priatu che della nostra meta è frazione s’ammirano gli stupefacenti disegni dei graniti sardi. Piramidi, berretti alpini, giganti di pietra. A Priatu ci fermiamo in un baretto anni Cinquanta per un delizioso caffè e due chiacchiere con il giovanissimo barista che di parole ne tira fuori poche, ma ne ha per dire che “sul mare non è più Gallura…”, e come dargli torto. Mentre respiriamo il silenzio, il sole, il cielo azzurro e i lecci e le querce da sughero ci salutano a distanza, ci dirigiamo alla chiesetta intitolata a Santa Maria di Montenero, la Madonnina dell’omonima Abbazia di Livorno. Entriamo. Una graditissima sorpresa per Luigina e Andreina: c’è il loro Santo, che è Antonio da Padova. E per me, che m’appresto al crowd funding per il mio Dormi Cecilia, un tenero quadro moderno, firmato Fausto Santoni, dedicato a Santa Cecilia (che amo e di cui anche scrivo nel libro…).
E’ tempo di raggiungere la nostra meta che ci saluta nella persona in bronzo di Padre Pio, avanti, avanti per ammirare le due chiese gemelle, la più antica, in pietra viva e più piccolina, è dedicata a Sant’Andrea, la seconda all’Abate Antonio. Entriamo solo a sant’Andrea e mi colpisce la dolce statua del Redentore che mi indica il suo Sacro Cuore acceso in fiamma d’amore. E’ tempo di tornare, ma per la via ci fermiamo a fare un giretto in un nuraghe e ad ammirare una tomba di gigante. E osservando il primo mi domando come han fatto, quegli antichi popoli, a impilar così genialmente quelle grandissime pietre e nell’ammirare la seconda come mai, l’apertura della tomba dei giganti è buona al massimo per i sette nani…
Qui terminerebbero le nostre peripezie se non fosse che, sbagliando strada, per un concorso di imbranataggine, ci siamo ritrovate a un bivio dove campeggiava in un’edicola la statua di un Santo vestito di bianco e mi pare con la barba, ma impossibile avvicinarsi per il dedalo di vie losangeline. Andreina ha provato a fotografarlo con lo zoom e attendo di osservarlo da vicino per capire chi è e perché ci ha chiamato, facendoci prendere la via lunga, per trovarci lì con lui…





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