Palestina. Prima Ricostruire, poi Riconoscere. Altrimenti è solo Propaganda. Matteo Castagna.

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Matteo Castagna, che ringraziamo di cuore, offre alla vostra attenzione queste riflessioni sulla tragedia e sullo sterminio in atto in Medio Oriente. Buona lettura e diffusione.

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di Matteo Castagna
 

Francesca Borri è una giornalista e reporter freelance specializzata in questioni mediorientali. Si occupa della guerra in Siria e della battaglia di Aleppo, e scrive di Palestina per il quotidiano israeliano Yedioth Ahronoth. Ha una formazione in relazioni internazionali e diritto internazionale e ha pubblicato diversi libri: uno sul Kosovo, uno su Israele e Palestina e due sulla Siria: “La guerra dentro” (Bompiani, 2014) e “Syrian Dust” (Seven Stories Press, 2016).

Ha recentemente scritto un interessante editoriale sul sito della rivista Aspenia. Scrive Borri: “nessuno parla più del “Day After”. A Gaza, l’unica cosa chiara è che il cessate il fuoco sarà temporaneo. Che duri 60 o 90 giorni, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha già detto che quello che è stato ottenuto finora, con Hamas ma anche con Hezbollah, con l’Iran, con tutti, è stato ottenuto con la forza: e che continuerà così. Fino al nuovo Medio Oriente. Ma per i palestinesi, in realtà, il Day After è già iniziato. Insieme all’Italia”.

Appare un’affermazione forte per il prossimo futuro, che, dunque, merita di un approfondimento, che ci viene fornito, di cui i media non hanno parlato.

“Il 16 luglio, a Bari, c’è stato il primo incontro della Gaza Fenice: un gruppo di esperti coordinato da Yara Salem, economista della World Bank, originaria di Nablus, che su richiesta del sindaco di Gaza, Yahya al-Sarraj, ha predisposto un piano per la ricostruzione, che a dicembre 2024 è stato discusso e approvato all’unanimità da tutti i 25 comuni della Striscia”.

Si tratta di un “framework”, l’equivalente di un nostro piano strategico: una visione generale da sviluppare nel dettaglio. Il gruppo ha oltre cento specialisti europei, americani e arabi. I professionisti del Politecnico di Bari, guidati dai suoi due maggiori urbanisti, Dino Borri e Angela Barbanente, sono tra i più attivi.

Degli 11 piani di ricostruzione proposti finora, è l’unico a vedere i palestinesi protagonisti. Negli altri, i palestinesi sono solo: “the population”. O peggio: “the recipients”.

La Gaza Phoenix mira a ricostruire Gaza come comunità, ripristinando il suo stile di vita, la sua identità, con una ricostruzione sociale e culturale, oltre che materiale. Perché alla fine, una città non è solo i suoi edifici: è, soprattutto, quello che ci sta dentro. A essere protagonisti, dunque, non sono solo gli ingegneri, gli architetti, gli agronomi, quanto i cittadini, che vengono consultati e coinvolti il più possibile.

Parliamo di una una sfida titanica a Gaza, perché chi conosce il territorio sa che da prima del 7 Ottobre non aveva più acqua potabile. Solo acqua salata, acqua di mare. “E che adesso – continua la reporter –  60mila morti dopo, ha una tonnellata di macerie a metro quadro. Secondo l’ONU, il 70% delle strutture è irrecuperabile. Con le attuali restrizioni, e cioè con le ispezioni alla frontiera sul cemento, e su tutto quello che ha un potenziale uso militare, per la ricostruzione saranno necessari 80 anni. Senza, tra 15 sarebbero pronte le case – senza contare le scuole, gli ospedali, le strade. Quanti, intanto, andranno via?”

Esisterà ancora una Gaza da ricostruire? In realtà, la Gaza Phoenix ha una dimensione pragmatica che si riscontra meno negli altri casi, cioè nei vari piani che sono in preparazione e di cui si discute. Perché si basa su interventi graduali, per certi versi anche minimi, ma immediati. C’è un durante, in cui i palestinesi non sono semplicemente vittime, non sono solo morti, feriti, orfani: sono quelli che, da soli, in questo momento, si stanno occupando di tutto, incluso il riciclo delle macerie. “L’esperienza della Cisgiordania parla chiaro: non guerra aperta, ma non certo pace.. Dei vari piani proposti, la Gaza Phoenix è l’unico che consente ai palestinesi di restare dove sono”.

Per il resto, la ricostruzione di Gaza è un business da 50 miliardi di dollari. “La Gaza Phoenix ridisegna Gaza, che si era estesa di casa in casa, alla rinfusa, come città dove tutti i servizi essenziali sono a portata di mano e riorganizza la Striscia, in tre fasce. Una sul mare, una centrale ad alta densità edilizia, e una interna per l’agricoltura. Più una fascia trasversale a fare da cerniera non solo fisica, ma sociale: un’area verde. Ma tutto questo, cominciando subito. Cominciando dai cosiddetti “survival nodes”,  snodi di sopravvivenza che forniscono i servizi essenziali. Ed è qui che si è inserito il Politecnico di Bari” – afferma Francesca Borri.

Il 2 luglio l’economista Raja Khalidi ha organizzato un convegno per un’analisi comparata dei piani proposti. La Gaza Phoenix emerge come l’opzione preferita dalla società civile. Perché in realtà è anche molto politico, non ha nessuno dietro: né Hamas, né Fatah. Né la Turchia, o il Qatar o gli Emirati o gli Stati Uniti. Ma gode di esperti molto qualificati, in ognuno di questi Paesi.

Chi scrive ritiene che questo, laddove non venga boicottato o fermato, sia un progetto serio da cui partire per iniziare a delineare, almeno una prima parte, dello Stato di Palestina, che per essere riconosciuto deve prima esistere con i suoi confini definiti, la sua moneta, la sua sovranità, il  popolo che vuole convivere serenamente sotto la stessa bandiera. Altrimenti, i propositi di riconoscimento a chiacchiere rischiano di essere fanfaluche propagandistiche, prive di qualsiasi realistico fondamento.

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2 commenti su “Palestina. Prima Ricostruire, poi Riconoscere. Altrimenti è solo Propaganda. Matteo Castagna.”

  1. Quelli che da decenni si occupano di palestina hanno idea di cosa si occupano? I giordani hanno sterminato i palestinesi per anni. Gli egiziani, i libici, gli USA e i russi li hanno usati per l’addestramento terroristico da decenni. Qatar e Arabia Saudita li detestano…e si vede… Gli israeliani sono parte di questo problema, non il Problema. I nemici veri sono i cattolici. Che non protestano ma ‘sperano’ nel continuo martirio e nella cacciata dei cristiani copti dai luoghi Santi. Tanto sono Copti… sono Siriaci… Israele esiste perchè gli Arabi e i Mussulmani lo vogliono. Il gas per metà gli viene dall’Iran (vedi porto di Eliat), la manodopera dai paesi arabi e la frutta dall’egitto… Come si fa a salvarli? Mandare delle truppe armate, ricacciare indietro gli israeliani , tagliare i legami istituzionali con gli altri paesi arabi e ridare la sovranità ai palestinesi…laici… Chi lo vuole questo? NESSUNO. Men che meno quelli che come la ‘specialista’ sorosiana si occupa di Palestina….

  2. Insospettisce che a premere per il riconoscimento siano governi filantropi quali quello francese, tedesco e britannico, già molto volenterosi nel sostegno all’Ucraina.

    E’ propaganda che non vuole bene a chi a Gaza soffre.
    Propaganda a beneficio di sé stesso, come chi fa l’elemosina e si fa riprendere dalle telecamere.

    La Palestina si è vista espropriare metà del territorio che le spetta: forse serve riconoscere gli “avanzi”?
    Ti lascio portare via la casa e poi dichiaro di riconoscere che sono tuoi il tavolo e le sedie?

    Certi paladini che già promettono faville in ben determinate frange politiche sono davvero un pessimo servizio alla causa dei più sfortunati: si piacciono.

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