Marco Tosatti
Cari amici e nemici di Stilum Curiae, Benedetta De Vito, a cui va il nostro grazie di tutto cuore, offre alla vostra attenzione la tredicesima puntata del fogliettone estivo su Piccino, che ha tradotto per Stilum. Le puntate precedenti le trovate: qui, qui, e qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E qui. E anche qui. Buona lettura e condivisione.
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Uscì dal bagno sorridente e Piccino rimase avvolto negli asciugamani con Nicola.
Quel che avvenne dopo fu, se vogliamo, ancora più seccante anche se non faceva paura. Fu strofinato come se fosse un cavallino e ai suoi capelli fu riservato un trattamento che gli parve incredibile. Quando furono asciutti, degli strani strumenti furono usati per domarli. Nodi e grovigli furono strappati via. Gli pareva a volte che gli strappassero sani i riccioli dalle radici, quasi che gli si volesse strappar la testa. Gli parvero ore, ore e ore, piangente, vicino alle ginocchia di Nicola. Se a fargli quel lavoro fosse stata Maria avrebbe scalciato, urlato e combattuto, ma in questa casa meravigliosa, tra tutta quella gente meravigliosa e tutti “forestieri”, era terrorizzato dal suo senso di alienità. Essere gettato in acqua, strofinato tutto, i capelli tirati dallo scalpo, chi non sarebbe stato terrorizzato. D’un tratto seppellì il viso nel grembo di Nicola e iniziò a piangere: “Voglio andare a casa. Lasciammi andare a Maria e il ciuco!”.
“Su su è quasi fatto oramai – disse Nicholson – ed è stato fatto davvero un bel lavoretto. Che cosa ti devo mettere addosso per metterti a letto proprio non lo so. Forse una delle giacchette di lady Aileen. Detto fatto, andò e tornò con una giacchetta. Era tutta di pizzo e si chiudeva con un bel fiocco; era troppo grande e dentro Piccino ci si sentiva perso; ma quando Nicholson ve lo incartò dentro e lui rimase lì con i pizzi tra le mani, con il visino d’angelo immerso tra le trine, era davvero uno spettacolo.
Ma lui era ben lungi dall’esserne consapevole e si sentiva avvolto in un imbroglio; e quando fu preso in braccio e portato fuori dal bagno mentre i bellissimi pantaloni di Sandro venivano lasciati per terra in un canto, gli parve che gli era stata offerta la ciliegina dell’indegnità.
Lo trasportò in una delle bellissime stanze che aveva visto prima. Era tutta blu ed era così incredibile con i frizzi e i fiori blu e i pizzi e tutte le chincaglierie che Piccino pensò a nuove torture pronte per lui. Ma Nicola lo posò su un qualcosa di morbido, ricoperto di trine, con una specie di tenda di pizzo e seta.
Gli disse qualcosa in inglese e se ne andò, lasciandolo solo.
Rimase lì, immobile, guardandosi attorno. Era mica un posto dove le persone dormono? I “forestieri” posano forse le loro teste su quelle cose bianche? E questa cosa soffice sulla quale sedeva era mica un letto? Sollevò gli occhi alla tenda lassù in cima e si sentì perduto e così stranito da voler gridare di nuovo il nome di Maria. Se solo fosse stata lì, se solo avesse capito che cosa gli diceva Nicola, sarebbe stato tutto meno atroce. Ma tutto era troppo e troppo strano e Ceriani, Maria, il ciuco sembravano abitare in un altro mondo, lontano migliaia di chilometri. Era come se d’un tratto lo avessero portato in Paradiso. Ma a lui non piaceva e aveva paura ed era pieno di nostalgia di casa perché era tanto lontano da Ceriani e tutto era così diverso.
Nicola tornò con un piatto. C’era su tanto da mangiare e glielo offrì. Fu allora che si accorse che gli era capitata una cosa inimmaginabile, una roba che non gli era mai accaduta in tutta la vita. Davanti a lui c’era un bel piatto di cosine deliziose, le cose che i “forestieri” portavano nei loro pic nic. E lui non ne voleva! Qualcosa gli era salita in gola, lo strozzava e non poteva mangiare. Lui, proprio lui, Piccino, non riusciva a mangiare! Sentì gli occhi acquosi di lacrime e scosse la testa.
“Non ho fame”, piagnucolò e spinse via il piatto.
“Si sarà abbuffato di torte tutto il giorno – disse Nicholson – e casca dal sonno. Diamine, è davvero carinissimo!”.
Rassettò le lenzuola ricamate e diede un colpetto al cuscino. Poi prese Piccino in braccio di nuovo e lo mise a letto, coprendolo per benino. Lì, in mezzo a tutto quel bianco, un bel quadretto messo a dormire. Aveva gli occhi spalancati, pieni di terrore.
“Dormi – disse lei – e non fare il monello”. Poi spense la luce e se ne andò lasciando la porta un poco aperta.
Piccino rimase lì, tutto circondato dal morbidume, e gli occhi, con il buio, si fecero ancor più grandi. Era così piccolino e tutto intorno a lui così grandioso e magnifico. Ecco come veniva messo a letto il figlio di un re, tutto appallottolato in abiti pieni di pizzi che fanno il solletico alle orecchie e alle guance e con certe maniche a sbuffo che impediscono di usar le mani. E non sentiva nemmeno il ciuco nella stalla, il ciuco che doveva esser tornato a casa perché nessuno se lo era poi portato via, ma era stato ricomprato a Beppo. Oh se solo avesse potuto sentirla ora! Ma forse, forse, mai più avrebbe potuto tornare alla stalla mai più. I “forestieri”, la ricca signora così strana non gli avrebbe mai concesso di tornare a casa…
Un piccolo singhiozzo si levò dal suo petto che ansimava sotto i vestiti di gala di lady Aileen, Piccino si girò e affondò il viso nel cuscino e pianse, pianse e pianse ancora.
Pianse così tanto che faceva dei rumorini involontari, cercò di smetterla perché non conosceva la reazione dei “forestieri” a bambini che facevano dei rumorini strani, forse cacciarli sotto ruscelli di acqua. Ma proprio quando cercava di fermare i singhiozzi per impedire che divenissero ululati accadde qualcosa di veramente strano. La porta fu spalancata e qualcuno entrò nella stanza. Almeno gli parve di udire un rumore di passi sul pavimento, ma non vedeva nessuno, neppure sforzandosi. Piedi? Non erano i piedi di Nicola, erano più soffici e facevano tic tac. Trattenne il fiato per ascoltare. Giunsero accanto al suo letto e si fermarono. Poi sentì qualcosa d’altro, un respiro affannoso famigliare come quello che udiva nella stalla del ciuco. Si drizzò sul letto.
“E’ un cane!”, gridò.
La risposta fu un balzo e si ritrovò accanto un corpicino peloso mentre un lingua calda, tutta in fremito, lo leccava sulle mani, sulla faccia, sul collo.
In qualche modo, molto misterioso, il cane solitario ai cancelli si era tolto il collare e girando di corsa per la casa aveva cercato qualcuno da amare e da riempire di coccole e aveva sentito i singulti disperati ed era subito entrato per rispondere e dare conforto, ben sapendo nel suo cuoricino di cane che c’era qualcuno che si sentiva solo e in esilio come lui.
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1 commento su “Due Giorni nella Vita di Piccino. Tredicesima Puntata. Benedetta De Vito.”
La storia di Piccino è stata una bella scoperta. All’inizio l’avevo snobbata, ora i capitoli mi sembrano troppo corti. Per fortuna sono pubblicati tutti i giorni. Dopo la lettura, “passano” a mio figlio sottoforma di racconto. Grazie
I commenti sono chiusi.