Ponte sullo Stretto, l’Eccitazione che non Vuole Dissenso…un Modello ben Noto. Claudio Gazzoli.

Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, offriamo alla vostra attenzione questo messaggio, ricevuto da un lettore fedele del nsotro blog, che ringraziamo di tutto cuore. Buona lettura e condivisione.

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Buon giorno dott. Tosatti,

si sta verificando, in merito al previsto Ponte Sullo Stretto di Messina, la medesima eccitazione che non prevede il dissenso, ammenoché non provenga dalla solita congrega ideologica dominante, alla quale è concesso anche di avere una dialettica interna così da convalidare le virtù della “democrazia”. Hanno già pronto l’antidoto che consiste nella “classificazione” delle opinioni per poterle delegittimare e, in un certo senso, ridicolizzare. Questa tecnica l’abbiamo già imparata, non ci caschiamo ! Se sei contrario a farti bucare, ti chiamano “no-vax”, se consideri il “riscaldamento globale” la più grande menzogna del secolo, ti dicono che sei un ignorante individualista, se sei contrario al ponte sullo Stretto ti dicono che sei contro il progresso; tutte espressioni che rientrano sotto l’abusata formula di “complottista”.

Tra i vari contributi letti in rete, in particolare mi ha colpito questa frase, che giudico emblematica perché purtroppo esprime un sentire diffuso:

«In realtà ritengo sia preferibile avere un ponte che cade gloriosamente piuttosto che restare per sempre inchiodati ai traghetti che cadono a pezzi un po’ per volta e ad una civiltà che rifiuta ogni forma di progresso, senza infrastrutture e senza futuro. Il ponte, insomma, non è un capriccio»

Ebbene sì, si tratta di un capriccio. Un capriccio dei più perniciosi in un paese che, ormai da decenni, va avanti a forza di “capricci” rivestiti di un manto ideologico, haimé, a senso unico.

 

Faccio l’ingegnere e, anche se non passo le mie giornate a progettare ponti, so di che cosa si sta parlando. Ci sono due generi di ragioni per le quali sono contrario a questa opera “ardita”, quelle che direttamente coinvolgono la costruzione e quelle indirette. Farò un cenno alle prime per poi enumerare le seconde, anche se, ovviamente, si tratta di una semplificazione molto schematica.

Come giustamente ha già scritto qualche collega e qualche autorevole geologo, quando si progettano opere di questo tipo, non si può far ricorso alle Norme Tecniche sulle Costruzioni per definire le specifiche di progetto in termini di azioni sismiche. Occorre tener conto, non delle sollecitazioni più probabili, ma di quelle massime che possono essere previste in base alla sismicità del luogo e alla storicità degli eventi sismici. Qualcuno ipotizza accelerazioni massime orizzontali di 0,9-1,0 g; in poche parole se avvenisse un terremoto di questa intensità, le forze orizzontali, che agirebbero sulla struttura, sarebbero corrispondenti al suo peso. È bene chiarire che nessuna delle costruzioni antisismiche, realizzate in questo paese in base alle normative più recenti (e più restrittive) potrebbe resistere ad un terremoto di questo tipo. Questo solo per far capire i termini del problema relativo alla resistenza sismica.

Allora, con riferimento alle ragioni “dirette”, mi chiedo:

– quali azioni sismiche sono state considerate nella progettazione ?

– è stato sufficientemente valutato l’eventuale spostamento relativo massimo prevedibile (e rotazione) delle aree interessate dalle fondazioni dei piloni, in caso di un evento sismico analogo o superiore a quello del 1908 ?

Abbiamo tanti primati in questo paese, tra cui quella che è considerata la più grande catastrofe ingegneristica della storia: il 9 ottobre 1963 l’invaso del Vajont venne “invaso” appunto da un’enorme frana, provocando un’onda distruttiva. Certo che la diga in c.a. resistitette, ma l’evento disastroso si ebbe ugualmente perché non erano state considerate tutte le condizioni che potevano verificarsi in quel contesto, di cui lo stesso nome faceva intravedere la criticità. Allora, dati questi e molti altri precedenti…, anche recenti, c’è da fidarsi ?

Ed inoltre:

– siamo proprio così sicuri di riuscire a contenere, visto che non sarà possibile impedire, gli interessi illegittimi che un investimento economico così ingente attirerà e non solo da parte di quelle forze enormi già purtroppo presenti?

Capita di leggere “Una civiltà che rifiuta ogni forma di progresso, senza infrastrutture e senza futuro”. Ma chi l’ha detto che questa “civiltà” rifiuta ogni forma di progresso ! Siamo stati, agli albori dell’aeronautica, i primi al mondo a proporre soluzioni tecniche e realizzare velivoli innovativi. Grazie alle intuizioni e agli esperimenti di una mente geniale siamo stati i primi a realizzare la prima trasmissione senza fili, che poi ha dato origine al mondo “digitale” in cui oggi siamo immersi (anche se questo non lo considero un grosso progresso…) e negli anni sessanta, in un’azienda virtuosa, allora importante, è nato il primo “personal computer”. Il fatto è che non abbiamo più queste capacità, semplicemente perché ce le hanno tolte con un’azione sistematica mirata che, senza scendere nei dettagli, ha trasformato la formazione in indottrinamento, l’entusiasmo in indifferenza, la consapevolezza in incoscienza, il sacrificio in soggettivismo.

 

E veniamo alle ragioni indirette di cui le citate “infrastrutture” costituiscono il principale riferimento, anche perché di competenza del medesimo Ministero che caldeggia questa realizzazione.

Mi chiedo, ma coloro che sono così entusiasti di quest’opera colossale, in quali strade circolano con le loro auto ? In quali ospedali hanno messo piede, se, sfortunatamente, ne avessero avuto bisogno ? In quali scuole mandano i loro figli ? Quali periferie (o centri storici ormai…) frequentano ? Ci sono criteri puramente oggettivi che devono guidare le scelte di chi governa perché prioritari, prima ancora degli interessi politici e demagocici. Se a casa ho il tetto sfondato e le finestre sfasciate non mi metto a ridipingere le pareti o a realizzare un terrazzo sospeso per asciugare i panni al sole. Non ho molta frequentazione delle strade del Nord Italia, ma significativa di quelle del centro sud e posso testimoniare, senza tema di smentita, che molte strade provinciali, ma anche diverse di quelle statali e delle autostrade, sono in condizioni pessime, direi disastrate, per quanto riguarda il fondo stradale, le frane non gestite, la segnaletica orizzontale e verticale, gli incroci, l’adeguatezza rispetto ai volumi di traffico e alle velocità. Si chiama SICUREZZA e la sua gestione da parte degli organi competenti dello Stato, si chiama PREVENZIONE. Dico solo, per i non addetti, che questa parola “prevenzione”, che lo Stato obbliga ai soggetti privati e pubblici, si trova citata circa ottanta volte nella legge di riferimento sulla sicurezza del lavoro ma che può essere considerata un riferimento assoluto per tutte le problematiche che riguardano la sicurezza. Ora, quanta PREVENZIONE si potrebbe mettere in pratica con questa cifra smisurata (ma certamente destinata a lievitare nel tempo…, come dimostrano altre opere colossali già realizzate, vedi Alta Velocità) di 17 miliardi di euro ? Quanti chilometri di “alta velocità” si potrebbero fare, magari tra Palermo e Napoli, che potrebbero abbattere di almeno 5 ore i tempi di percorrenza per Roma, e non di soli 40 minuti. Quante autostrade (cito solo, perché lo frequento purtroppo, il tratto “terribile” Pedaso-Ortona) si potrebbero rinnovare ? Quanti centri storici si potrebbero mettere in sicurezza sismica e renderli vivibili con i criteri di oggi ? Quanti “pronti soccorsi” degli ospedali, ormai in condizioni che fanno venire gli incubi solo al pensiero, si potrebbero riorganizzare. E, per ragioni di spazio, non voglio dilungarmi oltre.

Dico soltanto che il “futuro” di questo paese non passa di sicuro per il ponte sullo Stretto (perché allora non realizzare un ponte con la Sardegna?), ma sulla riscoperta (o scoperta) di una identità, di una tradizione che ora vogliono cancellare, di una abnegazione che ha fatto risorgere questo paese dalla catastrofe della seconda guerra, quando donne e uomini (tra cui mio padre) si sono rimboccati le maniche indipendentemente dalle loro convinzioni politiche – che comunque nella maggioranza delle persone, non erano contaminate dall’ideologia – per dare ai loro figli un futuro dignitoso.

Non mi attrae il futuro tecnologico, quello organizzato dai padroni del mondo, subdolamente occultati dai sistemi cosiddetti “democratici”, che può essere conseguito solo a detrimento della nostra anima, per una legge naturale di compensazione. L’unico futuro possibile, per questo paese, è ritornare alle radici cristiane che accomunavano i suoi abitanti, di ogni casata, etnia, lingua, costume, cittadinanza, rimuovendo lo spesso strato di fetidi sedimenti massonico-risorgimentali che le hanno soffocate. Ma questo è possibile, ad un prezzo molto alto, solo dopo aver toccato il fondo del precipizio. L’alternativa è la nuova barbarie.

Per quanto mi riguarda, l’unico futuro che mi interessa non passa attraverso il ponte sullo Stretto o per gli altri “ponti” auspicati fino a poco tempo fa, ma anche ora…. Il futuro a cui aspiro passa su un ponte lunghissimo in salita, ormai logorato e cadente, carico di ostacoli e macerie, che potrà condurmi, molto indegnamente, verso l’Eterno.

Claudio Gazzoli

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6 commenti su “Ponte sullo Stretto, l’Eccitazione che non Vuole Dissenso…un Modello ben Noto. Claudio Gazzoli.”

  1. Dissento dal buon Claudio Gazzoli. Le sue considerazioni hanno un fondamento, ma solo in Italia opere fondamentali vengono bloccate per cinquanta anni… A fare questo ponte ci hanno provato in tanti, buon ultimo prima di Salvini quella buon’anima di Silvio Berlusconi, e sempre la sinistra e gli “ambientalisti” suoi sodali hanno tentato con successo di bloccare il progetto in merito al quale, se ben ricordo, sono stati fatti studi e investiti fior di quattrini sin dagli anni 70 se non prima.
    Se c’è il pericolo di terremoti, si trovino soluzioni… Il Giappone, nazione dove i terremoti sono all’ordine del giorno molto più che in Italia, non smette di sfornare soluzioni. E costruisce grattacieli, linee ferroviarie ad altissima velocità, ponti e così via.
    Se i terremoti sono un pericolo, si facciano leggi adeguate e si controlli che vengano rispettate. In Italia è questo che manca. Le nostre case non sono sicure. Nessuno vorrebbe trovarsi al decimo o ventesimo piano di un grattacielo italiano durante un terremoto. Ma anche le villette bifamiliari in cemento armato vengono pesantemente danneggiate.
    Non mancano però i cervelli, capaci di soluzioni tecniche efficaci e innovative, che poco apprezzati in patria, prendono il volo verso l’estero.

    1. Davide Scarano

      Caro/a Complottista, è vero in Giappone si sono fatte molte opere publiche, però: loro sono padroni del proprio debito pubblico, della moneta, in definitiva del proprio destino. L’Italia è vincolata dal patto di stabilità con L’Unione Europea, per tacer dei nuovi patti ambientali e militari che si profilano all’orizzonte.
      Quanto all’Italia: ciascuno rifletta su “cosa è andato storto e perchè” nella vicenda del Ponte Morandi.

  2. Ottimo intervento quello dell’ Ingegnere. Sottoscrivo.
    Aggiungo il principio di precauzione.

  3. Davide Scarano

    Alcune riflessioni su questo interessante articolo.
    1) «In realtà ritengo sia preferibile avere un ponte che cade gloriosamente piuttosto che restare per sempre inchiodati ai traghetti che cadono a pezzi un po’ per volta”. Non so chi ha scritto questa frase ma dopo la tragedia del ponte Morandi mi sembra quanto mai di cattivo gusto (eufemismo).
    2) Condivido le argomentazioni dell’autore circa l’opportunità di spendere quei soldi in attività capaci di portare maggior vantaggio all’intera collettività, a cui vorrei aggiungere alcune considerazioni personali:
    a) da un lato si afferma che il Ponte velocizzerebbe i tempi di percorrenza, dall’altro però osservo che è in corso una lotta senza quartiere sia alla velocità che alla mobilità personale a colpi di ZTL, riduzione dei posti auto nei parcheggi, telecamere di controllo, aumento delle multe, dissuasori e zone a velocità limitata. Che senso ha un ponte “veloce” in una rete stradale obbligata forzatamente alla lentezza ed un servizio di trasporto pubblico che talvolta/spesso è sotto la sufficienza? Penso ad esempio alla difficoltà di trovare un posto in un treno nell’ora di punta, così come all’indisponibilità di mezzi pubblici nei giorni festivi, quindi all’impossibilità, nei fatti, di alimentare un turismo veramente policentrico
    b) E’ stato affermato che il Ponte verrebbe finanziato con l’aumento delle spese militari. In caso di guerra -d’altronde lo scenario è quello- quanto durerebbe?

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