Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione questo delicato viaggio letterario e nostalgico nella “sua” Sardegna, e un poco anche nella “sua” Roma. Buona lettura e condivisione.
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Al risveglio, sull’aldia, era un dlen dlen di campanelle di vacche e di pecore che nei campi facevano colazione brucando lente. Come me che, infilata nel bel pigiamino bianco, mangiavo pane inzuppato nel caffelatte sul vecchio tavolo affacciato sul mare, insieme ai fratelli. A Roma, bambina, il rintocco solenne delle campane scandiva le mie giornate e la campanella vergine dell’istituto Mater Dei mi chiamava a correre in cappella e poi a scuola.
Di notte si sentiva, lontano, “la sperduta” di Santa Maria Maggiore… Poi ho conosciuto Iaren, a Jesolo, un campanaro bolognese, che conosceva il palpito e l’energia delle signore delle torri, indomite regine del cielo. Ne conosceva e amava ogni suono, giocava con le loro musiche celesti, me le raccontava e le accarezzava come una mamma fa con il suo bambino. Ho pensato alle mie campane, stamane, leggendo un piccolo brano di uno scrittore sardo di rango altissimo, sconosciuto in Continente (ma non qui nella sua isola) che si chiama Salvatore Cambosu, era di Orotelli e cugino di Grazia Deledda.
Il libro da cui traggo il brano delizioso intitolato “Un battesimo” si intitola “Miele amaro” (perché fatto con fiore di corbezzolo…) ed è una raccolta di piccole prose, articoli, poesie tradizionali, materiale sparso che pure, in arlecchino, forma una rosa profumata. Impossibile non innamorarsi di queste poche paginette in cui Cambosu, maestro mai laureato, eppure laureato poeta, racconta di come la campana di un paesello si ammala e deve essere portata in Continente per l’aggiustatura e di come tutto il Paese, perduto senza la sua campana, partecipa trepidante, quotandosi anche, ma ogni passo dell’operazione fino al giorno in cui la campana risanata ritorna al suo posto e viene “battezzata” dal prete… Cito le ultime righe, magnifiche: “La madrina diede uno strappo alla fune, e un altro e un altro, i tre gridi rotondi si rincorsero a volo, e la gente li seguiva con gli occhi, atteggiata come fosse tornato l’ordine in tutto l’universo”.
La piccola dedica che fa da occhiello al brano recita così: “Villaggio senza campana, gregge senza campano” e in queste due frasi c’è tutto il dramma che viviamo anche noi, privati come siamo da anni (e perché???) del suono delle campane. Mmmm, penso, al sacro compito delle campane che annunciavano morti, nascite, cantavano le ore e aiutavano soprattutto il cuore a salire in alto, ad abitare seppur per un fiat i confini del cielo. Perché ci hanno tolto le campane? chiedo, e non odo risposte. Perché le campane delle chiese oggi trillano, cinguettano, stridono? Perché non sono più solenni, definitive, rotonde come erano. Le nuove, che sono caricate a elettricità, mai le ho sentite parlare il campanese, cioè vibrare di verità e di energia nell’aria che si faceva gioconda…
Torno a Cambosu che, con tutto il cuore vi consiglio di leggere perché la sua scrittura non è sarda ma universale. La Sardegna diventa il cuore del nostro passato che pur vecchio è ancora giovane e mostra la strada che conduce a Dio. Vi prego, ridateci il suono delle campane!
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1 commento su “Miele Amaro, Nostalgia del Suono delle Campane. Ridatecele! Benedetta De Vito.”
Ho molto apprezzato.
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