Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Agostino Nobile, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni su una vecchia filosofia imbellettata per apparire nuova e attuale…Buona lettura e meditazione.
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Una vecchia filosofia con make-up e tacchi alti
Circolano voci che indicano il cosmoteismo come la possibile religione del futuro. Ma cos’è esattamente il cosmoteismo? Si presenta come “la religione della civiltà europea e dell’evoluzione verso l’alto. L’essere umano, in armonia con il cosmo, è al centro di una fede che venera il vero Dio, con fondamenta basate su matematica, fisica e genetica.” Si tratta della Chiesa Comunitaria Cosmoteista. https://www.numberanalytics.com/blog/philosophy-cosmotheism-explained
Il cosmoteismo considera l’universo un’entità divina, offrendo una nuova prospettiva sulla natura del sacro e sul ruolo dell’umanità nel contesto cosmico. Ma cosa significa davvero? I suoi sostenitori tentano di spiegarlo, anche se spesso generano più confusione che chiarezza: “Un apprezzamento più profondo dell’interconnessione di tutte le cose, il riconoscimento della sacralità del mondo naturale, un senso di riverenza per l’universo e il suo funzionamento, un approccio olistico e integrato alla spiritualità.” In sostanza, sembra un ecologismo con una spruzzata di spiritualità, non troppo lontano dalle posizioni del Vaticano contemporaneo. Ricordiamo che l’ideologia ecologista spesso dipinge l’uomo come il male da eliminare o almeno ridurre numericamente sul pianeta Terra.
L’articolo citato continua: “Il cosmo è visto come un sistema unificato, in cui ogni elemento è connesso e interdipendente. Questa visione è supportata da teorie scientifiche come la relatività generale, che descrive l’universo come un continuum spaziotemporale unificato e quadridimensionale; la meccanica quantistica, che rivela l’interconnessione di particelle e sistemi a livello quantistico; e la cosmologia, che studia origini, evoluzione e destino dell’universo nel suo insieme.”
“Il ruolo dell’umanità nel cosmoteismo
Il cosmoteismo propone una visione unica del ruolo dell’umanità nel cosmo. Riconoscendo l’interconnessione di tutte le cose, invita a un senso di responsabilità verso l’universo e le sue risorse. Questo si riflette nel concetto di contesto cosmico, che vede l’esistenza umana come parte di una narrazione più ampia. Di conseguenza, l’umanità avrebbe il compito di agire in modi che promuovono il benessere del cosmo nel suo insieme.” In pratica, l’uomo sembra occupare un ruolo subordinato, molto al di sotto del cosmo stesso.
“Cosmoteismo e ricerca di senso
Il cosmoteismo affronta anche la ricerca umana di significato e scopo. Considerando l’universo un’entità divina, offre una nuova prospettiva sull’esistenza e sul nostro posto in essa. La ricerca di significato è un aspetto fondamentale dell’esperienza umana, e il cosmoteismo propone un quadro per comprenderla.”
“Dialogo con altre filosofie e religioni
Il cosmoteismo non si pone come una filosofia isolata, ma si inserisce in un panorama più ampio di pensiero filosofico e religioso. Invita al dialogo con altre tradizioni, come il panteismo, il buddismo e il taoismo, esplorando punti di contatto e differenze.”
“Prospettive future
Essendo una filosofia in evoluzione, il cosmoteismo apre a molteplici direzioni future. Tra queste, un’ulteriore esplorazione delle sue implicazioni per la comprensione dell’universo e del nostro posto in esso.” Comprendere l’universo quando l’uomo non conosce nemmeno sé stesso mi sembra una boutade per gli allocchi.
L’articolo conclude con toni altisonanti e privi di senso, forse per attrarre i più ingenui: “Considerando l’universo un’entità divina, il cosmoteismo ispira stupore, meraviglia e riverenza per il cosmo e il suo funzionamento, invitando all’analisi critica, al dibattito filosofico e al dialogo con altre tradizioni.”
Non avrei affrontato questo tema se non lo avessi associato a un personaggio come Federico Faggin, noto per aver inventato il microchip e il touchscreen. Tuttavia, Faggin si discosta parzialmente dal cosmoteismo, poiché non parla di meccanica quantistica, ma di fisica quantistica, e chiama l’universo “l’Uno”. Nel suo libro Irriducibile, scrive: “La coscienza, il libero arbitrio e la vita esistono fin dall’inizio, come semi all’interno di un Tutto olistico che contiene anche le proprietà fondamentali che permettono l’evoluzione dell’universo inanimato. Gli organismi viventi sono fenomeni sia quantistici sia classici, mentre la coscienza e il libero arbitrio sono puramente quantistici: per questo un computer classico non potrà mai essere cosciente. Quanto alla morte, essa riguarda solo il corpo, non la nostra essenza quantistica.” Niente di nuovo: si tratta della filosofia mistica di Plotino con l’aggiunta della teoria quantistica.
Faggin unisce scienza e panteismo, sostenendo che “è quasi certo che ci sia la reincarnazione. Ci sono evidenze scientifiche in bambini che ricordano vite precedenti, riportando fatti verificabili che non avrebbero motivo di conoscere.” Dove sono le prove verificabili? In ogni caso, secondo altre teorie, potrebbe trattarsi di casi isolati e non di una prassi.
Come il buddismo, il cosmoteismo e la teoria di Faggin presentano lacune fondamentali. L’idea di un universo nato per caso, non creato, lascia irrisolte molte domande a cui il cristianesimo offre risposte sensate. Detto ciò, poniamoci una domanda: è più stimolante una vita da creatura amata dal suo Creatore o parte di un infinitesimale meccanismo in un cosmo che, secondo teorie scientifiche, si estende per oltre 93 miliardi di anni luce?
Agostino Nobile
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3 commenti su “Una Vecchia Filosofia con Make-up e Tacchi Alti. Agostino Nobile.”
Quando, tra alcuni decenni, fossero anche secoli, fisici teorici e astrofisici valuteranno la teoria della relatività (ristretta e generale) e la meccanica o fisica quantistica, come dir si voglia, come i Copernico i Galilelo i Keplero e i Newton della rivoluzione scientifica moderna valutavano la meccanica celeste tolemaica, essendo ognuna di esse di volta in volta solo un modello matematico e non la descrizione di una struttura ontologica ultima della realtà, il paradigma cosmoteista si rivelerà per ciò che è già da ora, nulla di più che una mera ideologia, a mio parere anche ridicola.
In appendice al mio commento precedente, propongo un brano dal post “Piacevole Scoperta” del 22 agosto.
Nel suo libro “Il mondo perduto del Kalahari”, l’esploratore Laurens van der Post raccontò un incontro che lo trasformò per sempre.
Tra i popoli indigeni del deserto scoprì un mondo in cui la natura non era un concetto lontano, ma un’esperienza viva, quotidiana, sacra.
Una notte, intorno al fuoco, uomini e donne parlarono delle stelle. Non della loro luce né delle loro forme, ma del loro suono.
Per loro, il cielo non era muto: le stelle cantavano, vibravano, inviavano messaggi che potevano essere percepiti se si era abbastanza aperti e attenti.
Quando Laurens confessò di non sentire nulla, che vedeva soltanto un cielo silenzioso, inizialmente credettero che stesse scherzando.
Ma quando capirono che diceva la verità, si rattristarono. Lo guardarono con compassione, come qualcuno privato di qualcosa di essenziale.
Per i boscimani, non udire le stelle era più di una mancanza: era la prova di una disconnessione con la vita, con la terra e con l’universo.
Significava aver perso la comunione originaria che rende l’essere umano parte del tutto.
Fu allora che Laurens comprese la frattura che separa il mondo occidentale — che ha costruito macchine e città piene di rumore — dal mondo di coloro che ancora ascoltavano il silenzio profondo, quello in cui canta il cosmo.
Ciò che per noi è un cielo lontano e muto, per loro era una sinfonia.
E forse la loro tristezza non fu solo per lui, ma per tutta l’umanità, che nella sua idea di progresso ha smesso di ascoltare.
Brevemente:
«L’articolo citato continua: “Il cosmo è visto come un sistema unificato, in cui ogni elemento è connesso e interdipendente”».
Non sembra un’affermazione peregrina: nessun elemento del cosmo può essere disgiunto da tutti gli altri poiché tutti sono irriducibilmente complementari e quindi v’è una relazione universale alimentata da un’energia altrettanto universale.
Il cosmo è uno ed è così com’è, quindi trascende l’umanità che ne è una componente e per di più abita in questo pressoché inesistente granellino che è la terra, e questo è un fatto, non una teoria.
«È più stimolante una vita da creatura amata dal suo Creatore o parte di un infinitesimale meccanismo in un cosmo che, secondo teorie scientifiche, si estende per oltre 93 miliardi di anni luce?».
Perché la risposta non potrebbe comprendere una sintesi delle due ipotesi? Perché una creatura che si sente amata dal suo Creatore non dovrebbe essere cosciente di essere – come in effetti è – una parte infinitesimale del cosmo?
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